I giacobini e I sansculottes Venezuelani

Solo i sansculottes Venezuelani potranno salvare la Rivoluzione Bolivariana

Scontri in Venezuela

Scontri in Venezuela

(Traduzione libera a cura di pensiero meridiano. Articolo originale: “Venezuelan Jacobins” di George Ciccariello-Maher per Jacobin)

 

Gli schiavi instancabilmente distrutti … A causa dei loro padroni hanno conosciuto lo stupro, le torture, la degradazione e, alla più piccola provocazione, la morte … facevano quanto gli veniva richiesto … E nonostante ciò erano sorprendentemente moderati … molto più umani di quanto lo siano stati i loro padroni … Le crudeltà della proprietà e del privilegio sono sempre molto più feroci della vendetta della povertà e dell’oppressione.”

– CLR James, The Black Jacobins

I giacobini Venezuelani sono saliti nuovamente alla ribalta. Dalle commemorazione per l’anniversario della morte di Hugo Chavez – un autentico Toussaint – alla recente intervista di Nicolas Maduro con Christiane Amanpour, il dibattito in Venezuela continua a concentrarsi sui piani altri delle stanze del potere. In un certo modo tutto ciò sembra avere un carattere piuttosto difensivo: infatti nelle scorse settimane, coloro che puntano a restaurare i privilegi feudali dell’ancien regime hanno tentato di  sfruttare le proteste studentesche della classe media per deporre il governo Maduro, e la comunità internazionale ha prestato molta attenzione al loro appello.

Le elites locali benestanti (il cui Inglese non mostra traccia di alcun accento) si sono appoggiate a Twitter ed ai media internazionali per mobilizzare la gente a scendere in strada. Sono stati appoggiati dalla stampa statunitense e da un sacco di ingenue celebrità, che ansiosamente hanno rigurgitato esagerazioni, rappresentazioni fuorvianti della realtà e vere e proprie bugie riguardo le famose “violazioni dei diritti umani” per mano del governo Maduro. Questi tentativi di dipingere ininterrottamente la rivoluzione bolivariana come un regime violento, sono diventati sempre più vacui con il passare del tempo e con l’aumento delle divisioni all’interno del movimento anti-Chavista.

Dopo qualche morto per mano delle forze governative – alcune seguite dall’arresto dei poliziotti e dei soldati coinvolti – l’impatto più forte delle violenze sta colpendo adesso i passanti e gli stessi Chavisti, così come dimostra l’uccisione di due persone per mano di tiratori dell’opposizione in un ricco quartiere di Caracas lo scorso 6 Marzo,  e quella di una donna Cilena lo scorso 9 Marzo nella città di Merida, mentre aiutava i vicini a smantellare alcune barricate.

Le Crudeltà della Proprietà  

Sebbene il mutamento delle proteste reazionarie in brutalità e violenza possa compromettere la loro causa nel breve periodo, alcune questioni riguardanti le violenze e la rivoluzione restano irrisolte. Ciò riflette qualcosa che appariva come una verità lapalissiana agli occhi di CLR James: i.e. “le crudeltà della proprietà e del privilegio sono sempre molto più feroci della vendetta della povertà e dell’oppressione.” La sproporzione smisurata della violenza reazionaria è stata una caratteristica tipica del processo rivoluzionario bolivariano sin dagli inizi. Il processo Bolivariano è figlio della ribellione e del massacro, entrambe decisive nel contribuire al suo successo. Nulla da dire su questo. Il 27 Febbraio del 1989, la popolazione Venezuelana si ribellò alle riforme neoliberali dando vita ad una settimana di scontri conosciuti come il Caracazo. La parte della popolazione sempre ai margini della società – a livello economico, sociale, politico e territoriale  – prese allora il controllo di spazi prima del tutto proibiti, traumatizzando così l’intera borghesia Venezuelana.

Se un promemoria dell’appunto di James era d’obbligo, un vero esempio ci è stato fornito dal colpo di stato contro Chavez dell’Aprile 2002, che vide molti più morti uccisi in poche ore che negli anni precedenti. Questo fenomeno è confermato nuovamente oggi con la scesa in piazza dell’opposizione reazionaria, alimentata dall’odio razziale e di classe nei confronti delle folle Chaviste che spesso sono state dipinte come violente. L’ipocrisia dell’attaccare con violenza coloro che sono visti come violenti non dovrebbe sorprenderci più di tanto, poiché è un elemento costante che conferma l’affermazione di Frantz Fanon, secondo cui coloro che sono relegati e costretti a “non essere”, persino apparire è un atto violento. Attaccare il privilegio sarà sempre dipinto come un atto violento da coloro che detengono il potere.

Oggi la questione della violenza, così come il compito – tanto impossibile quanto inevitabile – di misurarla o in qualche modo valutarla, è nuovamente all’ordine del giorno.  Ma nonostante le esagerazioni dei media internazionali che hanno seguito quello che Inigo Errejon ha chiamato “mediatic overrepresentation” delle proteste, l’osservazione di James resta ancora valida: che anche durante la Rivoluzione Haitiana, così “barbarica”, i veri barbari erano i potenti, i “vecchi proprietari di schiavi… che facevano esplodere della polvere da sparo nel culo di un Negro, che seppellivano vivo come cibo per insetti.” (old slave-owners … who burnt a little powder in the arse of a Negro, who buried him alive for insects to eat.) E così valido è anche il rimedio suggerito da James: “per questi non c’è bisogno di sprecare nemmeno una lacrima o una goccia d’inchiostro.

Sifrinaje

Come buon borghese, egli aveva un immenso rispetto per il sangue nobile e reale.”

– CLR James, The Black Jacobins

La classe non è mai stata solamente una questione di ricchezza o denaro, ma si è sempre basata su quel peculiare miscuglio di razza e classe che chiamiamo lignaggio: una nobiltà ereditata che è essa stessa fonte di capitali. La classe non è qualcosa che si compra o si acquisisce con facilità, molto spesso è qualcosa con cui si nasce. Mentre questa classe era una volta associata alle elites bianche conosciute come Mantuanos, o a Caracas molto più semplicemente “i padroni delle valli”, il mantuanaje è stato rimpiazzato da quello che in una recente etnografia, Ociel Lopez chiama sifrinaje, il “costume culturale” degli snob Venezuelani, o sifrinos.

Attraverso il sifrinaje, tutta la rabbia delle elites destituite dalla rivoluzione bolivarina è mobilizzata e trasmessa alle gelose classi medie attraverso la “denigrazione dei temi popolari e la criminalizzazione di ogni azione popolare” con epiteti per i poveri come “scimmie”, “tribù” o “feccia.” Nelle scorse settimane un altro termine utilizzato in maniera sdegnosa è stato “colectivos” – un vago riferimento ai settori popolari organizzati facenti parte del processo rivoluzionario – ripetutamente e infondatamente ritenuti responsabili di tutte le violenze (spesso commesse da altri).

Tali termini peggiorativi servono a legittimare la violenza dell’opposizione, così come quando un generale in pensione ha twettato una proposta per i manifestanti, ai quali suggeriva di attaccare fili ad un’altezza ben precisa delle barricate con l’obiettivo di “neutralizzare  i barbari Chavisiti in moto”.

Gochos

Le proteste tuttavia non sono cominciate con i mantuanos o i sifrinos ma con una identità politica molto differente il cui centro di gravità è situato molto più ad ovest, ai piedi della Ande, nel remoto Stato di Tachira: i gochos. I Gochos sono ben reputati per essere testardi e combattivi, ed in questa regione le barricate guarimba sono state le più violente. Un manifestante con un arma grossolana tra le mani, ha dichiarato al New York Times qui non siamo pacifici.”

Quando le proteste  sono diventate nazionali, l’orgoglio gocho è cresciuto, ma, come un recente tweet dimostra, questo non riguarda una semplice questione di identità regionale: “Los gochos son los putos amos de Venezuela,” “i gochos sono i fottuti padroni del Venezuela.”

Sebbene le elites urbane si sono sempre prese gioco dei gochos considerandoli come montanari arretrati, la regione ha dato i natali a ben sette presidenti (dittatori inclusi) durante il ventesimo secolo. L’identità Gocho, quella di gran lavoratori montanari, è emersa in diretto contrasto con la percepita pigrizia degli schiavi della costa, ed il loro orgoglio non si è mai separato dalla superiorità di casta: “hanno opposto il loro stile di vita austero a quello dei Venezuelani di colore delle pianure, da essi dipinti come discendenti degli schiavi amanti del divertimento.”

Politicamente conservatori, pieni di sdegno per le razze ritenute inferiori, e con una grande celebrazione della loro operosità che cede velocemente al disprezzo per i poveri, i gochos rappresentano qualcosa di simile ad un elettorato del Tea Party Venezuelano.

Di recente, le elite nazionali non hanno avuto problemi ad accettare di essere rappresentati dal presidente, il cui soprannome era El Gocho, Carlos Andres Perez, che nel 1989 ha imposto un pacchetto di riforme neoliberali che scatenò la rivolta del Caracazo e tutto quello che ne è conseguito dopo. I ribelli poveri dei barrios, nel frattempo, trovarono poche difficoltà nell’utilizzare appellativi di disprezzo nei confronti del presidente: durante le rivolte, “fuera el Gocho” era lo slogan comune.

Di recente ho parlato con un espatriato Venezuelano che ha descritto il gioco di identità appoggiandosi alla teoria del partigiano (Theory of the Partisan) di Carl Schmitt: i gochos che innalzano barricate nelle strade dell’ovest del Venezuela vedono loro stessi come “i veri Venezuelani che difendono i quartieri dai colectivos estremamente etnicizzati”.

Un simile complesso di superiorità alimenta le proteste a livello nazionale: come un operaio della zona de El Valle, nel sud di Caracas, mi ha descritto, questi individui che innalzano e bruciano barricate, risiedono nei grandi blocchi di appartamenti dell’avenue principale di Caracas e “credono di esser migliori di quelli che abitano nei barrios.

Sansculottes

I giacobini … erano autoritari nel loro atteggiamento … volevano agire con e per la gente … I sansculottes al contrario erano estremamente democratici: desideravano il governo diretto del popolo esercitato dal popolo; se chiedevano una dittatura contro gli aristocratici desideravano che fosse esercitata in maniera diretta.”

– CLR, The Black Jacobins

Non importa quanto possiamo esser contro la brutalità, esiste una forma di brutalità radicale e democratica che non possiamo rinnegare. Questa è la stessa brutalità che “ha portato via i Borboni dal trono”e che, dinnanzi all’implacabile congiura per ristabilire la schiavitù, ha infine portato al massacro dei bianchi di Santo Domingo, a cui James rispose schiettamente: “tanto peggio per i bianchi” (“so much the worse for the whites”).

Comunque questa non era brutalità per amore della brutalità, ed era nulla se paragonata alla più violenta e ripugnante brutalità per la causa della gerarchia e della casta. È invece uno strano paradosso: è una brutalità ugualitaria, una dittatura radicalmente democratica dei miserabili.

Quelli che oggi vengono chiamati “colectivos” e “tribù”, insultati con l’appellativo “Tupamaros” e nei decenni precedenti chiamati “nangaras”, sono infatti l’espressione più diretta dei miserabili, degli esclusi del Venezuela. Essi sono la fazione più politicizzata e rivoluzionaria degli emarginati di cui l’opposizione non si è mai preoccupata, nemmeno per un istante.  Se oggi essi sono autoritari, è solo per affermare che gli ultimi possano finalmente essere i primi.

Come l’attuale ministro delle municipalità  ha affermato in una recente intervista “i collettivi sono sinonimo di organizzazione e non di violenza”, e che questa organizzazione è un fenomeno locale radicale di democrazia diretta che cerca di trasformare lo stato stesso. Così come molti militanti rivoluzionari mi hanno fatto capire, essi sono con il Chavismo fino a quando il Chavismo è con la rivoluzione.

Anche all’interno del movimento Chavista esistono pericolosi fenomeni di disprezzo di classe nei cofronti dei poveri che vede i residenti dei barrios come soli beneficiari  invece che protagonisti del processo di rivoluzione bolivariano. La Rivoluzione Bolivariana stessa ha ironicamente creato una parte di questi “beneficiari” all’interno “delle classi medio basse che stanno crescendo negli ultimi anni grazie agli introiti del petrolio e all’”ingrassamento” dell’apparato statale … La burocrazia è emersa e si è affermata pertanto come una vera e propria classe sociale, con i propri interessi e le proprie paure.” Se i giacobini del processo Bolivariano vanno incontro a questo settore della società alle spese della base vera della rivoluzione, essi corrono il rischio mortale di “perdere influenza nei barrios, spazio privilegiato per la produzione del Chavismo come identità politica”.

Comuneros

Toussaint, come Robespierre, distrusse la sua fazione più radicale, e così facendo si scavò la fossa con le sue stesse mani.”

– CLR James, The Black Jacobins

La Rivoluzione Bolivariana non è mai stata per il personaggio Hugo Chavez. Essa l’ha preceduto e l’ha oltrepassato. Proprio come i sansculottes Francesi e Haitiani, che sostenevano i loro giacobini, e continuavano a lottare anche in loro assenza. Così come i sansculottes un secolo fa diedero vita alla Commune di Parigi, così i rivoluzionari Venezuelani oggi  stabiliscono la loro missione sotto lo slogan “Comuna o Nada!”, “il Comune o niente!

Le persone che oggi vengono chiamate “barbari” o riconosciuti come “colectivos” sono le stesse che si dedicano ogni giorno alla costruzione difficile e lenta di alternative socialiste partecipative e radicalmente democratiche.

C’è una forma di brutalità radicalmente democratica, quella che non presta alcuno sforzo o mezzo per distruggere le strutture del privilegio. Contro i creatori di miti dell’opposizione, il governo Chavista non ha liberato questo tipo di brutalità popolare, ma al contrario ha lavorato per contenerla. … Nonostante migliaia di pagine scritte nel corso dei secoli dagli intellettuali politici timorosi della “tirannia dei più”, la storia ci ha mostrato molto più spesso il contrario: la tirannia di elites economiche e piccole minoranze,  etniche e coloniali.

Il processo rivoluzionario Bolivariano deve confrontarsi oggi con ostacoli di natura economica – e di origine politica, resi ancora più insidiosi dalla morte di Chavez e dall’implacabile assalto dell’opposizione al governo Maduro. Ciò di cui si ha bisogno oggi, urgente più che mai, non è il dialogo o la riconciliazione, non è l’armonia e la comprensione, ma l’impegno radicale ad andare con decisione avanti.

I Venezuelani chiedono prezzi giusti, ma questi sono ancora definiti dai capitalisti. I Venezuelani chiedono strade sicure, ma la polizia è stata un mezzo debole per contrastare le mafie. I Venezuelani chiedono ancora più decisione nel rendere più partecipative le istituzioni, ma i poteri forti hanno l’intenzione di continuare a metter le mani sulla rendita petrolifera. Si è formato ormai un nodo gordiano, le corde si aggrovigliano sempre più e chiedono di esser tagliate.

Non sono i giacobini Venezuelani che ci salveranno, ma i sansculottes.

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Traduzione libera a cura di pensiero meridiano. Articolo originale: “Venezuelan Jacobins” di George Ciccariello-Maher per Jacobin

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