Le Quattro Americhe. Lo scenario geopolitico dell’America Latina


Le Quattro Americhe. Le macroregioni del Nuovo Continente: ‘chavista’, ‘lulista’, ‘socialdemocratica’ e ‘bushiana’. Gli elementi storici, economici, ideologici, geopolitici che determinano questa partizione. ‘Asse bolivariano’ contro ‘asse monroiano’.

Articolo di Maurizio Stefanini tratto dal Volume 2 di Limes 2007 “Chavez-Castro l’Antiamerica”. 

Hugo Chavez

Hugo Chavez

Il concetto di America Latina è spesso confuso con quello di Sudamerica (o America del Sud, o America meridionale). Tecnicamente la prima accezione è più ampia della seconda, dal momento che vi rientra anche l’America centrale (o Centramerica). In quest’ultima regione si possono poi individuare un’America centrale vera e propria, con Guatemala, Honduras, El Salvador, Nicaragua, Costa Rica e Panamá (più il Belize, spesso considerato a parte per la sua cultura anglofona); il Messico, parte dell’America settentrionale (o America del Nord, o Nordamerica); e un’America caraibica composta da Cuba, Repubblica Dominicana, Haiti e Portorico (col problema di catalogazione delle isole di lingua inglese e olandese e dei Dipartimenti d’Oltremare francesi). Quanto al Sudamerica vero e proprio (anche qui col problema di catalogazione delle tre Guyane di lingua inglese, olandese e francese), vi vengono tradizionalmente distinti il Cono Sur e l’America andina: il primo con Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e Cile; il secondo composto da Bolivia, Perú, Ecuador, Colombia e Venezuela.

Geografia, demografia ed economia a parte, la distinzione viene anche dalla storia. Al tempo dell’indipendenza, in particolare, Simón Bolívar fu il Libertador dell’America andina, José de San Martín del Cono Sur ispanofono. Il Cono Sur lusofono del Brasile e il Messico si emanciparono invece con modalità proprie; le repubbliche centramericane divennero indipendenti in seguito distaccandosi dallo stesso Messico, eccetto Panamá che si separò ancora più tardi dalla Colombia; e quanto all’America caraibica, la Repubblica Dominicana fu coinvolta dalla rivolta servile di Haiti, mentre a Cuba e Portorico gli spagnoli restarono fino alla sconfitta con gli Stati Uniti del 1898. Anche più di recente, le differenze sono riaffiorate nei distinti processi di integrazione della regione, pur con qualche paese oscillante tra l’una e l’altra zona: Mercato comune centramericano, Parlacen e Cafta per l’America centrale, Caricom per i Caraibi, Patto andino e Can per l’area andina e Mercosur per il Cono Sur, mentre il Messico ha aderito con Stati Uniti e Canada al Nafta. E l’esistenza di ben quattro distinte Americhe Latine emerge anche in quella recente storia elettorale spesso sbrigativamente definita come «ondata a sinistra». Usando quattro etichette di comodo potremmo definirle come «America chavista», «America lulista», «America socialdemocratica» e «America bushiana».

Sono quattro aree in gran parte coincidenti con le regioni già indicate, anche se non del tutto: l’America lulista è infatti quella del Cono Sur e del Mercosur storico; l’America bushiana si estende uniforme dall’Alaska all’El Salvador, più un avamposto in Colombia. Meno omogenea, l’America socialdemocratica unisce però un pezzo di area andina all’area Sud del Centramerica. Mentre l’America chavista è un arcipelago che cerca di proiettarsi in asse tra Caraibi e area andina. Insomma, essenziale è il ruolo dell’America lulista, che può dare profondità strategica e continuità all’area chavista oppure isolarla. Per questo Lula è in questo momento il grande pivot tra Bush e Chávez.

2. Il 2 febbraio 1999 si insedia alla presidenza del Venezuela il tenente colonnello Hugo Rafael Chávez Frías, già protagonista di un fallito colpo di Stato. Il suo pensiero è quanto mai eclettico, con influenze che vanno da un marxismo di stampo castrista a un peronismo fascisteggiante passando per la tradizione caudillista latinoamericana, la teologia della liberazione e teorici del pensiero no global come Noam Chomsky, Heinz Dieterich Steffen o anche Toni Negri. All’inizio, il punto di riferimento principale è individuato nel pensiero del Libertador Simón Bolívar, da cui l’etichetta ideologica di bolivarismo. Ma a partire dal Forum sociale mondiale del 2005 Chávez lancia lo slogan del «socialismo del XXI secolo» e raccoglie idealmente il testimone dello scomparso modello sovietico, sia pure con le necessarie correzioni.

Il primo gennaio del 2003 si insedia alla presidenza del Brasile Luiz Inácio «Lula» da Silva, sindacalista e leader di un Partito dei lavoratori (Pt) nato appunto come proiezione del sindacato, con varie correnti di sinistra che vanno dal trozkismo alla teologia della liberazione, anche se di prassi socialdemocratica. Il 25 maggio del 2003 si insedia alla presidenza dell’Argentina Néstor Kirchner, esponente di una sinistra peronista contigua a quello che fu negli anni Settanta il Movimento montonero. E il primo marzo 2005 si insedia alla presidenza dell’Uruguay Tabaré Vázquez: esponente del Partito socialista e leader di un Frente Amplio composto da ben 26 partiti: dagli ex guerriglieri Tupamaros fino a gruppi usciti dai tradizionali partiti Colorado e Blanco, passando per comunisti, socialisti, democristiani e varie sfumature di socialdemocrazia e marxismo-leninismo. È attorno a quest’epoca che Chávez, a sua volta clamorosamente vincitore al referendum revocatorio del ferragosto 2004, inizia a parlare di un «asse bolivariano» di paesi anti-Usa contrapposto a un «asse monroiano» di altri paesi «asserviti all’imperialismo».

Concordando sulla contrapposizione anche se non sulla valutazione anti-Usa di Chávez, anche il noto latinoamericanologo della Cnn Andrés Oppenheimer nei suoi talkshow e negli editoriali che scrive per molti giornali latinoamericani inizia

America Latina - Le sinistre al potere

America Latina – Le sinistre al potere fonte Limes 2007

a sua volta a usare queste categorie interpretative, sia pure spostando la terminologia dall’ideologia alla geopolitica: invece di «asse bolivariano» e «asse monroiano», «asse atlantico» e «asse pacifico». Questa nuova realtà sale clamorosamente alla ribalta dei media anche italiani quando il 4 e 5 novembre 2005, a Mar del Plata, il blocco dei «cinque moschettieri», come lo chiama Chávez, fa fallire in modo presumibilmente definitivo il progetto statunitense di costruire un’area di integrazione economica continentale: l’Enterprise for Americas, o Ftaa, se si usano le iniziali inglesi di Area di libero scambio delle Americhe (Alca, se si usano le iniziali in spagnolo e portoghese).

Con i quattro presidenti di sinistra di Brasile, Argentina, Uruguay e Venezuela, tra i «cinque moschettieri» c’è anche Nicanor Duarte Frutos, insediato alla presidenza del Paraguay dal ferragosto del 2003. Populista, e che fa blocco con gli altri paesi del Mercosur, ma comunque esponente di un Partido Colorado tradizionalmente di destra, tant’è che quello di Asunción è l’unico governo di tutto il Sudamerica a mantenere rapporti diplomatici con Taiwan invece che con Pechino. Inoltre, c’è una differenza di fondo tra la linea anti-Alca di Chávez e quella dei quattro paesi storici del Mercosur, che lo accetterebbero se gli Usa non pretendessero di escludere dalla libertà di scambio e movimento i prodotti agricoli e gli immigrati. Né bisogna dimenticare che in realtà Mar del Plata non fa che seppellire un progetto già azzoppato dalle resistenze protezioniste del Congresso di Washington, tant’è che da tempo la Casa Bianca ha iniziato piuttosto a muoversi sull’altro terreno dei Trattati di libero commercio (Tlc), paese per paese, o per blocco regionale di paesi, come nell’America centrale.

Il 22 gennaio 2006, comunque, si insedia alla presidenza della Bolivia Evo Morales: primo indigeno ad arrivare democraticamente al vertice del paese andino, leader di un sindacato di piccoli coltivatori di coca (cocaleros) e fondatore del Movimiento al socialismo (Mas). L’11 marzo 2006 si insedia alla presidenza del Cile Michelle Bachelet: esponente del Partito socialista già di Salvador Allende, figlia di un generale ucciso per essersi opposto al golpe di Pinochet, e lei stessa durante il regime militare torturata e costretta all’esilio. Il 10 gennaio 2007 si insedia alla presidenza del Nicaragua Daniel Ortega, leader del Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln) e già presidente tra 1985 e 1990 in un’amministrazione che si scontrò duramente con gli Usa di Reagan. E il 15 gennaio 2007 si insedia alla presidenza dell’Ecuador Rafael Correa, che si proclama cattolico di sinistra e che ostenta la propria amicizia per Chávez. Con lui l’Asse bolivariano si affaccia ormai nel Pacifico, e vari giornali anche italiani pubblicano cartine con uniformi macchie rosse da cui risulta che quasi tutta l’America Latina è ormai governata dalla sinistra.

Il quadro è più complesso. È certamente vero che la crisi del modello del Consenso di Washington in voga negli anni Novanta ha portato in tutto il continente gli elettori a votare per proposte politiche più impegnate sul fronte della redistribuzione e delle politiche sociali, e anche più critiche verso le prospettive di integrazione a guida Usa. Ma poiché questa spinta si è poi adattata ai differenti contesti delle varie aree, i governi oggi al potere in America Latina possono essere classificati nei quattro gruppi diversi che abbiamo indicato: senza contare alcuni casi particolari che stanno come a cavallo tra l’uno e l’altro di questi gruppi.

3. Il primo gruppo è costituito dai paesi i cui governi sono non solo di sinistra, ma impegnati in un progetto di trasformazione della società definibile come radicale. Comunque di fuoriuscita dal modello di liberalismo più o meno corretto che dopo il 1989 era sembrato affermarsi a livello planetario come unico mondo possibile (la «fine della storia» di Francis Fukuyama). L’appartenenza a questo gruppo, che dalla personalità carismatica di Chávez abbiamo definito dell’America chavista, può essere misurata in base ad alcuni indizi empirici.

A) L’adesione all’Alba: quell’Alternativa bolivariana para América Latina y el Caribe che si propone come modello di integrazione economica alternativo all’Alca-Ftaa, per l’esclusione programmatica degli Usa e il rifiuto di ogni approccio neoliberista. Nata il 14 dicembre 2004 con un accordo diretto tra Hugo Chávez e Fidel Castro, si è poi estesa dal 29 aprile 2006 alla Bolivia di Evo Morales. E il 10 gennaio 2007, all’atto stesso di insediarsi come nuovo presidente, anche Daniel Ortega ha annunciato la prossima adesione del Nicaragua, pur mantenendosi nel contempo dentro al Cafta, trattato di libero commercio centramericano con gli Stati Uniti. Quanto all’Ecuador, Rafael Correa ha annunciato la sua intenzione di aderire all’Alba, ma prima dovrà risolvere il problema di un Congresso in maggioranza a lui ostile.

B) L’adesione al progetto ideologico del «socialismo del XXI secolo». Dopo che l’etichetta è stata creata da Chávez vi hanno annunciato la loro adesione sia Morales che Ortega e Correa. Il modello di Cuba è invece ancora da socialismo reale del XX secolo: ultimo paese comunista fuori dall’Asia, e ultimo paese comunista tout court a non avere ancora adottato riforme economiche nel senso del mercato. È evidente comunque che il «socialismo del XXI secolo» guarda a Cuba come un punto di riferimento, anche se forse più per il prestigio della sua contrapposizione all’«imperialismo yankee» che non come vero e proprio modello.

C) Uno scenario che sembra ripercorrere le tappe della costruzione del potere chavista. In particolare, dopo la sua elezione a presidente Chávez come prima cosa ha cercato attraverso un referendum l’elezione di un’Assemblea costituente: non solo come mezzo per creare un nuovo quadro istituzionale, ma anche per mettere in mora un Congresso dove i suoi seguaci erano in minoranza. È la fase che possiamo definire «gollista». Assicurato questo obiettivo, tra 2000 e 2002 si muove in campo internazionale e interno per assicurare un rialzo dei prezzi del petrolio e al tempo stesso mettere sotto il suo controllo diretto la società petrolifera di Stato Pdvsa. È la fase che possiamo definire «nasseriana». Il terzo periodo, tra 2002 e 2004, vede un sempre maggior controllo sull’economia, mentre è creato un sistema di ridistribuzione delle risorse e creazione del consenso che favorisce anche l’organizzazione della base chavista in circoli bolivariani che trascendono le vecchie militanze della stessa coalizione di potere. È la fase che possiamo definire «peronista». Dal 2005 inizia infine la quarta fase, della costruzione del socialismo.

Possiamo dunque osservare che sia Morales che Correa come primissima mossa hanno chiesto un’Assemblea costituente. Morales però procede in contemporanea anche al nuovo orientamento internazionale, all’organizzazione della base nei ponchos rojos e alle nazionalizzazioni, e anche Correa organizza subito i suoi seguaci come massa di manovra contro le reticenze del Congresso. Solo la prospettiva storica potrà chiarire se questo affastellamento di fasi che sono comunque chiaramente individuabili deriva da impazienza o dalle diverse condizioni dei differenti paesi.

D) I contatti col presidente iraniano Ahmadi-Nejad, che è stato a Cuba, in Venezuela, Nicaragua e Ecuador e a Quito si è visto anche con Morales.

4. Questo primo gruppo è dunque certamente costituito da Cuba, Venezuela, Bolivia e Ecuador. Il Nicaragua ha invece alcune caratteristiche che lo avvicinano ai paesi del secondo gruppo: non solo la permanenza nel Cafta, ma anche e soprattutto il particolare che Daniel Ortega è stato eletto in una coalizione in cui la sinistra sandinista è alleata con forze di centro e anche di destra. Lo stesso Jaime Morales, il vicepresidente, è un banchiere che fu nella nomenklatura del regime di Somoza e che dopo la rivoluzione del 1979 andò in esilio, divenendo un dirigente dei contras. Infatti, ha subito insistitito sulle diversità tra il caso del Nicaragua e quello del Venezuela, assicurando che il pluralismo politico e economico non saranno toccati.

Dal punto di vista geopolitico, il Venezuela è un paese caraibico che ha con Cuba una vicinanza non solo geografica ma anche culturale (miscela etnica della popolazione, tipo di dialetto spagnolo usato, tipo di cucina, comune passione per il baseball…). Al contrario, l’Ecuador è un paese andino già parte dell’impero incaico, che per caratteristiche culturali si avvicina piuttosto alla Bolivia, pur non confinando direttamente con essa. Ma il vero legame dell’asse Venezuela-Ecuador-Bolivia è negli idrocarburi, di cui tutti e tre i paesi sono grandi esportatori. Non è questo il caso di Cuba, ma il ruolo strategico che lo zucchero dell’isola ebbe per gli Stati Uniti durante le due guerre mondiali favorì un’economia del benessere la cui crisi successiva portò al collasso del sistema politico sfociato prima nel golpe di Batista, poi nella rivoluzione di Fidel Castro. In qualche modo il regime castrista riuscì a supplire alla crisi dello zucchero usando la posizione strategica dell’isola come base avanzata dell’Urss nell’emisfero occidentale, e facendosela ripagare con uno scambio zucchero-petrolio su prezzi a esso artificialmente favorevoli.

Poiché questo petrolio era poi in gran parte messo in vendita per reperire valuta, anche Cuba ha costruito in fondo un modello di consenso basato sulla ridistribuzione assistenziale della rendita petrolifera. E un po’ questa situazione si è ricreata con la sovvenzione petrolifera che Chávez ha garantito all’isola, in cambio del know-how del regime castrista in materia di assistenza sanitaria e sicurezza. Chávez, a sua volta, ha profittato della crisi del modello di redistribuzione su cui si era basata la quarta repubblica venezuelana, proponendone una ricostituzione su nuove basi. Adesso, anche larghi settori dell’elettorato di due paesi storicamente arretrati come Bolivia e Ecuador sono dunque attirati dal modello di redistribuzione assistenziale di Cuba e Venezuela.

5. Il secondo gruppo coincide con i quattro paesi che furono nel 1991 i fondatori del Mercosur: Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Lo abbiamo definito dell’«America lulista», dalla personalità carismatica di Lula. Sono quelli che Chávez a Mar del Plata definì assieme al Venezuela «i cinque moschettieri», che hanno accolto l’ingresso del Venezuela nello stesso Mercosur, e che col regime bolivariano mantengono rapporti ostentatamente cordiali. Tutti quanti, ad esempio, hanno votato per il Venezuela quando si è candidato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. E tutti quanti si oppongono alle richieste di condanna di Cuba all’Onu per violazioni dei diritti umani. Argentina e Uruguay assieme a Venezuela, Cuba e Bolivia hanno aderito al progetto Telesúr, la tv voluta da Chávez come anti-Cnn. L’Argentina, come la Bolivia e l’Ecuador, ha ricevuto ingenti finanziamenti dal Venezuela, in termini di petrolio, investimenti e acquisto di bond. Il Brasile a sua volta ha inviato petrolio a Chávez per aiutarlo a superare il grande sciopero dell’opposizione sin dal tempo della presidenza Cardoso, e Lula è andato a fare comizi assieme a Chávez durante la campagna elettorale. Anche qui, però, ci sono alcuni segnali empirici di distinzione.

A) Nessuno di questi paesi ha aderito all’Alba. Uruguay e Paraguay hanno invece chiesto un Trattato di libero commercio con gli Usa. Argentina e Brasile, inoltre, hanno partecipato ad Haiti a una forza multinazionale voluta dagli Usa e avversata da Chávez. L’Argentina ha avuto un duro scontro diplomatico con l’Iran, alleato «strategico» di Chávez, per la richiesta di estradizione di vari alti dirigenti della Repubblica Islamica in relazione agli attentati antisraeliani e antisemiti avvenuti a Buenos Aires nei primi anni Novanta. Proprio in materia di antiterrorismo, oltre che in margine alle trattative per estinguere il proprio debito col Fondo monetario internazionale, l’Argentina ha ottenuto importanti appoggi dagli Stati Uniti. Brasile e Argentina si sono scontrati più volte con Morales per la sua politica di nazionalizzazione degli idrocarburi e di aumento delle tariffe, giudicata lesiva dei loro interessi.

E proprio per il comune interesse a ridimensionare il «ricatto energetico» dell’asse Chávez-Morales, il Brasile di Lula è entrato in trattative con gli Stati Uniti per la creazione della Strategia del biocombustibile per l’America Latina e i Caraibi, di cui essi sarebbero i principali soci. Usa e Brasile sono infatti i primi produttori di etanolo del mondo, anche se gli Usa lo producono principalmente dal mais e il Brasile invece da canna da zucchero, soia e colza. Brasile e Uruguay sono comunque state le due prime tappe del tour di Bush in America Latina a marzo.

B) Nessuno di questi governi ha aderito al progetto del «socialismo del XXI secolo». Il governo del Paraguay anzi, come si è già ricordato, non è neanche di sinistra; la coalizione del Frente Amplio in Uruguay si spinge dalla sinistra estrema verso il centro; la coalizione di Lula addirittura fino a destra, visto che comprende addirittura gli ex sostenitori del regime militare del Partito progressista. Lula ha inoltre come vicepresidente il liberale José Alençar, industriale tessile, e dipende dall’appoggio essenziale del centrista Partito del movimento democratico brasiliano (Pmdb). In compenso, da ambienti chavisti sono arrivati apprezzamenti per Heloísa Elena, candidata alle scorse presidenziali per quel Partito socialismo e libertà che si era staccato a sinistra dal Pt in polemica con il moderatismo dell’amministrazione Lula. E in Argentina, quando il sottosegretario filochavista Luis D’Elía si è recato all’ambasciata iraniana a Buenos Aires a solidarizzare con il regime di Ahmadi-Nejad, Kirchner lo ha cacciato dal governo.

C) Nessuno di questi governi ha compiuto una sola delle tappe fondanti della «rivoluzione bolivariana», anche se in Argentina e Brasile sono stati istituiti programmi assistenziali per disoccupati e indigenti che risentono in qualche modo della suggestione chavista.

D) Nessuno di questi governi ha ricevuto Ahmadi-Nejad. L’Argentina anzi, come si è ricordato, è con l’Iran in relazioni pessime.

6. Brasile, Argentina e Uruguay costituiscono dunque un insieme di governi di sinistra-centro amici di Chávez ma non radicali, che si estende da un lato al governo di destra amico di Chávez del Paraguay, dall’altro al caso intermedio del Nicaragua. Quelli del Mercosur sono paesi che in quanto esportatori di prodotti agricoli concorrenziali a quelli Usa sono storicamente in frizione col protezionismo di Washington; ma in quanto non autosufficienti dal punto di vista energetico sono pure diffidenti verso l’asse di esportatori di petrolio e gas a guida venezuelana progettato da Chávez, anche se non trovano conveniente uno scontro diretto. Inoltre si tratta di società ed economie troppo complesse per essere attratte dalle semplificazioni del chavismo. Malgrado la comune adesione al Mercosur, però, non si tratta di un blocco omogeneo. Lo dimostra oggi lo scontro tra Argentina e Uruguay per la costruzione di una cartiera al confine, che il governo di Buenos Aires considera inquinante. Lo hanno dimostrato in passato i continui scontri che nella storia del Mercosur hanno contrapposto Brasile e Argentina, ogni volta che l’interscambio commerciale si metteva a pendere troppo dall’una o dall’altra parte.

Quanto al Nicaragua, è un paese in cui il disastro del governo sandinista in seguito alla destabilizzazione montata da Washington negli anni Ottanta ha mostrato quanto può essere controproducente scontrarsi col potente vicino. Inoltre la locale economia è sempre più integrata a quella Usa, specie per il ruolo delle rimesse degli emigranti. I sandinisti per di più sono tuttora minoritari nella società, e sono tornati al governo solo grazie alla confluenza con uno dei tre settori in cui si è frantumato il blocco del centro-destra, per mera usura del potere dopo 16 anni. Ortega può dunque governare solo se tiene conto di questa limitazione, anche se in un paese poverissimo ogni investimento è ben voluto: americano come venezuelano o iraniano. Da qui la contemporanea e in apparenza bizzarra adesione sia al Cafta che all’Alba.

7. Anche i presidenti di Cile, Perú, Costa Rica e Panamá si proclamano di sinistra. Sia il Partito socialista di Michelle Bachelet che il Partito aprista peruviano  (Pap) di Alan García, il Partito di liberazione nazionale (Pl) di Óscar Arias Sánchez e il Partito rivoluzionario democratico (Prd) di Martín Torrijos Espino sono infatti membri dell’Internazionale socialista; e sia Allende che il generale Omar Efraín Torrijos Herrera, padre dell’attuale presidente panamense e fondatore del Prd, furono per il giovane Chávez modelli ideologici importanti. Tuttavia, gli indici empirici ci indicano un terzo gruppo, che potremmo definire di sinistra anti-Chávez. L’abbiamo definito dell’America socialdemocratica, tenendo conto che nella storia latinoamericana il concetto di socialdemocrazia impica una sinistra non solo non comunista, ma in genere anche duramente anticomunista. Vediamo le caratteristiche particolari di questo insieme.

A) Perú, Costa Rica e Panamá non hanno appoggiato il Venezuela ma il Guatemala al Consiglio di Sicurezza, e Panamá è stato poi prescelto come candidato di compromesso. Il Cile si è invece astenuto, come media tra l’atteggiamento più favorevole a Chávez della presidentessa e il voto nettamente contrario del Congresso. Sempre all’Onu, Costa Rica e Cile hanno pure avuto un ruolo storicamente di punta nelle votazioni di condanna delle violazioni dei diritti umani a Cuba.

B) In Cile, la coalizione di governo tra socialisti, democristiani e radicali è rivolta sì contro la destra ma anche contro la sinistra comunista, un po’ come il centro-sinistra e il pentapartito della Prima Repubblica italiana, su cui è modellata. Anche l’aprismo peruviano e il liberazionismo costaricano hanno una storica tradizione anticomunista, e in Perú Alan García è stato eletto al ballottaggio proprio contro un candidato in odore di chavismo come Ollanta Humala.

C) Per le «interferenze» di Chávez nella politica interna e nelle campagne elettorali di Perú e Cile ci sono stati durissimi scontri diplomatici, che hanno portato al richiamo degli ambasciatori. E pesanti insulti sono arrivati da Chávez anche al cileno José Miguel Insulza, segretario dell’Organizzazione degli Stati americani (Osa), quando questi ha criticato l’involuzione autoritaria del regime di Chávez.

D) Sia il Cile che il Perú hanno concluso trattati di libero commercio con gli Usa, mentre la Costa Rica fa parte del Cafta. Quanto a Panamá, anch’esso interessato da un trattato di libero commercio, collabora strettamente con gli Usa per la gestione del Canale.

8. Come il Nicaragua sandinista, anche Panamá ha avuto ai tempi di Noriega una dimostrazione eloquente del rischio di prendere di petto la potenza Usa. Ma lo stesso Noriega era a sua volta un personaggio che ha screditato il caudillismo alla Chávez, mentre l’allergia della maggioranza della popolazione al radicalismo di sinistra deriva in Perú dal ripudio per il terrorismo di Sendero Luminoso e dai pessimi ricordi sia del regime militare di sinistra di Juan Velasco Alvarado che della prima presidenza dello stesso Alan García; in Cile, dipende dai ricordi egualmente pessimi della politica economica di Allende. Ed è interessante osservare come siano proprio forze politiche in passato protagoniste di fallimenti populisti come i socialisti cileni, il Prd e il Pap a essere oggi le più convinte fautrici della moderazione e dell’ortodossia economica. Quanto alla Costa Rica, lì c’è un modello di consenso socialdemocratico che ha funzionato fin dagli anni Quaranta, dando al paese la fama di «Svizzera del Centramerica».

Ma Cile, Perú, Panamá e Costa Rica sono anche paesi non produttori di idrocarburi che in compenso si affacciano sul Pacifico e hanno un export agricolo di qualità e di nicchia, non concorrenziale a quello Usa. Panamá, in più, ha il Canale. Insomma, questi Stati possono inserirsi in un gioco di opzioni alternative tra mercati di Asia, Nordamerica, America Latina ed Europa, affrontando la sfida della globalizzazione senza troppe paure. Anche se c’è una differenza tra Cile e Perú da un lato, che trovandosi in Sudamerica hanno più occasioni di attrito con Chávez, e Costa Rica e Panamá dall’altro, che essendo più defilate possono permettersi un profilo più basso.

Diverso è il caso di Haiti, il cui presidente René Préval è di sinistra, e riceve da Chávez petrolio in quantità. Ma ancor di più dipende dagli aiuti Usa, dalle rimesse e dalla forza multinazionale stanziata nel suo territorio dopo la rivolta contro Aristide. Dunque, per il Consiglio di Sicurezza ha votato Guatemala. Panamá, Haiti e Costa Rica sfumano dunque verso il secondo gruppo: non sono apertamente ostili a Chávez come Cile e Perú, ma comunque al momento dell’aut aut votano contro di lui. Al contrario, Honduras e Repubblica Dominicana sfumano verso il terzo. Sia il Partito liberale dell’Honduras del presidente Mel Zelaya Rosales che il Partito della liberazione dominicana del presidente Leonel Antonio Fernández Reyna si considerano infatti di sinistra, ma la maggior parte degli osservatori esterni li considera piuttosto di centro o di centro-destra.

9. Dichiaramente di destra o di centro-destra sono infine i residui quattro presidenti latinoamericani: Felipe de Jesús Calderón Hinojosa in Messico; Álvaro Uribe Vélez in Colombia; Óscar Berger in Guatemala; Antonio Saca in El Salvador. Assieme ai governi di destra degli stessi Usa e del Canada costituiscono quella che abbiamo definito «America bushiana». Anche questi paesi condividono con quelli del terzo gruppo una forte integrazione con l’economia statunitense: il Messico sta con Stati Uniti e Canada nel Nafta, la zona di libero scambio del Nordamerica; Guatemala e El Salvador stanno con Repubblica Dominicana, Honduras e Nicaragua nel Cafta; la Colombia ha a sua volta firmato un trattato di libero commercio con gli Stati Uniti, e riceve anche gli aiuti militari del Plan Colombia contro la guerriglia di Farc e Eln. Colombia, Guatemala e Messico sono state la terza, quarta e quinta tappa del viaggio di Bush in America Latina a marzo. E anche questi paesi si affacciano sul Pacifico.

Tuttavia, i paesi del terzo e anche del secondo gruppo dimostrano come l’essere a sinistra non impedisca buone relazioni con gli Usa. A ostacolare l’ascesa della sinistra in Colombia, Guatemala e El Salvador non è dunque il timore di rompere con gli Usa, ma i gravi problemi di immagine della stessa sinistra per l’associazione a movimenti di guerriglia: passati in El Salvador e Guatemala, dove è comunque possibile a breve o medio termine un’evoluzione di tipo nicaraguense; presenti in Colombia, dove infatti le prospettive di una sinistra al potere appaiono più lontane. Quanto al Messico, con lo storico ricambio di potere del 2000 la destra è stata favorita dall’immagine di sinistra che aveva il Partito rivoluzionario istituzionale. E anche, all’opposto del Nicaragua, dalla divisione a sinistra provocata dall’emergere di un’opzione progressista distinta dal Pri.

Colombia, El Salvador e Guatemala sarebbero con Usa, Brasile, Perú, Honduras, Repubblica Dominicana, Haiti e Saint Cristopher e Nevis nella Strategia del biocombustibile per l’America Latina e i Caraibi, che appare sempre più una sorta di anti-Alba. Ma non il Messico, dove la crescente domanda di mais per etanolo nel Nafta ha provocato gravi aumenti nei prezzi delle tortillas, base della dieta nazionale. Con gravi imbarazzi per Calderón.

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