Luttwak e il Mezzogiorno, tra secessione, rapporti Nord-Sud e mafia.


Proponiamo alcuni brani tratti da “Dove va l’Italia”, un lungo dialogo tra il giornalista Gianni Perrelli, giornalista per l’Espresso e Il Fatto Quotidiano, e il noto politologo Edward Luttwak, esperto di problemi italiani. Sebbene datata 1997, questa intervista affronta temi ancora attuali nel merito e anzi resi più gravi nella loro misura a seguito della crisi recente. Leggere quest’intervista significa anche gettare un occhio sulla situazione del Mezzogiorno Italiano più di 15 anni fa e rendersi conto che in questo periodo la politica italiana è rimasta impotente di fronte a problemi economici e sociali che ancora oggi appaiono ben lontani dall’essere risolti. L’analisi lucida di Lutwak è ancor più preziosa, in quanto l’autore stesso ha vissuto i primi anni dell’infanzia a Palermo (città scelta come dimora nel dopoguerra dalla sua agiata famiglia). Luttwak rivela i cambiamenti che la città di Palermo e il Sud Italia hanno vissuto negli ultimi decenni e le ipotesi di sviluppo di tali scenari, non escludendo ipotesi di secessione e affrontando in modo strategico il discorso sulla dicotomia Nord-Sud e il ruolo che ha giocato la Mafia nel Sud d’Italia a partire dal secondo dopoguerra.

dal capitolo “Secessione”

P: In caso di decentramento, o al peggio di separazione, che ne sarebbe del Sud? Verrebbe sempre più abbandonato o, potendo produrre a più bassi costi, rifiorirebbe?

Luttwak: È evidente che il sistema Italia, negli ultimi 50 anni, ha favorito il Nord molto piú del Sud. Regalando un mercato protetto, quello appunto meridionale, dove si possono vendere macchinette scassate a alto prezzo. È vero che lo Stato ha anche assicurato massicci trasferimenti di soldi dal Nord al Sud, ma quando l’oro estratto al Nord viene filtrato attraverso una rete politica di clientele ciò che arriva a destinazione è soltanto acido corrosivo, peggio fango: perché anziché favorire lo sviluppo provoca un ulteriore deperimento. Un meccanismo malefico che ha scoraggiato gli imprenditori meridionali dall’assumere rischi, e li ha trasformati in clientes, collettori di quei fondi settentrionali che in cambio di consenso politico Roma smistava al Sud. Quindi è logico pensare che se il Sud venisse lasciato a sé stesso, e per sopravvivere fosse quindi obbligato a sfruttare le proprie risorse, le cose per i meridionali andrebbero molto meglio. Sono convinto che un Sud indipendente, abbandonato dalla Padania, riuscirebbe a camminare bene con le sue gambe. Progredirebbe anzi molto piú del Nord.

P: E che succederebbe del debito pubblico nazionale? Sono due milioni di miliardi. Una montagna di soldi. Verrebbe equamente diviso tra Nord e Sud? Non sorgerebbero altre controversie?

Luttwak: Il debito pubblico è liquidabile con grande facilità. Si può eliminarlo direttamente con l’inflazione, come ha fatto la Russia federale con quello sovietico. SI possono stangare i Bot, diminuendone ulteriormente il valore effettivo. I sistemi possono essere vari. È solo questione di fantasia.

P: E i mercati internazionali assisterebbero imperturbabili allo scollamento?

Luttwak :Conoscendo la psicologia degli operatori internazionali, si sprecherebbero le interpretazioni ironiche. Si parlerebbe di spirito di da operetta. Ma, al fondo, l’enfasi dei discorsi cadrebbe sulle continuità. Sulla certezza che la proprietà sarebbe salvaguardata. Dopotutto l’Italia è forse l’unico paese in Europa che non ha mai conosciuto rivoluzioni, dove ancora molta gente nasce, vive e muore nella stessa città, se non addirittura nella stessa casa degli antenati. Certo, come avviene in tutti i cambiamenti, ci sarebbe uno scotto da pagare. Ma non sarebbe troppo alto. Se si pensa che negli ultimi anni, prima di Romano Prodi, l’Italia non ha avuto governi democratici ma tecnocratici, eppure la lira si è svalutata solo del 10-15 per cento per poi tornare rapidamente in quota, appare chiaro che nessun avvenimento politico che vi riguarda è giudicato con gravità dai mercati internazionali.

P: Non è bizzarro che tutto questo terremoto sia stato provocato da un movimento culturalmente rozzo come la Lega? Non è singolare che il Nord evoluto e superindustrializzato non abbia mai saputo dotarsi di una leadership politica affidabile, in grado di rappresentare autorevolmente gli interessi del decentramento?

Luttwak: Gli imprenditori italiani non sono mai diventati una élite politica perché non avevano sufficienti incentivi. Si accontentavano di sfruttare le debolezze dello Stato, evadendo il fisco ed eludendo tutti i controllo – tipo la normativa anti-trust, le leggi in difesa dei consumatori – a cui dovevano sottoporsi i loro concorrenti europei. Un orizzonte di piccolo cabotaggio, che garantiva però una vita prospera e tranquilla. Ma che ha impedito agli industriali di far proprio il messaggio di Einaudi e di assumere la guida del Nord Italia.

P: Negli Stati Uniti come è considerata la prospettiva della secessione?

Luttwak: La manifestazione di Venezia e l’occupazione del campanile di San Marco hanno creato abbastanza rumore da essere seguite da quasi tutti i media americani, notoriamente disattenti sulle vicende italiane. Basti pensare che alla visita di Prodi a Washington i giornali non hanno dedicato una riga. Ma la copertura ha messo in evidenza piú che altro gli aspetti folcloristici. Si è capito perfettamente che non sarà Bossi a mettere in crisi l’unità d’Italia. Perché preferisce anteporre sé stesso alle sue idee. La Lega, sotto la sua guida, continuerà a scivolare. E lui sarà costretto a ritirarsi come Garibaldi. Ma se il governo non decentra sorgeranno altre Leghe meno ridicole del Governo Serenissimo. Il federalismo è una bandiera che non può essere ammainata.

Dal Capitolo “Nord e Sud”

P: Il Nord è otto volte piú ricco del Sud. Al di là dei dibattiti sul federalismo e delle sue virtú terapeutiche a lungo raggio, cosa si può fare al momento per ridurre queste abissali distanze?

Luttwak: Sul concetto di Sud bisogna intendersi. Conosco molti italiani che sono stati in mezzo mondo e non si sono mai spinti in Sicilia e Calabria. Uno dei luoghi comuni piú classici, quando si parla della Sicilia, è di chiamare in causa la lupara. Se chiedi cos’è mai questa lupara, la risposta è: un fucile per cacciare i lupi. Invece la lupara è una munizione. Ma non lo sa nessuno. E a nessuno interessa neanche saperlo. E poi, cosa si intende per Sicilia della lupara? Quella orientale è ben differente da quella occidentale. Con queste generalizzazioni, il concetto di Sud è diventato un’astrazione che non tiene assolutamente conto della realtà. Ci sono zone in Puglia, per esempio, che come capacità produttiva e livello di reddito competono con le aree del Nord. E allora? Un fatto è assodato. La Sicilia, la Calabria, la Campania e la Lucania sono le regioni italiane che hanno ricevuto il massimo dei sussidi statali e che quindi hanno patito di piú le degenerazioni del sistema politico. L’aver creato artificiosamente leggi di impiego e norme per la tutela del lavoro ha condannato queste aree alla disoccupazione. Perché impiantare una fabbrica in Calabria, una zona cosí periferica rispetto al baricentro economico del paese, ha costi di trasporto esorbitanti. Per rendere la fabbrica competitiva, bisognerebbe abbassare i salari dei dipendenti. L’avere per legge fissato, invece, un minimo salariale uniforme in tutto il paese è stata la dannazione del Sud. E l’ironia è che chi si è battuto per questo salario uniforme passa per difensore dei lavoratori. Il primo provvedimento da prendere era quello di adeguare le paghe alle reali condizioni economiche di ciascuna zona. Sarebbe bastata quasta misura per far decollare la competività.

P: Il governo ha già fissato condizioni di flessibilità per i livelli dei compensi e per la durata dei contratti nelle aree piú disagiate. Imoltre ha deciso di creare per decreto 100mila posti di lavoro per i giovani attraverso contratti di apprendistato e di formazione.

Luttwak: Creare posti di lavoro per decreto è solo una forma di assistenzialismo mascherato. Si ricade nel vecchio vizio dello statalismo italiano. Per amor di boutade, si potrebbe dire che la Usl di Caltanissetta, provincia che detiene il record nazionale della disoccupazione giovanile, è l’istituzione piú costosa del mondo insieme con il Louvre e il Pentagono. L’introduzione della flessibilità è invece un provvedimento tardivo, ma sacrosanto. Sarà anche una banalità, ma è meglio lavorare anche solo un poco che rimanere disoccupati. Il salario unico, per un paese vario come l’Italia, è un meccanismo artificiale troppo rigido. Una dichiarazione di guerra contro i giovani, che sopravvivono con il piatto di minestra allungato dalla famiglia ma non trovano sistemazioni. UN giovane scapolo che risiede in un paesino del Sud ha bisogno per vivere di molti meno soldi di un suo collega piú anziano che a Milano deve mantenere moglie e figli. Il primo campa benissimo con due milioni al mese, il secondo con quella cifra muore di fame. Ignorare questa enorme differenza è solo un gioco malvagio. Rifiutare i bassi salari in nome di un’astratta equità significa solo condannare i giovani alla disoccupazione.

[…]

P: Ma il numero dei ricchi al Nord è enormemente superiore. E questo squilibrio determina il fiorire di contrapposti egoismi. Il Nord si lagna perché non gli va di mantenere il Sud pagando molte tasse. Il Sud si lamenta perché è costretto a vivere di puro assistenzialismo. Chi ha ragione?

Luttwak: Hanno ragione tutti. Il meccanismo perverso dell’assistenzialismo ha messo in difficoltà gli uni e gli altri. Quando un lombardo doveva versare 50 lire di tasse, Roma gliele dirottava subito al Sud, barattando il sostegno alle aree depresse col consenso politico. A volte di quelle 50 lire ne arrivavano a destinazione solo 20. E comunque in una maniera cosí distorta da impedire all’imprenditore di fare il suo mestiere. L’unico a trarne un tornaconto era il politico che gestiva il passaggio.

[…]

P: C’è una corrente della cultura italiana, il meridionalismo, che ha prodotto fior di dibattiti accademici. È mai possibile che tutti queti intellettuali non abbiano mai partorito un’idea valida?

Luttwak: La riforma piú importante e piú originale attuata in Italia è stata quella fiscale in Lombardia, alla fine del VIII secolo. Nel Settecento la Lombardia aveva conosciuto un rapido declino a causa dei pesanti balzelli imposti dal sistema spagnolo. Rimaneva in piedi un po’ di industria, ma l’agricoltura era stata messa in ginocchio, le terre venivano sempre piú abbandonate. Caduto il governo spagnolo, i francesi hanno ingaggiato un gruppo di intellettuali napoletani per rimettere le cose a posto. E sono stati questi napoletani di grande ingegno a fare una riforma patrimoniale che nella sua semplicità era a dir poco geniale. Ogni cittadino doveva pagare le tasse solo sul valore della sua proprietà. Se avevi un pezzo di terra pagavi un tot. Se poi ne miglioravi la coltivabilità, investendo in nuovi sistemi di irrigazione, pagavi sempre la stessa tassa. Lo Stato non veniva a chiederti quanti chili di grano in piú avevi prodotto. Quindi c’era un grande incentivo a investire e produrre. E questo portò all’accumulazione di capitali che rese possibile la nascita di una grande industria. Pose insomma le premesse per la prosperità della Milano di oggi. Quato dimostra che l’ingegno meridionale ha avuto felici applicazioni fuori dal Sud. Ma lo Stato non ha mai permesso che trovasse sbocchi in casa propria. Le idee rimanevano frasi sterili. Lo Stato non aveva alcun interesse a valorizzarle, perché il progresso avrebbe distrutto la rete del clientelismo e gli avrebbe quindi impedito di controllare il territorio. Un vero impernditore non ha mai bisogno della protezione politica. Vuole solo un’amministrazione pulita ed efficiente.

P: Ma perché allora i fallimenti vengono imputati anche alla presunta pigrizia delle popolazioni meridionali?

Luttwak: Stupidaggini. Personalmente mi sento legatissimo al Sud da tre ordini di ragioni. La prima è che a livello turistico trovo il Sud molto piú interessante del Nord. Poi c’è una causa sentimentale. Palermo è la città dove i miei genitori decisero di trasferirsi nel dopoguerra. Appartenevano all’alta borghesia europea, avevano grandi mezzi, e potevano scegliere. Optarono per Palermo perché in quegli anni — e mi rendo conto che oggi sarebbe inimmaginabile — Palermo era una città che poteva attrarre gente colta e facoltosa. Era una delle mete della grande borghesia: come Taormina, Venezia, la Costa Azzurra. Deauville nei mesi piú caldi. C’è infine un motivo politico. Tutte le problematiche italiane piú affascinanti sono concentrate al Sud. È lí che crollano gli alibi della Prima repubblica. È proprio lí, dove lo Stato ha cercato di essere piú attivo, che anziché il progresso si è prodotto il massimo dello scempio.

P: Sull’arretramento ha però influito anche la prepotente espansione della malavita.

Luttwak: Prima c’è il sistema di corruzione politica e poi c’è la malavita. I vermi arrivano dopo che il dottore ha ucciso il paziente. Se il corpo è sano, i parassiti possono invece esercitare addirittura una funzione positiva. Come avviene in Giappone a OSaka, che ha per le strade piú malavita organizzata di Napoli. La polizia le permette di prendere il pizzo sui bordelli, sui night club, sui casinò, a patto però che tenga fuori dalla fascia urbana la droga. In Italia la delinquenza organizzata è solo il frutto dell’abbandono dello Stato. Ripeto, quando nel ’48 i miei dovettero lasciare l’Europa orientale perché in seguito agli eventi bellici avevano perso il 75 per cento delle loro proprietà, la scelta fu tra Venezia e Palermo. E andarono in Sicilia, che a loro avviso garantiva una qualità di vita superiore. Sí, c’era anche molta povertà. Ma dal punto di vista culturale Palermo era una perla. Si andava all’opera, io stesso a 5 anni ho assistito a un concerto di violino di Yeudi Menuhin che aveva molti estimatori in Sicilia. C’erano scrittori che producevano buoni libri. E la quotidianità era serena. Si passeggiava, si andava al mare, la sera si prendeva il gelato. La mafia era ancora confinata nelle campagne. C’era il bandito Giuliano nelle colline. Ma la malavita non aveva ancora distrutto l’ambiente cittadino, non aveva demoralizzato la società palermitana.

[…]

Dal Capitolo “Mafia”

P: Lo Stato sgangherato, di cui abbiamo passato in rassegna i principali difetti, sta mettendo a segno successi significativi nella lotta contro la mafia.

Luttwak: La supermafia emersa negli anni Settanta era il risultato degli equilibri politici. Spadroneggiava perché sapeva di poter contare su complicità ad alto livello. Finite queste protezioni, sparisce. Il fenomeno si ridimensiona. E il suo grado di pericolosità dipende ora da un lato dall’efficacia degli interventi dello Stato, dall’altro dalla presenza o assenza di opportunità economiche sul territorio in cui si muove. Oggi, però, c’è la novità del pentitismo: in grimaldello che ha permesso appunto di mettere a segno buoni colpi.

[…]

P: Ma perché in tutta l’Europa occidentale si è formato solo in Italia un fenomeno di grande criminalità come la mafia?

Luttwak: Perché si produca questo tipo di criminalità è necessario che ci sia una popolazione economicamente arretrata, in una zona dallo sviluppo bloccato. Se però in altre aree della nazione c’è prosperità, il delinquente cercherà di fare il predatore nelle regioni piú ricche. La mafia nasce in Sicilia, ma da tempo il suo raggio di azione si è esteso a Roma e Milano. Ma non è un fenomeno esclusivo dell’Italia. Lo stesso avviene in Colombia, dove la grande criminalità nasce in periferia ma si alimenta del dinamismo e della crescita economica del paese. Lo stesso avviene in Giappone, dove la Yakuza ha origini rurali ma opera sulle piazze di Tokyo e Osaka. E, su scala piú ridotta, lo stesso avviene in Francia, dove i criminali provenienti dalla Corsica prendono di mira per le loro azioni il territorio metropolitano.

P: Per molti versi, in Sicilia e in Calabria lo Stato è stato sostituito dalla mafia e dalla ndrangheta che si sono trasformate in datori di lavoro. Si è cosí creata un’economia sotterranea che dà da vivere e allontana sempre piú i suoi adepti dalle istituzioni. COme si fa a restituire a questi cittadini la fiducia nello Stato?

Luttwak: La fiducia lo Stato finora non se l’è proprio meritata. La sua presenza in Sicilia e Calabria era puramente di facciata. La sua macchina era arrugginita. Pretendeva che venisse riconosciuta la sua autorità ma in cambio non dava servizi e infrastrutture. Non incoraggiava lo sviluppo dell’imprenditoria onesta e permetteva indirettamente alle organizzazioni criminali di crescere. Lo Stato, in sostanza, era assente. Con una sola eccezione. I carabinieri. Che erano però a loro volta bloccati dagli ordini provenienti dall’alto. Sapevano dove si nascondevano i boss. Conoscevano le loro ville. Vedevano gli scagnozzi fare la guardia davanti ai loro rifugi, muniti di telefonino. Ma non potevano arrestarli perché avevano protezioni politiche. E questo accentuava ancor piú la perdita di rispetto di uno Stato che veniva manipolato da governanti corrotti. Oggi quindi le cose da fare sono due: rendere decenti i servizi forniti dallo Stato e cercare di ristabilire in fretta la sua reputazione.

[…]

P: Se ben gestito, insomma, il Sud dell’Italia diventerebbe la Florida d’Europa.

Luttwak: La Florida è piatta, ha una brutta spiaggia e un pantano pieno di alligatori. Non rende onore alla bellezza dell’Italia meridionale un paragone con la Florida. Ma la FLorida ha successo perché le sue autorità locali riescono a massimizzare tutto grazie al piú completo liberismo. Per ottenere una licenza di ristorante o di motel, ci vogliono cinque minuti e una decina di dollari. Ed ecco che i ristoranti e i motel spuntano come funghi. In Italia avviene esattamente il contrario. Vengono sabotati perfino i santuari del turismo. Prendiamo l’Hôtel San Domenico Palace di Taormina. Per me è l’albergo piú bello dell’intero pianeta. Eppure la proprietà non lo cura come meriterebbe e resiste all’idea di venderlo a chi potrebbe gestirlo meglio. Prendiamo un altro caso: Piazza Armerina. Ci sono dei mosaici romani, come in tanti altri posti del Mediterraneo. Ma quando hai visto quelli ti puoi scordare di tutti gli altri. Bene, se Piazza Armerina fosse in Florida, avrebbe un aeroporto internazionale, con voli ogni tre minuti, almeno trecento hotel e registrerebbe un viavai continuo per dodici mesi all’anno. Con le comunicazioni che ci sono oggi, con il livello di integrazione che c’è in Europa, nelle regioni meridionali non dovrebbero esserci disoccupazione, semmai carenza di manodopera.

P: È piú facile forse per lo State diventare virtuoso che cancellare una criminalità con profonde radici e con un livello di brutalità e di primitività intaccato anche nell’era del computer.

Luttwak: Quando da bambino vivevo a Palermo vidi la prima trasformazione dei mafiosi. Non piú paesani che andavano in giro con il gilè, la coppola e lo schioppo. Ma gagà che con la pistola in tasca bazzicavano intorno al mercato della frutta fasciati da camicie di nylon, che erano molto di modo all’epoca. La polizia non riusciva a tenerli alla larga. Era nata la nuova mafia. Il vero salto di qualità in Sicilia è avvenuto però un po’ piú tardi, quando gli americani si allearono con i francesi per stroncare il business dell’eroina a Marsiglia. Il mercato della droga si è allora trasferito in Sicilia. È aumentato a dismisura il volume degli affari. E per agire indisturbati i mafiosi hanno avuto bisogno della protezione politica che scambiavano con i voti.

[…]

P: Quanto pesa, nel giudizio che gli americani hanno di noi, la brutalità e l’inestirpabilità della piovra?

Luttwak: Posso rispondere con la mia esperienza personale. Da bambino ho fatto le elementari a Palermo. Frequentavo un’ottima scuola, dove la metà dei bambini venivano in classe scalzi. Ma in America oggi se lo sognano di avere maestri cosí preparati come quelli che mi hanno insegnato a leggere e a scrivere. Mia madre nel ’48, prima di andare al concerto, prendeva il tè e conversava in inglese con le amiche siciliane. Ebbene, quando racconto che da bambino ho vissuto a Palermo scorgo subito uno sguardo di compatimento nell’interlocutore. La Sicilia, nella sua mente, evoca automaticamente l’idea di mafia.

Brani tratti da “Dove va l’Italia?” – Intervista a Edward Luttwak, di Gianni Perelli Newton & Compton, 1997

Annunci

One thought on “Luttwak e il Mezzogiorno, tra secessione, rapporti Nord-Sud e mafia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...