Imparare la lezione sbagliata di Piazza Tahrir: gli assalti di Erdogan a piazza Taksim e i tentativi di arrestare le proteste


People look out from a window during an anti-government demonstration in Taksim Square in Istanbul, Turkey. Photograph: Osman Orsal/Reuters

People look out from a window during an anti-government demonstration in Taksim Square in Istanbul, Turkey. Photograph: Osman Orsal/Reuters

Il primo ministro turco Tayyip Erdogan ha lanciato Martedi scorso un assalto ai dimostranti di piazza Taksim. Un atto alquanto disperato e sconcertante che minaccia la sua stabilità politica. Erdogan ha osservato attentamente Piazza Tahrir, e assieme ai suoi consiglieri sembra essersi convinto che Hosni Mubarak abbia commesso un grande errore nel lasciare la piazza costantemente occupata. Ma siamo sicuri che questa sia una mossa di successo?

Perché?

La storia di facciata è quella secondo cui un piccolo gruppo di violenti ha sfruttato la protesta per attaccare la polizia con bottiglie molotov. Tale atteggiamento violento dovuto a qualche attivista di estrema sinistra o ai soliti hooligans, non richiedeva però una  reazione così violenta per sgomberare  la piazza.

Cosi come l’amministrazione Bush ha fatto negli Stati Uniti, Erdogan ed il sindaco di Istanbul hanno provato a designare la zona di Gezi Park come “area di protesta”, al fine di escludere e cacciare i manifestanti da piazza Taksim. Questi ultimi però continuano ad occupare la piazza sebbene la polizia continui a distruggere le barricate erette a difesa dagli attacchi.

Tayyip Erdogan ha ripetutamente affermato che queste dimostrazioni di protesta sono un piano escogitato dai suoi rivali politici. Ovviamente si riferisce al Partito Popolare Repubblicano (in turco Cumhuriyet Halk Partisi, acronimo CHP), che in qualche modo ha governato in Turchia per gran parte del ventesimo secolo e che si trova oggi a fare i conti con un passato molto più glorioso (oggi il partito detiene solamente il 25% dei seggi del parlamento). Il CHP afferma oggi di essere un partito socialista ma è un partito che invece rappresenta le elites Kemaliste laiche (da Mustafa Kemal Atatürk, fondatore e primo presidente della Repubblica Turca (1923-1938)), piuttosto che le classi operaie. Lo si potrebbe forse paragonare al partito laburista inglese di Tony Blair.

Il partito di Erdogan invece, il Partito per la giustizia e lo sviluppo (in turco Adalet ve Kalkınma Partisi, abbreviato AKP) ambisce ad essere l’equivalente musulmano della Democrazia Cristiana tedesca o italiana, vale a dire un partito di centro-destra che sostiene i valori religiosi tradizionali. I politici democristiani affermano che la loro piattaforma sia appunto una “democrazia cristiana”, sono inclini a politiche economiche Neo-liberali, e sostengono i divieti sulla ricerca embrionale per paura di incoraggiare l’aborto.

La Turchia moderna fu fondata dal su-menzionato Mustafa Kemal Ataturk, che ha combattuto le forze imperialiste europee ed i Greci negli anni 20 del novecento per formare una nuova nazione che potesse far risorgere il popolo dell’Anatolia dalle ceneri dell’Impero Ottomano. Vedendo quest’ultimo come un fallimento, Ataturk adottò una strategia di laicità militante ed un’ideologia di sviluppo economica statalista. La laicità divenne la regola imperativa da non violare, sia per la classe politica che per quella militare, mentre le fasce più credenti e religiose della popolazione di conseguenza cominciarono subito a sentirsi quasi come cittadini di seconda classe.

Un’altra istituzione Kemalista di cui Erdogan ha paura è appunto l’apparato militare, che egli ha in qualche modo e per molto tempo assoggettato con la sua influenza. I militari hanno alle spalle diversi colpi di stato, come nel 1960, 1971, 1980 e 1997 (come si può notare sono un po’ in ritardo). L’ultimo della lista é stato una sorta di golpe “soft”; quello del 2011 appunto, che costrinse il fondamentalista islamico Necmettin Erbakan a dimettersi da Primo ministro. Erdogan, come Erbakan, proviene dalla Destra Religiosa, ed ha per molto tempo temuto un colpo di stato militare ai suoi danni. Infatti il suo governo afferma che ufficiali, ritirati ed ad ancora in carica, pianificarono un colpo di stato nel 2003-2004 per cui si stanno ancora processando centinaia di persone. Nel tempo, il partito di Erdogan, l’AKP, salito al potere nel 2002, ha tolto ai militari il potere di processare i civili, ed ha incaricato corti civili di processare gli ufficiali colpevoli di diversi crimini. Per di più Erdogan è riuscito, durante il suo primo mandato, a contrastare l’obiezione dei generali all’investitura di Abdullah Gul come Presidente (i membri dell’apparato militare si rifiutarono di apparire affianco a quest’ultimo ed a sua moglie – praticanti musulmani – quando quest’ultima apparse in pubblico indossando il velo).

Nell’estate del 2011, diventato per la terza volta Primo Ministro, Erdogan mise i capi del suo staff in una situazione talmente umiliante da costringerli a dimettersi, per poi rimpiazzarli con figure piuttosto inoffensive.

Pertanto è plausibile che Erdogan creda che i membri del corpo militare e del Partito Popolare Repubblicano stiano cospirando alle sue spalle, portando avanti un tentativo di golpe contro di lui, e che stiano dunque fomentando i giovani a protestare in 67 città e soprattutto a piazza Taksim e ad Ankara. Da questo punto di vista, Erdogan somiglia molto al Presidente Egiziano Muhammad Morsi, che ha avuto non pochi problemi con i manifestanti di piazza Tahrir durante i mesi di Novembre e Dicembre dello scorso anno, dando l’impressione di considerare tali proteste come parte di un piano più ampio messo in atto da militari e magistratura ai suoi danni.

Nei fatti pero’ le proteste portate avanti a mo’ di flashmob e occupazioni di piazza dai giovani grazie all’utilizzo di Facebook e Twitter, sembra lungi dall’essere un’opera architettata da vecchi ufficiali che fumano sigari in bar arredati in legno massiccio.

Se Erdogan crede che le proteste di piazza Taksim siano parte di un colpo di stato pianificato dalle forze kemaliste che cercano di rovesciare i risultati di tre regolari elezioni parlamentari, allora il suo tentativo di usare il pugno duro contro tali movimenti diventa comprensibile, seppur non perdonabile.

Il fatto che lui concorra alle elezioni presidenziali del 2014 è un altro elemento che lo spinge a non mostrarsi debole agli occhi dei suoi elettori negli ultimi mesi da primo ministro.  Ovviamente Erdogan vuole presentarsi alle elezioni da una posizione di forza e non azzoppato da continue proteste di quella parte della società che lui vede come “minoranza”. Le divisioni interne al suo partito possono essere parte di questo calcolo. L’attuale Presidente, Abdullah Gul, potrebbe anch’esso presentarsi alle elezioni; e Gul ha mostrato di essere critico nei confronti della violenza brutale della polizia contro i manifestanti. Una parte chiave dell’elettorato dell’AKP è il movimento religioso di Fathullah Gulen, anch’esso critico nei confronti della violenza della polizia. Per di più corrono voci di un crescente distacco tra sostenitori della linea Erdogan e sostenitori di Gulen. Quindi Erdogan potrebbe sentire la necessità di dimostrare fiducia alla fazione dell’AKP che ancora lo sostiene, agendo in maniera decisiva  e inflessibile.

La tecnica di occupazione di piazza, usata con successo dai manifestanti egiziani nei mesi di Gennaio-Febbraio del 2011, richiede appunto una massiccia e duratura presenza in spazi pubblici ampi e centrali. Tale presenza necessità inoltre l’erezione di barricate e “l’arruolamento” di Ultras o fanatici di calcio da utilizzare come bodyguards. La presenza costante di un gran numero di dimostranti nel centro cittadino attira la stampa e incoraggio simili occupazioni in altre città, scoraggia i turisti e gli investitori esteri, e mette una certa pressione sul resto delle elite (incluso il corpo degli ufficiali) ad abbandonare il leader a cui si addossano tutte le colpe dei problemi.

Erdogan si è mosso per sgomberare i dimostranti ordinando un massiccio utilizzo di lacrimogeni e cannoni d’acqua, e spingendo la polizia a rimuovere sistematicamente le barricate erette dai manifestanti. Erdogan ha osservato attentamente Piazza Tahrir, e assieme ai suoi consiglieri sembra essersi convinto che Hosni Mubarak abbia commesso un grande errore nel lasciare la piazza costantemente occupata. Allo stesso modo Erdogan ha denigrato Twitter e ha fatto arrestare 13 twitters con l’accusa di diffondere false voci. Sta tentando insomma di alzare il costo della protesta sia nel mondo reale che in quello virtuale.

Sgomberare la piazza per rompere lo slancio dei manifestanti non è sempre una mossa di successo, almeno nel medio-lungo periodo. Nell’Agosto del 2011 il governo militare (SCAF) sgomberò con la stessa violenza piazza Tahrir attaccando dapprima gli Ultras e poi i manifestanti, distruggendo completamente le loro tende, i loro striscioni e tutto il materiale da essi utilizzato per stabilirsi con una certa stabilità in piazza. Nei mesi seguenti numerosissime sono state le occupazioni, che non si sono fatte scoraggiare da tale violenza e lo stesso ufficiale che aveva ordinato l’attacco brutale a piazza Tahrir è stato costretto all’esilio dal presidente eletto democraticamente dalla folla insorta.

Bisogna dire che Erdogan potrebbe avere successo nel demoralizzare la sua opposizione, proprio come gli ayatollah in Iran nel 2009. In Iran l’incapacità dei giovani manifestanti di costruire un alleanza con la classe dei commercianti al dettaglio e con i lavoratori smussò il progredire della loro protesta. Tuttavia i governanti iraniani ebbero un vantaggio che Erdogan non ha: il suo apparato militare era, ed è ancora, fedele alla Guida Suprema (l’Ayatollah) ed ha anche il sostegno dei cosiddetti Basji (forza paramilitare iraniana fondata per ordine dell’Ayatollah Ruhollah, la cui funzione è una combinazione della STASI – servizi segreti tedeschi in difesa della Germania dell’Est – e delle camicie brune). La Guida Suprema ha potere di veto anche sui candidati alle elezioni presidenziali o parlamentari.

La democrazia parlamentare turca non può disporre delle stesse tecniche usate dall’Iran nel 2009. Se i movimenti di protesta giovanile turchi dimostrano di essere più duraturi di quanto Erdogan sembri credere, essi potrebbero perdurare sino al 2014 e influenzare le elezioni presidenziali. Erdogan è stato molto popolare , ma se il pasticcio creato con i giovani manifestanti continuasse a influenzare negativamente la borsa, il turismo, gli investimenti esteri e continuasse ad allontanare ulteriormente la Turchia dall’Unione Europea, potrebbe subire una grande caduta di popolarità.

Erdogan sta correndo un grande rischio, quello per cui la crisi turca possa essere tranquillamente risolta con il pugno di ferro. Potrebbe vincere nel breve-medio periodo. Ma sembra possibile che così facendo stia svegliando un dragone, la gioventù urbana piena di malcontento, che ha tempo a disposizione, che ha dimostrato di essere una forza con cui non conviene scherzare più di tanto, e che potrebbe avere un ruolo significativo sulla politica turca del prossimo decennio.

Fonte: “Learning the Wrong Lessons from Tahrir Square: Erdogan Assaults Taksim in bid to break up Protests” di Juan Cole, Professor of History at the University of Michigan.

Traduzione a cura di Pensiero Meridiano.

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