Per tutto l’oro del Perù: la capitolazione del governo difronte alle lobby minerarie.

Il 16 Novembre del 1532, Cajamarca fu teatro di un’importante sconfitta storica, quella di Atahualpa per mano di Francisco Pizarro. Sconfitta che avrebbe segnato il destino dell’intero popolo Inca e di tutta la regione andina. Oggi, dopo quasi mezzo millennio  Cajamarca si ritrova protagonista di una nuova battaglia, più lenta e atroce di quella vissuta da Athaualpa.  Quella contro le lobby minerarie ostinate nel voler perpetuare la condizione di sfruttamento di un popolo che da secoli continua ad essere spogliato di ogni ricchezza.

Cajamarca contro Yanacocha

Cajamarca contro Yanacocha

Articolo tradotto da pensiero meridiano, da “Pour tout l’or du Pérou” di Anna Bednik, Le Monde Diplomatique – Mars 2014.

Candidato di sinistra alle elezioni del 2011, il Presidente peruviano Ollanta Humala ha ormai una sola ossessione: soddisfare le lobby minerarie. A rischio di reprimere le mobilitazioni popolari, come a Cajamarca, nel Nord del Paese.

« Vi hanno chiesto la vostra opinione ? », 2 maggio 2011, piazza centrale di Bambamarca, sulla pianura andina peruviana. Microfono alla mano e poncho contadino sulle spalle, Ollanta Humala, ex-militare candidato al mandato supremo, urla allo scandalo : « Cos’é più importante: l’aqua o l’oro? Non bevete mica dell’oro, non mangiate mica dell’oro ! (…) E’ dall’acqua che viene la ricchezza. » No, Minas Conga non l’avrà vinta.

Minas Conga ? Un progetto di estrazione di rame e d’oro diretto da Yanacocha, consorzio formato dal gigante americano Newmont (51,35%) , il gruppo peruviano Buenaventura (43,65%) e la Società finanziaria internazionale, ramo appartenente alla Banca mondiale che si occupa del credito al settore privato (5%). Quattro laghi spariranno nel nulla. Durante i diciassette anni di sfruttamento previsti, circa novanta mila tonnellate di scorie cariche di metalli pesanti saranno riversate ogni giorno. Ci troviamo però in una zona di  ricarica delle falde acquifere, fonte di fiumi che alimentano i campi, le città ed i villaggi di tutta la regione.

Conosciuta per la sua produzione lattiera e per i suoi formaggi, la regione di Cajamarca a già visto molti laghi prosciugarsi per mano di Yanacocha. Dal 1993, la società sfrutta qui la più grande mina d’oro dell’America Latina. Per fare ciò essa è autorizzata a tirare fino a novecento litri d’acqua al secondo, una quantità circa tre/quattro volte superiore a quella della città-capitale di Cajamarca, che è obbligata a razionare l’acqua dei suoi duecentoottantaquattro mila abitanti. Le associazioni di difesa ambientale e le ronde contadine ritengono l’azienda responsabile del prosciugamento di alcuni corsi d’acqua e di numerose contaminazioni dovute a metalli pesanti, cianuro e altre sostanze tossiche. Pertanto, quando il candidato della coalizione nazionalista, Gana Perù promette di “rispettare la loro volontà riguardo l’industria mineraria”, sono in molti ad applaudire.

Humala vince le elezioni del 2011, dopo essersi alleato al secondo turno con l’ex-presidente centrista, Alejandro Toledo (2001-2006) che fornirà gran parte dei ministri presenti oggi nella coalizione governativa. Cinque mesi dopo l’elezione, Humala cambia la sua prospettiva:  «Noi rifiutiamo le posizioni estreme! (…) L’acqua o l’oro? Noi proponiamo una soluzione ragionevole: sia l’acqua che l’oro. »  Quando uno sciopero generale paralizza l’intera città di Cajamarca chiedendo l’abbandono del progetto, Humala adotta subito un comportamento degno dei suoi predecessori: dichiara lo stato d’emergenza e spiega tutte le sue forze armate. Nel Luglio del 2012, quando Huamala rinnova il suo sostegno a Yanacocha, le proteste che seguiranno saranno sempre represse con violenza: cinque morti ed una trentina di feriti.

Intitolato, “La grande trasformazione, il programma di Gana Perù, redatto nel 2010, si apriva con una requisitoria contro il modello neoliberale, denunciava il modello economico eccessivamente basato sulle esportazioni, e denunciava la mano onnipresente delle aziende straniere sulle risorse naturali. Nel Settembre 2013, alla chiusura del salone professionale Perumin, Huamala non cerca ormai più la rottura. «L’industria mineraria responsabile deve diventare una leva di sviluppo del Paese grazie all’investimento privato», dichiara il presidente del Perù. Il Paese sembra condannato allo sfruttamento minerario ormai dall’epoca coloniale.

Tra il 1993 ed il 2012, l’investimento privato nel settore delle estrazioni minerarie è aumentato di quaranta volte. Le riforme neoliberali degli anni 90, condotte da Alberto Fujimori (destra), e l’aumento vertiginoso dei prezzi dei principali metalli durante gli anni 2000 (aumento di più del 400% del prezzo dell’oro, del rame e dello stagno, 150% per lo zinco, 350% per il piombo e più del 550% per l’argento) hanno consolidato la forte dipendenza dell’economia nazionale  dal settore minerario. Quest’ultimo rappresenta la prima destinazione degli investimenti esteri nel Paese, rappresenta il 60% delle esportazioni, fornisce al Perù il 50% dei servizi e circa il 15% delle entrate fiscali. Conseguenze? Una debole diversificazione dell’economia ed una alta vulnerabilità alla fluttuazione delle quotazioni sui mercati internazionali.

Gli economisti ortodossi sottolineano il fatto che nel corso degli ultimi dieci anni, caratterizzati da un alto tasso di crescita economica, il tasso di povertà si è ridotto di ben 28 punti percentuali. Ciò nonostante, nelle regioni rurali delle Ande, principali regioni per l’installazione di impianti di estrazione, tale tasso si attesta ancora a livelli molto alti (58%) rispetto alle zone urbane (14% di Lima). Poco integrata all’economia locale, l’industria mineraria impiega direttamente solo l’1,3% della popolazione attiva e consuma in maniera smisurata le risorse naturali (acqua e terre) fondamentali per la sopravvivenza andamento dell’agricoltura familiare.

Con l’aiuto dell’esercito francese

Sotto la presidenza Humala, la revisione del regime fiscale a cui è sottoposta l’industria mineraria non ha fatto fuggire le imprese: il sovra-costo rappresentato dalle nuove tasse, deducibile dalle imposte sulle società, è stato piuttosto limitato, mentre il nuovo modello di calcolo dei prelievi fiscali – fondato sul risultato operativo, e non più sul valore globale del fatturato – corrisponde precisamente alla proposizione delle lobby minerarie.

Per di più, queste stesse lobby esigono dal governo ulteriori semplificazioni amministrative riguardo le procedure di prelievo. Questa sarebbe la condizione necessaria per migliorare il livello di competitività (e mantenere stabili i livelli di investimento), di fronte ad una congiuntura economica che vede i prezzi dei metalli perdere quota.  La scorsa primavera, un pacchetto di riforme approvato per decreto ha già modificato le condizioni di ottenimento dei permessi di scavo: la garanzia di protezione del patrimonio archeologico è stata quasi eliminata, il periodo di approvazione degli studi d’impatto ambientale è stato ridotto a cento giorni. Contemporaneamente, le comunità andine, a maggioranza quechua e aymara, sono state escluse dal perimetro di legge che obbliga le aziende a consultare le popolazioni indigene.

I permessi di esplorazione e sfruttamento dei giacimenti si moltiplicano, si estendono a nuovi territori (sino al 69% del territorio totale di alcune regioni), e l’industria minerarie diviene sempre più il primo motivo di conflitti sociali: 107 su 115 a settembre 2013. Superare i 30 miliardi di dollari di esportazioni nel 2016? Quest’obiettivo definito dall’esecutivo si scontra però ad un ultimo ostacolo: la resistenza delle popolazioni locali. Nel novembre 2013 , un anno dopo l’arrivo a Cajamarca di due ufficiali dell’esercito francese per formare i poliziotti antisommossa al controllo dei manifestanti, due accordi in materia di sicurezza e difesa sono stati stipulati con la Francia. Presto Parigi invierà a Lima altri formatori. Il “savoir-faire” francese, quello che Michele Alliot-Marie, allora ministro degli affari esteri ed europei offriva alla Tunisia prima della caduta di Ben Ali, avrà trovato forse un nuovo sbocco?

Articolo originale: “Pour tout l’or du Pérou” di Anna Bednik, Le Monde Diplomatique – Mars 2014.

Traduzione a cura di pensiero meridiano

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