La Lotta di classe nel XXI Secolo – Parte terza


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Quali possibilità per la classe operaia?

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The Making of the Chinese New Working Class,” 2011. Installation view at Ludlow 38, New York (organized by the Culture and Art Mu­seum of Migrant Workers Beijing)

The Making of the Chinese New Working Class,” 2011. Installation view at Ludlow 38, New York (organized by the Culture and Art Mu­seum of Migrant Workers Beijing)

Il tempo in cui la classe lavoratrice era vista come la protagonista dei movimenti futuri di sviluppo sociale potrebbe apparire molto vicino, ma un suo ritorno é oggigiorno piuttosto improbabile. L’apice del capitalismo industriale europeo e nordamericano é stato capace di rinforzare la forza sociale che ad esso si opponeva, la classe lavoratrice appunto, proprio come Marx aveva previsto. Questo periodo storico é ormai andato. Le economie più sviluppate stanno vivendo ormai da trent’anni un fenomeno imponente di deindustrializzazione, e le loro classi lavoratrice appaiono divise, sconfitte e demoralizzate. Il testimone é ormai passato alla Cina, centro emergente di produzione industriale. I suoi lavoratori sono ancora in gran parte immigrati nel loro stesso paese a causa del persistente sistema hukou, che impedisce il libero spostamento dei cittadini cinesi da una regione all’altra e soprattutto da regioni rurali a quelle urbane. Anche in Cina si sta verificando quello stesso fenomeno di rafforzamento graduale delle masse operaie che ha avuto luogo in Europa nel 20° secolo: manifestazioni di protesta sono sempre più frequenti ed i salari medi stanno pian piano aumentando. Non é da escludere che nel prossimo futuro la Cina possa vivere in maniera molto più marcata il conflitto per la distribuzione della ricchezza tra classi sociali. Le autorità cinesi sono ovviamente consapevoli dei possibili scenari di conflitto, la legislazione cinese del lavoro cerca di tenere a freno gli aspetti più aggressivi del capitalismo: uno degli esempi più rappresentativi in tal senso é la Legge sul Contratto di lavoro del 2008. Contemporaneamente associazioni locali e centri di aiuto alle classi lavoratrici stanno nascendo in ogni angolo del paese, molti dei quali sostenuti da finanziamenti stranieri. Ad ogni modo la nuova legislazione del lavoro, l’eredità Comunista e il diffondersi dei media digitali sembrano poter offrire un più ampio margine di manovra alle organizzazioni autonome dei lavoratori, che probabilmente non cambierà la situazione sociale cinese nel breve periodo, ma permetterà ai lavoratori di beneficiare di un miglior quadro normativo. I lavoratori manuali costituiscono una forza sociale importantissima nell’attuale Cina urbana, sebbene sia oggi difficile riuscire a individuare le cifre esatte attorno alle quali costruire studi e ricerche precise. Sta di fatto che i dati più affidabili su cui si possa contare oggi sembrano dirci che la forza lavoro manuale rappresenti circa un terzo della popolazione registrata. Tuttavia i migranti senza permesso di residenza rappresentano più di un terzo della popolazione che vive in centri urbani; essi lavorano soprattutto nel settore industriale, manifatturiero, delle costruzioni e del catering. Sommando tali cifre si può arrivare ad una stima approssimativa del numero di lavoratori manuali che lavorino nelle zone urbane: da una buona metà a circa i due terzi della popolazione. Tali stime danno immediatamente l’idea della forza potenziale di tale classe sociale nel caso in cui possa cominciare a richiedere in massa un miglioramento delle proprie condizioni di vita. La possibilità di dare il via ad un vero cambiamento però non sembra molto probabile al giorno d’oggi.

Altrove, le trasformazioni politiche dovute alle rivendicazioni dei sindacati rappresentanti delle classi operaie sembrano ancora più improbabili. Le classi industriali in India sono più piccole in numero rispetto a quelle cinesi: poco più di un sesto della forza lavoro totale contro un quarto in Cina. Imprese famigliari e lavoro autonomo giocano ancora un ruolo molto importante. Sebbene tra questi una gran parte (38% del totale) aderisce alle unioni sindacali, essi restano molto divisi tra loro: esistono in India circa 12 sindacati, e quelli più grandi sono legati ai maggiori partiti politici. L’apice di potere raggiunto dalle unioni sindacali é stato raggiunto in India, così come in Europa, negli anni 80’, ma ha sofferto importanti sconfitte nel tempo sia nei distretti industriali, sia nei centri di produzione tessile (Bombay) e della juta (Calcutta). E’ chiaro come i sindacai indiani non siano riusciti a dar vita ad un punto di riferimento per le masse povere.

Sin dalla caduta di Suharto, in Indonesia c’é stato un ritorno alla ribalta dei sindacati. Questi pero si sono caratterizzati per le loro dimensioni piccole (soprattutto differenziati per impianto industriale), per la loro concentrazione nel settore formale (la forza lavoro legale e non sommersa, conta per circa un terzo della forza lavoro total) e per la loro tendenza a rappresentare soprattutto i cosiddetti “colletti bianchi” (white collar: impiegati di banca per esempio). I diritti dei lavoratori che fanno parte del settore formale si sono rafforzati ultimamente, soprattutto grazie al Manpower Act del 2003. Tuttavia il lavoro come fattore produttivo é ancora lungi dall’esser considerato un elemento preponderante del sistema, che bisognerebbe tutelare e persino nel settore formale la percentuale di lavoratori  sindacalizzati é molto bassa (circa un decimo). Ci sono stati anche dei tentativi di creazione di un partito dei lavoratori, senza alcun risultato. Il primo Maggio 2012 é stato celebrato da circa 9.000 lavoratori, fiancheggiati però da circa 16.000 poliziotti. Questo la dice tutta sulla forza attuale della classe lavoratrice in Indonesia.

In Corea del Sud la situazione non é migliore. Seppure il Paese sia uno dei pionieri dello sviluppo economico assieme a Cina, India ed Indonesia, é molto difficile che si riesca a riprodurre qui un movimento sociale comparabile ai movimenti operai europei del 20° secolo, sebbene i sindacati abbiano qui un ruolo importante. Lo sfruttamento dei lavoratori subito ad opera dei regimi totalitari durante il periodo della Guerra Fredda, é stato sfruttato pienamente dalle forze democratiche negli anni 80’, che sono riuscite ad imporsi a livello politico. Da allora però il Paese vive un costante processo di de-industrializzazione dovuto alla crescita dell’occupazione nel settore dei servizi. C’é da dire comunque che una delle associazioni dei lavoratori riesce oggigiorno ad essere rappresentata in parlamento.

La classe lavoratrice russa, protagonista della Rivoluzione del 1917 é stata in gran parte schiacciata a causa della guerra civile degli anni successivi; le masse lavoratici riacquisirono nuovamente peso durante il periodo Sovietico, ma furono nuovamente messe da parte dal ritorno del capitalismo negli anni 90’. I grandi scioperi del 1989 e 1991 furono in grado di indebolire la Russia Sovietica, e contribuirono alla caduta di Gorbachev; tuttavia la Russia post-Soviet non si é mostrata capace di offrire alle classi lavoratrici più di quanto i vecchi regimi non avessero fatto. Al contrario la speranza di vita é caduta drasticamente negli anni dell’avvento del capitalismo. Nonostante ciò il Partito Comunista non é riuscito a riproporre una strategia di svolta che segui ideali progressisti, resta invece piuttosto ancorato a vecchi ideali di nazionalismo e ottiene il supporto di una parte della popolazione nostalgica dei fasti del passato. Nessuna forza social-democratica é stata capace di affermarsi e i sindacati stessi, seppur ben radicati nel tessuto sociale, han fatto pochissimo negli interessi dei lavoratori.

Il movimento sindacale costituito dai lavoratori del settore industriale ha dato vita nella città di San Paolo un veicolo di successo politico, il partito dei lavoratori (PT) il cui candidato è riuscito nel 2002 dopo quattro tentativi a farsi eleggere come presidente del Brasile. Il PT è riuscito a trasformare il panorama sociale del paese, riducendo l’estrema povertà, aumentando la scolarizzazione dei meno abbienti, e portando molti più lavoratori nella legalità (permettendo quindi l’accesso a migliori condizioni di lavoro). Il PT è però da sempre una coalizione di movimenti sociali differenti tra loro, ed i suoi presidenti ed esponenti regionali hanno spesso dovuto tessere relazioni impregnate di clientelismo e corruzione. Il Brasile è comunque oggi l’unico grande paese con una coalizione di governo di sinistra così forte. Ciò alimenta le più forti speranze di cambiamento sociale dei giorni nostri.

Il Sud Africa è un’altro paese che vive un forte processo di sviluppo economico e che abbia allo stesso tempo un movimento dei lavoratori forte e ben organizzato (parte integrante della coalizione che ha lottato contro l’apartheid). Tuttavia l’ANC (African National Congress), partito che è stato alla guida del paese sin dagli anni 90’ durante la transizione verso la democrazia, ha alimentato le elites economiche nere: un esempio di tale processo è l’ex leader dei minatori sudafricani, Cyril Ramaphosa, che è oggi un benestante uomo d’affari. Nonostante una sostanziosa riduzione della povertà, nel 2009 le disuguaglianze erano probabilmente più forti rispetto al periodo di lotta contro l’apartheid. Il grande sciopero dei minatori, iniziato nell’Agosto 2012 è stato sostenuto da una nuova forza sindacale, fuori dalla sfera di influenza politica dell’ANC: i modi in cui tale sciopero è stato contrastato son ben noti (strage di lavoratori e utilizzo delle vecchie leggi risalenti al periodo dell’apartheid contro i manifestanti). Qualunque sia l’esito di tale onda di scioperi, l’egemonia della classe operaia in Sud Africa non sembra avere rosee prospettive. Restando sempre nel continente africano, è da sottolineare il tentativo della federazione dei lavoratori di dar vita ad un partito politico in Nigeria nel 2002 con il supporto dell’UE e della fondazione tedesca Friedrich Ebert. Il tentativo non ha portato i frutti sperati: il partito non è riuscito mai a radicarsi veramente tra i membri dei sindacati e i suoi leader hanno sin da subito mostrato di preferire le forme più tradizionali di politica clientelare.

Nello scenario politico sociale di oggi è difficile assistere a marce di lavoratori che rispettino la definizione classica a cui ci si è stati abituati, soprattutto nel 20° secolo europeo, sebbene ci siano diversi tentativi su fronti e territori più disparati. Possiamo aspettarci che la classe lavoratrice possa aumentare le proprie pretese dinnanzi alla forza rappresentata dai nuovi gruppi industriali transnazionali, e che possa diventare più ambiziosa nel tempo ed in grado di organizzarsi in maniera più efficace.

Sebbene sia difficile immaginarsi un cambiamento della società dovuto alla Piccola Dialettica Marxista della lotta di classe, l’espansione del capitalismo e l’aumento delle disuguaglianze non farà sicuramente passare la classe lavoratrice in secondo piano nel 21° secolo.

Le prospettive del Socialismo Latino-americano

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La bandiera rossa è oggi passata dall’Europa all’America Latina. Quest’ultima è l’unica regione del mondo in cui oggi il socialismo è all’ordine del giorno, e in cui le forze politiche al governo (Venezuela, Ecuador e Bolivia) cominciano a parlare di “Socialismo del 21° secolo”. L’America Latina è anche l’unica regione in cui i governi di centro sinistra hanno una stabile posizione di potere, grazie al peso non trascurabile di due grandi economie emergenti come Brasile ed Argentina, ed è anche l’unica regione in cui le disuguaglianze si riducono sempre più, seppur partendo da livelli esorbitanti. Il socialismo di Morales, Correa e Chavez è un nuovo fenomeno politico che, si distacca in maniera netta dai modelli della sinistra euroasiatica del 20° secolo, ed è allo stesso tempo un fenomeno piuttosto eterogeneo. Esso ottiene il supporto da disparate strati della società: i poveri residenti nelle zone urbane (abitanti degli slums, lavoratori occasionali e venditori ambulanti); cittadini di origine africana o indigena; elementi progressisti della classe media (professionisti e colletti bianchi). I lavoratori del settore industriale non giocano un ruolo di primo piano in tale fenomeno socialista latino-americano: mentre ciò che resta della classe proletaria delle mine boliviane si sono uniti ai coltivatori di coca per sostenere Morales, il principale sindacato venezuelano ha appoggiato il colpo di stato del 2002 contro il governo presieduto da Chavez. I governi di centro sinistra del Cono Sud hanno una base sociale diversa rispetto a quella dei paesi andini: dato il grado di industrializzazione superiore (soprattutto in Brasile e Argentina) in questi paesi la forza lavoratrice tradizionale ed i suoi sindacati giocano un ruolo più importante.

Le ideologie che sottendono le forze progressiste in America Latina sono però caratterizzate da correnti differenti. Hugo Chavez ad esempio si ispira al nazionalismo di sinistra del Perù e vede Fidel Castro come mentore inamovibile, sebbene abbia sviluppato uno stile di populismo democratico tutto suo, rifacendosi alla figura di Simon Bolivar. Morales dal canto suo è un leader indigeno che deve le sua spiccate capacità di negoziazione al periodo di militanza nei sindacati dei coltivatori di coca, e che lavora sempre al fianco dell’indigenista veterano Alvaro Garcia Linera, suo vice-presidente. Rafael Correa invece, presidente dell’Ecuador, è un economista influenzato dalla Teologia della Liberazione, sostenuto da una serie di giovani pensatori ispirati da ideali che vanno dal nazionalismo di centro sinistra al Marxismo. I movimenti politici che girano attorno alle figure di Dilma Rousseff, Cristina Fernández de Kirchner e José Mujica si collocano più o meno sulle stesse posizioni di coloro che abbiamo appena menzionato. In Messico, il movimento capeggiato da Andrés Manuel López Obrador (sconfitto due volte alle elezioni), combina aspetti tipici dell’austerità repubblicana a elementi di politica social-democratica.

Sebbene questo “socialismo latino-americano” potrebbe non essere un modello politico esportabile nel resto del mondo, é sicuro che se ci saranno radicali trasformazioni sociali negli anni a venire, essi avranno molti più elementi in comune con i fenomeni politici dell’America Latina che con i fenomeni di rivoluzione sociale dovuti alle rivendicazioni delle masse operaie, come avvenuto nel 20° secolo in Europa (la classe operaia é infatti oggigiorno una minoranza, soprattutto se si considera l’Africa e l’Asia). Nonostante l’aumento del tasso di alfabetizzazione e nonostante i nuovi mezzi di comunicazione i movimenti delle classe popolari si scontrano oggi a grandi ostacoli: divisioni tra etnie, correnti religiose e natura del settore lavorativo. Solo le organizzazioni ed i programmi che prendono in considerazione tali aspetti, andando oltre ogni tipo di “inutile” divisione, potranno mettere assieme i vari strati sociali proletari.

Su scala locale non è difficile trovare iniziative basate su tale unione di differenti categorie sociali. I cocaleros boliviani, abili nel dar vita a movimenti di lotta, si sono untiti all’esperienza dei minatori disoccupati formando un’unica forza politica. In Mozambico uno dei sindacati dei lavoratori ha unito le sue forze a quelle dei venditori ambulanti, così come è successo in Sud Africa – sede dell’Associazione internazionale dei venditori ambulanti (StreetNet) – in Messico – nella cui capitale essi sono riusciti a far valere le proprie istanze. Le lavoratrici indiane che fan parte della forza lavoro sommersa, hanno fondato le proprie organizzazioni di sostegno reciproco in città come Mumbai, Chennai e Ahmedabad, e sono riuscite a creare un proprio organo di rappresentanza, il SEWA (Self-Employed Women’s Association). I sindacati dei lavoratori hanno per di più partecipato alle rivolte tunisine contro il presidente Ben Ali. Un altro esempio di unione tra sindacati e altri movimenti della società civile è quello della campagna per il “salario minimo” nell’industria dell’abbigliamento in Asia (Asian Floor Wage), un’iniziativa trans-nazionale emersa dal World Social Forum di Mumbai e appoggiata non solo dai sindacati ma anche dalle organizzazioni per i diritti delle donne e da numerose ONG. La coscienza di classe diventa in questo contesto una bussola che serve ad orientare verso un’unione degli sfruttati, degli oppressi e dei meno abbienti, a prescindere dalle loro origini, dalle loro credenze religiose o categorie lavorative. Le alleanze sociali tra questi strati eterogenei facenti parte della stessa classe di ”sfruttati” non hanno ancora preso forma ed è impossibile oggi riuscire ad indicare chi prenderà il ruolo guida dei movimenti sociali, che basati su tali principi, possano portare ai cambiamenti futuri. Senza una coscienza di classe forte, senza quella bussola che dovrebbe orientare verso la solidarietà tra poveri e sfruttati, anche i più forti movimenti sociali non riusciranno a sconfiggere e ridurre le disuguaglianze strutturali del capitalismo moderno.

Secondo uno sguardo da sociologo è possibile quindi identificare quattro prospettive future: un consumismo globale guidato dalla classe media; una ribellione politica delle classi medie; movimenti di lotta delle classi industriali nell’Est asiatico, che diano forse il via a nuovi compromessi sociali; oppure eterogenee mobilitazioni delle classi popolari. Le classi sociali avranno un importanza fondamentale nei processi di cambiamento del 21° secolo seppure non si è in grado di capire quale possa essere il carattere sociale preponderante.

La nuova geopolitica della Sinistra

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La scomparsa del socialismo industriale eurocentrico ha delle implicazioni di vasta portata, non solo per la costituzione delle forze sociali ma anche per la loro organizzazione. Il partito inteso come forma politica ha perso gran parte della sua attrattiva, soprattutto se si considera sia l’esempio della Social-Democrazia Tedesca e quello del Partito Comunista Italiano (entrambi partiti che hanno raccolto i voti di milioni di elettori). I sindacati al di fuori dell’Europa hanno intuito i limiti di tale forma partitica e provano a costruire relazioni molto più solide con i movimenti della società civile e con le ONG. L’organizzazione formale però sembra essere ancora molto importante per poter ottenere una certa influenza politica. Basti pensare all’esempio dell’Argentina: nel 2001 le rivolte popolari trovarono una rappresentanza politica organizzata (la sinistra del movimento Peronista), al contrario degli indignados spagnoli, incapaci di ottenere una qualsiasi rappresentanza in parlamento. Stesso discorso può esser fatto se si considera la Primavera Araba del 2011 in Egitto: il partito dei Fratelli Musulmani è riuscito ad ottenere successo politico al contrario dei movimenti laici e radicali della popolazione, incapaci di darsi una struttura organizzativa adeguata. Non dobbiamo quindi farci distogliere troppo dalla capacità dei social network di mobilizzare i cittadini; è necessario che queste mobilitazioni possano sfociare in una forza politica stabile.

Dato ciò, una nuova forte dinamica si è tuttavia messa in luce negli ultimi anni. Abbiamo assistito alla nascita di network e movimenti decentralizzati e poco gerarchici, quasi piatti nella loro struttura organizzativa: dai militanti di al-Qaida al Tea party, da Occupy ai movimenti di protesta della Primavera Araba. Le organizzazioni senza leader, in America spesso chiamate “starfish organization” sono ormai sempre più oggetto di discussione nella letteratura del Management. Il carattere non gerarchico di tali network non è di per sé democratico, ne progressista, come gli esempi sopracitati mostrano; tuttavia la partecipazione collettiva al dibattito ed l’autonomia individuale sono un’eredità vitale del ’68 che deve assolutamente essere parte di un qualsiasi progetto futuro di sinistra.

Ideologicamente i nuovi movimenti sono stati alimentati e trainati da una miscela di indignazione e pragmatismo. L’indignazione ed il rigetto ha mobilitato migliaia di persone nonostante gli obiettivi di tali movimenti cambino in maniera abbastanza evidente: gli insulti alla fede islamica hanno ispirato molte proteste in numerosi paesi arabi; la riduzione degli interessi sui prestiti e l’assistenza sanitaria ai meno abbienti ha provocato la rabbia dei sostenitori del tea Party americano; il movimento Occupy sfrutta la rabbia popolare contro i salvataggi delle banche e contro il costante abbassamento degli standard di vita della popolazione sotto un cronico programma capitalista. Il sentimento di rifiuto e indignazione anima il coraggio e l’attivismo di tali movimenti, creando così una dinamica di conflitto con quelle istituzioni che si oppongono ai valori del movimento. Il loro pragmatismo invece li porta a mostrare una certa flessibilità tattica e ad evitare scontri dottrinali. Dopo la scomparsa del socialismo europeo dell’epoca industriale sarà interessante capire come i movimenti di sinistra possano convogliare tali forze sociali, ma sicuramente essi si opporranno alle disuguaglianze ed all’arroganza imperialista.

La classe operaia del 20° secolo è perlopiù una creazione europea. Essa è emersa all’interno del sistema sociale europeo basato sulla famiglia, caratterizzata da legami con la parentela di secondo/terzo grado piuttosto deboli e da una certa autonomia dei giovani, i quali formano le loro proprie famiglie senza alcun tipo di obbligazione nei confronti dei loro predecessori. Questi elementi caratteristici della società europea hanno facilitato un adattamento rapido e massiccio a nuove idee e pratiche sociali. Il percorso dell’Europa verso la modernità ha dato vita ad un spazio sociale : nel 20° secolo gran parte degli Stati europei ha vissuto conflitti interni tra classi sociali e allo stesso tempo il ruolo solido della religione è stato indebolito a causa della sua manifesta associazione agli ormai passati e decaduti “anciens regimes”. Lo sviluppo del capitalismo ha dato vita ad una classe operaia che poteva contare su un grado medio di istruzione piuttosto elevato (derivante dal periodo pre-industriale) e sulle corporazioni di arti (guild organization) basate sula divisione dei mestieri. A causa della posizione di egemonia dell’Europa, il suo modello di politiche di classe si è diffuso negli altri continenti: grazie a canali imperialisti di educazione (i paesi arabi ad esempio pullulano di scuole private francesi), grazie ai flussi migratori verso l’Oceania e le Americhe, e grazie anche al modello Sovietico anti-imperialista. Il modello di studio e ricerca sulle politiche sociali ed economiche legate alle classi si è così diffusa un po’ dappertutto, in ogni angolo del mondo, adattandosi ovviamente alle realtà locali. Il movimento delle classi operaie è stato un dono europeo al mondo interno. Esso ha ispirato numerose forze socio-politiche: dai partiti laburisti e egli agricoltori nel Nord America, al socialismo indo americano di Mariategui in Perù, dai tentativi di creare un socialismo di stampo arabo o africano, alle mobilitazioni degli agricoltori cinesi e vietnamiti spinti dai partiti comunisti locali. Quest’eredità storica non è stata erosa dal tempo, ma è pur vero che oggi l’Europa non sembra poter essere il precursore di una prospettiva globale di emancipazione, sviluppo e giustizia. Sembra che l’Europa non sia capace nemmeno di assicurare una tale prospettiva ai suoi stessi popoli.

La sinistra del 20° secolo aveva due importanti fonti di ispirazione. Una era legata all’Europa Occidentale: in particolare la Francia della Rivoluzione e la Germania dei movimenti Marxisti dei lavoratori. Questa sinistra ha rappresentato le fondamenta del futuro politico sociale di gran parte dei paesi più sviluppati. Essa ha fornito anche un determinante appoggio pratico alle forze di sinistra extra-europee: basti pensare al ruolo svolto dalla Francia, sempre disponibile ad accogliere esiliati radicali provenienti da qualsiasi paese; il movimento dei lavoratori tedesco, rafforzato dall’esperienza e ben strutturato in termini organizzativi ha sostenuto il finanziamento dei “compagni” più poveri ( la Friedrich Ebert Stiftung continua a farlo). L’altra fonte di ispirazione viene dalla periferia del potere e della ricchezza, viene dai paesi in cui le rivoluzioni popolari che hanno cambiato il loro destino sono state sostenute da correnti politiche ispirate al Marxismo Europeo. Parlo ovviamente dell’Unione Sovietica, seguita nelle sue trasformazioni da Cina e Cuba. Questi paesi hanno sostenuto l’ascesa al potere in di forze politiche di sinistra o anti-imperialiste in numerosi paesi, sia in termini politici che finanziari.

Oggigiorno l’America Latina, con tutta la sua eterogeneità sociale, con il suo  mosaico ideologico, è la regione mondiale che più si avvicina al concetto di fulcro mondiale della sinistra. E’ molto probabile però che la sinistra del 21° secolo sia caratterizzata da un fenomeno geograficamente decentrato, e l’America Latina è forse troppo piccola per poter illuminare la sinistra mondiale, sebbene le riforme in atto in questa regione siano molto estreme e radicali. Perché si possa assistere ad un fenomeno globale significativo di ascesa al potere della nuova sinistra, è necessario che radici più profonde siano messe in Asia.

Siamo oggi testimoni della nascita di una nuova era: nuove relazioni tra classi sociali e nazioni, tra ideologie, identità e politiche di sinistra stanno prendendo forma. La fine della Guerra Fredda non ha portato ad alcun “peace dividend” (così come Bush e Tatcher avevano promesso) ma semplicemente a nuovi cicli di guerre. Il trionfo del capitalismo occidentale non ha portato ad un benessere diffuso, ma ad un incremento delle disuguaglianze e a numerose crisi economiche susseguitesi a poca distanza tra loro: Est Asia, Russia, Argentina, ed oggi Europa. Le classiche fonti di preoccupazione per la sinistra, quali lo sfruttamento capitalista, l’imperialismo, le discriminazioni di sesso o etnia, continueranno a caratterizzare anche il 21° secolo. La battaglia andrà avanti, di questo siamo sicuri. Ma chi sarà il protagonista di tale lotta? La classe media o le classe popolari?

Parte Seconda 

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