I giacobini e I sansculottes Venezuelani

Solo i sansculottes Venezuelani potranno salvare la Rivoluzione Bolivariana

Scontri in Venezuela

Scontri in Venezuela

(Traduzione libera a cura di pensiero meridiano. Articolo originale: “Venezuelan Jacobins” di George Ciccariello-Maher per Jacobin)

 

Gli schiavi instancabilmente distrutti … A causa dei loro padroni hanno conosciuto lo stupro, le torture, la degradazione e, alla più piccola provocazione, la morte … facevano quanto gli veniva richiesto … E nonostante ciò erano sorprendentemente moderati … molto più umani di quanto lo siano stati i loro padroni … Le crudeltà della proprietà e del privilegio sono sempre molto più feroci della vendetta della povertà e dell’oppressione.”

– CLR James, The Black Jacobins

I giacobini Venezuelani sono saliti nuovamente alla ribalta. Dalle commemorazione per l’anniversario della morte di Hugo Chavez – un autentico Toussaint – alla recente intervista di Nicolas Maduro con Christiane Amanpour, il dibattito in Venezuela continua a concentrarsi sui piani altri delle stanze del potere. In un certo modo tutto ciò sembra avere un carattere piuttosto difensivo: infatti nelle scorse settimane, coloro che puntano a restaurare i privilegi feudali dell’ancien regime hanno tentato di  sfruttare le proteste studentesche della classe media per deporre il governo Maduro, e la comunità internazionale ha prestato molta attenzione al loro appello.

Le elites locali benestanti (il cui Inglese non mostra traccia di alcun accento) si sono appoggiate a Twitter ed ai media internazionali per mobilizzare la gente a scendere in strada. Sono stati appoggiati dalla stampa statunitense e da un sacco di ingenue celebrità, che ansiosamente hanno rigurgitato esagerazioni, rappresentazioni fuorvianti della realtà e vere e proprie bugie riguardo le famose “violazioni dei diritti umani” per mano del governo Maduro. Questi tentativi di dipingere ininterrottamente la rivoluzione bolivariana come un regime violento, sono diventati sempre più vacui con il passare del tempo e con l’aumento delle divisioni all’interno del movimento anti-Chavista.

Dopo qualche morto per mano delle forze governative – alcune seguite dall’arresto dei poliziotti e dei soldati coinvolti – l’impatto più forte delle violenze sta colpendo adesso i passanti e gli stessi Chavisti, così come dimostra l’uccisione di due persone per mano di tiratori dell’opposizione in un ricco quartiere di Caracas lo scorso 6 Marzo,  e quella di una donna Cilena lo scorso 9 Marzo nella città di Merida, mentre aiutava i vicini a smantellare alcune barricate.

Le Crudeltà della Proprietà  

Sebbene il mutamento delle proteste reazionarie in brutalità e violenza possa compromettere la loro causa nel breve periodo, alcune questioni riguardanti le violenze e la rivoluzione restano irrisolte. Ciò riflette qualcosa che appariva come una verità lapalissiana agli occhi di CLR James: i.e. “le crudeltà della proprietà e del privilegio sono sempre molto più feroci della vendetta della povertà e dell’oppressione.” La sproporzione smisurata della violenza reazionaria è stata una caratteristica tipica del processo rivoluzionario bolivariano sin dagli inizi. Il processo Bolivariano è figlio della ribellione e del massacro, entrambe decisive nel contribuire al suo successo. Nulla da dire su questo. Il 27 Febbraio del 1989, la popolazione Venezuelana si ribellò alle riforme neoliberali dando vita ad una settimana di scontri conosciuti come il Caracazo. La parte della popolazione sempre ai margini della società – a livello economico, sociale, politico e territoriale  – prese allora il controllo di spazi prima del tutto proibiti, traumatizzando così l’intera borghesia Venezuelana.

Se un promemoria dell’appunto di James era d’obbligo, un vero esempio ci è stato fornito dal colpo di stato contro Chavez dell’Aprile 2002, che vide molti più morti uccisi in poche ore che negli anni precedenti. Questo fenomeno è confermato nuovamente oggi con la scesa in piazza dell’opposizione reazionaria, alimentata dall’odio razziale e di classe nei confronti delle folle Chaviste che spesso sono state dipinte come violente. L’ipocrisia dell’attaccare con violenza coloro che sono visti come violenti non dovrebbe sorprenderci più di tanto, poiché è un elemento costante che conferma l’affermazione di Frantz Fanon, secondo cui coloro che sono relegati e costretti a “non essere”, persino apparire è un atto violento. Attaccare il privilegio sarà sempre dipinto come un atto violento da coloro che detengono il potere.

Oggi la questione della violenza, così come il compito – tanto impossibile quanto inevitabile – di misurarla o in qualche modo valutarla, è nuovamente all’ordine del giorno.  Ma nonostante le esagerazioni dei media internazionali che hanno seguito quello che Inigo Errejon ha chiamato “mediatic overrepresentation” delle proteste, l’osservazione di James resta ancora valida: che anche durante la Rivoluzione Haitiana, così “barbarica”, i veri barbari erano i potenti, i “vecchi proprietari di schiavi… che facevano esplodere della polvere da sparo nel culo di un Negro, che seppellivano vivo come cibo per insetti.” (old slave-owners … who burnt a little powder in the arse of a Negro, who buried him alive for insects to eat.) E così valido è anche il rimedio suggerito da James: “per questi non c’è bisogno di sprecare nemmeno una lacrima o una goccia d’inchiostro.

Sifrinaje

Come buon borghese, egli aveva un immenso rispetto per il sangue nobile e reale.”

– CLR James, The Black Jacobins

La classe non è mai stata solamente una questione di ricchezza o denaro, ma si è sempre basata su quel peculiare miscuglio di razza e classe che chiamiamo lignaggio: una nobiltà ereditata che è essa stessa fonte di capitali. La classe non è qualcosa che si compra o si acquisisce con facilità, molto spesso è qualcosa con cui si nasce. Mentre questa classe era una volta associata alle elites bianche conosciute come Mantuanos, o a Caracas molto più semplicemente “i padroni delle valli”, il mantuanaje è stato rimpiazzato da quello che in una recente etnografia, Ociel Lopez chiama sifrinaje, il “costume culturale” degli snob Venezuelani, o sifrinos.

Attraverso il sifrinaje, tutta la rabbia delle elites destituite dalla rivoluzione bolivarina è mobilizzata e trasmessa alle gelose classi medie attraverso la “denigrazione dei temi popolari e la criminalizzazione di ogni azione popolare” con epiteti per i poveri come “scimmie”, “tribù” o “feccia.” Nelle scorse settimane un altro termine utilizzato in maniera sdegnosa è stato “colectivos” – un vago riferimento ai settori popolari organizzati facenti parte del processo rivoluzionario – ripetutamente e infondatamente ritenuti responsabili di tutte le violenze (spesso commesse da altri).

Tali termini peggiorativi servono a legittimare la violenza dell’opposizione, così come quando un generale in pensione ha twettato una proposta per i manifestanti, ai quali suggeriva di attaccare fili ad un’altezza ben precisa delle barricate con l’obiettivo di “neutralizzare  i barbari Chavisiti in moto”.

Gochos

Le proteste tuttavia non sono cominciate con i mantuanos o i sifrinos ma con una identità politica molto differente il cui centro di gravità è situato molto più ad ovest, ai piedi della Ande, nel remoto Stato di Tachira: i gochos. I Gochos sono ben reputati per essere testardi e combattivi, ed in questa regione le barricate guarimba sono state le più violente. Un manifestante con un arma grossolana tra le mani, ha dichiarato al New York Times qui non siamo pacifici.”

Quando le proteste  sono diventate nazionali, l’orgoglio gocho è cresciuto, ma, come un recente tweet dimostra, questo non riguarda una semplice questione di identità regionale: “Los gochos son los putos amos de Venezuela,” “i gochos sono i fottuti padroni del Venezuela.”

Sebbene le elites urbane si sono sempre prese gioco dei gochos considerandoli come montanari arretrati, la regione ha dato i natali a ben sette presidenti (dittatori inclusi) durante il ventesimo secolo. L’identità Gocho, quella di gran lavoratori montanari, è emersa in diretto contrasto con la percepita pigrizia degli schiavi della costa, ed il loro orgoglio non si è mai separato dalla superiorità di casta: “hanno opposto il loro stile di vita austero a quello dei Venezuelani di colore delle pianure, da essi dipinti come discendenti degli schiavi amanti del divertimento.”

Politicamente conservatori, pieni di sdegno per le razze ritenute inferiori, e con una grande celebrazione della loro operosità che cede velocemente al disprezzo per i poveri, i gochos rappresentano qualcosa di simile ad un elettorato del Tea Party Venezuelano.

Di recente, le elite nazionali non hanno avuto problemi ad accettare di essere rappresentati dal presidente, il cui soprannome era El Gocho, Carlos Andres Perez, che nel 1989 ha imposto un pacchetto di riforme neoliberali che scatenò la rivolta del Caracazo e tutto quello che ne è conseguito dopo. I ribelli poveri dei barrios, nel frattempo, trovarono poche difficoltà nell’utilizzare appellativi di disprezzo nei confronti del presidente: durante le rivolte, “fuera el Gocho” era lo slogan comune.

Di recente ho parlato con un espatriato Venezuelano che ha descritto il gioco di identità appoggiandosi alla teoria del partigiano (Theory of the Partisan) di Carl Schmitt: i gochos che innalzano barricate nelle strade dell’ovest del Venezuela vedono loro stessi come “i veri Venezuelani che difendono i quartieri dai colectivos estremamente etnicizzati”.

Un simile complesso di superiorità alimenta le proteste a livello nazionale: come un operaio della zona de El Valle, nel sud di Caracas, mi ha descritto, questi individui che innalzano e bruciano barricate, risiedono nei grandi blocchi di appartamenti dell’avenue principale di Caracas e “credono di esser migliori di quelli che abitano nei barrios.

Sansculottes

I giacobini … erano autoritari nel loro atteggiamento … volevano agire con e per la gente … I sansculottes al contrario erano estremamente democratici: desideravano il governo diretto del popolo esercitato dal popolo; se chiedevano una dittatura contro gli aristocratici desideravano che fosse esercitata in maniera diretta.”

– CLR, The Black Jacobins

Non importa quanto possiamo esser contro la brutalità, esiste una forma di brutalità radicale e democratica che non possiamo rinnegare. Questa è la stessa brutalità che “ha portato via i Borboni dal trono”e che, dinnanzi all’implacabile congiura per ristabilire la schiavitù, ha infine portato al massacro dei bianchi di Santo Domingo, a cui James rispose schiettamente: “tanto peggio per i bianchi” (“so much the worse for the whites”).

Comunque questa non era brutalità per amore della brutalità, ed era nulla se paragonata alla più violenta e ripugnante brutalità per la causa della gerarchia e della casta. È invece uno strano paradosso: è una brutalità ugualitaria, una dittatura radicalmente democratica dei miserabili.

Quelli che oggi vengono chiamati “colectivos” e “tribù”, insultati con l’appellativo “Tupamaros” e nei decenni precedenti chiamati “nangaras”, sono infatti l’espressione più diretta dei miserabili, degli esclusi del Venezuela. Essi sono la fazione più politicizzata e rivoluzionaria degli emarginati di cui l’opposizione non si è mai preoccupata, nemmeno per un istante.  Se oggi essi sono autoritari, è solo per affermare che gli ultimi possano finalmente essere i primi.

Come l’attuale ministro delle municipalità  ha affermato in una recente intervista “i collettivi sono sinonimo di organizzazione e non di violenza”, e che questa organizzazione è un fenomeno locale radicale di democrazia diretta che cerca di trasformare lo stato stesso. Così come molti militanti rivoluzionari mi hanno fatto capire, essi sono con il Chavismo fino a quando il Chavismo è con la rivoluzione.

Anche all’interno del movimento Chavista esistono pericolosi fenomeni di disprezzo di classe nei cofronti dei poveri che vede i residenti dei barrios come soli beneficiari  invece che protagonisti del processo di rivoluzione bolivariano. La Rivoluzione Bolivariana stessa ha ironicamente creato una parte di questi “beneficiari” all’interno “delle classi medio basse che stanno crescendo negli ultimi anni grazie agli introiti del petrolio e all’”ingrassamento” dell’apparato statale … La burocrazia è emersa e si è affermata pertanto come una vera e propria classe sociale, con i propri interessi e le proprie paure.” Se i giacobini del processo Bolivariano vanno incontro a questo settore della società alle spese della base vera della rivoluzione, essi corrono il rischio mortale di “perdere influenza nei barrios, spazio privilegiato per la produzione del Chavismo come identità politica”.

Comuneros

Toussaint, come Robespierre, distrusse la sua fazione più radicale, e così facendo si scavò la fossa con le sue stesse mani.”

– CLR James, The Black Jacobins

La Rivoluzione Bolivariana non è mai stata per il personaggio Hugo Chavez. Essa l’ha preceduto e l’ha oltrepassato. Proprio come i sansculottes Francesi e Haitiani, che sostenevano i loro giacobini, e continuavano a lottare anche in loro assenza. Così come i sansculottes un secolo fa diedero vita alla Commune di Parigi, così i rivoluzionari Venezuelani oggi  stabiliscono la loro missione sotto lo slogan “Comuna o Nada!”, “il Comune o niente!

Le persone che oggi vengono chiamate “barbari” o riconosciuti come “colectivos” sono le stesse che si dedicano ogni giorno alla costruzione difficile e lenta di alternative socialiste partecipative e radicalmente democratiche.

C’è una forma di brutalità radicalmente democratica, quella che non presta alcuno sforzo o mezzo per distruggere le strutture del privilegio. Contro i creatori di miti dell’opposizione, il governo Chavista non ha liberato questo tipo di brutalità popolare, ma al contrario ha lavorato per contenerla. … Nonostante migliaia di pagine scritte nel corso dei secoli dagli intellettuali politici timorosi della “tirannia dei più”, la storia ci ha mostrato molto più spesso il contrario: la tirannia di elites economiche e piccole minoranze,  etniche e coloniali.

Il processo rivoluzionario Bolivariano deve confrontarsi oggi con ostacoli di natura economica – e di origine politica, resi ancora più insidiosi dalla morte di Chavez e dall’implacabile assalto dell’opposizione al governo Maduro. Ciò di cui si ha bisogno oggi, urgente più che mai, non è il dialogo o la riconciliazione, non è l’armonia e la comprensione, ma l’impegno radicale ad andare con decisione avanti.

I Venezuelani chiedono prezzi giusti, ma questi sono ancora definiti dai capitalisti. I Venezuelani chiedono strade sicure, ma la polizia è stata un mezzo debole per contrastare le mafie. I Venezuelani chiedono ancora più decisione nel rendere più partecipative le istituzioni, ma i poteri forti hanno l’intenzione di continuare a metter le mani sulla rendita petrolifera. Si è formato ormai un nodo gordiano, le corde si aggrovigliano sempre più e chiedono di esser tagliate.

Non sono i giacobini Venezuelani che ci salveranno, ma i sansculottes.

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Traduzione libera a cura di pensiero meridiano. Articolo originale: “Venezuelan Jacobins” di George Ciccariello-Maher per Jacobin

Per tutto l’oro del Perù: la capitolazione del governo difronte alle lobby minerarie.

Il 16 Novembre del 1532, Cajamarca fu teatro di un’importante sconfitta storica, quella di Atahualpa per mano di Francisco Pizarro. Sconfitta che avrebbe segnato il destino dell’intero popolo Inca e di tutta la regione andina. Oggi, dopo quasi mezzo millennio  Cajamarca si ritrova protagonista di una nuova battaglia, più lenta e atroce di quella vissuta da Athaualpa.  Quella contro le lobby minerarie ostinate nel voler perpetuare la condizione di sfruttamento di un popolo che da secoli continua ad essere spogliato di ogni ricchezza.

Cajamarca contro Yanacocha

Cajamarca contro Yanacocha

Articolo tradotto da pensiero meridiano, da “Pour tout l’or du Pérou” di Anna Bednik, Le Monde Diplomatique – Mars 2014.

Candidato di sinistra alle elezioni del 2011, il Presidente peruviano Ollanta Humala ha ormai una sola ossessione: soddisfare le lobby minerarie. A rischio di reprimere le mobilitazioni popolari, come a Cajamarca, nel Nord del Paese.

« Vi hanno chiesto la vostra opinione ? », 2 maggio 2011, piazza centrale di Bambamarca, sulla pianura andina peruviana. Microfono alla mano e poncho contadino sulle spalle, Ollanta Humala, ex-militare candidato al mandato supremo, urla allo scandalo : « Cos’é più importante: l’aqua o l’oro? Non bevete mica dell’oro, non mangiate mica dell’oro ! (…) E’ dall’acqua che viene la ricchezza. » No, Minas Conga non l’avrà vinta.

Minas Conga ? Un progetto di estrazione di rame e d’oro diretto da Yanacocha, consorzio formato dal gigante americano Newmont (51,35%) , il gruppo peruviano Buenaventura (43,65%) e la Società finanziaria internazionale, ramo appartenente alla Banca mondiale che si occupa del credito al settore privato (5%). Quattro laghi spariranno nel nulla. Durante i diciassette anni di sfruttamento previsti, circa novanta mila tonnellate di scorie cariche di metalli pesanti saranno riversate ogni giorno. Ci troviamo però in una zona di  ricarica delle falde acquifere, fonte di fiumi che alimentano i campi, le città ed i villaggi di tutta la regione.

Conosciuta per la sua produzione lattiera e per i suoi formaggi, la regione di Cajamarca a già visto molti laghi prosciugarsi per mano di Yanacocha. Dal 1993, la società sfrutta qui la più grande mina d’oro dell’America Latina. Per fare ciò essa è autorizzata a tirare fino a novecento litri d’acqua al secondo, una quantità circa tre/quattro volte superiore a quella della città-capitale di Cajamarca, che è obbligata a razionare l’acqua dei suoi duecentoottantaquattro mila abitanti. Le associazioni di difesa ambientale e le ronde contadine ritengono l’azienda responsabile del prosciugamento di alcuni corsi d’acqua e di numerose contaminazioni dovute a metalli pesanti, cianuro e altre sostanze tossiche. Pertanto, quando il candidato della coalizione nazionalista, Gana Perù promette di “rispettare la loro volontà riguardo l’industria mineraria”, sono in molti ad applaudire.

Humala vince le elezioni del 2011, dopo essersi alleato al secondo turno con l’ex-presidente centrista, Alejandro Toledo (2001-2006) che fornirà gran parte dei ministri presenti oggi nella coalizione governativa. Cinque mesi dopo l’elezione, Humala cambia la sua prospettiva:  «Noi rifiutiamo le posizioni estreme! (…) L’acqua o l’oro? Noi proponiamo una soluzione ragionevole: sia l’acqua che l’oro. »  Quando uno sciopero generale paralizza l’intera città di Cajamarca chiedendo l’abbandono del progetto, Humala adotta subito un comportamento degno dei suoi predecessori: dichiara lo stato d’emergenza e spiega tutte le sue forze armate. Nel Luglio del 2012, quando Huamala rinnova il suo sostegno a Yanacocha, le proteste che seguiranno saranno sempre represse con violenza: cinque morti ed una trentina di feriti.

Intitolato, “La grande trasformazione, il programma di Gana Perù, redatto nel 2010, si apriva con una requisitoria contro il modello neoliberale, denunciava il modello economico eccessivamente basato sulle esportazioni, e denunciava la mano onnipresente delle aziende straniere sulle risorse naturali. Nel Settembre 2013, alla chiusura del salone professionale Perumin, Huamala non cerca ormai più la rottura. «L’industria mineraria responsabile deve diventare una leva di sviluppo del Paese grazie all’investimento privato», dichiara il presidente del Perù. Il Paese sembra condannato allo sfruttamento minerario ormai dall’epoca coloniale.

Tra il 1993 ed il 2012, l’investimento privato nel settore delle estrazioni minerarie è aumentato di quaranta volte. Le riforme neoliberali degli anni 90, condotte da Alberto Fujimori (destra), e l’aumento vertiginoso dei prezzi dei principali metalli durante gli anni 2000 (aumento di più del 400% del prezzo dell’oro, del rame e dello stagno, 150% per lo zinco, 350% per il piombo e più del 550% per l’argento) hanno consolidato la forte dipendenza dell’economia nazionale  dal settore minerario. Quest’ultimo rappresenta la prima destinazione degli investimenti esteri nel Paese, rappresenta il 60% delle esportazioni, fornisce al Perù il 50% dei servizi e circa il 15% delle entrate fiscali. Conseguenze? Una debole diversificazione dell’economia ed una alta vulnerabilità alla fluttuazione delle quotazioni sui mercati internazionali.

Gli economisti ortodossi sottolineano il fatto che nel corso degli ultimi dieci anni, caratterizzati da un alto tasso di crescita economica, il tasso di povertà si è ridotto di ben 28 punti percentuali. Ciò nonostante, nelle regioni rurali delle Ande, principali regioni per l’installazione di impianti di estrazione, tale tasso si attesta ancora a livelli molto alti (58%) rispetto alle zone urbane (14% di Lima). Poco integrata all’economia locale, l’industria mineraria impiega direttamente solo l’1,3% della popolazione attiva e consuma in maniera smisurata le risorse naturali (acqua e terre) fondamentali per la sopravvivenza andamento dell’agricoltura familiare.

Con l’aiuto dell’esercito francese

Sotto la presidenza Humala, la revisione del regime fiscale a cui è sottoposta l’industria mineraria non ha fatto fuggire le imprese: il sovra-costo rappresentato dalle nuove tasse, deducibile dalle imposte sulle società, è stato piuttosto limitato, mentre il nuovo modello di calcolo dei prelievi fiscali – fondato sul risultato operativo, e non più sul valore globale del fatturato – corrisponde precisamente alla proposizione delle lobby minerarie.

Per di più, queste stesse lobby esigono dal governo ulteriori semplificazioni amministrative riguardo le procedure di prelievo. Questa sarebbe la condizione necessaria per migliorare il livello di competitività (e mantenere stabili i livelli di investimento), di fronte ad una congiuntura economica che vede i prezzi dei metalli perdere quota.  La scorsa primavera, un pacchetto di riforme approvato per decreto ha già modificato le condizioni di ottenimento dei permessi di scavo: la garanzia di protezione del patrimonio archeologico è stata quasi eliminata, il periodo di approvazione degli studi d’impatto ambientale è stato ridotto a cento giorni. Contemporaneamente, le comunità andine, a maggioranza quechua e aymara, sono state escluse dal perimetro di legge che obbliga le aziende a consultare le popolazioni indigene.

I permessi di esplorazione e sfruttamento dei giacimenti si moltiplicano, si estendono a nuovi territori (sino al 69% del territorio totale di alcune regioni), e l’industria minerarie diviene sempre più il primo motivo di conflitti sociali: 107 su 115 a settembre 2013. Superare i 30 miliardi di dollari di esportazioni nel 2016? Quest’obiettivo definito dall’esecutivo si scontra però ad un ultimo ostacolo: la resistenza delle popolazioni locali. Nel novembre 2013 , un anno dopo l’arrivo a Cajamarca di due ufficiali dell’esercito francese per formare i poliziotti antisommossa al controllo dei manifestanti, due accordi in materia di sicurezza e difesa sono stati stipulati con la Francia. Presto Parigi invierà a Lima altri formatori. Il “savoir-faire” francese, quello che Michele Alliot-Marie, allora ministro degli affari esteri ed europei offriva alla Tunisia prima della caduta di Ben Ali, avrà trovato forse un nuovo sbocco?

Articolo originale: “Pour tout l’or du Pérou” di Anna Bednik, Le Monde Diplomatique – Mars 2014.

Traduzione a cura di pensiero meridiano

Il colonialismo sugli schermi: in che modo il cinema trova nuove strade per distruggere un vecchio Tabù

Due film lusofoni esaminano, in silenzio, il distacco tra la vecchia Europa e il multiculturalismo contemporaneo Mentre l’immigrazione proveniente dagli ex-imperi continua a cambiare l’occidente, nel cinema contemporaneo è calato un educato silenzio sul colonialsimo.

Echoes of the past …

Echoes of the past … Gustavo Jahn as João and Irma Brown as Sofia in Neighbouring Sounds. Photograph: Victor Juca

Pankaj Mishra e Niall Ferguson sono solo due delle tante figure provenienti da altri campi culturali che tentano di riscrivere la storia delle passate (dis-)avventure dei poteri europei. Il cinema sembra invece accontentarsi di aspettare indicazioni chiare su come procedere.

Nel cinema occidentale dell’ultima decade, non ci sono stati molti film ambientati nelle colonie, probabilmente a causa delle difficoltà date dalla questione del punto di vista. In origine, le storie delle colonie servivano a rafforzare il senso d’identità nazionale. Ma anche le narrazioni relativamente equilibrate realizzate nella prospettiva dei conquistatori, come Zulu, sono problematiche – e commercialmente impraticabili – ora che alcuni dei discendenti delle popolazioni indigene sono probabilmente  diventati cittadini inglesi.

Quindi in che modo oggi il colonialismo si inserisce nella storia europea? Gli approcci che negano ogni approvazione dei movimenti indipendentisti, come Gandhi ad esempio, assomigliano di più a delle ricostruzioni storiche, non rappresentando in modo esplicito lo sbiadirsi dei confini nazionali e l’accavallarsi dei legami culturali del ventunesimo secolo. Come si può aspirare a essere inglese, francese, belga, italiano o tedesco senza scontrarsi con la violenza commessa in passato in nome di queste nazioni?

Forse le risposte sono udibili in portoghese. Due recenti film lusofoni – scritti nella lingua con la più lunga storia coloniale – hanno fatto notevoli passi avanti nell’esplorazione di nuove strade cinematografiche per affrontare la questione. Esaminano il colonialismo non coprendolo con l’espiatoria storia del multiculturalismo, o attraverso una specie di severa ramanzina come quella di Michael Haneke in Niente da nascondere; ma in un modo silenzioso e intimo – considerandolo come una pressione invisibile che pesa dall’interno sulla società attuale, sulla sua cultura e, in ultima istanza, su noi stessi.

La prima parte di Tabù, film uscito lo scorso anno, era un “Paradiso perduto” ambientato in una Lisbona dei giorni nostri, dove una cristiana di mezza età, Pilar, comincia a interessarsi alla sua vicina Aurora, un’anziana con il vizio del gioco che indulge in un razzismo velato nei confronti della sua domestica capoverdiana, Santa. Quando Aurora muore, e Pilar rintraccia il vecchio amante della donna, l’abbottonato realismo del film si schiude in un “Paradiso”, un elegante racconto dei giorni passati dalla coppia nell’Africa portoghese. La relazione si sviluppa su uno sfondo elegante che è una sorta di corsa cinematografica tra le fantasie e gli atteggiamenti postcoloniali, da FW Murnau alle avventure di Tarzan, fino alla maniacale nostalgia di Wes Anderson.

È l’approccio furtivo, che suggerisce che i fatti storici si sbiadiscono ma vengono interiorizzati – nella memoria biologica e culturale – e, involontariamente, riappaiono in atteggiamenti, stili, prese di posizione, mode, cinema. O in vecchie fotografie come nel film brasiliano uscito la scorsa settimana, O som ao redor di Kleber Mendonça Filho, che inizia con il montaggio dell’enigma dei primi anni del ventesimo secolo: riprese di villaggi coloniali, di contadini che arano i campi, di case e scuole per i lavoratori. Sapremo poi che queste immagini hanno probabilmente un legame con la piantagione di canna da zuccherro grazie a cui Don Francisco, il patriarca che possiede quasi la totalità della via di Recife abitata dall’ensemble Short Cuts del film, ha fatto fortuna.

In O som ao redor, tutta la famiglia di Don Francisco considera la tenuta come un luogo per sfuggire dallo stress della città. Lo si vede chiaramente nella scena, inserita in un’atmosfera di sogno, in cui il nipote di Don Francisco, João, vi si reca. João e la sua ragazza vagano per la campagna, visitano una scuola locale, fanno finta di essere delle maschere in un cinema abbandonato: dei tremiti d’organo e le grida di un vecchio film d’orrore urlano sulla colonna sonora di Kleber Mendonça Filho.

Scavano nel passato. Alla fine, il nonno, il nipote e la ragazza fanno il bagno sotto a una cascata e l’acqua rossa scende sulla testa di João, che si sveglia con un sossulto: è il sangue degli antenati, come scopriremo più tardi. Questo è l’unico momento in cui il realismo viene rotto completamente, e in cui qualcosa di elementare irrompe sul piano compartimentalizzato del film.

Prodotto dalla colonia, invece che dal colonizzatore, O som ao redor ha, comprensibilmente, una visione più scettica della storia. Ma la esplora attraverso lo stesso sguardo discreto di Tabù; impegnandosi in indagini profonde, scavando per cogliere le modalità attraverso cui il passato continua a modellare il mondo contemporaneo. C’è più spazio per l’ambiguità: si ammette che le identità coloniali, e le gerarchie di potere che esse hanno provocato, possano essere una fonte di sostentamento o di disgusto o di queste due cose insieme. Il regista di Tabù, Miguel Gomes, espone la sua posizione sul sito di cinema Hammer to Nail: “Nel Portogallo degli anni ‘70, la finzione – in letteratura ma anche nel cinema – ha cercato di avere un approccio molto didattico all’argomento, spiegando le cose agli spettatori come se fossero dei bambini. Da parte mia, voglio dare per scontato che oggi le persone abbiano capito che il colonialismo non era un buon sistema.”

Forse questi registi lusofoni sono più coscienti riguardo agli influssi profondi che il colonialismo ha sulla cultura portoghese. Ritenuta indispensabile per affermare il carattere nazionale durante l’epoca delle scoperte, quando i marinai andavano alla conquista delle prime colonie e restavano lontani durante mesi o anni, la nozione di saudade è anch’essa carica di una forte ambiguità: essa indica un senso di lontananza o di nostalgia per una persona assente o per un’epoca, e unisce un sentimento di amore e di perdita alla consapevolezza dello scorrere inesorabile del tempo. La saudade descrive sicuramente Tabù, e in parte anche O som ao redor, e il silenzioso fatalismo che i due film condividono.

Non si può mettere una dose di saudade in ogni film sul colonialsimo, responsabile di moltissimi crimini che dovrebbero essere denunciati. In ogni caso, il cinema – imprigionato in un conflitto tra la vecchia Europa e la sua faccia moderna, multiculturale – cerca di evitare la questione. Film buonisti come Quasi amici creano una commedia a partire dalla differenza, ma non riescono ad arrivare alla complessità del discorso. Alcuni registi isolati come Claire Denis esplorano questo territorio attraverso intriganti analisi psicologiche, ma il gruppo lusofono sembra essere quello più innovatore, che gioca elegantemente con la forma per fare luce su vecchi pregiudizi, floride fantasie e rimorsi testardi. La via silenziosa potrebbe rivelarsi la più veloce per arrivare a nuove prospettive.

Fonte: “Colonialism on film: how cinema finds new ways to bust an old Tabu“, Phil Hoad, The Guardian, Marzo 2013.

Traduzione per Pensiero Meridiano: Matilde Maini

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Eduardo Galeano, Il dondolio dell’uccello nero

Negli anni 70’, lo scrittore Uruguaiano Eduardo Galeano dipinge la trasformazione vissuta da Caracas dalla scoperta del petrolio, questo “escremento del diavolo” secondo il diplomatico venezuelano Juan Pablo Perez Alfonzo, padre spirituale dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC).

Eduardo Galeano

Eduardo Galeano

Caracas, la capitale, in trent’anni ha ingrandito la sua superficie di circa sette volte. La città patriarcale caratterizzata dai suoi freschi patio, con la sua Plaza Mayor e la sua cattedrale silenziosa, si è riempita di grattacieli allo stesso ritmo con cui il lago Maracaibo si è popolato di gru. Oggi la città è un incubo in cui regna l’aria condizionata, una metropoli supersonica e trepidante, un centro di cultura del petrolio che preferisce la consumazione alla creazione e che moltiplica i bisogni artificiali per nascondere i suoi bisogni reali.

Caracas ama il cibo in scatola e i prodotti sintetici. Non si cammina più, ci si sposta solamente in auto, e lo smog dei motori ha avvelenato l’aria pura della valle. Caracas ha difficoltà ad addormentarsi perché non riesce a calmare il suo desiderio di guadagnare e di comprare, di consumare e di spendere, di possedere tutto. Sui fianchi delle colline, più di mezzo milione di emarginati contemplano dalle loro bidonvilles tutto questo spreco. Centinaia di migliaia di automobili all’ultima moda risplendono nelle vie della città dorata. Non appena le feste si avvicinano, arrivano al porto de La Guaira le barche ubriache di champagne francese, di whisky scozzese e di foreste di alberi di Natale provenienti dal Canada, mentre la metà dei bambini e della gioventù del Venezuela, nel 1970, non frequenta ancora la scuola. (…)

Il romanziere Salvador Garmendia mi scriveva nel 1969: “hai visto il bilanciere, il macchinario che estrae il petrolio grezzo? Ha la forma di un grande uccello nero dalla testa appuntita che si alza e si abbassa pesantemente, giorno e notte, senza fermarsi un secondo. (…) Cosa succederà quando udiremo il rumore caratteristico della suzione quando non ci sarà più liquido da estrarre?  Le prime note di questa ouverture grottesca cominciano già a risuonare sul lago Maracaibo, dove spuntarono nel giro di una notte le favolose città con i loro cinema, i loro supermercati, le loro sale da ballo, il loro brulicare di puttane e bische dove il denaro non aveva valore. Ci ho fatto un giro laggiù, un po’ di tempo fa, e ho sentito una stretta allo stomaco. L’odore di morte e di rottami è più forte di quello del petrolio. (…) Nel frattempo i bilancieri continuano il loro viavai, e la pioggia di dollari cade su Miraflores, il palazzo di governo, per poi trasformarsi in autostrade o in altri mostri di cemento armato. Il settanta percento del paese vive emarginata da tutto. Una classe media scervellata, che intasca alti salari e ingombra le proprie case di oggetti inutili, prospera nelle città, vivendo stordita dalla pubblicità e professando al massimo l’imbecillità ed il pessimo gusto.”(…)

Poco dopa la sua fondazione, l’impresa nazionale Petroleos de Venezuela occupava già la prima posizione tra le cinque aziende più importanti dell’America latina. (…) Tuttavia, così come sempre si dovrebbe fare quando lo Stato diventa proprietario della principale ricchezza del Paese, ci si dovrebbe domandare chi è a capo dello Stato. La nazionalizzazione delle risorse di base non implica per forza la redistribuzione dei profitti a vantaggio della maggioranza della popolazione, ne tanto meno può mettere in pericolo il potere ed i privilegi della minoranza dirigente. In Venezuela l’economia dello spreco continua a funzionare immutata. Al centro, illuminata da un neon, risplende una classe sociale multimilionaria e dilapidatrice. Nel 1976 (anno della nazionalizzazione del settore petrolifero), le importazioni sono aumentate di un quarto, in gran parte per alimentare i fiumi di articoli di lusso che inondano il mercato. (…) “Attenzione! Avverte Juan Pablo Pérez Alfonso, patriarca del nazionalismo venezuelano e profeta della recupero del petrolio da parte dello Stato. Si può tranquillamente morire di indigestione così come si può morire di fame.

Le Vene aperte dell’America Latina

Plon, Parigi, 1981

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Le crociate dimenticate del cardinale Ratzinger

In America Latina a partire dagli anni 70’ la Santa Sede ha contrastato con forza le nascenti correnti cristiano-progressiste come i teologi della liberazione, di ispirazione marxista. Papa Wojtyla e papa Ratzinger hanno portato avanti vere e proprie crociate contro le fazioni più radicali rafforzando la tendenza conservatrice della Chiesa. Vista la tendenza a vedere l’America Latina come la culla del socialismo del 21° secolo, l’elezione di Papa Francesco non è forse il segno chiaro di una offensiva ancora più aspra nei confronti del consolidamento della sinistra nei paesi sud-americani?

Di Maurice Lemoine, Le Monde Diplomatique , marzo 2013.

Traduzione e adattamento a cura di Pensiero Meridiano.

Monsignor Oscar Arnulfo Romero, Il 24 marzo del 1980 Romero viene brutalmente assassinato mentre celebra messa. Non aderì mai alla Teologia della Liberazione, ma ne è considerato un’icona.

Monsignor Oscar Arnulfo Romero, Il 24 marzo del 1980 Romero viene brutalmente assassinato mentre celebra messa. Non aderì mai alla Teologia della Liberazione, ma ne è considerato un’icona.

Gran parte dei commenti sulle dimissioni del Papa Benedetto XVI sono caratterizzati da una opinione piuttosto comune: quella secondo cui, lasciando il suo trono con coraggio e maestria il sommo pontefice abbia semplicemente ceduto ai ritmi della vita moderna. Tuttavia in America Latina il ricordo lasciato dal’ex – cardinale Joseph Ratzinger è associato al passato.

Piccolo flash back, siamo nel 1960, epoca in cui don Helder Camara, arcivescovo di Recife, che incarna la coscienza dei cattolici progressisti del continente sud-americano, lascia ai posteri una frase che resterà ai posteri: “Quando do da mangiare ai poveri, mi danno del santo; quando invece chiedo perché essi siano poveri mi danno del comunista” . L’analfabetismo, l’emarginazione e le condizioni di miseria e povertà in cui annaspavano decine di milioni di abitanti, in questi anni, hanno alimentato un processo “radicalizzazione” (intesa come tendenza ad ideologie radicali) di un gran numero di cristiani così come di alcuni membri della gerarchia ecclesiastica. In un clima di aggiornamento dei valori della Chiesa, sotto il pontificato di Papa Giovanni XXIII e soprattutto a partire dal concilio Vaticano II (1962-65), l’enciclica Populorum progressio, porta nel marzo del 1967 un segnale di sostegno e approvazione da parte di Roma a quello che sta succedendo nei ranghi del clero brasiliano.

Dal 26 Agosto al 6 Settembre del 1968 viene inaugurata da papa Paolo VI la seconda conferenza episcopale latino-americana, che si riunisce a Medellin in Colombia. Durante la sua prima assemblea, un giovane teologo peruviano, Gustavo Gutierrez, presenta un rapporto sulla “teologia dello sviluppo”. Il documento ultimo che esprime i principi propri di tale ideologia, dopo aver affermato che il continente sud-americano è vittima del “neocolonialismo”, dell’”imperialismo internazionale del denaro” e del “colonialismo interno”, riconosce la necessità di “trasformazioni audaci, urgenti e profondamente rinnovatrici”(1). Questa professione di fede segna la nascita della cosiddetta “Teologia della Liberazione”. Procedendo ad una lettura critica ed impegnata del Vangelo, una delle convinzioni di tale teologia è che accanto al peccato individuale esista un peccato collettivo e strutturale: vale a dire un strutturazione della società e dell’economia che causa la sofferenza, la miseria e la morte di innumerevoli “fratelli e sorelle”. Nelle zone rurali, nei quartieri popolari e nelle bidonville, un intera generazione di membri del clero s’impegnano concretamente, e politicamente, schierandosi al fianco dei meno abbienti.

L’offensiva contro la sinistra clericale latino-americana

L’espressione dei vescovi conservatori, già di suo uggiosa, si fece ancora più triste. Tre poli di resistenza ai classici dettami della Chiese sorsero in America-Latina: in Argentina e Brasile, ai tempi controllati da regimi militari, in cui i prelati conservatori continuarono ad operare, ed in Colombia. Non stupisce il fatto che per affrontare i “sovversivi” di Medellin, venga messo in prima linea proprio un vescovo colombiano, Alfonso Lopez Trujillo. Il suo ruolo si consolida  quando, già vescovo ausiliario di Bogotà, viene eletto segretario generale del Consiglio Episcopale latino-americano (CELAM) nel novembre del 1972, per poi divenirne presidente e restare in carica sino al 1983. A partire dal 1973 i dirigenti del Celam denunciano un “infiltrazione marxista” nella Chiesa. Pertanto i teologi della liberazione l’hanno più volte ripetuto: del marxismo loro utilizzano solo i concetti che sembrano più pertinenti – la fede nel popolo considerato come artigiano della storia; alcuni elementi di analisi socio-economica; il funzionamento dell’ideologia dominante; la realtà del conflitto sociale (2). Monsignor Lopez Trujillo non si sforzerà neanche tanto per silurare questa nuova corrente, e riceverà presto un’importante supporto: l’aiuto del Vaticano.

Dopo la morte di Papa Paolo VI, è il cardinale polacco Karol Wojtyla, diventato Papa Giovanni Paolo II il 16 ottobre 1978, a presiedere la terza conferenza episcopale latino-americana di Puebla (Messico). Tutti i Paesi della regione, tranne quattro, sono in questo periodo sotto il controllo di regimi militari. Mentre i vescovi confermano la scelta prioritaria di “concentrarsi sulle condizioni dei poveri”, il nuovo Papa evita qualsiasi dichiarazione che riguardi le tensioni che attraversano in questo momento la Chiesa latino-americana. Allo stesso tempo però quest’ultimo si astiene dal fare dichiarazioni di denuncia nei confronti dei regimi dittatoriali. Marcato personalmente dalla sua esperienza di vita in un paese dell’Est Europa, vigoroso anticomunista, adotta una visione piuttosto semplicista degli eventi caratterizzanti la Chiesa sud-americana, e nel 1981 chiama a Roma un teologo tedesco con cui ha dei profondi legami personali: il cardinale Ratzinger, che diventa così prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, la vecchia Inquisizione.

Ratzinger l’inquisitore

Con tutta la sua esperienza sul campo ed un anno di vicariato in una parrocchia di Monaco, il nuovo ideologo di fresca nomina diventa la più solida spalla di Monsignor Lopez Trujillo (che lo raggiungerà, nel 1983, alla suddetta Congregazione). In un’atmosfera da guerra fredda, il Nicaragua diventa una sorta di “modello polacco”: la gerarchia ecclesiastica è chiamata a resistere apertamente contro il regime sandinista – di ispirazione cristiana e marxista allo stesso tempo – e viene a crearsi un sodalizio informale tra il Vaticano e gli Stati Uniti di Ronald Reagan, al fine di combattere tra l’altro, la minaccia comunista in America Latina.

Durante una conferenza tenutasi al Vaticano, nel settembre 1983, Ratzinger si lascia andare ad una violenta requisitoria: “L’analisi del fenomeno della Teologia della Liberazione sottolinea in maniera chiara la presenza di un pericolo fondamentale per la fede della Chiesa (3).” Denunciando un radicalismo “la cui gravità è spesso sottostimata perché tale teologia non rientra in nessuna categoria di eresia esistente oggigiorno”, egli osserva: “Il mondo viene qui interpretato secondo un’ottica di lotta di classe.(…) Il “popolo” diventa un concetto in opposizione a quello di “gerarchia” ed è allo stesso tempo antitetico rispetto a tutte le istituzioni considerate sempre più come forze di oppressione”. I termini vivi e vigorosi di una prima direttiva emanata dalla Congregazione il 3 settembre 1984,appaiono come una condanna a morte per la sinistra clericale latino-americana.

Tempo prima, il « grande inquisitore » aveva indirizzato all’episcopato peruviano un documento di analisi del lavoro di padre Gutierrez, prima di obbligarlo a “rivedere” le sue opere in un processo degno di quello vissuto da Galileo. Nel marzo del 1985 è sull’opera “Chiesa, carisma e potere” del frate francescano Leonardo Boff, che si abbatte la tempesta. Dopo esser stato atto fuori dalla casa editrice che lui stesso dirigeva,  a padre Boff gli si impedisce la libertà di insegnamento e di libera espressione di pensiero. In Brasile, appena uscito dal ventennio dittatoriale, tale sanzione provoca una forte indignazione (4).

Il rafforzamento del conservatorismo ecclesiastico ed i legami con le dittature

Dinnanzi all’amarezza provocata da tali diktat imposti dall’alto, Giovanni Paolo II prova a tenere sotto controllo l’incendio sul quale il “Panzerkardinal” getta benzina a fiotti. Parlando della teologia contestata, in una lettera del 9 aprile 1986 indirizzata all’episcopato brasiliano, il papa giudica che questa sia “non solamente opportuna ma anche utile e necessaria”. Addirittura il papa si spinge ancora più in là criticando l’ideologia dominate del capitalismo liberale. Malgrado tutto ciò Roma decide però di smantellare con forza  l’esperienza di Medellin. La nomina di vescovi conservatori e membri dell’Opus Dei (5), il peso crescente dato a nuovi movimenti come il neocatecumenismo, i Legionari di Cristo, il Rinnovamento carismatico (neo-pentecostalismo) fa si che il duo Wojtyla – Ratzinger rafforzi la tendenza conservatrice della Chiesa. Per ridurre l’influenza dei pastori considerati troppo radicali, alcune diocesi, come quella del cardinale Paulo Evaristo Arns, in Brasile, saranno sapientemente riorganizzate. Nel 1985, Monsignor Josè Cardoso, spinto dalla curia romana, rimpiazza don Helder Camara. Il nuovo arrivato comincia sin da subito a inimicarsi quasi tutto il clero e tutti i gruppi laici militanti.

Se i preti che appoggiano il governo sandinista sono condannati, questo non sarà il caso di quei preti che invece hanno collaborato con la giunta militare argentina. E difficilmente si dimenticherà il giorno in cui Giovanni Paolo II diede la comunione a Pinochet, durante una sua visita in America Latina. Si sa ancora meno delle negoziazioni portate avanti dal cardinale cileno Jorge Medina per favorire la liberazione di Pinochet ed il suo ritorno a Santiago, nel periodo in cui quest’ultimo era detenuto a Londra, tra il novembre 1998 e il marzo 2000. Bisogna dire che tali negoziazioni furono sostenute dalla Sanata Sede, grazie al sostegno dei cardinali Trujillo e Ratzinger. Meno fortunati di Pinochet sono stati i circa centoquaranta teologi che avevano tentato di mettere in pratica le aperture progressiste predicate dal concilio Vaticano II, i quali sono stati puniti durante il pontificato Giovanni Paolo II.

Diventato ormai papa Benedetto XVI, ricevendo un gruppo di prelati brasiliani il 5 dicembre 2009, l’ispiratore e teorizzatore delle misure conservatrici di Wojtyla imprecava così riferendosi alla teologia della liberazione: “I postumi più o meno visibili di tale comportamento, caratterizzati dalla ribellione, dalla divisione, dal disaccordo, dall’offesa e dall’anarchia, perdurano ancora, producendo nelle vostre comunità diocesane una grande sofferenza ed una grave perdita di forze vive (6)…” Si può essere San Pietro ed essere poco inclini al pentimento ed al perdono …

Un surrogato (un Ersatz): Horacio Verbitsky accusa Jorge Mario Bergoglio

Se Papa Pio XII ricevette finanziamenti dalla CIA per sostenere la Democrazia Cristiana e impedire la vittoria comunista alle prime elezioni italiane del dopoguerra, e se Wojtyla fu l’ariete che apri il primo spiraglio nel muro di Berlino, il papa Argentino potrà giocare lo stesso ruolo nel mondo latinoamericano.

Di Horacio Verbitsky – pubblicato su Página/12 15.03.2013

titolo originale: Un Ersatz – Traduzione e adattamento di Pensieromeridiano

Horacio Verbitsky, scrittore e giornalista argentino nato a Buenos Aires nel 1942, figlio di un noto giornalista latinoamericano, Bernardo Verbitsky. E’ Presidente del “Centro studi giuridici e sociali” di Buenos Aires e membro del direttivo di “Human Rights Watch – Americas”. Sua la famosa definizione “Il giornalismo è diffondere quello che qualcuno non vuole che si sappia. Il resto è propaganda”. Giornalista dai 18 anni, ha collaborato con i quotidiani Clarin, New Tork Times, Wall Street Journal, El Pais, e Página/12, da cui è tratto questo articolo.

Con più di venti libri alle spalle, Verbitsky ha passato gran parte della sua vita a raccogliere e riportare alla luce le memorie di un’Argentina ferita da una dittatura spalleggiata da una parte delle gerarchie cattoliche, colpevole di aver a lungo taciuto sulle tante sparizioni di personaggi invisi al regime. Ha raccontato una parte delle colpe della Chiesa argentina nel libro “L’isola del Silenzio”. 

 
Jorge Mario Bergoglio, eletto papa come Francesco I

Jorge Mario Bergoglio, eletto papa come Francesco I

Quello che caratterizza Bergoglio, secondo l’autore, è che riunisce in sé due tratti all’apparenza contraddittori, ma già presenti in alcuni papi, tra cui Giovanni Paolo II e Pio XII: l’essere un conservatore radicale ma con una forte sensibilità sociale. Ma il nuovo papa non sarà altro che un surrogato, un “ersatz”. Un gesuita vestito da francescano, ma che del santo di Assisi porta solo il nome. E che potrebbe essere la chiave di volta per aprire ancor di più l’America Latina all’egemonia cattolica, con un ruolo simile a quello di Giovanni Paolo II per i paesi dell’Est Europa all’indomani della caduta del muro e a papa Pacelli in Italia, nell’immediato dopoguerra.

L’articolo originale:

Tra le centinaia di chiamate e e-mails ricevute, ne scelgo una. « Non posso crederci. Sono cosi sconvolta e arrabbiata, che non so cosa fare. Ha ottenuto quello che voleva. Sto vedendo Orlando in TV, in sala da pranzo, che già da qualche anno diceva  “vuole diventare papa”. E’ la persona piu indicata per coprire il marciume. E’ un esperto nel dissimulare. Il mio telefono non cessa di suonare, Fito mi ha parlato piangendo ». Parole di Graciela Yorio, la sorella del sacerdote Orlando Yorio, che denuncio Bergoglio come responsabile del suo rapimento e delle torture che patì per 5 mesi, nel 1976. Il Fito che l’ha chiamata, sconsolato, è Alfonso Yorio, suo fratello. Entrambi hanno dedicato molti anni della propria vita a portare avanti le denunce di Orlando, un teologo e sacerdote terzomondista, morto nel 2000, avendo come incubo quello che ieri è diventato realtà. Tre anni prima, il suo incubo era stato nominato arcivescovo coadiutore di Buenos Aires.

Orlando Yorio non ha vissuto abbastanza per ascoltare la dichiarazione di Bergoglio davanti al Tribunal Oral Federal 5. In quell’occasione sostenne che era venuto recentemente a conoscenza dell’esistenza di casi di bambini scomparsi dopo la fine della dittatura. Tuttavia il Tribunal Oral Federal 6, che ha giudicato il piano sistematico di appropriazione di figli dei detenuti-desaparecidos, aveva ricevuto documenti indicanti che già nel 1979 Bergoglio era consapevole della situazione e che intervenne in modo attivo nella vicenda, almeno in un caso, su sollecitazione del suo superiore, Pedro Arrupe. Dopo aver ascoltato il racconto dei familiari di Elena de la Cuadra, sequestrata nel 1977, al quinto mese di gravidanza, Bergoglio avrebbe consegnato un documento al vescovo ausiliare di La Plata, Mario Picchi, chiedendogli di intercedere presso il governo militare. Picchi scoprì che Elena aveva dato luce a una bambina, la quale era stata affidata ad un’altra famiglia. “Si trova presso una famiglia perbene e non tornerà indietro”, avrebbe comunicato alla famiglia.

Dichiarandolo per iscritto nella causa della ESMA (Escuela Superior de Mecánica de la Armada, il più grqnde centro di detenzione di oppositori del regime argentino, ndt), a proposito del sequestro di Yorio e anche del gesuita Francisco Jalics, Bergoglio disse che nell’archivio episcopale non c’erano documenti sui detenuti  scomparsi. Tuttavia il suo successore, l’attuale Presidente, José Arancedo, inviò al Giudice Martina Forns una copia del documento sull’incontro del dittatore Videla con i vescovi Raul Primatesta, Juan Aramburu e Vicente Zazpe, nel quale fu discusso con straordinaria franchezza su cosa si doveva dire e cosa non dire sui detenuti scomparsi,  che  erano stati assassinati, dal momento che Videla voleva proteggere chi li aveva uccisi. Nel suo libro “Chiesa e dittatura”, Emilio Mignone indica Bergoglio come esempio di  un pastore  che consegna le pecore al loro nemico, senza difenderle. Bergoglio mi raccontò che in una delle sue prime messe da arcivescovo cercò di avvicinare Mignone per dargli spiegazioni, ma il presidente fondatore del CELS alzò la mano indicandogli di fermarsi.

 Non sono sicuro che Bergoglio sia stato eletto per coprire il marciume che ha ridotto all’impotenza Joseph Ratzinger. Le lotte interne della curia romana seguono una logica cosi imperscrutabile che i fatti più oscuri sono in genere attribuiti allo spirito santo, sia che si tratti delle manovre finanziarie per le quali lo IOR é stato escluso dal meccanismo del clearing internazionale, dal momento che non ottempera alle normative per il controllo del riciclaggio del denaro, sia che si tratti dei casi di pedofilia che si sono verificati a livello mondiale e per i quali Ratzinger ha chiesto perdono in quanto Massimo rappresentante della Chiesa Cattolica. Non mi sorprenderebbe che Bergoglio, con il pennello in mano,  iniziasse una crociata moralizzatrice per imbiancare i sepolcri degli apostoli.

Quello di cui sono sicuro è che il nuovo vescovo di Roma sarà un surrogato, un succedaneo di scarsa qualità, come l’acqua con la farina che le madri indigenti usano per ingannare la fame dei propri figli. Il teologo della Liberazione brasiliano Leonardo Boff, escluso dal sacerdozio da Ratzinger, coltivava la speranza che sarebbe stato eletto il francescano di origini irlandesi Sean O’Malley, che regge la diocesi di Boston, piegata dai tanti indennizzi pagati a bambini molestati dai sacerdoti. « Si tratta di una persona molto legata ai poveri, avendo lavorato molto nei Caraibi e in America Latina, sempre a contatto con gli umili. E’ un segnale di quello che potrebbe essere un papa davvero nuovo, un papa di una nuova tradizione » ha scritto l’ex-sacerdote. Invece sul trono di Pietro non si siederà un vero francescano, bensì un gesuita che si farà chiamare Francesco, come il santo di Assisi. Una amica argentina mi scrive confusa da Berlino dove, secondo i tedeschi, che non conoscono la sua storia, il nuovo papa è un terzomondista. Che casino.

La biografia  di Bergoglio è quella di un populista conservatore, come lo sono stati Pio XII e Giovanni Paolo II: inflessibili sulle questioni dottrinali, ma con un’apertura verso mondo e sopratutto, verso le masse di diseredati. Quando celebrerà la sua prima messa in una via di Trastevere o nella stazione Termini di Roma, e parlerà delle persone sfruttate dagli insensibili che hanno chiuso il loro cuore a Cristo, quando i giornalisti amici racconteranno che ha viaggiato in metro o in bus, quando i fedeli ascolteranno le sue omelie recitate con i gesti di un attore nelle quali le parabole bibliche coesisteranno con la parola chiara del popolo, ci sarà chi si dichiarerà entusiasta della tanto invocata rinnovazione ecclesiastica. Nei tre lustri durante i quali era a capo della Arcidiocesi di Buenos Aires, ha già dato prova delle sue capacità di fare. Ma al tempo stesso ha cercato di unificare l’opposizione contro il primo governo che, dopo molti anni,  ha adottato una politica a favore dei ceti più poveri, e l’ha accusato di essere irritante  e conflittuale perché per arrivare al governo ha dovuto accettare compromessi con quei potenti che lui aveva rimproverato.

Adesso potrà farlo su un’altra scala, ma questo non implica che lascerà l’Argentina alle spalle. Se Papa Pacelli ricevette finanziamenti dalla CIA per sostenere la Democrazia Cristiana e impedire la vittoria comunista alle prime elezioni italiane del dopoguerra, e se Wojtyla fu l’ariete che apri il primo spiraglio nel muro di Berlino, il papa Argentino potrà giocare lo stesso ruolo nel mondo latinoamericano. I suoi trascorsi nella Guardia de Hierro (il settore giovanile del Comando Nacional Peronista, ndt), il suo atteggiamento populista che non ha dimenticato, e con il quale potrebbe sostenere e fare proprie battaglie come quella delle Isole Malvine, gli consentono di contestare la direzione di questo processo, per apostrofare gli sfruttatori e predicare mansuetudine presso gli sfruttati.

fonte: Horacio Verbitsky, “Un Ersatz” – Página/12, 15/03/2013

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Articolo sul passato di Wojtyla e Ratzinger e le loro “crociate” in America Latina: Le crociate dimenticate del cardinale Ratzinger”

Articolo sul legame tra Bergoglio e i bambini desaparecidos argentini: “Bergoglio e i bambini desaparecidos durante la dittatura argentina”

per gli altri articoli sull’America Latina: http://pensieromeridiano.com/category/america-latina/ 

Bergoglio e i bambini desaparecidos durante la dittatura argentina

La testimone Estela de la Cuadra racconta gli sforzi di sua madre nei confronti del cardinale per localizzare sua sorella e sua nipote, nata in cattività. Un vescovo le disse che la bambina si trovava con una “famiglia per bene” e che “non sarebbe tornata indietro”.

Di Gerardo Aranguren – pubblicato su Tiempo Argentino 03.05.2011

Traduzione e adattamento a cura di Pensiero Meridiano

Jorge Mario Bergoglio, eletto papa come Francesco I

Jorge Mario Bergoglio, eletto papa come Francesco I

Abbiamo voluto riportare questo articolo non per cavalcare l’onda delle polemiche sull’elezione di Bergoglio, anche se è facile poterlo pensare. In molti ripresenteranno articoli in cui si cerca di investigare il passato del cardinale e le sue relazioni politiche con questo o quell’altro esponente. Tanto di cappello quindi a chi fa informazione e cerca di diffondere notizie che magari non tutti avrebbero voglia di cercare. La collusione tra Chiesa e politica, tra Chiesa e regimi non dovrebbe, ahimè, stupire più di tanto. Ed infatti non stupisce affatto.

Vogliamo parlare dei legami tra Bergoglio e i centri di potere argentini? O della sua posizione politica?

Sarebbe utile mettere in evidenza i legami che Bergoglio ha con il partito argentino di centro-destra (PRO, Propuesta Republicana, partito guidato da Mauricio Macri) o più in generale con gli esponenti dell’anti-kirchnerismo (i vari Elisa Carrió, Eduardo Duhalde, Gabriela Michetti e Mauricio Macri) (1); così come sarebbe interessante sottolineare il ruolo di ferma opposizione, del nuovo Papa, agli esponenti della Teologia della Liberazione, a cui si ispirano alcuni governi socialisti latino-americani (primo su tutti il Presidente Ecuadoregno Correa); Bergoglio per di più si è dovuto dimettere da provinciale della Compagnia di Gesù, negli anni 70′ proprio perché non condivideva la linea “aperturista” e progressista dei vertici (2). Interessante sarebbe menzionare il ruolo decisivo svolto a quanto pare da Bergoglio nella cattura e persecuzione di due preti gesuiti ritenuti “sovversivi” durante il periodo della dittatura argentina, a causa del loro sostegno alle teorie della teologia della liberazione (3).  Qui troverete una lista esaustiva dei fatti sospetti riguardanti Bergoglio e la sua posizione politica leggere l’articolo di Alberto Puliafito, “Papa Francesco: la dittatura argentina e Jorge Bergoglio. Nunca Mas?” (4).  

Ma, come dicevo prima, siamo purtroppo già abituati a pensare che la Chiesa sia già di suo collusa con gli ambienti del potere, ed in maniera più marcata con la parte più conservatrice. Siamo abituati a questo perchè siamo italiani, e l’Italia è uno dei paesi in cui quest’aria di subordinazione, collusione e corruzione che gira attorno all’Istituzione Chiesa , è  ormai alquanto palese ed evidente agli occhi anche dei meno attenti (basti pensare agli scandali dello IOR, ai benefici della Chiesa in termini fiscali, al potere della Chiesa nel sistema educativo italiano ecc.).

Qui di seguito non  cercheremo di approfondire gli aspetti più insidiosi delle relazioni tra Chiesa e classi politiche, conservatrici e non; anche perchè non basterebbe un blog a descriverle nei dettagli; cercheremo invece di dar voce a chi di solito è lasciato fuori da tutte le note di cronaca. Qui ci sono le dichiarazioni, forse apparentemente insignificanti, di una donna che è stata testimone di uno dei numerosi casi di rapimento di neonati, durante la dittatura di Valdes in Argentina. In questi anni e in quelli a seguire, innumerevoli ed estenuanti sono state le sofferenze di madri ed anziane donne che hanno perso i propri cari ed i propri figli. In questi anni queste si sono rivolte a quell’Istituzione che predica da sempre la vicinanza alla povera gente.

Repubblica titola oggi: “Bergoglio il gesuita attento ai poveri”. Lo stesso Bergoglio che era a conoscenza dei rapimenti dei bambini argentini, tolti dalle braccia dei “sovversivi” e dati in mano a famiglie “per bene”. Se queste sono le premesse……

qui l’articolo: 

Il cardinale Jorge Bergoglio potrebbe essere chiamato a testimoniare nuovamente in una causa per crimini contro l’umanità, questa volta davanti al Tribunal Oral Federal 6, con l’accusa di essere a conoscenza di un piano sistematico di rapimento di neonati. Questo a seguito del procedimento penale aperto a seguito delle dichiarazioni di Estela de la Cuadra, figlia di una delle fondatrici delle “Abuelas de Plaza de Mayo”, la quale ha raccontato le vicende intercorse tra sua madre e il religioso durante i numerosi e vani tentativi ditrovare sua nipote scomparsa.

Il 7 di luglio di quell’anno, la famiglia ricevette la notizia che Elena aveva dato alla luce una bambina, Ana, mentre era detenuta nella Comisaría 5ª di La Plata. Il parto fu successivamente confermato da vari testimoni e il suo caso costituisce uno dei trentaquattro rapimenti oggetti di indagine  nel processo nel quale sono imputati, tra gli altri, i dittatori Jorge Rafael Videla e Reynaldo Bignone.

Estela ha raccontato più volte delle richieste che la madre, Alicia “Licha” de la Cuadra, avrebbe inoltrato alle autorità ecclesiastiche per trovare la ragazza viva e la neonata. “Attraverso una autorità gesuita in Italia i miei genitori ottennero un’udienza presso Jorge Bergoglio, gesuita di  Buenos Aires. Quest’ultimo, in una lettera, sostiene che il vescovo di La Plata, Mario Piqui, avrebbe interceduto nel caso” afferma la testimone. Dopodiché, Piqui si sarebbe incontrato con le forze dell’ordine e avrebbe riferito ai genitori che la bambina si trovava con una “famiglia per bene” e che “non sarebbe tornata indietro”.

“Bergoglio ha affermato che era al corrente già da una decina d’anni dei casi di bambini scomparsi” – continua la testimone. “Credo che sia immorale rispondere in questo modo, si tratta di prendersi gioco di quanto è stato patito da uomini e donne innocenti”, ha affermato indignata la testimone e ha richiesto che la massima autorità cattolica del paese testimoni al processo. “Questa è la terza volta che chiedo in un Tribunale Federale: Che posizione prenderete a proposito di Bergoglio? Non sarebbe opportuno  che Bergoglio risponda a queste domande?” Ha insistito la testimone davanti ai giudici i quali, sorpresi, le hanno spiegato che prima di prendere una decisione avrebbero dovuto deliberare.

La testimone ha raccontato nei dettagli le fasi iniziali di organizzazione del movimento delle Nonne della Plaza de Mayo, e delle riunioni alle quali partecipava sua madre, « Licha », assieme ad Estela de Carlotto e Maria Isabel « Chicha » Mariani, tra le altre.

Questa ha consegnato al Tribunale una grande quantità  di prove che documentano le richieste incessanti delle Nonne, durante gli anni della dittatura e della democrazia: richieste pubblicate nei diari che testimoniano l’instancabile sforzo di ricerca dei parenti dei desaparecidos, che hanno dovuto affrontare in maniera estenuante l’ermetismo delle autorità militari, civili, ed ecclesiastiche.

Uno dei primi documenti firmati da « Nonne della Plaza de Mayo » è stata una richiesta diretta ad un’altra autorità ecclesiastica, il cardinale Raul Primatesta, il 12 di settembre del 1979, accompagnata da un dossier con alcuni casi di neonati scomparsi. La risposta del cardinale è stata letta dalla presidentessa del Tribunal Oral Federal 6, Maria del Carmen Roqueta: “Siamo a conoscenza della sua situazione a seguito delle sue precedenti missive. Desidererei aiutarla a recuperare sua nipote, però Lei conosce il limite di azione della gerarchia ecclesiastica. Pregheremo sulla tomba degli Apostoli per Lei e tutti coloro che condividono la sua situazione.”

A conclusione della sua testimonianza, Estela, rassegnata, ha dichiarato: “In questo momento non so dove si trova Ana, non ne ho idea. Licha l’ha cercata fin dal primo giorno, e ha continuato a cercarla fino agli ultimi attimi della sua vita. La repressione ai tempi di Videla non è solo calata giù dall’alto, dal vertice della dittatura, non è stato qualcosa di imposto in maniera coatta dai soli rappresentanti delle forze militari, ma è stata anche spalleggiata da uomini di potere appartenenti alla Chiesa”.

fonte: http://tiempo.infonews.com/notas/revelan-que-dictadura-bergoglio-sabia-de-las-apropiaciones-de-bebes

Articoli sulla Chiesa: http://pensieromeridiano.com/2013/03/16/le-crociate-dimenticate-del-cardinale-ratzinger

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(1) Claudio Mardones “los secretos del enojo de Bergoglio que sello la ruptura con Macri“, Tiempo Argentino 16 Settembre 2012

(2) Lucio Brunelli I segreti del conclave. Così vinse Ratzinger“,  Repubblica 17 Aprile 2005

(3) Today “Il lato oscuro di Jorge Mario Bergoglio: Colluso con la dittatura argentina” , Today.com 13 Marzo 2013

(4) Alberto Puliafito, Papa Francesco: la dittatura argentina e Jorge Bergoglio. Nunca Mas?” Polisblog, 14 Marzo 2013

per approfondire le relazioni tra il cardinale Bergoglio e il regime argentino degli anni 70-80:

Studio dell’Università de la Plata: http://ensayoes.com/tw_files2/urls_2/1123/d-1122518/7z-docs/2.pdf

L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky

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