Eduardo Galeano, Il dondolio dell’uccello nero


Negli anni 70’, lo scrittore Uruguaiano Eduardo Galeano dipinge la trasformazione vissuta da Caracas dalla scoperta del petrolio, questo “escremento del diavolo” secondo il diplomatico venezuelano Juan Pablo Perez Alfonzo, padre spirituale dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC).

Eduardo Galeano

Eduardo Galeano

Caracas, la capitale, in trent’anni ha ingrandito la sua superficie di circa sette volte. La città patriarcale caratterizzata dai suoi freschi patio, con la sua Plaza Mayor e la sua cattedrale silenziosa, si è riempita di grattacieli allo stesso ritmo con cui il lago Maracaibo si è popolato di gru. Oggi la città è un incubo in cui regna l’aria condizionata, una metropoli supersonica e trepidante, un centro di cultura del petrolio che preferisce la consumazione alla creazione e che moltiplica i bisogni artificiali per nascondere i suoi bisogni reali.

Caracas ama il cibo in scatola e i prodotti sintetici. Non si cammina più, ci si sposta solamente in auto, e lo smog dei motori ha avvelenato l’aria pura della valle. Caracas ha difficoltà ad addormentarsi perché non riesce a calmare il suo desiderio di guadagnare e di comprare, di consumare e di spendere, di possedere tutto. Sui fianchi delle colline, più di mezzo milione di emarginati contemplano dalle loro bidonvilles tutto questo spreco. Centinaia di migliaia di automobili all’ultima moda risplendono nelle vie della città dorata. Non appena le feste si avvicinano, arrivano al porto de La Guaira le barche ubriache di champagne francese, di whisky scozzese e di foreste di alberi di Natale provenienti dal Canada, mentre la metà dei bambini e della gioventù del Venezuela, nel 1970, non frequenta ancora la scuola. (…)

Il romanziere Salvador Garmendia mi scriveva nel 1969: “hai visto il bilanciere, il macchinario che estrae il petrolio grezzo? Ha la forma di un grande uccello nero dalla testa appuntita che si alza e si abbassa pesantemente, giorno e notte, senza fermarsi un secondo. (…) Cosa succederà quando udiremo il rumore caratteristico della suzione quando non ci sarà più liquido da estrarre?  Le prime note di questa ouverture grottesca cominciano già a risuonare sul lago Maracaibo, dove spuntarono nel giro di una notte le favolose città con i loro cinema, i loro supermercati, le loro sale da ballo, il loro brulicare di puttane e bische dove il denaro non aveva valore. Ci ho fatto un giro laggiù, un po’ di tempo fa, e ho sentito una stretta allo stomaco. L’odore di morte e di rottami è più forte di quello del petrolio. (…) Nel frattempo i bilancieri continuano il loro viavai, e la pioggia di dollari cade su Miraflores, il palazzo di governo, per poi trasformarsi in autostrade o in altri mostri di cemento armato. Il settanta percento del paese vive emarginata da tutto. Una classe media scervellata, che intasca alti salari e ingombra le proprie case di oggetti inutili, prospera nelle città, vivendo stordita dalla pubblicità e professando al massimo l’imbecillità ed il pessimo gusto.”(…)

Poco dopa la sua fondazione, l’impresa nazionale Petroleos de Venezuela occupava già la prima posizione tra le cinque aziende più importanti dell’America latina. (…) Tuttavia, così come sempre si dovrebbe fare quando lo Stato diventa proprietario della principale ricchezza del Paese, ci si dovrebbe domandare chi è a capo dello Stato. La nazionalizzazione delle risorse di base non implica per forza la redistribuzione dei profitti a vantaggio della maggioranza della popolazione, ne tanto meno può mettere in pericolo il potere ed i privilegi della minoranza dirigente. In Venezuela l’economia dello spreco continua a funzionare immutata. Al centro, illuminata da un neon, risplende una classe sociale multimilionaria e dilapidatrice. Nel 1976 (anno della nazionalizzazione del settore petrolifero), le importazioni sono aumentate di un quarto, in gran parte per alimentare i fiumi di articoli di lusso che inondano il mercato. (…) “Attenzione! Avverte Juan Pablo Pérez Alfonso, patriarca del nazionalismo venezuelano e profeta della recupero del petrolio da parte dello Stato. Si può tranquillamente morire di indigestione così come si può morire di fame.

Le Vene aperte dell’America Latina

Plon, Parigi, 1981

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