La Nuova Teoria della Dipendenza


La crisi economica che è iniziata verso la fine 2007, e che sembra dover durare per i prossimi anni, ha evidenziato il ruolo fondamentale giocato dai mercati finanziari mondiali nel creare quelle che possono essere descritte come nuove relazioni di dipendenza. La vecchia teoria della dipendenza era una teoria strutturale Marxista. Essa ipotizzava che l’economia capitalista mondiale sia strutturalmente organizzata per facilitare massicci trasferimenti di capitale dai paesi in via di sviluppo al mondo sviluppato. La nuova teoria della dipendenza è in linea con la vecchia nel confermare che i flussi netti di capitali in uscita dai paesi in via di sviluppo continuino ormai in maniera ininterrotta da almeno trent’anni. Tuttavia la differenza chiave tra la nuova e la vecchia teoria della dipendenza sta nel fatto che la prima vede in questi flussi di capitale un male non solo per i paesi in via di sviluppo ma anche per quelli sviluppati. 

Tax havens - Tax Justice Network

Tax havens – Tax Justice Network

Le ragioni alla base di tale fenomeno sono due. La prima è che i flussi di capitale non sono integralmente destinati a restare nei paesi sviluppati. Al contrario, i trasferimenti di risorse finanziarie dai paesi in via di sviluppo raggiungono i capitali già presenti in destinazioni offshore. La seconda è che anche i paesi sviluppati sono soggetti a flussi di capitale in uscita. In contrasto con la vecchia teoria della dipendenza, la nuova afferma che i movimenti di capitale non operano necessariamente su scala regionale o sub-regionale e che i fenomeni da essi innescati non sono più legati al fattore geografico. Al contrario il mercato finanziario globalizzato è emerso come una gigantesca macchina redistribuiva capace di giocare un ruolo importantissimo nelle dinamiche di aumento delle disuguaglianze tra ricchi e poveri.

Nei paesi sviluppati, il risultato principale di tali movimenti illeciti di capitale in uscita è l’aumento delle disuguaglianze e l’erosione della base di ricchezza imponibile, visto che le aliquote di imposizione effettiva sui profitti delle grandi aziende o sui redditi degli individui più ricchi si riducono costantemente (al contrario delle aliquote di imposizione nominale). Per i paesi in via di sviluppo questi problemi  sono acutizzati ulteriormente da altre difficoltà: deboli strutture amministrative, economia sommersa, mancanza di capitali per i progetti infrastrutturali di base ed eccessiva dipendenza dai capitali stranieri (in forma di aiuti) che alimenta dinamiche politico-economiche piuttosto dannose. Nello specifico:

– Il fatto che le elites locali possano contare su fonti di reddito alternativo, dovuto ai movimenti illeciti di capitale, riduce il bisogno di accordi negoziati tra governo e società civile per il finanziamento dello Stato (un elemento fondamentale per lo sviluppo del modello democratico europeo). Ciò minaccia lo sviluppo di istituzioni efficienti e responsabili ed alimenta la corruzione.

– La vicinanza e la prossimità di grandi centri finanziari offshore impedisce ad alcuni paesi di dar vita a sistemi finanziari autonomi e ben radicati al paese stesso.

L’architettura del settore bancario privato internazionale

Dal 1970 consistenti surplus di capitale provenienti dagli stati membri dell’OPEC – i cosiddetti “petrodollari” – affluivano negli appena nati mercati finanziari non regolamentati (conosciuti come Euromarkets, nati a Londra e considerati oggi come l’origine dell’offshore e dei paradisi fiscali (1)) che guadagnavano sempre più peso e importanza a livello mondiale. Howard Wachtel (Wachtel 1977) calcola che, nei tre anni che seguirono il primo shock petrolifero (e quindi dal 1973 al 1976), i paesi dell’OPEC abbiano accumulato un surplus in conto corrente di circa 158 Miliardi di dollari. La grande maggioranza di questi petrodollari era depositata in banche multinazionali basate negli Stati Uniti, ma effettivamente essi non erano soggetti alla legge statunitense; era come se non fossero effettivamente depositati sul territorio americano. Questi capitali si aggiunsero alla crescente massa di capitali destinati ai mercati offshore, gli Euromarkets.

Al cuore della rete di attività degli Euromarkets, Wachtel identificò la nascita di quelle che poi saranno chiamate Large Complex Financial Institutions (LCFIs). La prima analisi completa fatta da Park nel 1982 sul nuovo fenomeno dei paradisi fiscali (centri finanziari offshore OFCs) supportava la tesi sostenuta da Wachtel: Park dipingeva uno scenario in cui i mercati finanziari internazionali (wholesale finacial markets e non i retail financial markets) si integravano sempre più operando attraverso città e isole diffuse attorno a tutti i principali centri economico-commerciali mondiali, e che cominciavano ad esser descritti come OFCs grazie alla loro specializzazione nella non-resident finance (nelle attività finanziarie appartenenti a non residenti). La caratteristica non territoriale degli Euromarkets diede vita ad importanti economie di scala in ambito finanziario, integrando differenti mercati finanziari in un solo mercato globale. Molti degli OFCs svilupparono così una funzione di centri di “finanziamento” o di “raccolta” di capitali: insomma strutture capaci di finanziare e/o sfruttare le operazioni finanziarie dell’Euromarket (per capire il significato di Euromarket, nota a fine articolo).

Due studi effettuati in seguito sugli Offshore Financial Centers hanno messo in luce un fenomeno piuttosto netto: l’integrazione costante dei mercati finanziari. Un report finanziato dalla Bank of England nel 2001 ha dimostrato e affermato che “l’intermediazione finanziaria di cui si occupano le istituzioni, aventi sede in molti OFCs, era un’attività quasi interamente “entrepot” ” (Dixon 2001, pag 104). Il report identificava l’immensa rete di flussi di capitali in entrata ed in uscita venutasi a creare tra i centri offshore stessi. Alcuni filoni di ricerca su tali fenomeni sono stati poi trattati in uno studio globale effettuato dal Fondo Monetario Internazionale (2010) che ha esaminato  i processi che hanno contribuito a quella che viene definita international financial interconnectedness. Tale studio ha messo in luce numerose caratteristiche di tale mercato finanziario globale, astenendosi però dal congetturare sulle implicazioni politico-economiche di tale fenomeno ormai in stato avanzato.

Qui di seguito le maggiori conclusioni dello studio:

– I paesi sono interconnessi a determinati centri o “nodi”, verso i quali tali paesi sono esposti e attraverso i quali opera la gran parte della finanza globale, cosiddetti common lenders and borrowers (prestatore e prestatario). Queste interconnessioni danno vita a reti di transazioni che si verificano in gran parte attraverso un piccolo gruppo di large complex financial institutions (LCFIs). Queste sono le stesse istituzioni identificate da Wachtel nel 1970.

– Questi LCFIs sono operatori sistemici la cui importanza è misurata secondo le loro attività legate alla gestione di strumenti finanziari come obbligazioni, U.S. asset backed securities, syndicated loans, azioni ordinarie, e operazioni di finanza strutturale (basate cioè su operazioni di trasferimento di rischio). Queste istituzioni operano secondo strategie di gestione degli attivi-passivi bancari (asset and liabilities management) e sono impegnate, direttamente o indirettamente attraverso le loro affilate, in operazioni bancarie, obbligazionarie e assicurative.

– Gli LCFIs comprendono istituzioni bancarie o non bancarie come le banche d’investimento, i money market fund (istituzioni che investono in strumenti di liquidità come bond a breve termine o titoli di credito commerciali) e i SIV (structured investment vehicles, veicoli di investimento strutturato). Le istituzioni non bancarie sono spesso legate alle banche, anche attraverso meccanismi di aumento del credito e della liquidità: attività in parte alimentate dal desiderio di aggirare le regolamentazioni.

– Studi successivi effettuati dalla Federal Reserve hanno soprannominato questo mondo confuso di complesse istituzioni finanziarie legate ai LCFIs “Sistema Bancario Collaterale” o “sistema bancario ombra” (Shadow Banking System). Lo studio del FMI invece mostra come tale sistema sia addirittura più grande del sistema bancario ufficiale.

– Lo studio del FMI inoltre mostra, così come Park aveva già argomentato negli anni ’80, che le infrastrutture di pagamento e gli accordi esistenti in tale mercato finanziario offshore siano “altamente concentrati”.

Finanza sregolata, flussi di capitale ed evasione fiscale

Sebbene lo sviluppo di questo mercato finanziario globale non possa essere attribuito ad un piano deliberato, è chiaro che l’attuale struttura si presti a servire scopi particolaristici e contribuisce alle patologie che sono al cuore dell’attuale crisi economica. Queste patologie includono:

– Le enormi quantità di capitali depositate in centri offshore dalle classi più abbienti per evitare l’imposizione fiscale, altera e distorce la distribuzione di reddito e ricchezza a livello mondiale.

– Regulatory arbitrage e sviluppo di un sistema bancario ombra per aggirare le regolamentazioni già esistenti in materia finanziaria.

– La progressiva affermazione del sistema bancario ombra, per superare i limiti strutturali di crescita dell’industria finanziaria, contribuisce ad alimentare la liquidità in maniera artificiale, elemento cardine dell’attuale crisi economica (Nesvetailova 2010).

E’ paradossale il fatto che una delle prime versioni della nuova teoria della dipendenza sia stata in realtà articolata in un libro che nasceva piuttosto come una difesa del sistema bancario svizzero. Fehrenbach, nel libro The Gnomes of Zurich (1966), sosteneva che gli abbondanti flussi di capitale che alimentavano il riservato sistema bancario svizzero davano una certa stabilità ad un sistema sempre più volatile. Fehrenbach inoltre affermava che le tre più grandi banche svizzere (UBS, Credit Suisse, Swiss Bank Corporation) avessero accumulato circa 500 Miliardi di dollari di attivo proveniente dai paesi del terzo mondo durante gli anni ’60, che furono poi reinvestiti in gran parte nei paesi sviluppati. Fehrenbach, con tale affermazione, andava contro quella che era la teoria economica dominante secondo cui i paesi meno sviluppati (LDCs, less developed countries) fossero destinatari netti di capitale proveniente dal mondo sviluppato.

Durante gli anni ’80 e ’90, diverse sono state le inchieste e gli studi effettuati sul deleterio impatto delle tecniche di commercio intra-aziendale (intra-trade transfer pricing techniques(2)) perpetrate dalle multinazionali e dalle corporations, in particolare nel settore minerario/estrattivo dei paesi in via di sviluppo. Il primo studio completo su tali tecniche commerciali di evasione fiscale, ha accertato che i flussi internazionali di denaro illecito sono dell’ordine di circa 1/1,6 trilioni di dollari all’anno (Baker 2005). Circa il 70% di tale evasione è dovuto alle tecniche di transfer pricing. La metà di questi capitali, circa 500 – 800 Miliardi di dollari, fuoriescono ogni anno dai paesi in via di sviluppo e affluiscono nei grandi centri finanziari offshore (OFCs).

La prova più evidente di queste nuove relazioni di dipendenza economica è stata fornita da una recente analisi della ricchezza finanziaria privata registrata nei paesi offshore (Henri 2012). Questa stima che almeno 21/32 trilioni di dollari di attività finanziarie – circa il 18% di tutte gli asset finanziari mondiali – sono registrati in paesi offshore (2010). Lo studio è riuscito a tracciare la provenienza di tali attività finanziarie e mette in evidenzia come tra queste circa 9,3 trilioni di dollari appartengano a residenti di 139 paesi a reddito medio-basso.

Questo studio sottolinea come sia fondamentale non lasciarsi trarre in inganno dalla voce “debiti” del Bilancio dello Stato: è sbagliato infatti considerare debitore uno Stato che abbia livelli elevati di passività. Infatti sin dal 1970, pare che le elites private siano state capaci di accumulare nei paesi in via di sviluppo e del terzo mondo dai 7,3 ai 9,3 trilioni di dollari (con il grande aiuto del sistema bancario internazionale)… compariamo ora questo dato con il debito estero lordo aggregato di questi paesi: 4,08 trilioni di dollari; e con il debito estero netto aggregato (al netto delle riserve monetarie estere, gran parte delle quali sono investite in obbligazioni dei paesi sviluppati): 2,8 trilioni di dollari. In totale, grazie al sistema finanziario offshore, i paesi in via di sviluppo e del terzo mondo sono in realtà prestatori netti nella misura di 10,1 – 13,1 trilioni di dollari. In confronto, il vero valore del debito estero lordo e netto dei paesi in via di sviluppo o del terzo mondo ha raggiunto il suo picco massimo (rispettivamente di  2,2 $ trilioni e di 1,43$ trilioni) nel 1998, ed è in declino sin d’allora (Henri 2012, 4-5).

La quantità di trasferimenti combinati di attività finanziarie dai paesi a medio – basso reddito verso conti detenuti nei paesi offshore è circa 10 volte il PIL annuale dell’intero continente africano. Proposto in maniera diversa: per ogni dollaro che un paese povero riceve dai piani di aiuto allo sviluppo, più di dodici ne fuoriescono verso conti correnti offshore.

L’impatto della Nuova Teoria della Dipendenza

Qual è l’impatto di una massiccia perdita da parte di paesi a medio – basso reddito di capitali che affluiscono nei centri offshore? Il modello di sviluppo economico tipico dei paesi facenti parte dell’OECD è basato sui “principi di un compromesso relativamente stabile tra capitale e lavoro, ai quali si interpongono alcune caratteristiche come una democrazia elettorale, alti livelli di spesa pubblica e crescita economica piuttosto stabile e continua” (Moore, 2013, 19). Molti paesi in via di sviluppo invece soffrono di meccanismi di mercato fallimentari o assenti, corruzione diffusa ed un’importante ruolo giocato dall’economia sommersa. Tutte queste dinamiche sono favorite dalla facilità con cui i capitali vengono inghiottiti dal sistema finanziario offshore. Per di più è stato recentemente dimostrato empiricamente e teoricamente che un sistema di tassazione ben gestito è un componente essenziale di qualsiasi politica di sviluppo. Le entrate fiscali sono necessarie non solo per finanziare la macchina statale, ma anche per costruire relazioni durature tra i cittadini ed il proprio governo dando vita ad istituzioni stabili nel lungo termine, elementi cardine del modello statale dei paesi OECD (Bräutigam, Fjeldstad, and Moore 2008). I movimenti di capitale descritti dai teorici della nuova teoria della dipendenza facilitano l’evasione fiscale ed erodono in maniera consistente la base imponibile dei paesi in via di sviluppo.

Il sistema finanziario offshore inoltre permette alle elites politiche di accumulare risorse illecite.  Mick Moore afferma in un suo articolo che i paradisi fiscali “permettono a coloro che comandano quello che io definisco “i profitti delle elites politiche”, di nascondere queste entrate o di riciclarle in business apparentemente leciti …(e) facilita e stimola la corruzione, i traffici di droga, le guerre per i diamanti, la pirateria e il furto dei profitti provenienti dallo sfruttamento di risorse naturali” (Moore 2013, 24). Questo fenomeno ha anche la capacità di liberare le elites politiche dalla loro storica dipendenza dal sistema fiscale e dalla tassazione come mezzi di finanziamento della macchina statale, incoraggiando e alimentando lo sviluppo di stati autoritari e istituzionalmente fragili. Esiste pertanto un chiaro legame tra i flussi illeciti di denaro da/verso i paradisi fiscali e la dipendenza dagli aiuti stranieri (e dai capitali stranieri), deboli infrastrutture, fragili modelli di governo e povertà.

La nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo

Gli accademici piuttosto progressisti hanno cercato di  comprendere il fenomeno dei mercati finanziari offshore e di inquadrarlo come manifestazione del ruolo dominante di Wall Street e dell’imperialismo Americano.  Tuttavia l’evidenza storica mostra come il Tesoro americano – quasi in opposizione al sodalizio di Wall Street – abbia resistito invano alla progressiva affermazione di tale sistema finanziario tra i primi anni 60’ e la fine degli anni 70’. Infatti se c’è stato un sistema di governo che ha giocato un ruolo importante nell’affermazione di una nuova architettura finanziaria, quello è proprio l’Impero Britannico e non lo stato Americano. I  tentativi di spiegarne lo sviluppo in termini di classi sociali o interessi nazionali è piuttosto problematico. Anche la sua comprensione è stata piuttosto superficiale e confusa sino a tempi recenti.

Ed è qui che risiedono le differenze filosofico – concettuali tra le due teorie della dipendenza. Mentre la vecchia teoria della dipendenza era Marxista nella forma ma nazionalista nella sostanza, cercando appunto di combinare una teoria basata sulla lotta di classe con un’ideologia nazionalista “terzomondista”, la nuova teoria della dipendenza è istituzionale nel suo stile d’analisi e di orientazione politica. Essa non crede necessariamente in un legame tra risultati ed intenzioni. Leader nazionali, business man, banchieri e finanzieri non necessariamente capiscono, ne tanto meno controllano, gli eventi che si susseguono. Negli anni precedenti la crisi economica del 2007 molti di loro non erano nemmeno capaci di comprendere le pratiche ed il funzionamento dello loro stesse organizzazioni (e questo era ancora più vero per quanto riguarda le grandi banche multinazionali), ed erano confusi quanto noi riguardo la fonte dei loro straordinari profitti. Come la maggior parte della popolazione, essi erano felici di sostenere il sistema fino a quando questo avesse funzionato per i loro interessi.

Un analisi completa delle origini e dei metodi di costruzione della nuova teoria della dipendenza deve essere ancora scritta, ma l’evidenza empirica suggerisce che i suoi primi teorici intesero la nascita di mercati offshore globali come il risultato finale di processi decisionali avvenuti su scala locale, che assieme contribuirono al cambio istituzionale. Non c’è ombra di dubbio sul fatto che i processi decisionali a livello locale fossero spinti da scopi di profitto, ma il risultato aggregato globale non era ne voluto ne previsto.

Una fonte di cauto ottimismo però esiste: La mia personale esperienza con i paradisi fiscali mi ha insegnato che network di attivisti impegnati, informati e politicamente scaltri, come quelli del Tax Justice Network posso raggiungere traguardi importanti. Hegel scriveva che “La nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo”. E’ proprio adesso, nel periodo in cui esse cominciano ad esser capite, che le nuove relazioni di dipendenza appaiono nella loro massima vulnerabilità politica. Noto, per esempio, che alcune delle più critiche e dettagliate ricerche nell’ambito della nuova architettura della finanza globale sono state condotte da organizzazioni spesso associate, almeno nei circoli progressisti, all’imperialismo occidentale: il lavoro di Poszar ed i colleghi della Federal Reserve Bank, e del Tesoro americano, Andrew Haldane e i colleghi della Bank of England, Claudio Borio e i colleghi della BIS, e ovviamente i vari dipartimenti del FMI che ha prodotto lo studio sopracitato. Non vorrei sottostimare i gruppi di potere che hanno tratto profitto dalle nuove relazioni di dipendenza, ne il sistema offshore che ha reso tutto ciò possibile. Tuttavia visto che molti di questi gruppi di interesse vedono spezzarsi i rami dell’albero sui quali son seduti, la diffusa preoccupazione riguardo la stabilità finanziaria e la crescita economica potrebbe portare ad un futuro processo di riforma del sistema finanziario globale in modo tale da indebolire le nuove relazioni di dipendenza.

Fonte:

Ronen Palan, Professor of International Political Economy at City University London and co-author of Tax Havens: How Globalisation Really Works, “The New Dependency Theory” 

(1) What is the Euromarket? 

(2) Intra-trade transfer pricing techniques

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