La Lotta di classe nel XXI secolo – Parte seconda


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Nazioni, classi sociali e aumento delle disuguaglianze    

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Felicità e Consumismo

Felicità e Consumismo

E in qualche modo ironico il fatto che oggi si consideri il 20° secolo come il secolo della classe operaia. Bisogna sottolineare che sebbene esso sia stato il secolo delle diminuzioni delle disuguaglianze all’interno delle nazioni, come risultato delle lotte operaie, esso ha visto le disuguaglianze tra nazioni toccare livelli mai visti. Tra la fine del 19° secolo e gli inizi del 20° abbiamo assistito allo “sviluppo del sottosviluppo”; le disuguaglianza tra gli esseri umani erano in gran parte determinate dal luogo in cui si viveva. Sino al 2000 si è stimato che circa l’80% delle disuguaglianze di reddito poteva essere attribuito al Paese di residenza. Il 21° secolo sta già mostrando una tendenza diversa: le nazioni convergono tra di loro in termini di reddito ma le disuguaglianze tra classi all’interno di ogni paese incrementano in maniera costante.

L’ultimo ventennio ha mostrato la straordinaria crescita economica delle nazioni che durante il 20° secolo erano ai margini dell’economia mondiale. Nazioni come Cina, India e i membri dell’ Associazione delle nazioni del Sud-Est Asiatico, hanno un ritmo di crescita del PIL due volte superiore rispetto alla media mondiale. Dal 2001 anche i Paesi dell’Africa Sub-Sahariana stanno crescendo a ritmi superiori rispetto alle “economie avanzate”. I paesi dell’America Latina registrano performance importanti sin dal 2003. Con l’eccezione dei paesi del’Est europeo e dell’ex Unione Sovietica, i paesi emergenti hanno attutito il duro colpo della crisi del sistema bancario anglosassone meglio dei paesi ricchi. Si sta vivendo oggi un cambiamento storico non solo in termini di geopolitica ma anche in termini di disuguaglianze. Le disuguaglianze trans-nazionali si stanno riducendo, ma le disuguaglianze all’interno di ogni nazione stanno, nel complesso, aumentando sebbene in maniera irregolare. Non si può comunque parlare di cambiamento che segua la logica universale della globalizzazione o del cambio tecnologico; così facendo si distorcerebbe il senso dei fatti.

Ciò che si sta delineando è un ritorno prepotente della classe come determinante di ineguaglianza. Questo trend ha cominciato ad affermarsi durante gli anni 90’, quando in Cina e nei paesi dell’ex Unione Sovietica le disuguaglianze di reddito aumentarono vertiginosamente, mentre la debole tendenza verso l’eguaglianza nelle zone rurali dell’India si fermò e riprese il fenomeno opposto. In America Latina, Messico e Argentina soffrivano gli shock delle politiche economiche neo-liberali. Uno studio del FMI mostra come su scala mondiale l’unico gruppo che abbia aumentato il proprio reddito durante gli anni 90’ sia stato il più ricco quantile (5%) della popolazione, sia in paesi ad alto reddito che in paesi a baso reddito. La parte restante della popolazione ha solo perso terreno. I cambiamenti più importanti si sono registrati all’apice della piramide sociale. Dal 1981 al 2006 negli USA lo 0,1% più ricco della popolazione ha incrementato la propria quota di reddito di sei punti; la parte restante dell’1% più ricco l’ha incrementata di quattro punti. Il 9% che segue ha mantenuto pressoché invariata la propria quota mentre il restante 90% della popolazione è restata indietro aumentando il distacco dai più ricchi. Il 93% dell’incremento totale di reddito (income gains) registratosi negli USA nel 2008-2009, anno di leggera ripresa economica, era in realtà nelle mani dell’1% più ricco della popolazione.

Gli stessi trend di aumento delle diseguaglianze si sono registrati in Cina ed India, sebbene la quota di ricchezza accumulate dall’1% più ricco é molto più bassa che negli Stati Uniti:10% in India e 6% in Cina (before taxes). Il miracolo economico indiano non ha migliorato di molto la condizione dei bambini più poveri (I due terzi del 25% dei bambini più poveri era sottopeso nel 2009, cosi come nel 1995). La rapida crescita economica che ha caratterizzato I Paesi del “terzo mondo” agli inizi del 21° secolo ha cambiato poco la condizione di miseria e fame delle popolazioni: il numero di persone denutrite é aumentato da 618 milioni a 637 tra il 2000 e il 2007, e la corsa al rialzo dei prezzi alimentari non sembra arrestarsi. Forbes sottolinea invece i record raggiunti dall’altro estremo della piramide: i miliardari, più numerosi che mai – 1.226 (di cui 425 Americani, 95 Cinesi e 96 Russi) detengono una ricchezza pari a 4.6 Triliardi di dollari, cifra che supera il PIB  della Germania. Non dovremmo tuttavia pensare che tali dati siano espressione di una condizione economico-sociale inevitabile. L’America Latina ad esempio, dopo esser stata la zona del pianeta con i più forti divari di ricchezza tra classi, é oggi l’unica regione del pianeta in cui si registri una forte riduzione delle disuguaglianze. Questo grazie alle politiche socialiste che sono state messe in atto per contrastare il neoliberismo violento dei regimi militari.

Un altro modo di confrontare le classi sociali all’interno dei confini nazionali é quello di misurare l’indice de Sviluppo Umano (Human Development Index) che include reddito, aspettativa di vita ed educazione. Sebbene sia questo un indice complesso e aperto a frequenti errori, esso da un’utile visone delle diseguaglianze mondiali. Il quantile (5%) più povero della popolazione americana ha un livello di sviluppo umano più basso del quantile più ricco dei cittadini di Bolivia, Indonesia e Nicaragua; più basso del 40% della popolazione brasiliana e peruviana, e allo stesso livello del 4° quantile di Colombia, Guatemala e Paraguay. L’importanza delle classi sociali ritorna oggetto di discussione non solo a causa dei fenomeni sopracitati di incremento delle disuguaglianze economiche. Un elemento importante da cui ci si é allontanati di recente é la questione del razzismo e del sessismo. In Sud Africa ad esempio, nonostante i successi della lotta all’Apartheid, i fenomeni di polarizzazione delle classi risulta essere ancora estremamente elevato. Basti pensare che il coefficiente di Gini, che a livello mondiale (per le famiglie) é attorno allo 0.65/0.7, si attesta nella sola città di Joannesburg a 0.75. Una sola città presenta in maniera molto più marcate le stesse disuguaglianze che é possibile trovare a livello mondiale.

La classe ed i conflitti di classe si svilupperanno durante il 21° secolo seguendo due nuovi percorsi e configurazioni, che vedranno come protagonisti i Paesi meridionali della NATO e che saranno a carattere non-europeo. Il primo sarà probabilmente spinto dalle speranze, dallo scontento e dalle rivendicazioni della classe media. Il secondo affonderà le sue radici nelle classe operaie e in quelle popolari in tutte le sue diversità (centrato soprattutto sulla classe “plebea” (plebeians) piuttosto che su quella del proletariato).

La classe media protagonista del 21° secolo?

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L’idea che il 21° secolo veda la classe media giocare un ruolo da protagonista sta sempre più prendendo forma. I lavoratori che avevano alimentato i movimenti per i diritti sociali nel 20° secolo sono ormai svaniti dalla nostra memoria; il progetto di emancipazione universale trainato dalla classe operaia e dal proletariato sembra essere sostituito dall’aspirazione universale allo status della classe media. Dilma Rousseff, l’ex guerriera che ha preso il posto di Lula alla presidenza del Brasile ha dichiarato la sua ferma volontà di “trasformare il Brasile in una popolazione di appartenenti alla classe media”. Nella sua indagine sulle prospettive per il 2012, l’OCSE ha sottolineato la necessità “di sostenere la classe media emergente”, mentre Nancy Birdsall, del Centro per lo Sviluppo Mondiale ha parlato di classe media “indispensabile” e ha sottolineato l’importanza di un passaggio dalle politiche di sostegno dei poveri a quelle di sostegno alla classe media.

Le definizioni di tale strato sociale variano molto nonostante la sua sedicente centralità. Prendiamo in considerazione qui di seguito tre tentativi di identificazione della classe media, ognuno dei quali non è assolutamente definitivo ma in un certo senso illuminante. Martin Ravaillon della Banca Mondiale definisce la classe media dei Paesi in via di sviluppo come quella fascia di popolazione che guadagna tra i 2$ ai 13$ al giorno (il primo rappresenta la soglia di povertà stabilita dalla Banca Mondiale, il secondo invece la soglia di povertà negli Stati Uniti). Ravaillon ha analizzato un’esplosione della classe media così definita, che è passata dal rappresentare un terzo della popolazione mondiale in via di sviluppo nel 1990 a quasi la metà nel 2005 (vale a dire un aumento di circa 1.2 Miliardi in termini assoluti). Questo strato sociale include quasi due terzi dei cinesi ma solo un quarto della popolazione sud asiatica e dell’Africa sub-sahariana. Nancy Birdsall invece guarda alla classe media come ad un agente politico liberale e alza il limite minimo di reddito giornaliero a 10$, inoltre il reddito non deve collocarsi tra il 5% più ricco dei propri connazionali. Secondo questa misurazione la Cina rurale non possiede una vera e propria classe media; stessa cosa per quanto riguarda India, Pakista, Bangladesh e Nigeria. Nelle zone urbane della Cina solo il 3% della popolazione rientra in questa categoria, in Sud Africa l’8%; 19% per il Brasile, 28% per il Messico e 91% negli Stati Uniti.

Due importanti economisti da sempre concentrati sulla tematica della povertà, Abhijit Banerjee e Esther Duflo, offrono una prospettiva basata su un analisi delle famiglie in 13 Stati (includendo Tanzania, Pakistan ed Indonesia), concentrandosi su quelle con reddito compreso tra i 2$ e i 10$ al giorno, chiedendo cosa rappresenti per loro la classe media. Il risultato più sorprendente di questo studio è che coloro che fan parte della classe media non hanno un comportamento molto differente rispetto a coloro che hanno un reddito al di sotto dei 2$. Essi non hanno un approccio più imprenditoriale nella loro gestione dei risparmi. Il tratto distintivo della classe media sembra essere quello di avere un lavoro più stabile rispetto ai più poveri. In Brasile l’attenzione che si da alla classe media che rischia di cadere nella povertà, è molto importante. La stessa cosa non avviene però in Asia, soprattutto nell’Est asiatico.

In Cina quello della classe media è divenuto un tema di discussione sempre più acceso sia in ambito accademico che sui media tradizionali, sin dagli ultimi anni ’90. Prima tale tipo di dibattiti era proibito e molti sono coloro che denunciano ancora forti pressioni ideologiche che contrastano la legittimità di una presa di coscienza generalizzata della classe media.

Gli accademici cinesi tendono oggi ad idealizzare la classe media, disegnandola secondo lo stereotipo americano e senza affrontare una vera discussione critica su tale tema. La classe è vista oggi come il target potenziale dei media cinesi, il cui approccio è anch’esso ispirato dalle pubblicazioni americane come Vogue o Business Week (oggi molto diffuse in Cina). Essa è considerata oggi come il baluardo della stabilità politica e della moderazione negli anni a venire. Alcuni perspicaci commentatori, giornalisti e ricercatori hanno però fatto notare che la nascita di questa classe media è in realtà accompagnata da un aumento interno delle disuguaglianze: la Cina è oggi il Paese con maggiori disparità, il suo coefficiente di Gini è passato da un valore di 0.21 negli anni ’60 sino a 0.46 dei giorni nostri. Anche l’India, in seguito a ondate di liberalizzazioni, vive un fenomeno di aumento dei consumi della classe media, ben rappresentato dallo slogan elettorale “India Shining” dell’Hindu Rights del 2004. Al contrario di quello che avviene in Cina però, questo fenomeno di emancipazione indiano è molto più complesso. Il movimento dell’Hindu Rights è stato tacciato di eccessivo materialismo e di insensibilità sociale; questa manifesta emancipazione consumistica si è rivolta contro il movimento stesso ed il Congresso è ritornato al governo.

La classe media: Consumismo o democrazia?

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In un mondo in cui la modernità della classe operaia e del socialismo sono state dichiarate obsolete, la classe media è divenuta il simbolo dell’alternativa futura. I paesi sviluppati occidentali hanno fondato i loro credo politici sull’emancipazione della classe media, in Nord America in maniera più marcata rispetto all’Europa. Il cuore di tale utopia è quella di un consumismo senza limiti, il consumismo di una classe media che occupa la terra e ne prende possesso comprando auto, case, elettrodomestici etc. Mentre questo fenomeno ispira gli incubi degli ambientalisti, fa venire l’acquolina alla bocca agli uomini d’affari. Il consumo della classe media ha un grande vantaggio: essere utile e compiacente ai privilegi dei ricchi da una parte, e rappresentare l’aspirazione principale delle classi popolari dall’altra. Il lato negativo del consumerismo è invece il suo esclusivismo: coloro che non possono permettersi l’acquisto di beni materiali e semplicemente non fanno parte ne della classe media ne dei ricchi, restano semplicemente esclusi, identificati come “perdenti” e considerati come classe inferiore. Nei paesi in via di sviluppo la “pulizia” degli spazi pubblici è l’indicatore di tale sinistra tendenza, a tal punto che i poveri si trovano esclusi dalle spiagge, dai parchi dalle strade e dalle piazze. Un esempio piuttosto sconcertante di tale “esclusione” è la recinzione della Piazza dell’Indipendenza di Giacarta, che è diventata una sorta di parco a tema riservato alla classe media e che ha privato i poveri di uno dei pochi luoghi ricreativi e d’incontro.

I media liberali guardano all’emancipazione della classe media come l’avanguardia della democrazia. Tuttavia i dibattiti accademici riguardo la classe media asiatica hanno un’opinione meno visionaria del suo ruolo politico. Un’importante ricerca conclude che la classe media è piuttosto indecisa e senza posizioni ideologiche precise riguardo la democrazia e le riforme. Il disgusto per la classe politica, ha provocato in India un fenomeno piuttosto insolito: il tasso di partecipazione elettorale è molto più basso nelle classi sociali medio – alte rispetto a quello che si registra tra i Dalits (o intoccabili) e i poveri. Nel 2004 il tasso di partecipazione elettorale dei Dalits fu del 63,3%, mentre quello delle caste più alte di solo 57,7%. L’America Latina invece ha già fatto esperienza del basso livello democratico della propria classe media. Basti pensare a come quest’ultima sia stata connivente con i regimi dittatoriali o si sia palesemente opposta alla democrazia in Argentina (1955-82), in Cile (1973) ed in Venezuela (2002).

Esiste tuttavia un altro scenario possibile (leggendo gli scritti di Birdsall), secondo cui la classe media, nel caso in cui ci si trovi in situazioni di conflitto tra ricchi ed il resto della popolazione, sembri schierarsi dalla parte di quest’ultima. Come lo studente di Hong Kong Alvin SO, ci ha fatto notare, nell’Est Asiatico la classe media seppur leggermente “situazionale” in termini di presa di posizione rispetto a specifiche riforme, è sempre stata attiva nelle proteste e nelle manifestazioni antigovernative, senza menzionare le innumerevoli manifestazioni contro il FMI e le politiche militari statunitensi. La scesa in campo delle classi medie assieme alle masse popolari fu un segno distintivo dei moti del 1848, il cui eco può essere oggi udito nella Primavera araba del 2011. Dal Cairo a Tunisi, da Barcellona a Madrid, professionisti ed impiegati di mezza età sono scesi in campo al fianco di studenti e giovani disoccupati. Spesso i genitori hanno manifestato assieme ai propri figli, un fenomeno di solidarietà inter-generazionale che non ha precedenti, e che i radicali del 1968 non hanno vissuto.

Mentre da una parte la classe media influisce sulla mancanza di democrazia, ci sono occasioni in cui quest’ultima sia stata decisiva contro lo sradicamento di regimi autoritari. Il più importante esempio del ruolo svolto dalla classe media in mobilitazioni di massa è quello della rivoluzione egiziana del 2011. Quest’ultima, molto importante a causa delle dimensioni del paese, non è stata causata dalla crisi economica importata dai paesi occidentali, ma è piuttosto derivata dai moti rivoluzionari Tunisini. Così come nel resto del nord africa, i movimenti hanno visto come protagonisti donne e uomini istruiti, seppur composti da disoccupati e giovani disoccupati. Diciamo pure che la rivoluzione egiziana non è stata trainata dalla Bildungsbürgertum (come nella Germania del 18° secolo), ma il ruolo di universitari e intellettuali è stata fondamentale per la sua formazione.  

Per di più il regime egiziano non dava alcuna prospettiva di crescita ai nuovi laureati e neanche ai loro parenti sottopagati. Le politiche neoliberali di Gamal Mubarak, figlio di Hosni Mubarak, hanno portato ad un vero e proprio distacco della classe media dal regime, visto che ormai quello che rimaneva dell’eredità di Nasser (imprese, industrie e grandi gruppi nazionali) era ormai solo nelle mani dei grandi magnate egiziani. Al contempo, così come in Europa nel 1848, anche le masse popolari hanno preso parte al processo rivoluzionario sebbene non come forza preponderante (il ricordo del grande sciopero, di El Mahalla El Kobra del 2008, represso dalle forze dell’ordine, ha contribuito alla mobilitazione). La rivoluzione egiziana viene spesso confrontata con gli eventi del “18° Brumaio”: il passato insegna come la parte più radicale della popolazione, di norma concentrata nelle città, debba far fronte al forte conservatorismo tipico delle zone rurali di dimensioni molto più grandi. La Sinistra radicale egiziana infatti ha subito una forte sconfitta durante le elezioni, tuttavia ciò non cancellerà completamente i passi avanti fatti dalla rivoluzione, così come le vittorie di Napoleone III non cancellarono i risultati raggiunti dalle rivoluzioni del 1848. Quanto sopra descritto serve a sottolineare la debolezza delle ribellioni sostenute dalla classe media anche nelle loro forme più vigorose e radicali.

Il consumismo globale della classe media è arrivato, così come una visita ad un qualsiasi centro commerciale di Lima, Nairobi o Giacarta potrà testimoniare. Ciò nonostante, i sogni di consulenti marketing e accademici liberali sul consumismo come fondamento dell’emancipazione della classe media e della stabilità politica che esso ne comporta, sono ormai solo proiezioni future spesso rimesse in discussione vista la maggiore partecipazione delle classi medie alle rivolte. Il modo in cui però tale spirito di emancipazione si manifesta varia nella sua forma e nell’ideologia: le rivoluzioni del Nord Africa, la campagna di Anna Hazare contro la corruzione della politica Indiana, il Tea Party negli Stati Uniti, il supporto della classe media ai movimenti studenteschi in Cile. Addirittura è possibile trovarsi nella situazione in cui dalla classe media nascano due movimenti con ideologie diametralmente opposte, come è avvenuto in Tailandia dove le Camicie Gialle (conservatori) sfidano le Camicie Rosse (sinistra rurale). Non dovremmo quindi restare sorpresi se ci trovassimo di fronte ad altri sconvolgimenti, visto che le classi medie, arrabbiate e desiderose di affermare i propri diritti, possono dar vita a scenari imprevedibili.

Parte prima   Parte terza

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2 thoughts on “La Lotta di classe nel XXI secolo – Parte seconda

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