Assommons les Pauvres! Sfiniamo i Poveri!

Eat the rich - Bansky - London 2009

Eat the rich – Bansky – London 2009

Assommons les Pauvres!  Sfiniamo i Poveri!

Un’espressione in particolare ossessiona la nuovalingua di oggi: “le riforme strutturali”. Bisogna pur credere che esitano altre riforme, più insignificanti, ma che non saremmo in grado di scherzare con le riforme strutturali, cosi’ profonde, vitali e senza dubbio dolorose. La litote serve a designare le misure destinate ad accrescere la flessibilità del lavoro, ritardare l’età pensionabile, diminuire le prestazioni sociali, ridurre la spesa pubblica, tagliare tasse e salari.

“Sfiniamo i poveri!”, intimava crudelmente Charles Baudelaire nel Le Spleen de Paris (1869). In questa fiaba grottesca  scritta tra il 1864 ed il 1865, Baudelaire non proponeva di sfinirli per sbarazzarsene, quanto piuttosto per salavarli. Il suo personaggio, “venuto dalle promesse di un periodo ottimista“, si mette a riempire di botte un vecchio mendicante, invece di fargli l’elemosina. Sorpresa! “La vecchia carcassa” si ribella, e contrattacca in maniera così convincente che l’aggressore decide di condividere volentieri i suoi beni. Baudelaire ci ha indicato forse la via migliore per uscire dalla miseria?

Sfinire i poveri, la soluzione non è sembrata tanto assurda ai politici che portano avanti le loro riforme strutturali, questi nuovi “imprenditori della felicità pubblica”. Ogni giorno essi assicurano, attraverso sondaggi e sermoni, che l’accumulazione privata della ricchezza è il metodo migliore per garantire lavoro ai poveri, e di partecipare all’arricchimento collettivo. Si burlano delle resistenze e delle paure, vani tentativi di andar contro alla necessità. Dopo una tale orgia di argomenti, come fanno i poveri a non accettare di essere sfiniti e trattati male per il loro bene? Cosi come un tempo l’inquisizione prometteva ai peccatori un compenso futuro (il paradiso o la prosperità) al prezzo del sacrificio presente, cosi’ oggi si comanda ai poveri di fare un sacrificio per ottenere domani qualche beneficio.

Messi davanti alla scelta di agire o morire, finalmente dominati, questi assistiti, questi truffatori, ecco che se la cavano con l’iniziativa ed il coraggio! Così parlano gli avversari della redistribuzione: disoccupati? Create la vostra azienda. Disoccupati? Lavorate.

La guerra dei poveri?

Il narratore del piccolo poema in prosa,  ingannato per anni dai mercanti di illusioni appartenenti a due categorie – “quelli che consigliano a tutti i poveri di farsi schiavi, e quelli che li persuadono di essere tutti dei re detronizzati” – sembra essere poco meno povero di quel mendicante con cui se la prende. Gli sarebbe ancora più facile condividere quel poco che possiede. Entrambi sono stati ingannati, entrambi condividono una stessa violenza nella miseria, ennesima illustrazione del proverbio popolare secondo cui i miserabili si battono tra di loro anziché prendersela con i ricchi. La favola di Baudelaire è tutto sommato realista e pessimista, quando invece ci si stupisce oggi di una mancanza di reazione alla crisi. La messa in discussione degli aiuti sociali, dell’immigrazione, del parassitismo sociale, non sono essi dei comodi specchi per le allodole che conducono i poveri a prendersela con in poveri? Più grande è la paura del declassamento, più grande è l’odio nei confronti di coloro che danno l’impressione di poter vivere un’imminente caduta o che vivono un lento declino. Quanto alla realtà dei ricchi, essa è ben lontana… ed ha almeno il vantaggio di offrire sogni per occupare le notti ed i giochi.

A meno che questa fiaba non sia forse paradossalmente ottimista? Dopo tutto i suoi poveri protagonisti si accordano tra loro per reagire alla loro miseria. Sono certamente venuti alle mani, ma la violenza agisce su di loro come una rivelazione. Cosa ci vorrebbe perché la verità della spoliazione esca fuori dall’apatia? Senza dubbio i disastri della storia hanno guarito molte illusioni rivoluzionarie, ma non è forse peggio sopportare la violenza conoscendone la causa? Questo potrebbe essere il messaggio della favola e la sua lezione per la nostra epoca, proprio quando tutto ciò che riguarda la violenza, l’arricchimento dei più ricchi e l’impoverimento dei più poveri non è mai stato così chiaro. La crisi giustifica gli sforzi ed i sacrifici, si ode proferire dagli apostoli ed dai fautori delle riforme strutturali. Quello che non si dice è che questo appello è implicitamente lanciato ai poveri. Si legge poi, dalle classifiche Forbes e Fortune, che il numero dei miliardari aumenta ogni anno, così come le loro fortune individuali; si viene a sapere che le azioni delle aziende quotate in borsa sperimentano aumenti ben superiori al loro fatturato, che le remunerazioni e le indennità dei dirigenti aumentano anche quando i risultati aziendali sono negativi, e gli appelli alla moderazione restano ormai senza eco. Forse i ricchi non sono così numerosi o così ricchi da poter condividere il loro fardello, la loro ricchezza non avrebbe dunque nulla a che vedere con l’impoverimento degli altri? Chiedere sacrifici ai meno abbienti lasciando liberi i benestanti ha in sé qualcosa di sconcertante.

Baudelaire, che aveva vissuto le esperienze del 1848, attorniato da questi “libri dove si discute dell’arte di rendere i popoli felici, saggi e ricchi in ventiquattro ore”, fu egli stesso sfinito dalle giornate del giugno 1848 che videro l’armata della Repubblica Francese massacrare gli operai. Poi ci fu il colpo di stato del dicembre 1851. Innanzi all’interminabile sottomissione il suo umore era a metà tra la rivolta e lo spleen (umore nero). Scriveva allora nel suo diario che si era ormai completamente allontanato dalla politica. In realtà non lo era, a meno che non si possa mai essere definitivamente depoliticizzati.

Fonte: “Assommons les Pauvres!” di Alain Garrigou, Le Monde Diplomatique, 11 Juin 2013

Alain Garrigou è professore di Scienze Politiche presso l’Università di Paris Ouest Nanterre e direttore dell’Observatoire des sondages.

Traduzione a cura di pensiero meridiano

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