LIBRI – La capacità di pensare l’impossibile. Orhan Pamuk, Il Signor Cevdet e i suoi figli

Il signor Cevdet e i suoi figli (libro di Orhan Pamuk edito da Einaudi nella collana Supercoralli) è un romanzo che parla della famiglia, del tempo della vita, delle mille domande sull’esistenza  della lotta politica e del fascismo, della borghesia colta ma anche comunemente bigotta, e poi parla di religione. Parla della storia di un paese, la Turchia, ancorato alle tradizioni ma spinto inevitabilmente al confronto con la modernità imposta dall’occidente  Racconta la storia di personaggi alla ricerca del significato ultimo delle loro esistenze, entrando nei dettagli più intimi delle loro conversazioni, dei loro sbagli, delle loro fughe.

Il Signor Cevdet e i suoi figli

Il Signor Cevdet e i suoi figli

In Cevdet e i suoi figli si sente costantemente il distacco tra la vita reale ed il sogno, che però viaggiano in parallelo: da un parte la banalità della vita famigliare – vissuta tra lunghi e affollati pranzi di famiglia, cerimonie di fidanzamento e matrimoni concertati; dall’altra l’utopia della sincerità più intima slegata da qualsiasi convenzione culturale o religiosa, la voglia di rompere con le regole, partire, cambiare, infischiarsene del giudizio altrui. In questo libro si sente la voglia e lo sforzo dell’autore nel voler trovare se stesso – Pamuk abbandonò la facoltà di architettura all’età di ventidue anni per potersi chiudere in una stanza e dedicarsi al suo primo romanzo ;  la battaglia interiore vissuta dai protagonisti stravolge le loro vite, a volte le infiamma a volte le rende ancora più subdole.

A marcare ancora di più questo distacco tra immobilità del reale e il dinamismo dei sogni, è il confronto costante tra i percorsi di vita di tre amici (Refik, Omer e Mhuittin).  Pamuk sembra voler dare ad uno dei suoi protagonisti, Refik, un peso maggiore; esso sembrerà a molti l’eroe del romanzo e come dargli torto tralatro. Refik è il sognatore, l’utopista che sogna una nazione più giusta in cui i più poveri possano avere le stesse possibilità di chi appartiene alla classe borghese. Refik è colui che perde denaro e affetti per la lotta. La lotta personale contro la superficialità e le bassezze di una società priva di cultura.

Refik racchiude in se l’ardore della lotta per la conoscenza, della lotta per l’emancipazione dall’ignoranza. E’ un eroe d’altri tempi:  sacrifica la sua ricchezza e la sua famiglia all’ideale illuminista da lui seguito. All’opposto c’è Omer (così come Muhittin), amico d’infanzia di Refik. Il suo percorso è quasi antitetico a quello intrapreso da Refik. Mentre quest’ultimo, avvezzo alla vita materiale e borghese a cui era stato abituato sin dall’infanzia, decide proprio di allontanarsene affidandosi alla sua avidità di sapere e alla sua voglia di cambiare il mondo, Omer imbocca una strada chiusa. Il suo unico scopo di vita è quello di diventare qualcuno di importante, di possedere, di diventare ricco, di diventare un conquistatore. Rastignac è il suo soprannome. La vacuità materialistica dei suoi sogni lo farà isolare da tutto e tutti.

Qui di seguito un dialogo tra Refik e Omer. La frase conclusiva del dialogo racchiude la vera personalità di Refik: privo di un qualsiasi ideale, esso matura nel tempo una coscienza critica che oppone al disfattismo di Omer  con ingenuità e speranza:

(…)

– Qui sono tutti schiavi (riferendosi agli operai e agli ingegneri che lavoravo assieme a lui in ferrovia) – urlò Omer – Un pugno di ipocriti, superficiali, falsi, miseri … (…) Tu dici sempre: Rousseau, Rousseau… ma che centra Rousseau con la Turchia? Se il tuo Rousseau fosse nato qui, sarebbe stato un tipo da bastonate sui piedi.

Refik ricominciò a camminare. – No, non va tutto così male, – disse sospirando. – Nelle tue parole probabilmente c’è una parte di verità. Ma a che serve vedere il mondo così nero? E’ ovvio che poi uno rinuncia anche solo al tentativo di migliorarlo.

– Infatti. Qui in Turchia non si può migliorare nulla -. Omer con la mano indicò le baracche degli operai: – Oppure, come quelli lì, ti affidi a Dio. Perché è tutto marcio, falso, e contraffatto. Ovunque solo menzogna e ipocrisie. Tu mi fai una testa così con Rousseau. Ma chi è il nostro Rousseau?… (…) quell’epoca in Francia durò almeno mezzo secolo, da noi nemmeno metà anno. E poi siamo sprofondati nella solita ipocrita volgarità. Questa è la Turchia… Ah Turchia! Quando ci penso mi viene voglia di piangere…

– Se credi a tutto quello che hai detto è un disastro, – esclamò Refik.

– Che c’è di così tremendo? Che c’è di male nel vedere la realtà per quello che è? Vivere di illusioni è molto peggio. Dài, non parliamone più. Che ore sono? Tra poco sarà giorno.

– No, no, parliamone invece! Voglio dirti tutto quello che mi viene in mente. Non posso essere d’accordo con te. Non capisco come fai a vivere con queste idee, senza credere a nulla …

– Non c’è niente di strano, caro mio. Tutti vivono così. Mica sarò l’unico a non credere a nulla. Dimmi un po’: un anno fa tu in cosa credevi?

– Io? – Refik sorrise, timido e bonario come suo solito. – Allora non pensavo se si dovesse credere o meno in qualcosa. Ma tu… tu lo sai. Se ci hai pensato almeno una volta, non puoi più tornare indietro!

Il distacco tra vita reale e sogno è alla fine solo apparente. Pamuk è capace di mettere in risalto le contraddizioni umane, le debolezze e le insicurezze di una realtà troppo immobile. Il sogno si mischia al vissuto, così come il passato viene reinventato nei sogni. Ma resta pur sempre vivo il desiderio di opporsi ad una realtà immobile, il desiderio di sognare, e perché no, sognare in una società migliore e progressista, la stessa società e gli stessi sogni di cui parla Ermanno Rea, scrittore napoletano, che nel libro “La comunista” (2012) scriveva: “Bisogna saper credere nei sogni, nei nostri cuori bisogna che alberghi l’utopia, se vogliamo sopravvivere. Soltanto l’utopia, la capacità di pensare l’impossibile, può dare un senso alla nostra vita miserabile”.

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Eduardo Galeano, Il dondolio dell’uccello nero

Negli anni 70’, lo scrittore Uruguaiano Eduardo Galeano dipinge la trasformazione vissuta da Caracas dalla scoperta del petrolio, questo “escremento del diavolo” secondo il diplomatico venezuelano Juan Pablo Perez Alfonzo, padre spirituale dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC).

Eduardo Galeano

Eduardo Galeano

Caracas, la capitale, in trent’anni ha ingrandito la sua superficie di circa sette volte. La città patriarcale caratterizzata dai suoi freschi patio, con la sua Plaza Mayor e la sua cattedrale silenziosa, si è riempita di grattacieli allo stesso ritmo con cui il lago Maracaibo si è popolato di gru. Oggi la città è un incubo in cui regna l’aria condizionata, una metropoli supersonica e trepidante, un centro di cultura del petrolio che preferisce la consumazione alla creazione e che moltiplica i bisogni artificiali per nascondere i suoi bisogni reali.

Caracas ama il cibo in scatola e i prodotti sintetici. Non si cammina più, ci si sposta solamente in auto, e lo smog dei motori ha avvelenato l’aria pura della valle. Caracas ha difficoltà ad addormentarsi perché non riesce a calmare il suo desiderio di guadagnare e di comprare, di consumare e di spendere, di possedere tutto. Sui fianchi delle colline, più di mezzo milione di emarginati contemplano dalle loro bidonvilles tutto questo spreco. Centinaia di migliaia di automobili all’ultima moda risplendono nelle vie della città dorata. Non appena le feste si avvicinano, arrivano al porto de La Guaira le barche ubriache di champagne francese, di whisky scozzese e di foreste di alberi di Natale provenienti dal Canada, mentre la metà dei bambini e della gioventù del Venezuela, nel 1970, non frequenta ancora la scuola. (…)

Il romanziere Salvador Garmendia mi scriveva nel 1969: “hai visto il bilanciere, il macchinario che estrae il petrolio grezzo? Ha la forma di un grande uccello nero dalla testa appuntita che si alza e si abbassa pesantemente, giorno e notte, senza fermarsi un secondo. (…) Cosa succederà quando udiremo il rumore caratteristico della suzione quando non ci sarà più liquido da estrarre?  Le prime note di questa ouverture grottesca cominciano già a risuonare sul lago Maracaibo, dove spuntarono nel giro di una notte le favolose città con i loro cinema, i loro supermercati, le loro sale da ballo, il loro brulicare di puttane e bische dove il denaro non aveva valore. Ci ho fatto un giro laggiù, un po’ di tempo fa, e ho sentito una stretta allo stomaco. L’odore di morte e di rottami è più forte di quello del petrolio. (…) Nel frattempo i bilancieri continuano il loro viavai, e la pioggia di dollari cade su Miraflores, il palazzo di governo, per poi trasformarsi in autostrade o in altri mostri di cemento armato. Il settanta percento del paese vive emarginata da tutto. Una classe media scervellata, che intasca alti salari e ingombra le proprie case di oggetti inutili, prospera nelle città, vivendo stordita dalla pubblicità e professando al massimo l’imbecillità ed il pessimo gusto.”(…)

Poco dopa la sua fondazione, l’impresa nazionale Petroleos de Venezuela occupava già la prima posizione tra le cinque aziende più importanti dell’America latina. (…) Tuttavia, così come sempre si dovrebbe fare quando lo Stato diventa proprietario della principale ricchezza del Paese, ci si dovrebbe domandare chi è a capo dello Stato. La nazionalizzazione delle risorse di base non implica per forza la redistribuzione dei profitti a vantaggio della maggioranza della popolazione, ne tanto meno può mettere in pericolo il potere ed i privilegi della minoranza dirigente. In Venezuela l’economia dello spreco continua a funzionare immutata. Al centro, illuminata da un neon, risplende una classe sociale multimilionaria e dilapidatrice. Nel 1976 (anno della nazionalizzazione del settore petrolifero), le importazioni sono aumentate di un quarto, in gran parte per alimentare i fiumi di articoli di lusso che inondano il mercato. (…) “Attenzione! Avverte Juan Pablo Pérez Alfonso, patriarca del nazionalismo venezuelano e profeta della recupero del petrolio da parte dello Stato. Si può tranquillamente morire di indigestione così come si può morire di fame.

Le Vene aperte dell’America Latina

Plon, Parigi, 1981

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