Karl Marx e il tempo che non abbiamo

“Il tempo è lo spazio dello sviluppo umano. Un uomo che non dispone di nessun tempo libero, che per tutta la sua vita, all’infuori delle pause puramente fisiche per dormire e per mangiare e così via, è preso dal suo lavoro per il capitalista, è meno di una bestia da soma. Egli non è che una macchina per la produzione di ricchezza per altri, è fisicamente spezzato e spiritualmente abbrutito.
Eppure, tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione.”

KARL MARX, Salario, prezzo e profitto, 1865

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Fernando Pessoa e l’ozio

“Dicono che il tedio è la malattia degli oziosi, o che attacca solo coloro che non hanno nulla da fare. Eppure questo malessere dell’anima è più sottile: più che i veri oziosi attacca coloro che hanno disposizione per essa e coloro che lavorano, o che fingono di lavorare (che nella fattispecie è lo stesso).

Non c’è nulla di peggio del contrasto fra lo splendore naturale della vita interiore, con le sue indie naturali e i suoi paesi sconosciuti, e la sordidezza, anche se in realtà non è sordida, della quotidianità della vita. Il tedio pesa di più quando non ha la scusa dell’ozio. Il tedio dei grandi indaffarati è il peggiore di tutti.

Il tedio non è la malattia della noia di non aver nulla da fare, ma una malattia maggiore: sentire che non vale la pena di fare alcunché. E poiché è così, quanto più c’è da fare, tanto più tedio bisogna sentire.

Quante volte sollevo la testa vuota del mondo intero dal registro sul quale sto scrivendo! Sarebbe meglio per me oziare, non fare nulla, senza aver nulla da fare, perché così assaporerei quel tedio, anche se reale. Nel mio tedio presente non c’è quiete né nobiltà, né il benessere del malessere: c’è un enorme annullamento di ogni gesto compiuto, e non una stanchezza virtuale dei gesti che non compirò.”

 Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine.

Paul Lafargue e l’ozio. Un dogma disastroso

Una strana follia possiede le classi operaie delle nazioni dove regna la civiltà capitalista. Questa follia trascina al suo seguito miserie individuali e sociali che da secoli torturano la triste umanità. Questa follia è l’amore per il lavoro, la passione nociva del lavoro, spinta fino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie . Invece di reagire contro questa aberrazione mentale i preti, gli economisti, i moralisti, hanno sacro-santificato il lavoro. Uomini ciechi e ottusi, hanno voluto essere più saggi del loro Dio, uomini deboli e spregevoli hanno voluto riabilitare ciò che il loro Dio aveva male detto. Io che non mi proclamo cristiano, economo e morale , rimetto il loro giudizio a quello del loro Dio, le prediche della loro morale religiosa, economica, di liberi pensatori, le rimetto alle conseguenze spaventose del lavoro nella società capitalista.

Nella società capitalista il lavoro è la causa di tutta la degenerazione intellettuale , di tutta la deformazione organica. Paragonate il cavallo purosangue delle scuderie di Rothschild servito da uno stuolo di bimani, con il pesante bruto delle fattorie normanne che ara la terra, trasporta il letame , ammucchia il raccolto. Osservate il nobile selvaggio che i missionari del commercio ed i commercianti della religione non hanno ancora corrotto con il cristianesimo, la sifilide ed il dogma del lavoro ed osservate successivamente i nostri miserabili servi delle macchine.Quando nella nostra Europa civilizzata vogliamo ritrovare una traccia della bellezza nativa dell’uomo, bisogna andarla a cercare nelle nazioni dove i pregiudizi economici non h anno ancora estirpato l’odio del lavoro. La Spagna, che ahimè sta degenerando, può ancora vantarsi di possedere meno fabbriche che noi di prigioni e di caserme . Ma l’artista si rallegra ammirando il fiero Andaluso bruno come le castagne , diritto e flessibile come un’asta d’acciaio. Il cuore dell’uomo sussulta sentendo il mendicante , superbamente avvolto nella sua capa bucata, dare dell’amigo ai duchi di Ossuna. Per lo Spagnolo presso il quale l’animale primitivo non è atrofizzato, il lavoro è la peggiore delle schiavitù. I Greci dell’epoca d’oro non avevano che disprezzo nei confronti del lavoro: agli schiavi solamente era permesso di lavorare, l’uomo libero conosceva soltanto gli esercizi fisici e d i giochi d’intelligenza. Era anche il tempo in cui si camminava e respirava in mezzo agli Aristotele , ai Fidia, agli Aristofane; era il tempo in cui un pugno di coraggiosi schiacciava a Maratona le orde dell’Asia che Alessandro avrebbe presto conquistato. I filosofi dell’antichità insegnavano il disprezzo del lavoro, forma di de gradazione dell’uomo libero; i poeti cantavano l’ozio, dono degli Dei: O Meliboe , Deus nobis hæc otia fecit.

Cristo nel suo discorso della montagna, predicò la pigrizia: “Contemplate la crescita dei gigli nei campi, non lavorano né filano e tuttavia, io vi dico, Salomone in tutta la sua gloria, non è stato più splendidamente vestito“.
Geova, il dio barbuto e arcigno, dette ai suoi seguaci il supremo esempio della pigrizia ideale : dopo sei giorni di lavoro si riposò per l’eternità.

Invece quali sono le razze per le quali il lavoro è una necessità organica? Gli alverniati; gli scozzesi questi alverniati delle isole britanniche; i galiziani questi alverniati della Spagna; i pomerani, questi alverniati della Germania, i cinesi questi alverniati dell’Asia.

Nella nostra società quali sono le classi che amano il lavoro per il lavoro? I contadini proprietari e i piccoli borghesi; i primi chini sulla terra, gli altri rintanati nelle loro botteghe , si muovono come la talpa nella sua galleria sotterranea e m ai alzano il capo per contemplare a proprio piacimento la natura.

E tuttavia il proletariato, la grande classe che abbraccia tutti i produttori della nazioni civilizzate , la classe che emancipandosi emanciperà l’umanità dal lavoro servile e farà dell’animale umano un essere libero, il proletariato tradendo i suoi istinti e misconoscendo la sua missione storica, si è lasciato pervertire dal dogma del lavoro.

Dura e terribile è stata la sua punizione . Tutte le miserie individuali e sociali sono sorte dalla sua passione per il lavoro.

Paul Lafargue, Le droit à la paresse, 1883

Paul Lafargue (Santiago di Cuba, 15 gennaio 1842 – Draveil, 26 novembre 1911) è stato un rivoluzionario, giornalista, scrittore, saggista e critico letterario francese, di ispirazione comunista.

Sorda Battaglia per il Tempo. Società malate di velocità.

La tecnologia avrebbe dovuto portare libertà e nuovi piaceri all’umanità, liberando l’uomo dal lavoro. Il ritmo della vita però ha seguito quello delle macchine, e ognuno, a proprio modo, si sente oppresso da ritmi di vita asfissianti. Ripartito e distribuito in maniera ineguale, il tempo è ormai una risorsa rara e contesa. per comprendere le ragione di una tale penuria, è necessario fare una piccola deviazione storica….

Gerald Murphy - Watch - 1925

Gerald Murphy – Watch – 1925

Economista e romanziere Spagnolo, Fernando Trias de Bes sa bene che la gente ha ormai pochissimo tempo per leggere, tanto meno per scrivere; ed ha per questo pubblicato un racconto molto breve e allo stesso tempo infarcito di abbreviazioni. Nel corso della narrazione ci si appassiona ai problemi ordinari vissuti da un personaggio ordinario soprannominato TC, che sta ad indicare “Tipo Comune” appunto. TC è impiegato in una multinazionale, per cui svolge un ruolo fondamentale: nascondere  in un armadio le fatture dei fornitori, allo scopo di obbligare gli stessi a re inviarle. L’attività lavorativa, assieme al problema del prestito bancario contratto per acquistare l’appartamento di famiglia, lo opprime e non lascia a TC abbastanza tempo (T) per dedicarsi alla sua passione segreta che risiede in lui sin dall’infanzia: studiare le formiche dalla testa rossa (Form Tst rss).

Un giorno, avendo calcolato che per ripagare il suo debito e ritornare alle sue Form Tst Rss sarebbero stati necessari altri trentacinque anni, TC decide di dimettersi e di fare fortuna. Un’idea geniale gli frullò per la testa: TC si metterà a vendere quello che i suoi contemporanei ricercano con più ardore, il Tempo. TC comincerà così con il proporre dei flaconi da cinque minuti, poi estenderà la gamma di prodotti offerti arrivando sino a scatole da 2 ore. Il suo genio commerciale causerà dei cambiamenti sociali e politici lontani da ogni previsione.

Il racconto di Trias de Bes ci ricorda molto il racconto fantastico di Micheal Ende pubblicato nel 1973, “Momo”. Entrambi hanno la capacità di risvegliare nel lettore quella sensazione di comprensione e vicinanza ad un tema fondamentale come quello del Tempo, la cui penuria o la cui sottrazione al controllo diretto dell’individuo rappresentano spesso l’elemento centrale del malessere delle moderne società occidentali. Tuttavia se in “Momo” notiamo lo sforzo dello scrittore nel farci riflettere sul significato di una vita spesa a “non sprecare” il tempo e a rendere il tempo sempre più produttivo, nel “Il venditore del tempo”, Trias de Bes mette in luce un aspetto oggi ancora molto più importante: il debito come furto del tempo (vedere anche Maurizio Lazzarato http://www.liberacittadinanza.it/articoli/il-debito-o-il-furto-del-tempo) e la cosiddetta fame di Tempo (Hartmut Rosa «Alienation et Acceleration. Vers une théorie critiques de la modernité tardive» : http://www.monde-diplomatique.fr/2012/05/POLLMANN/47720).

Oggigiorno  lo stile di vita frenetico e la critica ferrea al tempo impiegato in maniera improduttiva, hanno portato la società occidentale a sottostimare sempre più il valore del tempo a tal punto da degradarlo senza vergogna. Il sociologo tedesco Hartmut Rosa distingue tre tipi di accelerazione che si combinano nella società moderna e che contribuiscono ad aumentare il ritmo della vita quotidiana: l’accelerazione tecnologica (Internet, i treni ad alta velocità, i forni a micro-onde etc); l’accelerazione sociale (si cambia molto più spesso il posto di lavoro ed il proprio partner..); e l’accelerazione del ritmo di vita ( si dorme di meno, si parla più velocemente, si hanno meno scambi con le persone a noi vicine, si stira telefonando o guardando la televisione etc.).

L’accelerazione tecnologica avrebbe dovuto logicamente assicurare alla gente una vita più pacifica e languida, ma al contrario il fatto che tale accelerazione riduce la durata di un qualsiasi processo, essa ne moltiplica il numero. Il risultato quindi è una vita più frenetica in cui il numero di attività che è possibile fare in un determinato arco di tempo è considerevolmente aumentato. E’ molto più rapido scrivere un SMS o una mail piuttosto che una lettera, ma si scrivono molte più mail oggi di quante lettere si scrivevano in passato. L’esplosione del numero di stimoli e sollecitazioni a cui si è sottoposti – internet, tv, industria dei piaceri etc. – obbliga a fare delle scelte che ovviamente andranno ad influire sul consumo del nostro tempo.

L’Orologio, «Mulino del Diavolo»

Quello dell’accelerazione è , secondo Hartmut Rosa, un fenomeno tutto occidentale. Le società occidentali infatti la consideravano, e la considerano ancora, un elemento fondamentale per il progresso e l’autonomia. Tuttavia tale accelerazione avvelena le istituzioni e i quadri politici grazie ai quali ha potuto prendere piede nelle moderne società occidentali. Essa diventa una “forza totalitaria interna alla società moderna”, intesa come principio astratto e onnipresente al quale nulla e nessuno può sottrarsi. Nella vita quotidiana l’individuo ha l’impressione di dover sempre star a rincorrere qualcosa senza riuscire mai a prendere un certo distacco dalla propria esistenza. A livello collettivo invece le comunità politiche perdono sempre più il loro controllo sul proprio destino. Paradossalmente però tale rincorsa folle è accompagnata spesso da un sentimento di inerzia e di fatalismo.

Fatalismo crescente tra le classi sociali meno abbienti, che come spesso accade, sono costrette a soffrire in maniera più marcata i cambiamenti che la società impone. Il tempo diventa ormai una risorsa sempre più contesa, e come altre risorse, spesso è mal distribuita tra le differenti fasce sociali. Le classi medio – alte hanno più possibilità di accaparrarsi questa preziosa risorsa, rispetto a quelle meno agiate. Un caso esemplare è quello francese: la legge Aubry sulla riduzione dell’orario di lavoro, emanata nel 1998 e poi modificata nel 2000, concede una quantità oraria di ferie retribuite più consistente per i “quadri” aziendali e allo stesso tempo frammenta i ritmi di lavoro degli impiegati poco specializzati, che hanno visto imporsi una flessibilità più marcata.  Nascono continuamente agenzie che permettono di recuperare Tempo e liberarsi del fastidio causato da alcune attività “sconvenienti” come le pulizie di casa, il prendersi cura dei bambini, oppure fare la fila per pagare le bollette della luce etc. Ovviamente saranno le classi più agiate a permettersi tali servizi.

Se tuttavia il lavoro negli ultimi decenni si è intensificato e tende, per alcune categorie di lavoratori, a invadere sempre più la sfera personale, la sua durata ufficiale continua a diminuire sin dagli inizi dell’epoca moderna. Gli individui dovrebbero quindi disporre di maggior tempo libero rispetto al passato, ma il ritmo infernale della vita collettiva non sembra poter farci credere che tale tempo libero sia effettivamente libero.  Per di più la gente consacra questo tempo libero ad attività di poco valore ai suoi stessi occhi (come guardare la TV etc.): sembra quasi che la gente sia inibita e incapace di dedicarsi a ciò che veramente li appassiona.

Quanto detto fino a qui non dovrebbe stupirci più di tanto, visto che assieme al problema della quantità è sempre esistito quello della qualità. Non si è più capaci di abitare il nostro tempo libero, ne di “addomesticarlo” e controllarlo. L’idea del tempo a cui siamo abituati oggigiorno e l’uso che ne facciamo, sono stati forgiati dall’etica capitalistica di stampo protestante secondo cui il Tempo non è altro che una risorsa astratta che bisogna sfruttare al massimo in nome della produttività.

Le rivolte delle prime generazioni di operai  nacquero proprio quando videro imporsi orari di lavoro definiti dall’orologio e non più dal termine dell’attività da compiere (come riferisce lo storico britannico Edward Palmer Thompson). Con questa regolarità si perde l’abitudine di alternare periodi di lavoro intensi a periodi di ozio, ritmo naturale dell’essere umano. E’ la divisione rigida del tempo che permette di imporre la disciplina sul luogo di lavoro. Anche la scuola abitua i ragazzi ad una divisione del tempo molto rigida, l’obiettivo è quello di domare precocemente la futura classe lavoratrice:  nel 1775 a Manchester, il reverendo J. Clayton si preoccupa nel vedere “bambini inoccupati che non solamente perdono il loro tempo, ma che per di più prendono l’abitudine di giocare”. La dimensione repressiva dell’azienda invece appare chiaramente quando il teologo puritano Richard Baxter che, prima della diffusione degli orologi da tasca, suggeriva ai suoi seguaci di regolarsi sul proprio “orologio morale interiore”. In tempi più recenti, nel 2005 in Germania, il Ministro Cristiano-Democratico della giustizia nella regione di Hesse aveva suggerito di “mantenere un sguardo attento  sui disoccupati” e grazie a delle “manette elettroniche re-insegnarli a vivere ad orari normali”.

La logica della produttività, del profitto e della competitività si estende ormai a tutti gli ambiti della vita (“la concorrenza non dorme mai, il tempo è denaro”). Il tempo libero, ancora più prezioso in tempi in cui sembra più difficile procurarsene, deve essere gestito efficacemente; ma la riluttanza a correre il rischio di dilapidarlo ha delle conseguenze pesanti. Ne risulta così un handicap condiviso a larga scala, senza differenza di classe sociale: “lo sfruttato, così come lo sfruttatore, non ha la possibilità di dedicarsi incondizionatamente, alla pigrizia” scrive Raoul Vaneigem. “Sotto l’apparente languore del sogno si risveglia una coscienza che il martellamento quotidiano del lavoro esclude dalla sua realtà utilitarista”. Hartmut Rosa è in linea con tale riflessione: secondo lui se si vuole riprendere il controllo sul corso della storia individuale e collettiva, è necessario innanzitutto procurarsi del tempo importante per il gioco e l’ozio. E’ necessario re imparare a trascorrere “male” il tempo.

Ciò che bisogna riconsiderare, secondo Rosa, è la possibilità di “appropriarsi del mondo”; in mancanza  di ciò quest’ultimo diventa “silenzioso, freddo, indifferente e addirittura ostile”; lui parla di un “disastro dell’eco (resonance) della tarda modernità”. Anche la ricercatrice Alice Medigue identifica un fenomeno di disappropriazione che mantiene l’individuo contemporaneo in uno stato di estraneità al mondo e alla propria esistenza. Prima del regno dell’orologio – che i contadini della Cabilia (regione dell’Algeria) degli anni 1950, chiamavano “mulino del diavolo” (moulin du diable), secondo quanto riporta Pierre Bourdieu – i modi di misurare il tempo legavano naturalmente gli essere umani al loro corpo e all’ambiente reale e concreto in cui vivevano. I monaci Birmani, racconta Thompson, si svegliavano all’ora in cui “c’era abbastanza luce per vedere le vene della mano”; in Madagascar, il tempo si  contava in base “al tempo di frittura di una cavalletta”…

Visto che essa affonda le sue radici nel profondo della storia della modernità, la crisi del tempo non può risolversi con soluzioni superficiali. Per questa ragione bisogna guardare con una certa prudenza le iniziative del movimento Slow: Slow Food per la gastronomia, Slow Media per il giornalismo, Cittaslow per l’urbanismo….Negli Stati Uniti, Stewart Brand sopraintende nel deserto del Texas la costruzione di un “Orologio del Lungo Presente” che dovrebbe funzionare per dieci mila anni e dare all’umanità il senso de lungo periodo. Il progetto però perde tutto quel suo significato poetico quando si viene a sapere che tale progetto è finanziato da Jeff Bezos, fondatore di Amazon: sorge il dubbio che forse i suoi dipendenti, impegnati a pedalare per far funzionare gli ingranaggi di tale orologio, possano veramente trovare in tale opera un conforto esistenziale…

Fonte :

Libera traduzione e interpretazione dell’Articolo di Mona Chollet “Le Monde Diplomatique” – Dicembre 2012