Immaginare un reddito minimo garantito per tutti

Il reddito minimo garantito permette “di lasciare la gente libera per una volta. Di non pensare al loro posto, di non preparargli un’ideologia che essi sarebbero poi condannati a seguire“. Il cambiamento della società sarà tutto tranne che facile: e “spero veramente che le persone possano avere male alla testa, al cuore, allo stomaco e che tutto il loro metabolismo sia sconvolto per il solo fatto che esse debbano riflettere a cosa abbiano veramente voglia di fare nella vita! D’altronde come potrebbe essere altrimenti quando per anni e anni siamo andati come un turbine senza neanche porci delle domande?

Reddito minimo garantito

Reddito minimo garantito

Inventare un’altra vita, altri rapporti sociali, può sembrare fuori luogo in periodi di crisi ma è in realtà più che mai necessario.  In Europa, America latina e in Asia l’idea di un reddito di cittadinanza riscuote un certo successo.

Si lavora, e grazie al lavoro svolto, si percepisce denaro. Tale logica è così ben radicata nello spirito della gran parte degli individui, che la prospettiva d’instaurare un sistema basato sul reddito di cittadinanza, vale a dire quella di versare ad ognuno una somma di denaro sufficiente a vivere indipendentemente dalla sua attività lavorativa remunerata, appare come un’aberrazione.  Siamo ancora convinti che i mezzi della nostra sussistenza individuale debbano essere strappati ad una natura  arida e ingrata. La realtà è però piuttosto differente.

Borse di studio, congedi di maternità, pensioni, allocazioni e assistenza alle famiglie, indennità di disoccupazione, sistema di sostegno ai lavoratori dello spettacolo (sistema vigente in Francia che permette a chi lavora nell’ambito culturale di disporre di un reddito minimo nei periodi “morti” esistenti tra due progetti di produzione artistica), i “minima sociaux” (letteralmente “minimi sociali”, anch’essi sono un sistema di aiuti tipici dello stato sociale francese capaci di sostenere coloro che non riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro): sono questi strumenti che riescono a dissociare il reddito dal lavoro. Seppur minacciati costantemente dai governi attuali, e seppur insufficienti questi dimostrano che quella del reddito minimo garantito è un’utopia che esiste già. In Germania ad esempio solo il 41% del reddito della popolazione deriva direttamente dal lavoro, come ci segnalano Daniel Hani e Enno Schmidt nel loro film “le Revenu de base” (2008, “il reddito di base”). In Francia nel 2005 il reddito della popolazione dipendeva per circa il 30% da allocazioni sociali di diverso tipo. (…). E non sarebbe poi così difficile adoperarsi affinché a ognuno possa uscire dallo stato di bisogno.

La messa in atto di un reddito di base ha innanzitutto come obiettivo principale quello di far sparire l’idea negativa associata alla disoccupazione, spesso intesa come problema, sia dal punto di vista della società nel suo insieme sia dal punto di vista dell’angoscia individuale. Per di più si risparmierebbe, tanto per cominciare, il denaro necessario al raggiungimento dell’obiettivo della piena occupazione. Nulla più giustificherebbe i regali che per molto tempo sono fatti alle imprese sotto forma di incentivi e bonus per le assunzioni. Non dimentichiamo che in Francia le politiche di esonero o riduzione dei contributi sociali a favore delle imprese, sono passate da un totale di 1,9 miliardi nel 1992 a 30,7 miliardi nel 2008. (…) D’altro canto il reddito minimo garantito, se versato a tutti, sia ai poveri che ai ricchi (ovviamente a quest’ultimi si chiederebbe il rimborso tramite imposte) permetterebbe persino di risparmiare il costo della macchina amministrativa che dovrebbe occuparsi del controllo dei beneficiari.

Tuttavia cerchiamo di essere più precisi, spiegando cosa si voglia dire esattamente quando si parla di reddito minimo garantito. Questo strumento è stato raccomandato e proposto negli anni 1960 da economisti di diversa estrazione politica e ideologica: da James Tobin, fautore del progetto di tassazione delle transazioni finanziarie, così come dal liberale Milton Friedman, il che deve ispirarci una certa perplessità. Questa grande differenza ideologica persiste ancora oggi. Basta guardare alla Francia dove il reddito di base proposto da Christine Boutin (Partito democristiano), non è lo stesso  che viene difeso da Yves Cochet (ecologista) o dal Movimento utopia (trasversale ai Verdi e al partito di sinistra).

Il reddito di base proposto dai liberali è troppo basso per potersi permettere di restare senza un qualsiasi impiego. Esso funziona quasi come un sostegno alle imprese e si iscrive in una logica di smantellamento delle protezioni sociali: è la teoria dell’imposta negativa di Milton Friedman.

Al contrario il reddito minimo proposto dalla sinistra deve essere sufficiente per vivere, seppur la definizione di “sufficiente” sia una questione abbastanza spinosa.  Ovviamente non lo si concepisce senza una difesa congiunta dei servizi pubblici e delle prestazioni sociali (pensioni, indennità di disoccupazione, sanità pubblica). E va da sé che si considerino anche altre caratteristiche: il reddito di base deve essere versato ogni mese ad ogni individuo, dalla nascita alla morte (ai minori andrebbe una somma inferiore rispetto a quella versata agli adulti) e non ad ogni famiglia; nessuna condizione o contropartita potrà esser richiesta in cambio; ed esso sarà cumulabile con il reddito da lavoro.

Così ognuno potrà scegliere cosa fare della propria vita, continuare a lavorare o dedicarsi il tempo libero accontentandosi di un livello di consumo modesto, oppure alternare periodi di lavoro a periodi di inattività. Si finirà col guardar con sospetto i periodi di inattività, visto che il lavoro salariato cesserà di essere la sola forma di attività riconosciuta. Coloro che sceglieranno di vivere del loro reddito di base potranno avere la libertà di dedicarsi a qualsiasi attività possa veramente appassionarli e/o che sia socialmente utile.

Il progetto scommette infatti sulle possibilità di libera associazione che esso aprirebbe. Uno studio fatto nel 2004 da alcuni ricercatori dell’Università cattolica di Louvain, cercava di scoprire gli effetti che un reddito di base potrebbe avere sulle persone, analizzando i comportamenti dei vincitori del gioco belga Win for Life (che assicura un reddito mensile a vita). Il saggista Baptiste Mylondo però fa notare che esiste un’enorme differenza su cui dovremmo concentrarci: “mentre il beneficiario di un reddito minimo garantito è circondato da altri beneficiari, il vincitore del Lotto resta isolato. Il valore del tempo libero cresce con il numero di persone con le quali è possibile condividerlo”. Il reddito minimo garantito modificherebbe quindi il rapporto che le persone avranno con il lavoro, con il tempo, con il consumo e con gli altri, compresi coloro  che hanno scelto l’impiego remunerato. Esso riscriverebbe quasi certamente le regole di socializzazione.

Dalla campagna elettorale dei democratici Statunitensi del 1972 al Belgio degli anni 80′

E’ negli Stati Uniti che è apparso per la prima volta l’idea di un reddito minimo garantito di stampo progressista. Nel 1972 durante la campagna elettorale democratica, James Tobin, allora consigliere del candidato alla presidenza George McGovern, fa inserire nel programma di governo la proposta del reddito di base grazie anche ad un appella firmato assieme a Paul Samuelson, John Kenneth Galbraith e altri mille e duecento economisti. Il progetto sarà poi abbandonato a causa della vittoria di Richard Nixon.

Esso poi si affaccia in Europa, dapprima in Olanda negli anni 80′. In Belgio un gruppo di ricercatori e sindacalisti crea nel 1984, attorno alla figura centrale dell’economista e filosofo Philippe Van Parjis, il Collettivo Charles Fourier. Un colloquio organizzato nel 1986 all’Università cattolica di Louvain da la nascita al Network europeo per il salario di base (Basic Income European Network, BIEN), che diverrà in mondiale nel 2004 (Basic Income Earth Network). Uno dei suoi fondatori Guy Standing, economista dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (ILO), partecipa all’esperienza del reddito minimo garantito lanciata in India nel 2011.

Francia e Germania. L’idea germoglia nei movimenti studenteschi e dei disoccupati

In Germania l’idea del reddito di base ha riscosso un successo importante negli ultimi anni, grazie alla campagna portata avanti da Susanne Wiest, che ha vissuto per circa dodici anni in una roulotte per risparmiare il costo dell’affitto e per semplice voglia di libertà. Le difficoltà per arrivare alla fine del mese e la riforma fiscale che prevedeva l’aggiunta delle allocazioni famigliari alla base del reddito imponibile andranno ad alimentare la sua esasperazione. Il suo incontro con Hani e Schmidt, fondatori del network Initiative Grundeinkommen (iniziativa per il reddito di base) nella Svizzera tedesca, la converte alle loro posizioni ideologiche. Susanne lancia così una petizione pubblica che riscuote un successo inaspettato e che finisce per dar vita ad un dibattito parlamentare nel 2010, dando tralatro una grande visibilità al film di Hani e Schmidt Le revenue de base.

In Francia l’idea del reddito di base si è solidificata durante le manifestazioni di protesta contro il progetto del governo Balladur (1994) di istituire un contratto di inserimento professionale (CIP), poi sfociato nella creazione del Collettivo di agitazione per il reddito garantito ottimale (Cargo) presto integratosi al movimento Agir ensemble contre le chomage (agire assieme contro la disoccupazione, AC!). Tale movimento è poi risorto negli anni 1997-1998; in questo stesso periodo il filosofo ecolgista Andrè Gorz aderisce al movimento, che troverà un importante appoggio nel movimento no global in piena costituzione. Anche Alain Caillè, fondatore del movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali (Mauss) ne diventerà militante.

(…)

All’interno della sinistra radicale però, il progetto del reddito di base non trova un consenso unanime soprattutto per quanto riguarda i metodi di implementazione. Per di più esso ha diversi elementi di divergenza con i progetti della sinistra anti-capitalista. Si è comunque concordi su alcuni aspetti riguardanti il reddito di base: esso può in qualche maniera fornire a tutti un minivo vitale, stimolare l’attività economica nei paesi in via di sviluppo, e ridurla leggermente altrove; nelle società occidentali esso offrirebbe la possibilità di sottrarsi al problema della disoccupazione, alla precarietà, alle abitazioni fatiscenti, alla povertà dei lavoratori, e per alcuni impiegati/operai la possibilità di fuggire quella sofferenza psico-fisica subita nei luoghi di lavoro. Nonostante tutto ciò il reddito di base non permetterebbe però di sconfiggere il capitalismo, e anche se alcuni professano la volontà di istituire un progetto di reddito massimo, esso non permetterebbe alle disuguaglianze di scomparire definitivamente.   (…)

unconditional income

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Un cambiamento che implica la fiducia nell’individuo

Piuttosto che rovesciare un ordine ingiusto e stabilire un sistema più equo, il reddito minimo garantito darebbe un forte impulso culturale alla società.  Esso darebbe un maggior riconoscimento ed un forte incoraggiamento alle attività “fuori mercato” in modo tale da generare una transizione verso una società di cui nulla si potrebbe predire. lasciando la scelta agli individui, tale sistema presuppone che gli si dia fiducia. Ovviamente la sinistra anti-capitalista non condivide affatto quanto affermato dal saggista liberale Nicolas Baverez secondo cui “per le classi sociali piu povere il tempo libero non è altro che alcolismo, il proliferare della violenza e della delinquenza”; tuttavia spesso essa il radicalismo dei progetti che essa difende sono spesso uguali ad una definizione monolitica della “buona vita”.

Il coautore della versione francese del film Le Revenu de base, Oliver Seeger afferma che:

il reddito minimo garantito permette “di lasciare la gente libera per una volta. Di non pensare al loro posto, di non preparargli un’ideologia che essi sarebbero poi condannati a seguire“. Il cambiamento della società sarà tutto tranne che facile: e “spero veramente che le persone possano avere male alla testa, al cuore, allo stomaco e che tutto il loro metabolismo sia sconvolto per il solo fatto che esse debbano riflettere a cosa abbiano veramente voglia di fare nella vita! D’altronde come potrebbe essere altrimenti quando per anni e anni siamo andati come un turbine senza neanche porci delle domande? Mi piacerebbe veramente tanto avere la fortuna di assistere di cosa potrebbe succedere.

Il reddito minimo garantito e i sindacati. Conflitto di valori o primo passo verso una maggiore emancipazione dei lavoratori?

Una critica che spesso viene fatta al progetto del reddito di base è che esso possa nel tempo minare la solidità della norma del lavoro. Storicamente i movimenti operai si sono organizzati attorno alla figura del “salariato”. Essi hanno forgiato i loro mezzi di resistenza allo sfruttamento ottenendo una serie di conquiste dalle ferie pagate alla protezione sociale, dimenticandosi però che la “scomparsa del salariato”, era tra gli obiettivi scritti dalla CGT (CIGL francese) nella carta d’intenti di Amiens del 1906…C’è però un altro elemento da considerare: per i gruppi sindacali e le forze politiche che ne sono vicine il lavoro è una fonte insostituibile di dignità e realizzazione personale.

Paradossalmente è la difesa del lavoro che motiva alcuni militanti del progetto del reddito minimo garantito. Essi vedono in tale progetto un mezzo per migliorare le condizioni di lavoro e risolvere l’ambiguità tra il “diritto al lavoro“, inscritto nella carta dei diritti dell’uomo, e “diritto a essere obbligati a fare qualcosa”. Con il reddito minimo garantito i salariati potranno scegliere di non esserlo più e i disoccupati potranno decidere se occupare di nuovo un posto di lavoro. Per di più il reddito di base aumentare il potere di negoziazione dei lavoratori, che non saranno più costretti ad accettare una qualsiasi remunerazione (tale aspetto potrebbe essere fondamentale per i lavoratori poco specializzati che svolgono mansioni faticose. Van Parjis e Yannick Vanderboroght invitano ugualmente a immaginare cosa rappresenterebbe un reddito minimo garantito nel caso in cui ci sia uno sciopero di lunga durata…

D’altro canto altri promotori dell’idea del reddito di base formulano una critica al lavoro salariato (ad esempio Mylondo e Utopia). La maggior parte degli impieghi, non procurano alcuna aumento dell’autostima e non danno neanche la sensazione di fare qualcosa di utile per la società o per l’interesse generale, al contrario essi provocano delle sensazioni completamente opposte. E per di più se si considera che il progresso tecnologico aumenterà la produttività del lavoro in maniera costante, nei prossimi anni sarà quasi impossibile trovare un impiego per ogni individuo.

Cicala spensierata, formica laboriosa o ape impollinatrice?

La corrente francese ispirata dall’Autonomia Operaia Italiana di Toni Negri, rappresentata da Yann Moulier-Boutang o dal cofondatore di Cargo, Laurent Guilloteau, appoggia la sua critica al concetto del general intellect di Karl Marx. Nelle Grundrisse, Marx prediceva che:

“Il sapere accumulato nel corso della storia dalla società intera sarà al cuore della creazione di valore”.

I suoi lettori direbbero che ormai ci siamo, visto l’avvento dell’economia dell’immateriale. E pertanto il capitalismo non può che diventare ancora più parassita e aggressivo: non fa nient’altro che appropriarsi delle competenze sviluppate al di fuori di esso e inseparabili dalle persone, le quali oltretutto non hanno nemmeno bisogno di questo per metterle in opera.

La parte essenziale della produzione di ricchezza e di valore si giocherebbe quindi proprio al di fuori dell’impiego. Tra le figure della cicala spensierata e della formica laboriosa, Moulier-Boutang ne interpone una terza, quella dell’ape: il suo lavoro d’impollinazione non crea alcun valore diretto, ma nessuna produzione potrebbe esistere senza di esso. Allo stesso modo ognuno con le sue attività quotidiane più insignificanti, partecipa indirettamente all’economia.

L’immagine dei beneficiari del reddito di base, dipinta dai demagoghi, è quella di assisti e nullafacenti che vivrebbero del lavoro degli altri. Andre Gorz aveva tempo fa capito che cercare di trovare la giustificazione al reddito minimo garantito è una trappola insidiosa:

“Si resta così sul piano di discussione del valore del lavoro e del Produttivismo”. “Il reddito di esistenza acquista un senso proprio se non esige nulla in cambio e non remunera nulla”: esso deve al contrario permettere la creazione “di ricchezze non monetizzabili”.

Ad ogni modo non c’è alcun bisogno di passare per la teoria Marxista del general intellect per poter giustificare un reddito minimo garantito. Il rivoluzionario anglo-americano Thomas Paine, uno dei primi promotore dell’idea del reddito di base, nel suo La Giustizia agraria del 1796 vedeva in esso un giusto indennizzo per l’appropriazione della terra da parte di pochi individui, terra che dovrebbe appartenere a tutti…

Fonte: Mona Chollet, Le Monde Diplomatique, Maggio 2013. Traduzione a cura di pensiero meridiano.

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Sorda Battaglia per il Tempo. Società malate di velocità.

La tecnologia avrebbe dovuto portare libertà e nuovi piaceri all’umanità, liberando l’uomo dal lavoro. Il ritmo della vita però ha seguito quello delle macchine, e ognuno, a proprio modo, si sente oppresso da ritmi di vita asfissianti. Ripartito e distribuito in maniera ineguale, il tempo è ormai una risorsa rara e contesa. per comprendere le ragione di una tale penuria, è necessario fare una piccola deviazione storica….

Gerald Murphy - Watch - 1925

Gerald Murphy – Watch – 1925

Economista e romanziere Spagnolo, Fernando Trias de Bes sa bene che la gente ha ormai pochissimo tempo per leggere, tanto meno per scrivere; ed ha per questo pubblicato un racconto molto breve e allo stesso tempo infarcito di abbreviazioni. Nel corso della narrazione ci si appassiona ai problemi ordinari vissuti da un personaggio ordinario soprannominato TC, che sta ad indicare “Tipo Comune” appunto. TC è impiegato in una multinazionale, per cui svolge un ruolo fondamentale: nascondere  in un armadio le fatture dei fornitori, allo scopo di obbligare gli stessi a re inviarle. L’attività lavorativa, assieme al problema del prestito bancario contratto per acquistare l’appartamento di famiglia, lo opprime e non lascia a TC abbastanza tempo (T) per dedicarsi alla sua passione segreta che risiede in lui sin dall’infanzia: studiare le formiche dalla testa rossa (Form Tst rss).

Un giorno, avendo calcolato che per ripagare il suo debito e ritornare alle sue Form Tst Rss sarebbero stati necessari altri trentacinque anni, TC decide di dimettersi e di fare fortuna. Un’idea geniale gli frullò per la testa: TC si metterà a vendere quello che i suoi contemporanei ricercano con più ardore, il Tempo. TC comincerà così con il proporre dei flaconi da cinque minuti, poi estenderà la gamma di prodotti offerti arrivando sino a scatole da 2 ore. Il suo genio commerciale causerà dei cambiamenti sociali e politici lontani da ogni previsione.

Il racconto di Trias de Bes ci ricorda molto il racconto fantastico di Micheal Ende pubblicato nel 1973, “Momo”. Entrambi hanno la capacità di risvegliare nel lettore quella sensazione di comprensione e vicinanza ad un tema fondamentale come quello del Tempo, la cui penuria o la cui sottrazione al controllo diretto dell’individuo rappresentano spesso l’elemento centrale del malessere delle moderne società occidentali. Tuttavia se in “Momo” notiamo lo sforzo dello scrittore nel farci riflettere sul significato di una vita spesa a “non sprecare” il tempo e a rendere il tempo sempre più produttivo, nel “Il venditore del tempo”, Trias de Bes mette in luce un aspetto oggi ancora molto più importante: il debito come furto del tempo (vedere anche Maurizio Lazzarato http://www.liberacittadinanza.it/articoli/il-debito-o-il-furto-del-tempo) e la cosiddetta fame di Tempo (Hartmut Rosa «Alienation et Acceleration. Vers une théorie critiques de la modernité tardive» : http://www.monde-diplomatique.fr/2012/05/POLLMANN/47720).

Oggigiorno  lo stile di vita frenetico e la critica ferrea al tempo impiegato in maniera improduttiva, hanno portato la società occidentale a sottostimare sempre più il valore del tempo a tal punto da degradarlo senza vergogna. Il sociologo tedesco Hartmut Rosa distingue tre tipi di accelerazione che si combinano nella società moderna e che contribuiscono ad aumentare il ritmo della vita quotidiana: l’accelerazione tecnologica (Internet, i treni ad alta velocità, i forni a micro-onde etc); l’accelerazione sociale (si cambia molto più spesso il posto di lavoro ed il proprio partner..); e l’accelerazione del ritmo di vita ( si dorme di meno, si parla più velocemente, si hanno meno scambi con le persone a noi vicine, si stira telefonando o guardando la televisione etc.).

L’accelerazione tecnologica avrebbe dovuto logicamente assicurare alla gente una vita più pacifica e languida, ma al contrario il fatto che tale accelerazione riduce la durata di un qualsiasi processo, essa ne moltiplica il numero. Il risultato quindi è una vita più frenetica in cui il numero di attività che è possibile fare in un determinato arco di tempo è considerevolmente aumentato. E’ molto più rapido scrivere un SMS o una mail piuttosto che una lettera, ma si scrivono molte più mail oggi di quante lettere si scrivevano in passato. L’esplosione del numero di stimoli e sollecitazioni a cui si è sottoposti – internet, tv, industria dei piaceri etc. – obbliga a fare delle scelte che ovviamente andranno ad influire sul consumo del nostro tempo.

L’Orologio, «Mulino del Diavolo»

Quello dell’accelerazione è , secondo Hartmut Rosa, un fenomeno tutto occidentale. Le società occidentali infatti la consideravano, e la considerano ancora, un elemento fondamentale per il progresso e l’autonomia. Tuttavia tale accelerazione avvelena le istituzioni e i quadri politici grazie ai quali ha potuto prendere piede nelle moderne società occidentali. Essa diventa una “forza totalitaria interna alla società moderna”, intesa come principio astratto e onnipresente al quale nulla e nessuno può sottrarsi. Nella vita quotidiana l’individuo ha l’impressione di dover sempre star a rincorrere qualcosa senza riuscire mai a prendere un certo distacco dalla propria esistenza. A livello collettivo invece le comunità politiche perdono sempre più il loro controllo sul proprio destino. Paradossalmente però tale rincorsa folle è accompagnata spesso da un sentimento di inerzia e di fatalismo.

Fatalismo crescente tra le classi sociali meno abbienti, che come spesso accade, sono costrette a soffrire in maniera più marcata i cambiamenti che la società impone. Il tempo diventa ormai una risorsa sempre più contesa, e come altre risorse, spesso è mal distribuita tra le differenti fasce sociali. Le classi medio – alte hanno più possibilità di accaparrarsi questa preziosa risorsa, rispetto a quelle meno agiate. Un caso esemplare è quello francese: la legge Aubry sulla riduzione dell’orario di lavoro, emanata nel 1998 e poi modificata nel 2000, concede una quantità oraria di ferie retribuite più consistente per i “quadri” aziendali e allo stesso tempo frammenta i ritmi di lavoro degli impiegati poco specializzati, che hanno visto imporsi una flessibilità più marcata.  Nascono continuamente agenzie che permettono di recuperare Tempo e liberarsi del fastidio causato da alcune attività “sconvenienti” come le pulizie di casa, il prendersi cura dei bambini, oppure fare la fila per pagare le bollette della luce etc. Ovviamente saranno le classi più agiate a permettersi tali servizi.

Se tuttavia il lavoro negli ultimi decenni si è intensificato e tende, per alcune categorie di lavoratori, a invadere sempre più la sfera personale, la sua durata ufficiale continua a diminuire sin dagli inizi dell’epoca moderna. Gli individui dovrebbero quindi disporre di maggior tempo libero rispetto al passato, ma il ritmo infernale della vita collettiva non sembra poter farci credere che tale tempo libero sia effettivamente libero.  Per di più la gente consacra questo tempo libero ad attività di poco valore ai suoi stessi occhi (come guardare la TV etc.): sembra quasi che la gente sia inibita e incapace di dedicarsi a ciò che veramente li appassiona.

Quanto detto fino a qui non dovrebbe stupirci più di tanto, visto che assieme al problema della quantità è sempre esistito quello della qualità. Non si è più capaci di abitare il nostro tempo libero, ne di “addomesticarlo” e controllarlo. L’idea del tempo a cui siamo abituati oggigiorno e l’uso che ne facciamo, sono stati forgiati dall’etica capitalistica di stampo protestante secondo cui il Tempo non è altro che una risorsa astratta che bisogna sfruttare al massimo in nome della produttività.

Le rivolte delle prime generazioni di operai  nacquero proprio quando videro imporsi orari di lavoro definiti dall’orologio e non più dal termine dell’attività da compiere (come riferisce lo storico britannico Edward Palmer Thompson). Con questa regolarità si perde l’abitudine di alternare periodi di lavoro intensi a periodi di ozio, ritmo naturale dell’essere umano. E’ la divisione rigida del tempo che permette di imporre la disciplina sul luogo di lavoro. Anche la scuola abitua i ragazzi ad una divisione del tempo molto rigida, l’obiettivo è quello di domare precocemente la futura classe lavoratrice:  nel 1775 a Manchester, il reverendo J. Clayton si preoccupa nel vedere “bambini inoccupati che non solamente perdono il loro tempo, ma che per di più prendono l’abitudine di giocare”. La dimensione repressiva dell’azienda invece appare chiaramente quando il teologo puritano Richard Baxter che, prima della diffusione degli orologi da tasca, suggeriva ai suoi seguaci di regolarsi sul proprio “orologio morale interiore”. In tempi più recenti, nel 2005 in Germania, il Ministro Cristiano-Democratico della giustizia nella regione di Hesse aveva suggerito di “mantenere un sguardo attento  sui disoccupati” e grazie a delle “manette elettroniche re-insegnarli a vivere ad orari normali”.

La logica della produttività, del profitto e della competitività si estende ormai a tutti gli ambiti della vita (“la concorrenza non dorme mai, il tempo è denaro”). Il tempo libero, ancora più prezioso in tempi in cui sembra più difficile procurarsene, deve essere gestito efficacemente; ma la riluttanza a correre il rischio di dilapidarlo ha delle conseguenze pesanti. Ne risulta così un handicap condiviso a larga scala, senza differenza di classe sociale: “lo sfruttato, così come lo sfruttatore, non ha la possibilità di dedicarsi incondizionatamente, alla pigrizia” scrive Raoul Vaneigem. “Sotto l’apparente languore del sogno si risveglia una coscienza che il martellamento quotidiano del lavoro esclude dalla sua realtà utilitarista”. Hartmut Rosa è in linea con tale riflessione: secondo lui se si vuole riprendere il controllo sul corso della storia individuale e collettiva, è necessario innanzitutto procurarsi del tempo importante per il gioco e l’ozio. E’ necessario re imparare a trascorrere “male” il tempo.

Ciò che bisogna riconsiderare, secondo Rosa, è la possibilità di “appropriarsi del mondo”; in mancanza  di ciò quest’ultimo diventa “silenzioso, freddo, indifferente e addirittura ostile”; lui parla di un “disastro dell’eco (resonance) della tarda modernità”. Anche la ricercatrice Alice Medigue identifica un fenomeno di disappropriazione che mantiene l’individuo contemporaneo in uno stato di estraneità al mondo e alla propria esistenza. Prima del regno dell’orologio – che i contadini della Cabilia (regione dell’Algeria) degli anni 1950, chiamavano “mulino del diavolo” (moulin du diable), secondo quanto riporta Pierre Bourdieu – i modi di misurare il tempo legavano naturalmente gli essere umani al loro corpo e all’ambiente reale e concreto in cui vivevano. I monaci Birmani, racconta Thompson, si svegliavano all’ora in cui “c’era abbastanza luce per vedere le vene della mano”; in Madagascar, il tempo si  contava in base “al tempo di frittura di una cavalletta”…

Visto che essa affonda le sue radici nel profondo della storia della modernità, la crisi del tempo non può risolversi con soluzioni superficiali. Per questa ragione bisogna guardare con una certa prudenza le iniziative del movimento Slow: Slow Food per la gastronomia, Slow Media per il giornalismo, Cittaslow per l’urbanismo….Negli Stati Uniti, Stewart Brand sopraintende nel deserto del Texas la costruzione di un “Orologio del Lungo Presente” che dovrebbe funzionare per dieci mila anni e dare all’umanità il senso de lungo periodo. Il progetto però perde tutto quel suo significato poetico quando si viene a sapere che tale progetto è finanziato da Jeff Bezos, fondatore di Amazon: sorge il dubbio che forse i suoi dipendenti, impegnati a pedalare per far funzionare gli ingranaggi di tale orologio, possano veramente trovare in tale opera un conforto esistenziale…

Fonte :

Libera traduzione e interpretazione dell’Articolo di Mona Chollet “Le Monde Diplomatique” – Dicembre 2012