La Lotta di classe nel XXI Secolo – Parte prima


Consumismo globale guidato dalla classe media; ribellione politica delle classi medie; movimenti di lotta delle classi operaie nell’Est asiatico; oppure eterogenee mobilitazioni delle classi popolari. Al di là dei quattro scenari individuati da Göran Therborn, le dinamiche tra le classi sociali avranno un’importanza fondamentale nei processi di cambiamento socio-economici del 21° secolo, nonostante sia prematuro identificare quale possa essere il carattere sociale preponderante. 

Traduzione e adattamento a cura di Pensiero Meridiano dell’articolo “Class in the 21st century” di Göran Therborn, New Left Review, Dicembre 2012

ndr: Articolo pubblicato in tre parti per agevolarne la lettura.

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Il 20° secolo: l’era della classe operaia

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Il XX Secolo: l'era della classe operaia

Il XX Secolo: l’era della classe operaia

Tra le tante etichette plausibili coniate per definire il 20° secolo, in termini di storia sociale, quella che gli si addice di più è senza dubbio quella di esser stata “l’era della classe operaia”. Per la prima volta, i lavoratori, esclusi dalla proprietà divennero una forza politica di primo piano. Questa rottura venne annunciata dal Papa Leone XIII – capo della più antica e più grande organizzazione sociale al mondo – nella sua enciclica Rerum Novarum, nel 1891. Il Papa notò che il progresso dell’industria aveva portato ad una “accumulazione di ricchezza presso pochi e alla miseria presso tanti”; tuttavia, questo periodo  è stato anche caratterizzato da “una maggiore fiducia in sé stessi e una più stretta coesione” dei lavoratori. Su scala globale, i sindacati si assicurarono una presenza stabile presso le maggiori imprese industriali, e non solo. I partiti operai divennero forze elettorali di primo piano in Europa e nelle sue propaggini Australi. La Rivoluzione d’Ottobre in Russia fornì un modello di organizzazione politica e cambiamento sociale per la Cina e il Vietnam. L’India di Nehru si pose l’obiettivo dichiarato di perseguire un “percorso socialista di sviluppo”, come ha fatto la maggior parte degli stati post-coloniali. In molti paesi africani si è affrontata la discussione di costruire partiti operai, in un contesto in cui essi potevano vantare un numero di proletari appena sufficienti a riempire qualche stanza.

La celebrazione della festa dei lavoratori, il Primo di Maggio, ebbe luogo per la prima volta nelle strade di Chicago nel 1886, e fu celebrata a La Havana e in altre città Latino Americane già nel 1890.  Il lavoro organizzato ha dimostrato di essere una forza importante in America, anche se è stato solitamente tenuto in una condizione di subordinazione. Il New Deal negli USA ha segnato un punto d’incontro tra liberalismo illuminato e classe operaia industriale. Quest’ultima è riuscita infatti ad organizzarsi durante gli anni della grande depressione, attraverso lotte eroiche (uno dei suoi simboli è Samuel Gompers, sindacalista e formidabile negoziatore, persino onorato con un monumento a Washington, un onore mai concesso a nessun capo operaio a Parigi, Londra o Berlino).

La classe operaia Messicana sebbene non fosse un attore di primo piano nella Rivoluzione, non può  nemmeno esser considerata una comparsa. L’importanza assunta dagli operai è dimostrata dagli sforzi dell’élite post-rivoluzionaria per assorbire le organizzazioni operaie all’interno del proprio sistema di potere. Il primo presidente della Rivoluzione, Venustiano Carranza, aveva una base elettorale operaia  (grazie al patto con gli operai anarco-sindacalisti di Città del Messico – la Casa del Obrero Mundial), e successivamente negli anni 1930 Lazaro Cardenas diede alle strutture del proprio ordinamento un orientamento esplicitamente “operaista”. Quanto fatto da Getúlio Vargas e dal suo “Estado Novo” in Brasile, non può essere forse paragonato a quanto di buono fatto da Carranza e Cardenas, ma fondamentale è la serie di leggi sul lavoro progressiste da lui emanate. In Argentina, è stata la mobilitazione della classe operaia, sotto la regia di militanti trotskisti, che ha portato al potere Juan Perón, garantendo al movimento sindacale argentino (o almeno alla sua leadership) una voce importante nel movimento peronista. I minatori Boliviani svolsero un ruolo centrale nella rivoluzione del 1952, e quando la produzione di stagno crollò nel 1980, la capacità organizzativa di costoro, costretti a cercare lavoro altrove, permise ad Evo Morales e ai suoi coltivatori di coca, di aumentare l’esperienza e la stabilità dei loro movimenti.

Forse il più grande omaggio alla classe operaia nell’ultimo secolo è stato reso però proprio dai più fanatici nemici dei movimenti indipendenti dei lavoratori, i Fascisti. L’idea di ‘corporativismo’ era di vitale importanza per l’Italia di Mussolini: la pretesa di unire idealisticamente i due fattori produttivi, lavoro e capitale, in realtà non faceva altro che costringere il lavoro a subire la supremazia del capitale e dello Stato. Il movimento di Hitler si definì “Partito Nazional-Socialista dei Lavoratori Tedeschi”, e la sua Germania è diventato il secondo paese al mondo – subito dopo l’Unione Sovietica, ma prima della Svezia – a rendere il primo di maggio come giorno festivo, il ‘Giorno del Lavoro tedesco’. Nei primi 80 anni del 20° secolo, i lavoratori non possono essere licenziati. Se non sei con loro, devi averli sotto stretto controllo.

I lavoratori divennero eroi o modelli, non solo per gli artisti della sinistra d’avanguardia, da Brecht a Picasso, ma anche per i i personaggi più conservatori, come lo scultore belga Constantin Meunier -autore di diverse statue raffiguranti lavoratori di diverse professioni, e di un ambizioso ‘monumento al  lavoro, eretto postumo a Bruxelles in presenza del re. In Germania, l’ufficiale-scrittore prussiano Ernst Jünger scrisse un apprezzato saggio, Il Lavoratore, nel 1932, nel quale prevedeva la fine della Herrschaft (dominio) del terzo stato e la sua sostituzione con la Herrschaft del lavoratore, e della democrazia liberale con la democrazia del lavoro.

Il secolo della classe operaia ha lasciato in eredità conquiste durature. Il modello politico democratico, la violazione del quale prevede procedimenti giudiziari speciali, ne costituisce un esempio. Il movimento laburista, di stampo Social Democratico, è stato un fondamentale fautore delle riforme democratiche, seguendo l’esempio del precedente movimento Cartista. Prima del 1918, la maggioranza dei liberali e la totalità dei conservatori erano convinti che la democrazia fosse incompatibile con la conservazione della proprietà privata, e domandavano severe restrizioni del diritto di voto e alla libertà dei parlamenti. La sconfitta del Fascismo per mano di un’alleanza intercontinentale di Comunisti, Liberali, Social Democratici e Conservatori come Churchill e De Gaulle, la caduta graduale delle dittature militari contro-rivoluzionarie; la fine del razzismo istituzionale in Sud Africa e negli Stati Uniti hanno assicurato la validità dei diritti umani nel mondo. Il diritto dei lavoratori salariati di organizzazione e di contrattazione collettiva ha costituito un altro enorme risultato del dopoguerra. A seguito di questi progressi recenti, il potere delle forze conservatrici è stato intaccato negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ma nel frattempo il loro raggio d’azione si è diffuso in tutto il mondo, ai settori economici formali in Africa e in Asia; inoltre, rimane forte in America Latina e in gran parte dell’Europa.

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Il 20° secolo e le due grandi rivoluzioni Russa e Cinese

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Il 20° secolo non può essere ben compreso senza una completa comprensione delle sue grandi rivoluzioni: quella Russa e Cinese, con le loro profonde ripercussioni sulle società dell’Est Europa, dei Caraibi e di una buona parte dell’Asia Centro-orientale, senza dimenticare la loro influenza sui movimenti operai e sulle politiche sociali in Europa Occidentale. La loro valutazione resta tuttavia politicamente controversa, da un punto di vista accademico, e alquanto prematura. Senza ombra di dubbio queste rivoluzioni diedero vita a fenomeni di repressione brutale e episodi di moderna e arrogante crudeltà, sfociati poi in casi di sofferenza estrema, come i periodi di carestia durante i governi di Stalin e Mao. I risultati geopolitici di tali rivoluzioni sono incontrovertibili, sebbene questo possa essere difficilmente un criterio di performance di sinistra. La Russia, decadente e arretrata, sconfitta dai Giapponesi nel 1905 e dai tedeschi nel 1917, divenne poi URSS: uno Stato capace di sconfiggere Hitler e affermarsi come seconda potenza mondiale, e apparire come un serio oppositore della politica dominante statunitense. La Rivoluzione Cinese invece mise fine a 150 anni di declino ed umiliazioni vissute dall’”Impero di Mezzo”, dando alla Cina la possibilità di ritornare con forza sulla scena politica mondiale prima che il suo progresso di stampo capitalista ne facesse la seconda potenza economica mondiale.

Le rivoluzioni del 20° secolo hanno lasciato al mondo al meno quattro eredità di stampo progressista. Per primo, le sfide da esse rappresentate hanno avuto un impatto cruciale sulle riforme del dopoguerra all’interno del mondo capitalista: redistribuzione delle terre in Giappone, Taiwan e Corea del Sud; sviluppo dei diritti sociali e civili in Europa Occidentale; e le riforme dell’”Alleanza per il Progresso” in America Latina; tutte queste riforme furono ispirate dalla minaccia comunista. Secondo: la presenza di un blocco di Stati rivali con la loro propria ideologia contribuì non poco all’indebolimento del sentimento razzista e delle politiche coloniali Europee e americane (Eisenhower non avrebbe inviato truppe federali in Arkansas al fine di accelerare il processo di abolizione di segregazione razziale, se non fosse preoccupato dalla battaglia propagandistica con la Russia). Due decadi dopo l’esercito cubano aiutò l’Angola a contrastare l’invasione da parte delle truppe sudafricane, ed il regime dell’apartheid non avrebbe potuto esser isolato e sconfitto in maniera così efficace senza l’ombra fatta dall’Unione Sovietica sullo scacchiere politico mondiale.

Terzo: al di là di ogni critica che possa esser mossa nei confronti della forma di autoritarismo spietato dei propri leader, il movimento Comunista produsse in ogni angolo del mondo un numero sterminato di militanti scrupolosamente impegnati e pronti al sacrificio. La loro adulazione per Stalin o Mao era mal indirizzata, ma molto spesso erano i migliori, se non gli unici, amici dei poveri e degli oppressi. Tale impegno quotidiano merita il rispetto di tutti i progressisti. Per finire, esiste un eredità organizzativa, un fattore non trascurabile. I paesi delle due grandi rivoluzioni non avranno più la stessa forza piena di speranza che avevano il secolo scorso, ma esse sono essenziali alla conservazione del pluralismo geopolitico (inclusa la Russia post-comunista). Il fatto che dopo il 1989-91 esistano ancora Paesi governati da forze politiche comuniste indica che la possibilità che possa affermarsi una forza socialista sia ancora viva. Se comunque i dirigenti della Repubblica Popolare ritornassero a credere che la Cina dovesse aver bisogno di una base economica socialista per rafforzare la propria posizione, o che la via del capitalismo possa minare la coesione sociale, ha pur sempre ancora il potere di cambiare rotta.

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Esistono ancora i Partiti Comunisti?

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I partiti comunisti o le forze politiche che ne hanno ereditato lo spirito politico, hanno ancora un piede d’appoggio in molti paesi. Il comunismo ha una presenza significativa nella scena politica indiana sebbene sia diviso in due correnti concorrenti: da una parte la corrente Maoista che persegue una strategia di guerrilla nelle regioni rurali, dall’altra il partito Comunista Indiano (marxista), che prova a riprendersi dalla dura sconfitta subita dopo le esperienze di governo negli stati del Kerala e del Bengala Ovest. Ci sono partiti abbastanza forti in Grecia, Portogallo, Giappone, Cile e Repubblica Ceca. In particolare i partiti comunisti portoghese e greco hanno giocato un ruolo importante nelle mobilitazioni di massa durante la crisi economica che ha colpito l’Eurozona: Syriza (partito greco capeggiato da esponenti del fronte comunista europeo) ha sfiorato addirittura la vittoria durante le ultime elezioni di giugno 2012. Un altro frutto importante della tradizione comunista europea è il partito tedesco Die Linke, nato dall’incontro di comunisti riformisti e ala sinistra dei socialdemocratici. Ci sono inoltre disparate formazioni politiche post-comuniste degne di cronaca, come il Partito di Sinistra Svedese e AKEL, partito al governo di Cipro.

Il Partito Comunista sud africano è parte integrante della coalizione di governo capeggiata dall’ANC; il partito comunista brasiliano ha un ruolo minore nella coalizione di governo, in maniera simile a quello indiano. I comunisti sono ritornati ad occupare seggi del parlamento cileno dopo 40 anni di assenza totale in seguito al colpo di stato di Pinochet. La Primavera Araba del 2011 ha permesso a formazioni politiche tendenti a sinistra e legate alla tradizione comunista di riaffacciarsi sul nuovo palcoscenico della politica, seppur in maniera marginale. Il ritorno alla democrazia in Indonesia invece non ha permesso la rinascita vera e propria di quel partito che fu distrutto nel 1965 da uno dei più tragici massacri politici del secolo (probabilmente più grande, in termini relativi, delle purghe staliniste del 1937-38). Altrove invece è facile notare quanto rapidamente siano svaniti i partiti di tradizione comunista dopo il 1989: i partiti hanno scelto la via del nazionalismo conservatore, in paesi come la Russia e le repubbliche dell’Asia centrale, o della social-democrazia di destra, in paesi come la Polonia e l’Ungheria. In Italia invece si è considerato l’aggettivo “social” troppo a sinistra, si è preferito quindi eliminarlo da ogni denominazione di partito. E’ nato così il Partito Democratico, emulazione dei democratici Americani.

L’onda riformista operaia del 20° secolo ha lasciato una forte eredità politica: i movimenti sindacali, che tutt’oggi supportano i maggiori partiti politici di sinistra in Europa. Il movimento sindacale ha oggi una portata mondiale, cosa impensabile un secolo fa, sebbene la sua penetrazione al di fuori dei confini europei è piuttosto limitata ad eccezione di paesi come il Brasile, l’Argentina ed il Sud Africa nei quali i sindacati sono molto forti. I partiti laburisti e social-democratici possono contare oggi su una base elettorale molto più forte rispetto agli inizi del Novecento. Altri nuovi territori sono stati “conquistati” in America Latina ed in Africa. Tuttavia l’Internazionale Socialista ha spesso acquisito nuovi aderenti a discapito di una vera politica basata sulla coerenza di linee politiche, esempi di tale discrepanza sono due improbabili progressisti come Laurent Gbagbo in costa d’Avorio e Mubarak in Egitto, i cui movimenti politici sono stati accolti nel movimento socialista internazionale, senza che essi ne rappresentino veramente i suoi principi fondatori.

La moderna social-democrazia di centro sinistra può essere considerata oggi una forza progressista in alcuni ambiti, supportando i diritti delle donne, dei bambini e degli omosessuali. Ma i suoi partiti hanno spesso capitolato sotto l’influenza liberale nell’ambito delle politiche economiche. La sua base elettorale originaria, vale a dire quella operaia, è stata politicamente marginalizzata nel tempo ed erosa dal cambiamento sociale. Durante l’attuale crisi economica europea la performance dei partiti social-democratici è stata piuttosto mediocre e caratterizzata da una perdita d’orientamento non trascurabile. Il cosidetto Welfare State,che è stato il più importante risultato raggiunto dall’onda riformista nel 20° secolo, è oggi sotto attacco e debolmente difesa. Un tema costante della campagna elettorale di Romney negli Stati Uniti è stato l’attacco ai programmi assistenziali di stampo europeo. Il Partito Conservatore e il New Labour Party in Gran Bretagna minacciano continuamente lo stato sociale britannico, sebbene ci vorranno decenni per poter indebolire tale “fortezza”. Nei paesi Nato i vari Welfare States sono costretti oggi ad ingoiare bocconi amari, soprattutto in quei paesi dove esso non era così solido. C’è però da considerare il fatto importante che i principi dello Stato Sociale stanno pian piano espandendo la loro influenza in paesi come la Cina e altre nazioni asiatiche, e consolidando le proprie istituzioni nei paesi dell’America Latina. Sembra ad esempio che Cina ed Indonesia possano riuscire a mettere in piedi un sistema sanitario nazionale molto prima degli Stati Uniti.

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Le ragioni della sconfitta 

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I risultati raggiunti dal movimento progressista del 20° secolo perdurano ancora quindi, ma le sconfitte subite dalla sinistra negli ultimi anni devono essere interpretate e comprese. La scuola di pensiero dominante di stampo Euro-Americano non può spiegare le ragione del successo raggiunto dalla controrivoluzione capitalista. Marx aveva predetto lo scontro tra le forze ed i fattori di produzione (una di carattere sociale l’altra privata e capitalista) e il suo acutizzarsi nel tempo. Questa era la Grande Dialettica di Marx che, privata dei suoi fronzoli apocalittici, è stata confutata dal passare del tempo. Comunicazioni, trasporti, energia e risorse naturali strategiche sono uscite dalla sfera della gestione privata e poste sotto il controllo di Stati e regolamentazioni pubbliche. Le sfumature ideologiche possono aver dato vita a processi di statalizzazione differenti, ma ciò non cambia il concetto di base. Gli investimenti pubblici nei settori dell’educazione e della ricerca sono diventati cruciali per la competitività economica tra paesi (che negli Stati Uniti è stata raggiunta grazie ad una sostenuta spesa militare, che a portato tra l’altro alla nascita di GPS e Internet).

Gli anni 70 sono stati testimoni dell’apice raggiunto dal movimento operaio del ventesimo secolo: organizzazioni sindacali e militanza politica (periodo in cui i minatori britannici furono capaci di far cadere il governo di Edward Heath); penetrazione estesa di idee radicali (dai fondi dei lavoratori proposti dalla Social Democrazia Svedese sino al programma Comune della sinistra francese con i suoi programmi di nazionalizzazione e rottura con il capitalismo. Pochi comunque si resero conto che si era arrivati a toccare l’apice prima della caduta. Eric Hobsbawm fu uno dei pochi analisti ad essersi reso conto di ciò nella sua “The forward March of Labour Halted?” del 1978. I sigilli della nuova era politica non erano ancora stati apposti, ma non si aspettò molto: le vittorie elettorali della Thatcher e di Reagan nel 1979-80 furono seguite dalla capitolazione del governo Mitterand al neoliberismo nel 1983 e dall’abbandono del Meidner Plan dalla social-democrazia svedese.

La Grande Dialettica si era arrestata, se non addirittura rovesciata. Il trionfo del neoliberismo non era semplicemente una questione di ideologia; come i marxisti avrebbero anticipato, esso aveva una forte e stabile base materialista. La Finanziarizzazione (un insieme di riforme che includono la liberalizzazione dei flussi di capitale, l’espansione del credito, il trading digitale ed l’accumulazione di capitali in fondi pensione e assicurativi) ha generato un forte fenomeno di concentrazione di capitale privato (dall’estate del 2011 Apple detiene molto più capitale liquido del governo americano). La rivoluzione digitale ha permesso al management privato di poter funzionare anche a considerevoli distanze geografiche, dando vita a catene produttive di commodities che distruggevano definitivamente le vecchie economie di scala. In questo contesto ormai trasformato, fenomeni di privatizzazione e marketizzazione hanno rimpiazzato i processi di nazionalizzazione e regolamentazione, fagocitando anche le politiche economiche dei governi.

Accanto alla Grande Dialettica appare invece il fenomeno della Piccola Dialettica, che vedeva lo sviluppo capitalista come causa del consolidamento della classe operaia e dell’opposizione al capitale. Anche tale fenomeno venne rapidamente meno a causa della rapida de-industrializzazione dei paesi occidentali. Qui dobbiamo quindi riconoscere una trasformazione strutturale di epocale importanza: il peso dell’industria nei paesi sviluppati cominciò a ridursi poco prima dell’apice raggiunto dal movimento operaio. Il settore manifatturiero abbandonò gradualmente i paesi dell’Europa Occidentale e dell’America Settentrionale. Nei nuovi centri di produzione industriale (Asia dell’Est su tutti) la Piccola Dialettica non si è affermata in maniera efficace. Oggi tuttavia possiamo già tracciare le conseguenze di tale fenomeno, prima di tutto visibile nella Corea del Sud degli anni ’80 e in seguito in Cina; sebbene le manifestazioni e le proteste operaie siano spesso confinate localmente, i salari cinesi e le condizioni di lavoro degli operai sono migliorati in maniera costante. Dal 2002 la Cina annovera un numero di lavoratori nel settore dell’industria pari a quello di tutti gli Stati del G7 messi assieme.

Parte  Seconda

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