Reddito minimo garantito. L’insegnamento di Karl Polany

Il passato non troppo remoto ci svela gli effetti nefasti e allo stesso tempo positivi che una sbagliata implementazione del reddito minimo garantito possa avere sulla società. La Speenhamland Law del XVIII secolo, così come Karl Polany ci descrive, ne è un esempio, ma il reddito di base proposto da Milton Friedman e dai liberali negli anni 1960 nasconde le stesse insidie.  

Skurktur en Noruega

Negli ultimi mesi in Italia, così come in Europa, il reddito minimo garantito è ormai sulla bocca di tutti (vedi Movimento 5 stelle e SEL durante le ultime elezioni politiche), o almeno lo era. Infatti Il reddito di cittadinanza, o reddito incondizionato di base, soldi per campare dignitosamente o come si voglia chiamarlo, invece di esser messo al centro della discussione politica, ahimè, è rimasto un semplice strumento di propaganda politica, sia a causa dei ben noti eventi politici degli ultimi mesi, sia a causa della mancanza irrimediabile di profondità intellettuale della classe politica nostrana.

Sta di fatto che la sorte del reddito di base per tutti sembra essere una brutta copia di quella toccata al progetto di reddito minimo proposto da James Tobin negli Stati Uniti degli anni 70’: cavallo di battaglia della campagna elettorale repubblicana, abbandonato subito dopo la sconfitta subita da Nixon.

Un serio dibattito sul reddito minimo garantito è stato alimentato da reti e associazioni di cittadini, questo è vero,  ma pochi hanno tirato in ballo le esperienze passate del reddito incondizionato di base. Molti cercano di tirare degli spunti costruttivi dall’esperienza Indiana o da quella dei minima sociaux francesi, ma raramente si fanno discorsi o analisi concrete su modi, pratiche ed eventuali conseguenze che l’implementazione di tale sistema potrebbe determinare. Il dibattito risulta essere monco, appena accennato e poco esaustivo. L’effetto che è capace di suscitare è molto simile a quello che proverebbe una ragazza d’altri tempi che, udendo dei sassolini lanciati contro la sua finestra, si affaccia con impeto e scorge già lontano il suo corteggiatore che corre a gambe levate: insomma delusione e amaro in bocca… (…)

Forse confrontare gli scombussolamenti emotivi  causati dalla timidezza del corteggiatore d’altri tempi con quelli dovuti all’illusorietà del dibattito sul reddito minimo garantito non è proprio un paragone felice, e magari chi legge comincerà a porsi dei dubbi …  Quello che forse è più certo è che possano aumentare i nostri dubbi sul reddito minimo garantito, soprattutto se si da uno sguardo alle esperienze passate: la Speenhamland Law.

La Speenhamland Law: esperienza di reddito minimo garantito nel XVIII secolo

Nel diciottesimo secolo, in Inghilterra, patria del capitalismo moderno, la società resisteva inconsciamente a qualunque tentativo di venir trasformata in una mera appendice del mercato. Non era concepibile un’economia di mercato che non includesse un mercato del lavoro, ma fondare un mercato del genere particolarmente nella civiltà rurale inglese significava niente meno che la distruzione totale del tessuto tradizionale della società.

Durante il periodo più attivo della rivoluzione industriale dal 1795 al 1834 in Inghilterra la Speenhamland Law fu capace di impedire la creazione di un mercato del lavoro.

Il mercato del lavoro fu infatti l’ultimo dei mercati ad essere organizzato sotto il nuovo sistema industriale: In Inghilterra la mobilità sia della terra sia della moneta fu raggiunta prima della mobilità del lavoro. A quest’ultimo si impediva di formare un mercato nazionale con severe restrizioni legali alla sua mobilità fisica poiché il lavoratore era praticamente legato alla sua parrocchia. L’Act of Settlment del 1662 che regolava le cosiddette servitù locali fu liberalizzato soltanto nel 1795. Questa misura avrebbe reso possibile la formazione di un mercato nazionale del lavoro se non fossero stati introdotti nello stesso anno la Speenhamland Law o il “sistema dei sussidi”. La tendenza di questa legge era opposta, era diretta cioè ad una vigorosa riattuazione del sistema paternalistico dell’organizzazione del lavoro quale era stato ereditato dai Tudor e dagli Stuart.  I magistrati del Berkshire riuniti al Pelikan Inn a Speenhamland presso Newbury, il 6 maggio 1975, in un periodo di gravi difficoltà, decisero che i sussidi da aggiungere ai salari avrebbero dovuto essere attribuiti secondo una scala dipendente dal prezzo del pane, in modo da assicurare un reddito minimo ai poveri indipendente dai loro guadagni. (…) Questa era intesa come misura di emergenza e fu introdotta in modo informale; anche se fu comunemente chiamata “legge”, questa scala non fu mai espressa attraverso una legge, tuttavia molto presto essa si diffuse nella maggior parte delle regioni rurali ed anche in molti distretti manifatturieri.  Essa introduceva un innovazione sociale ed economica come quella del “diritto di vivere” e fino a che non fu abolita nel 1834 essa impedì l’istituzione di un mercato del lavoro.

Due elementi però rovesciarono le aspettative del reddito minimo garantito: da una parte la classe media si era aperta la via al potere proprio per rimuovere quest’ostacolo alla nuova economia capitalistica, dall’altra il “diritto di vivere” appena sancito si rivelò una trappola mortale.

Perché il reddito minimo garantito si dimostrò una trappola?

Prima dell’introduzione della Speenhamland Law in Inghilterra vigevano le cosiddette Poor Laws. Con quest’ultime i poveri erano costretti  a lavorare per qualunque salario essi potessero ottenere e soltanto coloro che non potevano ottenere lavoro avevano diritto al sussidio; un sussidio come integrazione del salario non fu né pensato né dato. Con la Speenhamland Law un individuo veniva aiutato anche se aveva un lavoro fintantoché il suo salario ammontava a meno del reddito famigliare che gli era assegnato dalla scala. Visto che per di più nelle zone rurali il padrone poteva procurarsi il lavoro quasi con qualunque salario, quest’ultimo risultava sistematicamente più basso rispetto a quello assegnatogli dalla Speenhamland Law. Nessun lavoratore aveva quindi alcun interesse materiale nel soddisfare il suo datore di lavoro, il suo reddito essendo lo stesso qualunque fosse il salario che egli guadagnava. Nel giro di pochi anni la produttività del lavoro cominciò a sprofondare al livello del lavoro per gli indigenti (disoccupati obbligati a lavorare nelle workhouses) fornendo ai datori di lavoro un’altra ragione per non aumentare i salari al di sopra della scala.

Nessuna misura fu mai più universalmente popolare della Speenhamland law. I genitori venivano liberati dal peso economico dei loro figli e i figli non erano più dipendenti dal peso economico dei genitori; i datori di lavoro potevano ridurre i salari a volontà (essi erano incentivati ad abbassare al minimo i salari sapendo che il pubblico sarebbe comunque intervenuto a sostegno dell’indigente) e i lavoratori erano al sicuro dalla fame sia che lavorassero sia che non lavorassero.  Quanto ai contribuenti, essi furono lenti nel rendersi conto di ciò che sarebbe successo per i contributi in un sistema che proclamava il diritto di vivere sia che un uomo si guadagnasse un salario o no. Alla lunga il risultato fu agghiacciante.  Per quanto occorresse del tempo prima che il rispetto di sé dell’uomo comune cadesse così in basso da preferire il sussidio per i poveri al salario, i salari che venivano integrati per mezzo di fondi pubblici erano in numero illimitato tanto da spingerlo a sostenersi ad essi. In poche parole il sistema del salario minimo condusse ad un circolo vizioso che spinse ovviamente i salari al ribasso e la gente, soprattutto nelle campagne, a cadere in miseria.

Se i lavoratori fossero stati liberi di unirsi per il perseguimento dei loro interessi, il sistema dei sussidi avrebbe potuto naturalmente avere un effetto contrario sul livello dei salari che al contrario scendevano gradualmente verso lo zero, portando il loro peso interamente sulle spalle della comunità . L’azione delle trade-union e le loro capacità di negoziazione ne avrebbero tratto beneficio. Questa era forse dunque una delle ragioni chiave delle ingiuste Anti-Combinations Laws del 1799-1800, che appunto impedivano ai lavoratori di unirsi in associazioni di rappresentanza: vale a dire limitare le rivendicazioni salariali.  Se non fossero state approvate le Anti-Combination Laws la Speenhamland Law avrebbe potuto avere l’effetto di far crescere i salari invece che abbassarli. Esse non furono revocate per un quarto di secolo e il sistema venutosi a creare condusse all’ironico risultato che il “diritto di vivere” finanziariamente affermato finì con il rovinare la gente che esso era evidentemente destinato a soccorrere. Speenhamland era destinato a prevenire la proletarizzazione della gente comune o almeno a rallentarla. Il risultato fu semplicemente l’impoverimento delle masse che nel processo quasi persero la loro forma umana.

Né i governanti, né i governati dimenticarono mai la lezione di quel paradiso degli sciocchi. Nel 1834 il “diritto di vivere” fu abolito e nacque così in Inghilterra un mercato concorrenziale del lavoro. Il Reform Bill del 1832 e il Poor Law Amendment del 1834 furono comunemente considerati come il punto di partenza del capitalismo moderno. Ora ci si aspettava che da un momento all’altro la gente si sostenesse da sola, il lavoratore era privo di un suo rifugio nella società. Il mercato del lavoro avrebbe causato lo sradicamento delle persone dalle proprie terre (visto che anche il sistema di lavoro legato alle parrocchie locali si era sgretolato) e avrebbe assoggettato la società del XIX secolo alle atrocità delle workhouses. Si passò quindi da un opposto all’altro ed il punto di partenza di tutto ciò fu la Speenhamland Law.

Ovviamente tutto ciò non basta a mettere in cattiva luce l’istituzione di un reddito minimo garantito. Quello che si evince è che, da una parte il sistema era stato fondato su un principio difettoso, quello dell’aggiunta di contributi pubblici ai salari (e qui potrebbe magari nascere uno spunto di riflessione su come oggi gli incentivi statali all’impiego, sottoforma di sgravi fiscali alle imprese, possano influenzare al ribasso il livello medio di salari), dall’altra il potere politico della classe medio – alta era riuscito ad impedire ogni tipo di rivendicazione della classe lavoratrice (le trade unions furono riconosciute solo alla fine del secolo, 1870, quando ormai i danni della creazione di un mercato del lavoro concorrenziale erano già stati fatti).

Imposta negativa. La nuova Speenhamland Law proposta da Milton Friedman?

I fatti sopra descritti e tratti dal capitolo VIII del “La grande trasformazione” di Karl Polany costituiscono uno spunto di riflessione sulle varie forme di reddito garantito che potrebbero essere implementate. Gli errori commessi nell’implementare tale sistema  fanno sorgere dubbi su come oggi si voglia mettere in pratica un reddito di base. Oggi la letteratura economica, e non la politica, discute molto sul metodo di pagamento (continuo o una tantum), sull’ammontare (sotto la soglia della sussistenza o in linea con essa), e sugli individui che dovrebbero trarne beneficio (c’è chi sostiene un reddito garantito solo per i più poveri, e vede in ciò il metodo giusto se non si vuol percorrere la via dello spreco di risorse; c’è chi sostiene un reddito garantito incondizionato per tutti i cittadini, come avviene già in Alaska, e vede in ciò un elemento chiave per snellire il sistema della pubblica  amministrazione). Tutti i vari sistemi propositi nascondono degli elementi positivi o negativi a seconda del punto di vista ideologico da cui si guarda l’argomento. Non voglio fare qui una rassegna di tali metodi – che però è possibile trovare in rete (ad es.: Basic Income Worldwide – Horizons of reforms, M.C. Murray e C. Pateman) – ma un modello di reddito che potrebbe avere effetti nefasti sulla società così come la Speenhamland law del 1795 fece, è il Negative Income Tax (NIT).

Quest’ultimo è il sistema di reddito minimo garantito proposto dai liberali. Esso prende il nome di Imposta Negativa (Negative Income Tax, NIT), e viene così descritto da Milton Friedman nel suo “Capitalismo e libertà” (1962): sotto un sistema NIT, se il reddito di un individuo non raggiunge un determinato livello, l’individuo riceve attraverso il sistema fiscale nazionale, un credito (negative tax), anziché pagare imposte al governo.  Non notate voi una certa somiglianza di principio tra l’imposta negativa e la Speenhamland Law? In entrambi i sistemi vi è una sorta di incentivo statale, una sorta di addizzionalità di risorse pubbliche a redditi che non raggiungono una determinata soglia di sussistenza. Non si correrebbe quindi il rischio di rivedere la stessa corsa al ribasso dei salari già vissuta nell’Inghilterra del XVIII secolo, soprattutto considerando il tasso di liberalizzazione del mercato del lavoro statunitense?

E’ possibile aspettarsi oggi un effetto positivo sul livello dei salari in seguito all’implementazione di un reddito minimo garantito?

Le limitazioni alle rivendicazioni delle classi lavoratrici esistono ancora e mentre nel 1799 erano rappresentate dalle Anti-Combination laws, oggi esse sono rappresentate dall’eccessiva capacità delle aziende a delocalizzare i loro impianti produttivi in paesi in cui i costi salariali sono infinitamente più bassi (risultato evidente di tale fenomeno è il processo di deindustrializzazione europeo degli ultimi 30 anni). Un altro freno alle rivendicazioni salariali, che renderebbe nullo l’effetto del salario minimo garantito sulle rivendicazioni salariali è il “vincolo esterno” dovuto all’unione monetaria europea; oggi uno Stato europeo per poter recuperare la sua competitività non potendo disporre di sovranità monetaria, ha una sola soluzione: ridurre i salari (come sta accadendo oggi nei paesi del sud d’europa, e come ahimè succede anche in Germania; per approfondimenti: “Il Tramonto dell’euro”, Alberto Bagnai, 2012).

Pertanto ci sembra chiaro come il reddito minimo garantito necessità oggi di una discussione più approfondita, un vero dibattito sui metodi di implementazione, sugli effetti che esso causerebbe soprattutto in una situazione economica in cui gli interessi delle classi medio-basse continuano ad essere fortemente limitati da politiche di austerità appannaggio delle classi dominanti.

L’austerità è di destra, titola Emiliano Brancaccio nel suo libro omonimo; purtroppo – aggiungerei io – essa viene anche professata da forze politiche di sinistra. Ecco perché oggi quando si parla di reddito minimo garantito bisogna far ben attenzione non solo a chi lo professa ma anche a come vorrebbe implementarlo. Karl Polany ci insegna che il reddito minimo incondizionato ha portato a sconvolgimenti nefasti nella società inglese prima, ed europea poi. Quindi attenti al reddito minimo garantito friedmaniano!!!

Per fortuna però Polany ci ispira un leggero ottimismo. La Speenhamland Law fu il punto di partenza dello sconvolgimento sociale vissuto dalla nascita del mercato del lavoro concorrenziale. Ma grazie a questo si formò la nostra coscienza sociale e nacque un processo di auto protezione della società: nacquero leggi sulle fabbriche, una legislazione sociale e sorse un movimento politico e sindacale della classe lavoratrice.

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Potrebbe interessarti: “Immaginare un reddito minimo garantito per tutti“, di Mona Chollet, traduzione a cura di pensiero meridiano.

Fonti:

La grande trasformazione“, Karl Polany, 1944

Capitalismo e Libertà“, Milton Friedman, 1962

LIBRI – La capacità di pensare l’impossibile. Orhan Pamuk, Il Signor Cevdet e i suoi figli

Il signor Cevdet e i suoi figli (libro di Orhan Pamuk edito da Einaudi nella collana Supercoralli) è un romanzo che parla della famiglia, del tempo della vita, delle mille domande sull’esistenza  della lotta politica e del fascismo, della borghesia colta ma anche comunemente bigotta, e poi parla di religione. Parla della storia di un paese, la Turchia, ancorato alle tradizioni ma spinto inevitabilmente al confronto con la modernità imposta dall’occidente  Racconta la storia di personaggi alla ricerca del significato ultimo delle loro esistenze, entrando nei dettagli più intimi delle loro conversazioni, dei loro sbagli, delle loro fughe.

Il Signor Cevdet e i suoi figli

Il Signor Cevdet e i suoi figli

In Cevdet e i suoi figli si sente costantemente il distacco tra la vita reale ed il sogno, che però viaggiano in parallelo: da un parte la banalità della vita famigliare – vissuta tra lunghi e affollati pranzi di famiglia, cerimonie di fidanzamento e matrimoni concertati; dall’altra l’utopia della sincerità più intima slegata da qualsiasi convenzione culturale o religiosa, la voglia di rompere con le regole, partire, cambiare, infischiarsene del giudizio altrui. In questo libro si sente la voglia e lo sforzo dell’autore nel voler trovare se stesso – Pamuk abbandonò la facoltà di architettura all’età di ventidue anni per potersi chiudere in una stanza e dedicarsi al suo primo romanzo ;  la battaglia interiore vissuta dai protagonisti stravolge le loro vite, a volte le infiamma a volte le rende ancora più subdole.

A marcare ancora di più questo distacco tra immobilità del reale e il dinamismo dei sogni, è il confronto costante tra i percorsi di vita di tre amici (Refik, Omer e Mhuittin).  Pamuk sembra voler dare ad uno dei suoi protagonisti, Refik, un peso maggiore; esso sembrerà a molti l’eroe del romanzo e come dargli torto tralatro. Refik è il sognatore, l’utopista che sogna una nazione più giusta in cui i più poveri possano avere le stesse possibilità di chi appartiene alla classe borghese. Refik è colui che perde denaro e affetti per la lotta. La lotta personale contro la superficialità e le bassezze di una società priva di cultura.

Refik racchiude in se l’ardore della lotta per la conoscenza, della lotta per l’emancipazione dall’ignoranza. E’ un eroe d’altri tempi:  sacrifica la sua ricchezza e la sua famiglia all’ideale illuminista da lui seguito. All’opposto c’è Omer (così come Muhittin), amico d’infanzia di Refik. Il suo percorso è quasi antitetico a quello intrapreso da Refik. Mentre quest’ultimo, avvezzo alla vita materiale e borghese a cui era stato abituato sin dall’infanzia, decide proprio di allontanarsene affidandosi alla sua avidità di sapere e alla sua voglia di cambiare il mondo, Omer imbocca una strada chiusa. Il suo unico scopo di vita è quello di diventare qualcuno di importante, di possedere, di diventare ricco, di diventare un conquistatore. Rastignac è il suo soprannome. La vacuità materialistica dei suoi sogni lo farà isolare da tutto e tutti.

Qui di seguito un dialogo tra Refik e Omer. La frase conclusiva del dialogo racchiude la vera personalità di Refik: privo di un qualsiasi ideale, esso matura nel tempo una coscienza critica che oppone al disfattismo di Omer  con ingenuità e speranza:

(…)

– Qui sono tutti schiavi (riferendosi agli operai e agli ingegneri che lavoravo assieme a lui in ferrovia) – urlò Omer – Un pugno di ipocriti, superficiali, falsi, miseri … (…) Tu dici sempre: Rousseau, Rousseau… ma che centra Rousseau con la Turchia? Se il tuo Rousseau fosse nato qui, sarebbe stato un tipo da bastonate sui piedi.

Refik ricominciò a camminare. – No, non va tutto così male, – disse sospirando. – Nelle tue parole probabilmente c’è una parte di verità. Ma a che serve vedere il mondo così nero? E’ ovvio che poi uno rinuncia anche solo al tentativo di migliorarlo.

– Infatti. Qui in Turchia non si può migliorare nulla -. Omer con la mano indicò le baracche degli operai: – Oppure, come quelli lì, ti affidi a Dio. Perché è tutto marcio, falso, e contraffatto. Ovunque solo menzogna e ipocrisie. Tu mi fai una testa così con Rousseau. Ma chi è il nostro Rousseau?… (…) quell’epoca in Francia durò almeno mezzo secolo, da noi nemmeno metà anno. E poi siamo sprofondati nella solita ipocrita volgarità. Questa è la Turchia… Ah Turchia! Quando ci penso mi viene voglia di piangere…

– Se credi a tutto quello che hai detto è un disastro, – esclamò Refik.

– Che c’è di così tremendo? Che c’è di male nel vedere la realtà per quello che è? Vivere di illusioni è molto peggio. Dài, non parliamone più. Che ore sono? Tra poco sarà giorno.

– No, no, parliamone invece! Voglio dirti tutto quello che mi viene in mente. Non posso essere d’accordo con te. Non capisco come fai a vivere con queste idee, senza credere a nulla …

– Non c’è niente di strano, caro mio. Tutti vivono così. Mica sarò l’unico a non credere a nulla. Dimmi un po’: un anno fa tu in cosa credevi?

– Io? – Refik sorrise, timido e bonario come suo solito. – Allora non pensavo se si dovesse credere o meno in qualcosa. Ma tu… tu lo sai. Se ci hai pensato almeno una volta, non puoi più tornare indietro!

Il distacco tra vita reale e sogno è alla fine solo apparente. Pamuk è capace di mettere in risalto le contraddizioni umane, le debolezze e le insicurezze di una realtà troppo immobile. Il sogno si mischia al vissuto, così come il passato viene reinventato nei sogni. Ma resta pur sempre vivo il desiderio di opporsi ad una realtà immobile, il desiderio di sognare, e perché no, sognare in una società migliore e progressista, la stessa società e gli stessi sogni di cui parla Ermanno Rea, scrittore napoletano, che nel libro “La comunista” (2012) scriveva: “Bisogna saper credere nei sogni, nei nostri cuori bisogna che alberghi l’utopia, se vogliamo sopravvivere. Soltanto l’utopia, la capacità di pensare l’impossibile, può dare un senso alla nostra vita miserabile”.

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Egemonia Culturale e Redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto

Se il patrimonio dei milionari italiani, di cui 1 milione di dollari è il limite inferiore ma l’entità media è considerevolmente più alta, fosse stato assoggettato a una risibile patrimoniale permanente di 3.000 euro in media, si sarebbero raccolti 4,5 Miliardi l’anno. Una cifra grosso modo equivalente ai tagli della pensione dei lavoratori dipendenti decisi dal governo Monti nel 2011″ . Perché ciò non è stato fatto?

August Sander, Mains d’un travailleur occasionnel - 1930

August Sander, Mains d’un travailleur  – 1930

Se proviamo ad ascoltare qualsiasi telegiornale o leggere un quotidiano qualsiasi, appare quasi scontato che i problemi fondamentali dell’Italia, e dell’Europa meridionale, siano il debito pubblico esorbitante, la spesa pubblica eccessiva, e la pubblica amministrazione sprecona. La voce critica di programmi televisivi, da sempre in contrasto con i centri d’informazione principali, sembra troppo debole e cincischia ultimamente nel mostrarsi effettivamente portatrice dei valori della controinformazione.

Programmi come Servizio Pubblico e Ballarò, anche se encomiabili per il loro lavoro di informazione e controinformazione, aderiscono in maniera impercettibile, almeno per quanto riguarda il modo in cui essi trattano tematiche di natura economica, a quella che è la forma mentis teorica dell’economia liberista ormai dominante in Europa.

La riduzione del debito pubblico, e i tagli alla spesa pubblica ci vengono propinati come l’unica medicina da somministrare; tuttavia pochi sono coloro che discutono della giustezza teorica di tali politiche economiche. Gli sprechi della pubblica amministrazione sembrano essere l’unica causa dell’aumento del debito pubblico, ma nessuno ha mai accennato alla vera grande causa di incremento di quest’ultimo: il combinato disposto di “divorzio” fra Banca d’Italia e Tesoro e adesione al sistema monetario europeo (SME) che ha fatto esplodere la spesa per interessi (Sergio Cesaratto “Il vecchio e il nuovo della crisi europea”). Un altro tema di discussione nei salotti televisivi e sui giornali è quello della Sanità Italiana, sempre vista come una macchina mangia soldi ma da pochi vista come il secondo miglior sistema sanitario al mondo: se ci confrontassimo più spesso con gli altri Paesi, scopriremmo che quello italiano è uno dei migliori sistemi sanitari al mondo. Lo dice l’Organizzazione mondiale della sanità (OmsWho) e lo dicono gli inglesi del British Medical Journal (Bmj). Nell’ultima classifica dei sistemi sanitari compilata dall’Oms, l’Italia si è piazzata seconda dietro la Francia (fonte: cimoasmd).  Per non parlare della secolare questione meridionale ed il nodo della Spesa Pubblica eccessiva al Mezzogiorno: falso e impreciso dire che le regioni meridionali ricevono una quota della spesa nazionale smisurata; i cittadini meridionali ricevono una Spesa Pubblica pro capite molto inferiore rispetto ai cittadini del resto d’Italia sia in termini di spesa corrente che di spesa in conto capitale (“Spesa Pubblica eccessiva nel Mezzogiorno?Una mezza verità”, Pensiero Meridiano); il Sud riceve un finanziamento statale più cospicuo rispetto alla quota di spesa finanziata con risorse regionali, ma ciò non fa altro che rispondere a quel principio costituzionale che si chiama Redistribuzione, secondo il quale tutti i cittadini di uno Stato hanno diritto ai servizi pubblici fondamentali e le fasce più agiate della popolazione dovrebbero sostenere quelle piu svantaggiate, soprattutto se quest’ultime devono la loro condizione a politiche economiche scellerate e negligenti  (politiche di investimento, industrializzazione, creazione infrastrutture costantemente sfavorevoli allo sviluppo economico-sociale del Mezzogiorno; per approfondimenti vedere: Paci, Pusceddu “Stima dello stock di capitale nelle regioni italiane”; Latella “Mercati e istituzioni nel Mezzogiorno”; Picci “Le opere pubbliche dall’Unità d’Italia: l’informazione statistica” Viesti “Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è” etc.).

Quelli appena citati sono solo alcuni esempi di informazione iniqua o scorretta nei confronti di tutto ciò che è pubblico, statale o gestito collettivamente, e che risponde al pensiero economico neo-liberale.

Il modo in cui temi fondamentali di economia vengono trattati oggi, al di là del problema ormai noto del conflitto di interessi tra politica e controllo editoriale dei media, è molto più ampio. Il piattume e la sottile conformità che caratterizzano i contenuti e le informazioni diffuse sui media tradizionali a partire dai quali il popolo dovrebbe crearsi una coscienza politico-economica, sono completamente manipolate, anche se in maniera non esplicita, dal pensiero economico dominate.

Il fatto che la riduzione del Debito Pubblico e l’attacco spietato alla Spesa Pubblica dominino negli ultimi anni il mondo dei media ci serve da spunto per poter affrontare un tema molto più ampio e complesso: quello del mondo dell’informazione come elemento di espressione dell’egemonia culturale della classe dirigente. Il mondo dei media è quasi sempre promotore di politiche economiche liberali alle quali è difficile contrapporre teorie alternative. La voce di chi vorrebbe e dovrebbe porporre strade alternative è spesso fatta tacere o con difficoltà riesce a raggiungere la gente. Il pensiero economico di sinistra oggigiorno non riesce ad occupare un degno spazio sui vari canali di diffusione dell’informazione. Perché? A cosa sono dovuti tali difficoltà? Proveremo a rispondere a tale domanda qui di seguito, seguendo l’analisi economica fatta dal Luciano Gallino, Sociologo e Professore all’Università di Torino.

Egemonia culturale delle classi sociali ad alto reddito e i think tank neo-liberali

Una delle cause fondamentali di tale predominanza ideologica è sicuramente la forza economica delle classi capitalistiche capaci di controllare gran parte dei mezzi d’informazione. Non bisogna però dimenticare la produzione culturale portata avanti dal movimento neoliberale: la straordinaria offensiva dei think tanks neoliberali, attivi già dagli anni 60’-70’ e potentemente affermatisi nei maggiori paesi occidentali dopo gli anni 80’ non è stata contrastata da alcun tipo di produzione culturale ed ideologica che potesse abbracciare le ambizioni e le necessità della sinistra internazionale. Benchè esistano in diversi paesi – bisogna dire in numero ben maggiore che nel nostro – centri studi, fondazioni, istituti, centri di ricerca che hanno mantenuto un marcato vigore critico nell’analisi della situazione dell’economia e della politica del mondo, occorre dire che questi si sono ritrovati ad essere (e tuttora lo sono) molto al di sotto della potenza di elaborazione mediatica, politica, intellettuale e accademica messa in campo dal pensiero neoliberale.

In primo luogo si deve pensare alla sproporzione dei mezzi. I pensatoi, i thinks tanks neoliberali, che hanno tutti nome e indirizzo e lavorano alla luce del sole, sono presenti in molti Stati europei oltre che negli Stati Uniti. Tra i più influenti vanno annoverati il Cato Institute e la Heritage Foundation in USA; L’Adam Smith Institute e l’Institute of economic Affairs nel Regno Unito; la Société mont-Pelerin fondata in Svizzera nel 1947; la Trilateral Commission nata più tardi sull’iniziativa delle suddette; la Tavola Rotonda degli Industriali Europei con sede a Parigi; l’Istituto Aspen fondato neglu USA nel 1950 con sedi in diversi paesi, compresa l’Italia. Queste istituzioni dispongono ciascuna di milioni di dollari l’anno per il loro studi, le conferenze e i convegni, le trasmissioni televisive, le pubblicazioni, i rapporti con i parlamenti e le organizzazioni internazionali.  Sotto questo profilo, i pensatoi del pensiero critico hanno un potere e un peso modesto, a causa appunto di un’enorme inferiorità di risorse economiche. In Inghilterra e negli Stati Uniti, ad esempio, vengono pubblicate riviste di sinistra di rimarchevole livello culturale, come la “Monthly Review”, la “New Left Review” e altre ancora, diffuse in migliaia di copie. Ciò nonostante sono poca cosa rispetto alle centinai di migliaia di copie di riviste diffuse dalle fondazioni, dagli istituti e dalle case editrici neoliberali. Le prime poi arrivano ad una frazione minima della popolazione, un frazione, peraltro, che è già convinta delle idee che quelle riviste intendono divulgare.

Mediante i serbatoi del pensiero, finanziati da gruppi finanziari e corporations industriali in diversi paesi, il neoliberalismo ha attuato, in pieno, a favore del capitalismo, il concetto di egemonia culturale elaborato da un marxista, Antonio Gramsci. I principali media internazionali ruotano attorno ai grandi gruppi capitalistici che ovviamente determineranno le loro linee editoriali rispettando a pieno il principio di mantenimento del loro status quo. Gramsci usò l’espressione precisamente per indicare il ruolo dirigente conseguito dalla classe capitalistica a mezzo di un vasto apparato di strutture ideologiche e di istituzioni. Grazie a questo apparato essa è riuscita a governare con il consenso della popolazione, sapientemente costruito, piuttosto che attraverso la forza. Il problema è che Gramsci sperava che la classe operaia e gli intellettuali ad essa vicini fossero in grado, col tempo, di costruire un consenso popolare capace di affermare, anche in questo caso senza violenza, gli interessi economici, morali e culturali della  prima a fronte della classe capitalistica.  La situazione attuale induce a pensare che la speranza di Gramsci sia assai lontana dall’avverarsi. Più che mai l’egemonia è esercitata dalla classe vincitrice, la classe borghese (industriale-finanziaria). Essendo egemone nel senso gramsciano la classe capitalistica internazionale non ha bisogno di alcun complotto per agire come vuole sul terreno economico e politico (per approfondire vedere: Luciano Gallino “La lotta di classe dopo la lotta di classe).

La redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto

La classe vincitrice conduce una pesante controffensiva nei confronti della classe operaia e della classe media e sembra quasi che la lotta di classe sia oggi, al contrario di quanto avveniva negli anni 70’, condotta dall’alto verso il basso. Uno dei risultati più vistosi del consolidamento costante della posizione sociale della classe capitalistica, non è solamente quello di aver monopolizzato i media e il pensiero trasmesso attraverso di essi. Il risultato lampante è Il forte aumento delle disuguaglianze globali dovuto ad una marcata redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto, e quindi non soltanto ad un accrescimento del reddito e della ricchezza degli strati più abbienti (Gallino pag. 104). Le disuguaglianze globali , che si riferiscono al rapporto tra individui del pianeta quanto a reddito e ricchezza, sono fortemente aumentate dagli anni Ottanta a oggi. Due sono gli indicatori importanti per poter analizzare tale trend negativo e che Luciano Gallino analizza dettagliatamente: la riduzione della quota salari sul PIL e il livello dei consumi pro capite, a cui si aggiunge il confronto dei decili della popolazione e la distribuzione della ricchezza.

1/Gli Indicatori:

Se si analizzano le disuguaglianze in termini di reddito Gallino propone 3 indicatori fondamentali.

La quota dei salari sul Pil. In tutti i paesi dell’OCSE, nel periodo 1976-2006 la quota salari, cioè l’incidenza sul PIL dei redditi da lavoro (compreso il reddito da lavoro autonomo, il quale viene calcolato come se gli autonomi ricevessero la stessa paga dei salariati) si è abbassata di molto. Facendo riferimento ai paesi più ricchi dell’OCSE detta quota è calata in media di 10 punti percentuali passando dal 68% al 58% del PIL. In Italia il calo ha toccato i 15 punti precipitando al 53%. Per il lavoratori equivale a una colossale perdita di reddito (oggi un punto di PIL vale per l’Italia circa 16 Miliardi di euro, 240 miliardi di euro in totale). Si è talora sostenuto che questo enorme calo della quota salari sia dovuto ad un incremento dell’imposizione  fiscale e più in generale dei cosiddetti prelievi  o contributi obbligatori. Un esame delle voci che compongono il Pil mostra invece che non è affatto così. La maggior parte di quei punti sottratti alle classi lavoratrici, e in buona parte anche alle classi medie, è andata alle rendite e ai profitti (come vedremo in seguito).

Andamento della quota dei redditi da lavoro in vari paesi, corretta per tenere conto del lavoro autonomo, e presa come percentuale del Pil al costo dei fattori, cioè al netto della “quota del governo"

Andamento della quota dei redditi da lavoro in vari paesi, corretta per tenere conto del lavoro autonomo, e presa come percentuale del Pil al costo dei fattori, cioè al netto della “quota del governo”. Fonte: Antonella Stirati – Economia e politica

 

Declino dei redditi da lavoro come percentuale del Pil

Declino dei redditi da lavoro come percentuale del Pil nei paesi Ocse dal 1990 al 2009. Fonte Ocse

Livello dei consumi pro capite. Le disuguaglianze tra i cittadini globali – che si misura confrontando tra di loro tutti i cittadini del mondo come se abitassero in un unico paese (parità dei poteri di acquisto) – ha superato negli anni scorsi i 70 punti dell’indice di Gini (i poveri assoluti del mondo – le due fasce di coloro che vivono con consumi pari a un dollaro o due al giorno – sono circa 2,6 miliardi. 1,4 smiliardi sono i poveri che vivono con meno di 1 dollaro al giorno).

Confronto tra i diversi decili della popolazione mondiale. Se si prendono in considerazione gli ultimi dati comunicati dalla Banca Mondiale (dati 2002), il decimo o il decile più povero della popolazione mondiale percepisce  lo 0,61% del reddito globale mentre il decimo più ricco percepisce il 57,5% del reddito globale.  I 5 decimi della popolazione (ossia la metà di essa) non arrivano a percepire nemmeno il 7% del reddito globale, mentre i 2 decimi più ricchi rappresentano il 77% del reddito globale. Se si analizzano dati per singoli paesi si nota come negli Stati Uniti tra la fine degli anni 70’ e gli inizi degli anni 80’ il reddito del 10% più ricco della popolazione toccava il 30% del reddito (dato restato costante nei quarant’anni precedenti); dopo il 1980 questa quota ha raggiunto il 50%. L’1% più ricco invece percepiva nel 2008 il 23% del reddito nazionale.

Se si passa a considerare la ricchezza (immobili, attivi finanziari, patrimonio etc) piuttosto che il reddito, la sua distribuzione nel mondo come nei singoli paesi risulta ancora più diseguale. Nel 2010 lo 0,5% della popolazione mondiale adulta (Credit Suisse), circa 24 milioni di persone, deteneva una ricchezza di oltre 69 trilioni di dollari, più del 35% della ricchezza totale del mondo.  Al fondo della piramide, il 68% della popolazione detiene solo il 4,2% del totale. I Italia i 5 decimi della parte inferiore della scala, posseggono in tutto il 10% della ricchezza nazionale, mentre il decimo più ricco detiene da solo il 50% di essa. Il nostro paesi si distingue inoltre per numero insolitamente elevato dei milionari in dollari, quelli al vertice della piramide. Essi rappresentano ben il 6% del totale del mondo, un punto in più a paragone di Francia e Germania. Tale quota corrisponde a 1,5 milioni d’individui sui 24,2 al vertice. Il che induce a far qualche rozzo calcolo.

2/Le cause della redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto

Una delle spiegazioni a tale fenomeno di redistribuzione di reddito dal basso verso l’alto che si ritrovano spesso nella letteratura economica è quella secondo cui l’ingresso nel mercato del lavoro, in un contesto globalizzato, di un miliardo e mezzo di lavoratori poco specializzati (paesi emergenti), ha fatto aumentare il reddito dei lavoratori specializzati per un semplice gioco di domanda-offerta della forza lavoro. Se però si analizza meglio le ragioni fondamentali di tale redistribuzione Gallino identifica tre cause fondamentali:

– Gli astronomici compensi attribuiti sia agli alti dirigenti delle corporations, sia ai traders, coloro che effettuano materialmente le transazioni sul mercato dei titoli. Questi hanno stipendi centinaia, se non migliaia, di volte superiori a coloro che hanno una stessa specializzazione professionale, ma che non sono nella posizione di poter speculare o lavorare per banche d’investimento.

– La seconda ragione alla base di tale fenomeno il ruolo giocato dalle rendite, che tecnicamente non sono identificabili con stipendi, premi di risultato o indennità di buonuscita, ma derivano per intero dal possesso e dalla gestione di patrimoni finanziari.  Se si guarda la curva dei redditi, si constata che la curva dei ricavi puramente finanziari – in sostanza i guadagni da capitale – segue quasi fedelmente la curva che mostra l’impennata dei redditi e della ricchezza del 10% più ricco della popolazione di diversi paesi.

– per ultimo devono essere considerati gli la mancanza di progressività dell’imposizione fiscale e gli sgravi fiscali, che negli ultimi decenni la maggior parte dei governi occidentali ha concesso, in varie forme, ai redditi ed ai patrimoni più elevati: riduzione delle aliquote marginali, forte riduzione o soppressione delle imposte di successione, riduzione o eliminazione dell’imposta patrimoniale.

Gli sgravi fiscali introdotti in diversi paesi a favore delle classi ad alto reddito e di maggiore ricchezza hanno preso forma di una sostanziale riduzione dell’aliquota marginale (vale a dire la percentuale di imposta applicata alla porzione di reddito ricadente nell’ultimo scaglione) e delle imposte sul patrimonio e i beni ereditari. Negli anni 50’ e 60’ l’aliquota marginale sui redditi più alti era molto più elevata – in USA superava l’80% – e contribuiva notevolmente a ridistribuire il reddito. Se si guarda al caso italiano, la normativa fiscale prevede che l’aliquota minima su un reddito imponibile fino a 15.000 euro è del 23%. L’aliquota sale al 27% per la fascia di reddito da 15.000 a 28.000 euro. Per contro l’aliquota unica applicabile sulle rendite da capitale è stata per decenni solamente del 12,5%. E’ l’aliquota più bassa che si sia mai visti nei paesi UE, dove il tasso di imposizione sulle rendite da capitale è sempre stato superiore al 20%. Con un decreto legge del 2011 questa aliquota è salita al 20% a decorrere dal 1° gennaio 2012. Tuttavia siamo ancora difornte al paradosso: un lavoratore con un’imponibile di 28.000 euro deve versare 6960 euro di imposte  a fronte di 1.500 ore annue di lavoro, mentre su un introito della stessa entità un redditiere da capitale ne paga soltanto 5.600, senza dover lavorare nemmeno un’ora. E per di più l’aliquota resta la stessa anche se la rendita è mille volte più elevata.

A dimostrazione della scarsa efficacia del sistema impositivo italiano c’è la distribuzione del prelievo fiscale in forma di imposta sul reddito delle persone fisiche: l’IRPEF.  Alla fine degli anni 80’ le entrate IRPEF da lavoro dipendente costituivano il 40% delle entrate totali derivanti da questa imposta. Oggi sono salite al 60%. Al contrario la quota di IRPEF derivante da lavoro non dipendente (quello di imprenditori, commercianti, professionisti, artigiani e simili) si è ridotta da poco meno del 38% a circa il 10%. Si aggiunga che il restante 30% dell’IRPEF è pagato dai pensionati (che per quattro quinti sono ex lavoratori dipendenti). Sarebbero questi i parassiti che hanno fatto aumentare il debito pubblico.

Analizzando le imposte sulle società ci si rende conto della controffensiva vera e propria condotta dalle classi capitalistiche contro le classi lavoratrici. Uno studio della KPMG, condotto in 80 paesi mostra come il tasso medio dell’imposizione fiscale si sia ridotto dal 1995 al 2010 dal 38% al 25%. Tra gli Stati più generosi nei confronti delle società vi sono la Germania, che ha tagliato tale tasso di 22 punti percentuali dal 51,6 % al 29,4 %; la Grecia che ne ha tagliati 16 (dal 40 % al 24 %); l’Irlanda che lo ha dimezzato passando dal 24 al 12, 5 % e l’Italia che lo ha ridotto di quasi 10 punti dal 41,3 al 31,4 %. Negli Stati Uniti, ad esempio, l’aliquota impositiva sulle società è rimasta immutata per decenni al 40%, ma alla nostra epoca, grazie alla combinazione di nuove norme contabili, il gettito di tale imposta che un tempo superava il 30% delle entrate federali, nel 2010 si  era ridotto a meno del 6%. In Francia le imprese più importanti del paese (quelle del Cac40, il MIB 30 francese), contribuiscono oggi alle entrate dello Stato soltanto per il 7%, rispetto al 30% di qualche anno fa (Gallino pag. 23-25).

Costringiamo i lavoratori a lavorare di più, tassiamo il lavoro con una pressione assurda rispetto a quanto non si tassi la rendita da capitale, il contributo dei lavoratori al bilancio dello Stato è molto più elevato in termini relativi e assoluti rispetto al contributo delle imprese. La classe politica, espressione della classe sociale dominate, con la complicità del sistema dei media internazionali, anch’essi nelle mani delle stesse classi dirigenti, ci fa credere che il problema della crisi mondiale è il debito pubblico e che per ridurlo si debba ridurre la presenza del Pubblico nell’economia, tagliare i servizi fondamentali per la società e far lavorare i ragazzi gratis. Magari un giorno ci chiederanno anche di manifestare per strada in loro favore (ops…..già successo a Taranto).

 Il vero problema è il recupero della coscienza di classe in se, questo permetterebbe alla classe media e alla classe operaia di comprendere la propria posizione sociale nel contesto politico-economico europeo, superare le innumerevoli divisioni e lottare con decisione per i propri diritti, oggi calpestati da una classe politica distante dalla vita reale e incapace di rappresentarle. Marx riteneva che la borghesia non sarebbe restata a lungo al comando delle società occidentali, confidando sulla forza del proletariato, fino ad ora così non è stato. Oggi gli operai, gli impiegati e i lavoratori delle classi medie sicuramente non sono liberi di poter scegliere, ne di poter partecipare alle decisioni politiche. Tucidide diceva che c’è libertà o tranquillità, bisogna scegliere,  si potrà essere liberi o essere tranquilli, non entrambi.

Servilismo, Anarchia e Senso del Dovere

Paskua - Anarchie

Paskua – Anarchie

Maurizio Viroli, professore di Teoria politica all’Università di Princeton,ha pubblicato recentemente un articolo su Il Fatto Quotidiano riguardo il senso civico. Nel suo ultimo libro La libertà dei servi (Laterza), descrive gli italiani come “servi” di Berlusconi – liberi di fare, scrivere, leggere e pensare tutto quello che desiderano, ma “in condizione di dipendenza (da Berlusconi) e quindi in definitiva di suoi servi”. In un paragrafo dell’introduzione Viroli riporta questo pensiero piuttosto pessimista ma al quanto realista al riguardo dei suoi compatrioti: “Noi italiani soffriamo di un malessere morale che ci affligge da secoli. Ad eccezione di una piccola elite che ha dato dignità alla nostra storia, siamo privi del significato di libertà morale”. Viroli riporta una citazione tratta dal libro di Carlo Rosselli del 1928 (Socialismo Liberale, Einaudi) per affermare che “secoli di servitù hanno fatto sì che l’italiano medio oscillasse tra l’atteggiamento servile e la rivolta anarchica. È carente del concetto di vita come fatica e missione, del concetto di libertà come dovere morale, e della consapevolezza dei limiti propri e altrui”.

Carlo  Rosselli sembra cogliere due aspetti fondamentali del carattere italiano, servilismo ed anarchia. Oserei dire che il primo è un elemento insito nella società italiana a causa della sua continua esposizione alla tradizione cristiano-cattolica – il sacrificio, la speranza nella redenzione futura, l’accettazione della sofferenza e del dolore come espiazione del peccato originale sono alcuni elementi  che Marx stesso considerava tipici del servilismo predicato dai principi sociali del Cristianesimo (K. Marx, Il comunismo del Rheinischer Beobachter). Il servilismo evocato da Rosselli oltre alla sua radice religiosa, deve la sua sedimentazione nell’animo italiano, e aimè forse in maniera ancora più marcata nell’animo meridionale, ad un fattore storico da non trascurare: la dominazione Normanna. Putnam nel suo famoso studio Making Democracy Work, (1993) prova a dimostrare come la dominazione normanna in Italia Meridionale abbia formato la società secondo le dinamiche tipiche della monarchia, impedendo così la nascita di una società civile, capace di partecipare in maniera attiva alla vita democratica del Paese. Se questo poi abbia influenzato l’intero Paese non possiamo dirlo. Sta di fatto che l’Italia di oggi sembra veramente aver smarrito quell’interesse per i grandi ideali e per quel senso di partecipazione alla costruzione di una società più giusta, egualitaria, inclusiva e democratica che forse ha vissuto solamente durante la resistenza al nazi-fascismo.

Sembra quella di oggi un’Italia in cui il servilismo ha avuto la meglio sul sentimento anarchico inteso come lotta sociale basata sulla presa di coscienza collettiva delle classi oppresse. Bakunin (Stato e Anarchia, 1873) affermava che proprio in Italia, più che negli altri paesi, avrebbe potuto nascere la Rivoluzione Sociale. Il carattere anarchico del popolo italiano, di cui parla Rosselli, non ha portato però ad una vera e propria lotta delle classi proletarie e contadine per l’emancipazione, quanto ad una sorta di ribellione all’oppressione dello Stato. Seppur si possa trovare uno spirito nobile nella lotta di resistenza dei briganti meridionali, delusi dalla rivoluzione garibaldina che prometteva benessere alla classe contadina, questo non ha permesso un sollevamento delle masse popolari.   L’unica rivoluzione sociale che c’è stata in Italia, salvo qualche parentesi storica in cui si è riacceso uno spirito collettivo, è quella portata avanti dai principi individualisti che hanno esacerbato fenomeni di corruzione e hanno pian piano affossato il senso civico di parte della popolazione.

Il periodo storico in cui ci troviamo oggi sicuramente non aiuta la rinascita della società italiana. Quindici anni di berlusconismo hanno reso la nostra società ancora più superficiale e irresponsabile. Una società in cui i principi e gli ideali vengono messi in secondo piano rispetto ad un arrivismo politico e sociale permeato di poco merito ma di tanto pressapochismo.  Chi lavora e spende le sue forze rispettando e seguendo i propri principi viene irriso perché non vicino alla realtà. Deridere i princìpi, e non averne alcuno, è però il tratto caratteristico di chi vive obbedendo alla volontà di un altro. Questa italica abitudine a scambiare la mentalità servile per realismo è una delle cause principali della nostra inettitudine a difendere la libertà politica e a lasciarci dominare. Fino a quando non lo capiremo resteremo una Repubblica sempre in pericolo di essere soffocata dalla corruzione. Se lasciamo che la violenza e la corruzione dilaghino, solo individui di grande coraggio, dei veri e propri eroi, sono in grado di opporsi. E spesso non ce ne sono, o non ce ne sono abbastanza. Per questo è assolutamente vitale, se vogliamo vivere liberi, coltivare la memoria non come culto del passato, ma consapevolezza dell’eterno presente: “La memoria guarda avanti; si porta con sé il passato, ma per salvarlo, come si raccolgono i feriti e i caduti rimasti indietro, per por-tarlo in quella patria, in quella casa natale che ognuno […] crede nella sua nostalgia di vedere nell’infanzia e che si trova invece in un futuro liberato, alla fine del viaggio” (tratto da Livelli di guardia Claudio Magris).

La società italiana deve pertanto recuperare il suo senso del dovere. Dovere inteso come impegno costante nel sostenere valori e principi che altrimenti verrebbero calpestati da quella parte della società che, secondo Franco Cassano in L’Umiltà de male, trova facile esaltare gli aspetti banali e superficiali dell’esistenza.  I diritti che la società del novecento ha conquistato con fatica in risposta ai fenomeni di affermazione di un capitalismo disumano, non devono essere considerati come qualcosa di scontato. E’ abbastanza evidente che una società democratica formata da cittadini persuasi di avere solo diritti degenera nel dominio dei prepotenti sui deboli, dei furbi sugli onesti, dei dissennati sui saggi: non più vita civile ma arbitrio dei potenti e dei prepotenti (Maurizio Viroli, l’Italia dei doveri).

Senso del dovere pertanto come risposta al servilismo e alla corruzione dilaganti.

Fonti:

– Intervista allo storico Maurizio ViroliAgli italiani manca il senso del dovere:

http://club.quotidiano.net/martina/intervista_allo_storico_maurizio_viroli_agli_italiani_manca_il_senso_del_dovere.html

 Claudio Magris, Livelli di guardia

 Maurizio Viroli, Gli italiani? Realisti miserabili:

  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/15/piazza-grande-gli-italiani-realisti-miserabili/170737/

– Franco Cassano, L’Umiltà de male

– Robert Putnam,  Making Democracy Work

Spesa Pubblica eccessiva nel Mezzogiorno. Una mezza verità?

Visto il ruolo fondamentale giocato dal Patto di Stabilità Europeo nelle politiche nazionali è di fondamentale importanza dare uno sguardo complessivo alla Spesa Pubblica Nazionale. Qui di seguito proveremo a descrivere le caratteristiche della spesa pubblica Italiana in un ottica territoriale. Questo articolo prova a risponder a domande che sorgono naturali, ma a cui i media spesso non danno risposte coerenti e precise.

La Spesa pubblica dedicata alle regioni del Mezzogiorno è eccessiva rispetto a quella riservata alle regioni del Centro-Nord? E di conseguenza possiamo ritenere fondate le polemiche sugli eccessivi flussi di denaro pubblico diretti verso le regioni meridionali? Inoltre qual è il tipo di Spesa Pubblica da destinare alle regioni meno sviluppate per sostenere processi di convergenza economica?

 Prima di affrontare il tema della distribuzione territoriale della Spesa Pubblica è importante capire come essa è strutturata. La Spesa pubblica sostanzialmente si divide in tre grandi categorie 1) Spesa Corrente, 2) Spesa in Conto Capitale, 3) Interessi Passivi.

Spesa Corrente:  necessaria all’ordinaria conduzione della struttura statale. Le spese correnti concernono:

  • i movimenti finanziari relativi alla produzione ed al funzionamento dei servizi dello Stato (spese per il personale sia in servizio sia a riposo, spese per l’acquisto di beni di consumo ecc.);
  • i movimenti inerenti alla redistribuzione dei redditi attuata dallo Stato a favore di particolari categorie di soggetti in base a determinate linee di politica economico-sociale (sovvenzioni, contributi, sussidi, pensioni di guerra ecc.);
  • gli ammortamenti di beni patrimoniali, che hanno un rilievo puramente economico e non finanziario.

Spesa in Conto Capitale: detta anche di investimento, è quella parte di spesa con la quale lo Stato mira a svolgere una politica attiva nell’ambito economico nazionale. Le spese in conto capitale comprendono:

  • le spese per investimenti, sia diretti che indiretti (attuati questi ultimi mediante assegnazioni di fondi ad altri soggetti);
  • le spese per l’acquisizione di partecipazioni, azioni, per conferimenti e per concessioni di crediti per finalità produttive, ecc.

Esse rappresentano, in definitiva, il contributo che lo Stato dà alla formazione del capitale produttivo del paese.

Interessi Passivi: La spesa per gli interessi passivi è la quota della spesa pubblica destinata al pagamento degli interessi ai sottoscrittori di titoli pubblici. Questa voce ha assunto una crescente importanza nel bilancio dello stato a causa dell’eccessivo indebitamento effettuato dai governi in passato.

Il grafico sottostante evidenzia quanto ognuna delle tre categorie sopra elencate influisce sulla Spesa Totale (Fonte: http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=975&Itemid=44).

Si nota pertanto come circa il 90% della spesa pubblica è di natura corrente, e meno del 10% è destinata a investimenti e politiche di sviluppo industriale ed economico. Il decremento della Spesa in Conto Capitale risponde certamente ad esigenze di finanza pubblica legate al piano di stabilizzazione post 1992 e alla necessità di aderire all’euro, ma quello che colpisce è la ripartizione dell’aggiustamento tra spesa in CC e spesa corrente. Il volume complessivo della spesa pubblica italiana in termini di PIL è allineato ai valori medi degli altri paesi dell’Unione Europea. La quota della spesa pubblica complessiva della Pubblica Amministrazione sul PIL nel periodo 2001-2010 è pari al 48,9 per cento (Eurostat) a fronte del 47,7 per cento degli altri paesi che hanno adottato la moneta unica. Il Dipartimento per le Politiche di Sviluppo conferma che, nonostante l’allineamento ai valori medi internazionali, l’allocazione della spesa risulta squilibrata soprattutto a causa di un eccessivo peso della spesa corrente rispetto a quella in conto capitale e di una distribuzione territoriale che non rispecchia i bisogni dell’area meridionale (fonte DPS: Dipartimento per le politiche di sviluppo).

Qual è la distribuzione territoriale della spesa della Pubblica Amministrazione? Il grafico sottostante risponde a tale domanda.

 

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare la Spesa della Pubblica Amministrazione è nettamente più elevata nelle regioni Settentrionali. La media degli ultimi 15 anni mostra uno squilibrio in termini di spesa pro capite tra Centro-Nord e Sud con una media pro capite rispettivamente di 9.208 € e di 7.549€.  Ma a cosa è imputabile tale differenza di spesa?

 La maggior parte dell’effetto di differenziazione territoriale tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno è imputabile alla Spesa Corrente che costituisce circa il 90,6 per cento del bilancio pubblico. La spesa corrente è molto influenzata dalle spese previdenziali (e pensionistiche), che rappresentano circa il 40% delle spese correnti totali. Ma a tale voce di spesa c’è da aggiungere la Sanità, l’Educazione e altri settori che non stiamo qui a specificare. Per dare un’idea della spesa pro-capite settoriale basti guardare il grafico sottostante. Si nota come nell’ambito della sanità la spesa procapite è più elevata nel Centro-Nord, in quello dell’educazione è più alta nel Mezzogiorno (anche a causa di differenze nella struttura demografica: la popolazione meridionale più giovane in media rispetto a quella centro-settentrionale).

Sarebbe interessante analizzare in maniera più approfondita la spesa settoriale, in questo articolo tuttavia ci limitiamo a descrivere e quantificare la spesa pubblica procapite in valori aggregati.

Altra componente della Spesa Pubblica è la Spesa Pubblica in Conto Capitale. Quali sono i valori procapite di tale voce di spesa nelle due macro-aree italiane? La Spesa in Conto Capitale (circa il 9% della Spesa Pubblica Totale) è più elevata nelle regioni meridionali, come il grafico sottostante evidenzia (seppure con un trend in continua diminuzione a Sud ed in aumento nel Centro-Nord). La Spesa in Conto Capitale (fondamentale per la crescita di lungo periodo di una determinata economia) sembra assumere pertanto una funzione di riequilibrio. Tuttavia non riesce a controbilanciare i livelli di spesa corrente più elevati a Nord.

Il quadro della distribuzione territoriale della spesa pubblica cambia notevolmente però se all’analisi della sola Spesa della Pubblica Amministrazione in senso stretto (PA) si aggiunge quella della Spesa delle Aziende a partecipazione Statale (come Ferrovie dello Stato, ANAS, ENEL etc, il cosiddetto Settore Pubblico Allargato). È sul Settore Pubblico Allargato (SPA) che risulta di estrema rilevanza approfondire le analisi riguardo la dinamica della spesa in conto capitale. La funzione di riequilibrio a favore del Mezzogiorno della spesa in conto capitale,  terminata per la PA a partire dal 2007 (cfr. Figura III.3) termina molto prima nel settore pubblico allargato.

Sin dal 2001, infatti, la spesa in conto capitale del SPA  risulta essere molto più alta nelle regioni settentrionali. La maggior parte di tali Enti del SPA (Ferrovie, ENI; ENEL; Poste, Aziende ex-IRI ) risulta infatti lontano dal perseguimento dell’obiettivo di assicurare al Mezzogiorno il 45 per cento della propria spesa in conto capitale (cfr. Tavola III.3). Sia pure con qualche miglioramento negli ultimi anni per alcuni di essi, la quota di spesa destinata alle regioni meridionali è nettamente inferiore a quella destinata al Centro-Nord. ANAS è l’unica azienda pubblica a destinare circa il 50% della sua spesa in conto capitale alle regioni meridionali. Ferrovie dello Stato riserva una spesa per investimenti nel Sud molto ridotta rispetto al resto della nazione (solo 22% nel 2009), mentre ENEL arriva ad una quota del 23%. Questa scarsa attenzione agli investimenti nelle regioni meridionali si traduce in una dotazione infrastrutturale carente, come è stato più volte sottolineato da Svimez e altri istituti di ricerca.

A questo scenario si deve aggiungere il dato sconcertante, confermato dal DPS 2010, secondo cui c’è una   riduzione costante della quota della spesa totale destinata all’area meridionale in rapporto a quella nazionale: 32,1 per cento nel 2006, 30,2 nel 2007, 29,7 nel 2008, 28,7 nel 2009.

Il fatto sconcertante è che l’obiettivo dichiarato delle politiche di sviluppo è quello di sostenere l’aumento della spesa in conto capitale nelle aree sottoutilizzate. A quanto pare questo obiettivo viene continuamente mancato.

Se continuiamo ad analizzare la Spesa in Conto Capitale in maniera più approfondita, è necessario precisare che quest’ultima presenta due voci differenti di spesa. La spesa in CC si divide in Spesa Diretta per Investimenti, e Spesa per Incentivi e Trasferimenti alle Imprese. La teoria economica e il DPS stesso sono concordi nell’affermare che il contributo della prima componente alla crescita di un’area sia maggiore e più immediato rispetto a quello garantito dalla spesa per incentivi e contributi agli investimenti.                                                                                                                                                      Esistono differenze nell’allocazione territoriale di questi due tipi di spesa? Ebbene si. La Spesa per investimenti diretti è maggiore al Centro-Nord. Per di più, a fronte di una totale stabilità dei due aggregati nel Mezzogiorno nel biennio 2008-2009, il Centro-Nord segnala una crescita consistente sia della spesa di investimenti diretti che della spesa per trasferimenti di capitale (pag. 136  Rapporto Annuale DPS 2010 sulle aree sottoutilizzate).  Il grafico sottostante evidenzia una maggiore spesa “virtuosa” nelle regioni centro-settentrionali rispetto a quelle meridionali (dati medi dal 2001 al 2009).

Tutto ciò appare sconcertante e mostra una mancanza di una vera e propria  politica con cui affrontare il problema storico della questione meridionale. Tuttavia non si avrebbe una visione completa sulla distribuzione territoriale della Spesa Pubblica in conto capitale se non si analizzasse la fonte e la natura dei fondi utilizzati per tali spese.

Contrariamente alla Spesa Corrente, interamente di natura ordinaria, la Spesa in CC è costituita sia da risorse ordinarie sia da risorse “straordinarie” aggiuntive (pag. 129 Rapporto Annuale DPS 2010 sulle aree sottoutilizzate). Le risorse aggiuntive provengono di norma dai cosiddetti fondi FAS (Fondi Aree Sottoutilizzate, destinate dallo Stato per sole politiche di sviluppo territoriale) e dai Fondi Strutturali Europei (messi a disposizione dall’UE).                                                                                                                           Se analizziamo la struttura della Spesa in Conto Capitale secondo queste due fonti di finanziamento, si nota come le risorse “straordinarie” hanno svolto una funzione essenziale di sostegno allo sviluppo nel Mezzogiorno, rappresentando circa il 50 % delle risorse in conto capitale complessive. Ciò vuol dire in termini pro capite che, in assenza delle risorse aggiuntive, gli 877 euro pro capite, di cui ha usufruito il cittadino del Mezzogiorno tra il 1998 e il 2007, si ridurrebbero a 427, pari a meno del 50 per cento, mentre i 796 del cittadino del Centro-Nord rimarrebbero sostanzialmente invariati (cfr. Figura III.5).

Appare evidente che manchi in Italia la voglia di affrontare la Questione Meridionale come una vera priorità dell’agenda economica nazionale. Senza le politiche di sostegno dell’Unione Europea lo scenario economico del Mezzogiorno sarebbe ancor più desolante.  Affermare che il Mezzogiorno riceva flussi di denaro pubblico eccessivi appare alla luce di questi dati una mezza verità.