Luciano Gallino: «Il nostro nemico è la democrazia autoritaria»

Luciano Gallino

Luciano Gallino

di Mattia Ciampicacigli, intervista a Luciano Gallino per Il Manifesto

Per il sociologo Luciano Gallino l’economia neoliberista considera i procedimenti democratici come un ostacolo al mercato.

L’Europa di oggi sta scon­tando «un’involuzione auto­ri­ta­ria», ma è allo stesso una grande «dimen­sione poli­tica che non pos­siamo in alcun modo per­met­terci di affos­sare». Non ha dubbi Luciano Gal­lino, socio­logo all’Università di Torino, tra i pro­mo­tori della lista di cit­ta­di­nanza “Un’altra Europa” a soste­gno della can­di­da­tura di Ale­xis Tsi­pras a Pre­si­dente della Com­mis­sione Euro­pea in vista delle pros­sime ele­zioni euro­pee del 25 e 26 mag­gio. A fine 2013 è uscito il suo ultimo sag­gio Il colpo di Stato di ban­che e governi – l’attacco alla demo­cra­zia euro­pea.

Mat­teo Renzi, nella pre­fa­zione al sag­gio di Nor­berto Bob­bio sulla dif­fe­renza tra destra e sini­stra, teo­rizza la scom­parsa delle iden­tità col­let­tive. È pen­sa­bile ancora una demo­cra­zia in una società così fram­men­tata? 

Cer­ta­mente sì, se ancora lo si vuole vera­mente. La demo­cra­zia teo­riz­zata e rea­liz­zata dai neo­li­be­rali è una cat­tiva imi­ta­zione della demo­cra­zia. I popoli euro­pei sono stati ingan­nati dai loro governi. È man­cata una spie­ga­zione intel­let­tual­mente one­sta della crisi, delle sue cause pro­fonde. Gli eco­no­mi­sti ci hanno lasciato solo con­cetti palu­dati di for­mule, incom­pren­si­bili ai più. Credo si pos­sano tut­ta­via pen­sare nuove forme di demo­cra­zia diretta, non fosse altro per il fatto che quella rap­pre­sen­ta­tiva non gode dav­vero di buona salute. Biso­gne­rebbe però ope­rare su più livelli. A livello di Unione euro­pea, il Par­la­mento è l’unico organo che attual­mente eleg­giamo. Quest’ultimo però, pur dispo­nendo del potere di veto, tende a non uti­liz­zarlo a suf­fi­cienza e conta ancora dav­vero poco. Serve dun­que una demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva più strutturata.

In Ita­lia le ban­che sono circa 700. Lei è tra i sei intel­let­tuali pro­mo­tori di una lista di cit­ta­di­nanza in soste­gno alla can­di­da­tura di Ale­xis Tsi­pras a Pre­si­dente della Com­mis­sione euro­pea. Può essere l’inizio di un pro­cesso per far nascere dav­vero un’altra Europa? 

Mi auguro dav­vero sia così. I primi segnali sono stati inco­rag­gianti, segno di una sor­pren­dente revi­vi­scenza del pro­cesso demo­cra­tico. Ora però ini­zia la fase più dif­fi­cile. Si tratta di rac­co­gliere nelle pros­sime set­ti­mane 150 mila firme e avremo biso­gno di un impe­gno dif­fuso sul ter­ri­to­rio. La can­di­da­tura di Tsi­pras ha il merito di ripor­tare la nostra atten­zione al nesso tra crisi eco­no­mica e crisi della demo­cra­zia. E di farlo ponendo dinanzi ai nostri occhi un esem­pio con­creto come la Gre­cia, che meglio rap­pre­senta il dramma del fal­li­mento delle poli­ti­che di auste­rità. Dove, secondo l’ultimo rap­porto della rivi­sta di medi­cina Lan­cet, molte fami­glie non hanno più nem­meno i soldi per curare i pro­pri bam­bini. Dob­biamo esserne con­sa­pe­voli, ciò che è suc­cesso ad Atene potrebbe avve­nire anche in altri paesi dell’area euro­me­di­ter­ra­nea. Que­sti sono i costi di una demo­cra­zia auto­ri­ta­ria affi­data alle tec­no­cra­zie. L’Europa è una grande dimen­sione poli­tica, che non pos­siamo per­met­terci in alcun modo di affos­sare. Dob­biamo recu­pe­rarne l’originario spi­rito fede­ra­li­sta e pre­ten­dere che si svi­luppi su ben altre diret­trici. Baste­rebbe far appli­care alcuni dei prin­cipi san­citi nei Trat­tati fon­da­tivi che riman­dano alla par­te­ci­pa­zione diretta e rav­vi­ci­nata dei cit­ta­dini alle scelte poli­ti­che dell’Unione. Buoni pro­po­siti, rima­sti finora inap­pli­cati.

Crede sia pos­si­bile un’interlocuzione con le forze poli­ti­che social­de­mo­cra­ti­che che paiono aver smar­rito la pro­pria mis­sione ori­gi­na­ria?

Quella che oggi si chiama social­de­mo­cra­zia farebbe rivol­tare nella tomba non pochi dei suoi illu­stri espo­nenti del pas­sato. Se penso a quella tede­sca, non dimen­tico che nella seconda metà del secolo scorso si è dimo­strata in grado di intro­durre grandi inno­va­zioni in senso pro­gres­si­sta. Poi però è arri­vata l’Agenda 2010 e l’influenza del pen­siero eco­no­mico neo­li­be­rale ha preso il soprav­vento. Nei primi anni due­mila sono state appro­vate leggi che ave­vano come unico obiet­tivo quello di ridi­men­sio­nare i capi­toli prin­ci­pali della spesa sociale, così come sono state adot­tate poli­ti­che attive del lavoro che par­ti­vano dal pre­sup­po­sto secondo il quale se qual­cuno era disoc­cu­pato lo era per pro­pria respon­sa­bi­lità. Gli effetti sono stati quelli di una dra­stica seg­men­ta­zione del mer­cato del lavoro tede­sco e una forte mode­ra­zione sala­riale. Oggi in Ger­ma­nia si con­tano 7,3 milioni di cosid­detti mini-jobbers che lavo­rano 15 ore alla set­ti­mana per gua­da­gnare450 euro al mese e solo i più for­tu­nati rie­scono a som­mare più lavori. Altri 7,5 milioni di lavo­ra­tori hanno sì un con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato ma lavo­rano per meno di 6 euro all’ora. Baste­reb­bero que­sti dati a farci capire che negli ultimi due decenni i social­de­mo­cra­tici in realtà hanno smesso di tute­lare i più deboli.

Cosa pensa della can­di­da­tura di Mar­tin Schulz?

Ho letto che si è detto con­tra­rio alle moda­lità con cui si sta costruendo l’Unione ban­ca­ria e qual­che giorno fa la Com­mis­sione affari eco­no­mici di Stra­sburgo ha appro­vato una mozione su que­sto. Non solo, la stessa com­mis­sione ha appro­vato anche una riso­lu­zione che chiede la costi­tu­zione di un Fondo mone­ta­rio euro­peo che rim­piazzi la Troika. Mi sem­bra si tratti di deci­sioni in con­tro­ten­denza rispetto agli orien­ta­menti dell’attuale mini­stro dell’Economia tede­sco, Wol­fang Schäu­ble, con il quale la Spd governa. Fatti non tra­scu­ra­bili, ma ancora insuf­fi­cienti.

Nel suo ultimo libro ha teo­riz­zato un «colpo di stato» da parte di ban­che e governi.

Ci sono molti studi che arri­vano a que­sta con­clu­sione. Si parla in un’involuzione auto­ri­ta­ria in cui deci­sioni di grande impor­tanza, in que­sti anni, sono state prese da un numero ristretto di tec­nici. Ciò che è avve­nuto ricalca quello che la teo­ria poli­tica defi­ni­sce a tutti gli effetti un «colpo di Stato», dove parti dello Stato che non ne avreb­bero il diritto si arro­gano poteri fon­da­men­tali atti­nenti alla sovra­nità costi­tu­zio­nale dello Stato mede­simo. Il sistema finan­zia­rio ha preso il potere, in nome di una pre­sunta ecce­zio­na­lità, impo­nen­dosi ai governi nazio­nali e alla poli­tica.

Pos­siamo imma­gi­nare nuove forme di demo­cra­zia a livello locale da cui ripar­tire?

Un ter­reno potrebbe essere quello della lotta alle pri­va­tiz­za­zioni dei ser­vizi di pub­blica uti­lità. Molte ana­lisi ormai lo affer­mano senza alcun timore di sorta: sono ope­ra­zioni inef­fi­cienti dal punto di vista eco­no­mico. Come soste­neva Han­nah Arendt, la demo­cra­zia senza par­te­ci­pa­zione non conta niente. Quello che conta mag­gior­mente è il luogo demo­cra­tico dove si forma l’agenda poli­tica di una comu­nità, sia essa un comune, una regione, una nazione o un con­ti­nente. Pen­sando agli enti locali di mag­gior pros­si­mità, ci vor­reb­bero dei con­si­gli comu­nali dove il primo obiet­tivo fosse quello di favore la discus­sione, il con­fronto aperto tra visioni diverse della società. Luo­ghi dove estra­po­lare e aggre­gare la cono­scenza locale. La que­stione di fondo però è che i cit­ta­dini orga­niz­zati danno fasti­dio e la velo­cità dei pro­cessi eco­no­mici con­si­dera i pro­ce­di­menti demo­cra­tici più un osta­colo che un’opportunità. Stiamo assi­stendo dun­que a un’involuzione auto­ri­ta­ria. Non ci si può stu­pire allora che la can­cel­liera tede­sca Angela Mer­kel, ma anche Van Rom­puy e Olli Rehn, auspi­chino una demo­cra­zia «mar­ket conform».

 

Fonte: http://www.listatsipras.eu/blog/item/391-gallino-il-nostro-nemico-e-la-democrazia-autoritaria.html

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Per tutto l’oro del Perù: la capitolazione del governo difronte alle lobby minerarie.

Il 16 Novembre del 1532, Cajamarca fu teatro di un’importante sconfitta storica, quella di Atahualpa per mano di Francisco Pizarro. Sconfitta che avrebbe segnato il destino dell’intero popolo Inca e di tutta la regione andina. Oggi, dopo quasi mezzo millennio  Cajamarca si ritrova protagonista di una nuova battaglia, più lenta e atroce di quella vissuta da Athaualpa.  Quella contro le lobby minerarie ostinate nel voler perpetuare la condizione di sfruttamento di un popolo che da secoli continua ad essere spogliato di ogni ricchezza.

Cajamarca contro Yanacocha

Cajamarca contro Yanacocha

Articolo tradotto da pensiero meridiano, da “Pour tout l’or du Pérou” di Anna Bednik, Le Monde Diplomatique – Mars 2014.

Candidato di sinistra alle elezioni del 2011, il Presidente peruviano Ollanta Humala ha ormai una sola ossessione: soddisfare le lobby minerarie. A rischio di reprimere le mobilitazioni popolari, come a Cajamarca, nel Nord del Paese.

« Vi hanno chiesto la vostra opinione ? », 2 maggio 2011, piazza centrale di Bambamarca, sulla pianura andina peruviana. Microfono alla mano e poncho contadino sulle spalle, Ollanta Humala, ex-militare candidato al mandato supremo, urla allo scandalo : « Cos’é più importante: l’aqua o l’oro? Non bevete mica dell’oro, non mangiate mica dell’oro ! (…) E’ dall’acqua che viene la ricchezza. » No, Minas Conga non l’avrà vinta.

Minas Conga ? Un progetto di estrazione di rame e d’oro diretto da Yanacocha, consorzio formato dal gigante americano Newmont (51,35%) , il gruppo peruviano Buenaventura (43,65%) e la Società finanziaria internazionale, ramo appartenente alla Banca mondiale che si occupa del credito al settore privato (5%). Quattro laghi spariranno nel nulla. Durante i diciassette anni di sfruttamento previsti, circa novanta mila tonnellate di scorie cariche di metalli pesanti saranno riversate ogni giorno. Ci troviamo però in una zona di  ricarica delle falde acquifere, fonte di fiumi che alimentano i campi, le città ed i villaggi di tutta la regione.

Conosciuta per la sua produzione lattiera e per i suoi formaggi, la regione di Cajamarca a già visto molti laghi prosciugarsi per mano di Yanacocha. Dal 1993, la società sfrutta qui la più grande mina d’oro dell’America Latina. Per fare ciò essa è autorizzata a tirare fino a novecento litri d’acqua al secondo, una quantità circa tre/quattro volte superiore a quella della città-capitale di Cajamarca, che è obbligata a razionare l’acqua dei suoi duecentoottantaquattro mila abitanti. Le associazioni di difesa ambientale e le ronde contadine ritengono l’azienda responsabile del prosciugamento di alcuni corsi d’acqua e di numerose contaminazioni dovute a metalli pesanti, cianuro e altre sostanze tossiche. Pertanto, quando il candidato della coalizione nazionalista, Gana Perù promette di “rispettare la loro volontà riguardo l’industria mineraria”, sono in molti ad applaudire.

Humala vince le elezioni del 2011, dopo essersi alleato al secondo turno con l’ex-presidente centrista, Alejandro Toledo (2001-2006) che fornirà gran parte dei ministri presenti oggi nella coalizione governativa. Cinque mesi dopo l’elezione, Humala cambia la sua prospettiva:  «Noi rifiutiamo le posizioni estreme! (…) L’acqua o l’oro? Noi proponiamo una soluzione ragionevole: sia l’acqua che l’oro. »  Quando uno sciopero generale paralizza l’intera città di Cajamarca chiedendo l’abbandono del progetto, Humala adotta subito un comportamento degno dei suoi predecessori: dichiara lo stato d’emergenza e spiega tutte le sue forze armate. Nel Luglio del 2012, quando Huamala rinnova il suo sostegno a Yanacocha, le proteste che seguiranno saranno sempre represse con violenza: cinque morti ed una trentina di feriti.

Intitolato, “La grande trasformazione, il programma di Gana Perù, redatto nel 2010, si apriva con una requisitoria contro il modello neoliberale, denunciava il modello economico eccessivamente basato sulle esportazioni, e denunciava la mano onnipresente delle aziende straniere sulle risorse naturali. Nel Settembre 2013, alla chiusura del salone professionale Perumin, Huamala non cerca ormai più la rottura. «L’industria mineraria responsabile deve diventare una leva di sviluppo del Paese grazie all’investimento privato», dichiara il presidente del Perù. Il Paese sembra condannato allo sfruttamento minerario ormai dall’epoca coloniale.

Tra il 1993 ed il 2012, l’investimento privato nel settore delle estrazioni minerarie è aumentato di quaranta volte. Le riforme neoliberali degli anni 90, condotte da Alberto Fujimori (destra), e l’aumento vertiginoso dei prezzi dei principali metalli durante gli anni 2000 (aumento di più del 400% del prezzo dell’oro, del rame e dello stagno, 150% per lo zinco, 350% per il piombo e più del 550% per l’argento) hanno consolidato la forte dipendenza dell’economia nazionale  dal settore minerario. Quest’ultimo rappresenta la prima destinazione degli investimenti esteri nel Paese, rappresenta il 60% delle esportazioni, fornisce al Perù il 50% dei servizi e circa il 15% delle entrate fiscali. Conseguenze? Una debole diversificazione dell’economia ed una alta vulnerabilità alla fluttuazione delle quotazioni sui mercati internazionali.

Gli economisti ortodossi sottolineano il fatto che nel corso degli ultimi dieci anni, caratterizzati da un alto tasso di crescita economica, il tasso di povertà si è ridotto di ben 28 punti percentuali. Ciò nonostante, nelle regioni rurali delle Ande, principali regioni per l’installazione di impianti di estrazione, tale tasso si attesta ancora a livelli molto alti (58%) rispetto alle zone urbane (14% di Lima). Poco integrata all’economia locale, l’industria mineraria impiega direttamente solo l’1,3% della popolazione attiva e consuma in maniera smisurata le risorse naturali (acqua e terre) fondamentali per la sopravvivenza andamento dell’agricoltura familiare.

Con l’aiuto dell’esercito francese

Sotto la presidenza Humala, la revisione del regime fiscale a cui è sottoposta l’industria mineraria non ha fatto fuggire le imprese: il sovra-costo rappresentato dalle nuove tasse, deducibile dalle imposte sulle società, è stato piuttosto limitato, mentre il nuovo modello di calcolo dei prelievi fiscali – fondato sul risultato operativo, e non più sul valore globale del fatturato – corrisponde precisamente alla proposizione delle lobby minerarie.

Per di più, queste stesse lobby esigono dal governo ulteriori semplificazioni amministrative riguardo le procedure di prelievo. Questa sarebbe la condizione necessaria per migliorare il livello di competitività (e mantenere stabili i livelli di investimento), di fronte ad una congiuntura economica che vede i prezzi dei metalli perdere quota.  La scorsa primavera, un pacchetto di riforme approvato per decreto ha già modificato le condizioni di ottenimento dei permessi di scavo: la garanzia di protezione del patrimonio archeologico è stata quasi eliminata, il periodo di approvazione degli studi d’impatto ambientale è stato ridotto a cento giorni. Contemporaneamente, le comunità andine, a maggioranza quechua e aymara, sono state escluse dal perimetro di legge che obbliga le aziende a consultare le popolazioni indigene.

I permessi di esplorazione e sfruttamento dei giacimenti si moltiplicano, si estendono a nuovi territori (sino al 69% del territorio totale di alcune regioni), e l’industria minerarie diviene sempre più il primo motivo di conflitti sociali: 107 su 115 a settembre 2013. Superare i 30 miliardi di dollari di esportazioni nel 2016? Quest’obiettivo definito dall’esecutivo si scontra però ad un ultimo ostacolo: la resistenza delle popolazioni locali. Nel novembre 2013 , un anno dopo l’arrivo a Cajamarca di due ufficiali dell’esercito francese per formare i poliziotti antisommossa al controllo dei manifestanti, due accordi in materia di sicurezza e difesa sono stati stipulati con la Francia. Presto Parigi invierà a Lima altri formatori. Il “savoir-faire” francese, quello che Michele Alliot-Marie, allora ministro degli affari esteri ed europei offriva alla Tunisia prima della caduta di Ben Ali, avrà trovato forse un nuovo sbocco?

Articolo originale: “Pour tout l’or du Pérou” di Anna Bednik, Le Monde Diplomatique – Mars 2014.

Traduzione a cura di pensiero meridiano

Tutto quello che credi di sapere riguardo l’Ucraina è sbagliato

L’Ucraina non è il Venezuela. Il conflitto politico attuale non è profondamente politico o basato sulla lotta di classe come in Venezuela. Yanukovych rappresenta una fazione di oligarchi; l’opposizione volente o nolente, supporta altre fazioni di oligarchi. Entrambe le forze politiche sono felici di poter lavorare con le istituzioni neoliberali.

Ucraina - graffiti

Ucraina – graffiti

Articolo tradotto dall’inglese a cura di pensiero meridiano.

Articolo originale: “Everything you know about Ukraine is wrong” di Mark Ames, Pando.com.

In questo articolo vorrei commentare alcune banalità, semplificazioni e errori riguardo la congiuntura politico-economica attuale dell’Ucraina:

1. I manifestanti non sono “combattenti della libertà  e virtuosi anti-Putin”, e neanche “Nazisti e burattini filo-americani”

La gente che protesta o che appoggia i manifestanti in Ucraina è in primis gente che ne ha piene le scatole della vita condotta in un Paese che dovrebbe ai loro occhi cambiare a tutti gli effetti. Un paese che è  di fatto controllato da un pugno ristretto di oligarchi nichilisti, di signori del Cremlino e dei loro leader politici. Quello che spinge oggi la gente a scendere in piazza è innanzitutto il desiderio di prendere il controllo del proprio destino. La rabbia Ucraina contro il potere del Cremlino non è necessariamente una rabbia anti-Russa, sebbene più ci si spinga verso Ovest più questo sentimento si trasformi in nazionalismo, e più ci si spinga ad Est (includendo Crimea e Odessa) più le politiche diventino una paurosa reazione contro il nazionalismo dell’Ovest.

Questo è alquanto ovvio per chiunque abbia passato del tempo in questa parte del mondo. Citerò Jake Rudnitsky presentando alcuni estratti di un suo articolo riguardo la Rivoluzione Arancione, pubblicato nel “The eXile” circa dieci anni fa, che descrive in maniera adeguata quanto terribile sia il personaggio politico di Yanukovych, il ruolo giocato dagli Stati Uniti nella rivoluzione, e le ambizioni della gran parte degli Ucraini scesi in piazza. È stupefacente notare quanto poco di quello riscontrato dieci anni or sono sia cambiato rispetto alla dinamica attuale:

“Quasi tutti gli oligarchi Ucraini vengono dall’Est o da Kiev, e sono quasi tutti allineati politicamente a Yanukovych, nativo di Donetsk. Ci sono comunque alcune eccezioni, come Petro Poroshenko, proprietario di aziende automobilistiche, dolciumi e di un cantiere navale. Di sua proprietà è anche il quinto canale della televisione ucraina (5 Kanal), che è stato un supporto di inestimabile valore alla campagna elettorale di Yushchenko (il leader filo-occidentale della rivoluzione arancione)… Gran parte della programmazione televisiva di 5 Kanal consiste nel ridicolizzare Yanukovych ed i suoi (spesso i programmi della tv di Poroshenko ripetono un discorso, divenuto famoso, in cui Yanukovych  fa un classico gesto da bandito, il cosiddetto “paltsami”).  E non bisogna dimenticare che i più grandi e potenti clan mafiosi Ucraini sono ancora alle spalle di Yanukovych, loro esponente politico.”

“ Yanukovych è un personaggio davvero ripugnante. Gran parte degli Ucraini concorda nel pensare che se un candidato politico più “attraente” avesse avuto lo stesso accesso quasi illimitato alle “risorse pubbliche e amministrative” di cui ha beneficiato Yanukovych, questi avrebbe vinto facilmente la sfida elettorale. Yanukovych è stato in prigione in Unione Sovietica, non ha carisma, ed è ovviamente uno strumento dei forti interessi Russi e Ucraini. Yushchenko, invece, è considerato da molti Ucraini dell’Ovest qualcosa à metà strada tra Cristo e Gandhi, mentre molti ad Est hanno paura che ce l’abbia con chiunque parli Russo. Parte dell’elettorato di Yanukovych si è vista costretta a votarlo per diffidenza nei confronti di Yushchenko e non per simpatia del primo (ad eccezione forse degli elettori di Donetsk).”

Per quanto riguarda il ruolo degli Stati Uniti nella Rivoluzione Arancione, quello che Rudnitsky scrisse nel 2004 è ancora applicabile al ruolo di Stati Uniti ed Europa oggi:

“ Le proteste sono state dipinte, soprattutto dai media Russi, come un colpo orchestrato e finanziato dagli Americani. Ed in questo c’è una parte di verità. Gli USA hanno spinto Serbi e Georgiani, che avevano una certa esperienza in rivoluzioni non violente,  ad aiutare per circa un anno gli esponenti della rivoluzione arancione.  Per di più uno degli exit poll Ucraini, quello che dava molto più palesemente per vittorioso Yushchenko,  è stato finanziato dagli Stati Uniti. Il professionalismo e la moderatezza della protesta, dalla disponibilità dei giganti blocchi di polistirolo su cui si piantavano le tende, alla distribuzione di cibo e medicinali, sono probabilmente il risultato di una pianificazione logistica Americana. Sarebbe difficile inoltre immaginare che i vari strati sociali della società Ucraina potessero collaborare ed essere così uniti, senza alcun aiuto esterno. E per di più tutto il tema dell’arancione e tutte quelle bandiere belle e pronte non possono non avere il tocco magico delle operazioni di marketing americane (basti guardare all’influenza internazionale della Burson-Marstellar).

C’è da dire però che la folla di Kiev, che conta centinaia di migliaia e a volte milioni di manifestanti, non scende in strada perché un Dipartimento di Stato qualunque li ha voluti lì. Milioni di Ucraini sono scesi in piazza per la loro propria indignazione. Le folle che si riuniscono ogni giorno virtualmente in ogni città dell’Ucraina (e letteralmente in ogni villaggio dell’Ovest Ucraino), non sono il risultato della propaganda statunitense. Al contrario sono il risultato del  risveglio democratico di un popolo che rifiuta di farsi imbrogliare di nuovo da una classe politica corrotta.”

2.Riguardo i neo-fascisti ucraini:

I neo-fascisti sono una realtà di cui prendere atto e costituiscono una minoranza potente nella campagna anti-Yanukovych. Oserei dire che i neo-fascisti di Svoboda e Pravy Sektor sono probabilmente l’unità di punta del movimento, quelli che più di tutti hanno spinto con forza alle manifestazioni delle ultime settimane. Tutti coloro che ignorano il ruolo dei nei-fascisti o ultranazionalisti, mentono o sono estremamente ignoranti, così come dimostra di non sapere nulla chi afferma che Yanukovych ha sempre risposto solo a Putin durante la sua carriera politica. Il ruolo centrale di Svoboda e dei neo-fascisti in questa rivoluzione, in contrasto con la rivoluzione arancione,  è a mio parere dovuto al fatto che i visi sorridenti e rispettabili dei politici neoliberali non riuscirebbero oggi a raccogliere consensi  dei fanatici come avvenuto un decennio fa.  Addirittura il co-leader della rivoluzione arancione,  Viktor Yushchenko si è allontanato dalla “rispettabile” posizione neoliberale pro-UE per riavvicinarsi alle gesta del fascista Ucraino Stepan Bandera.

La grande incertezza è oggi rappresentata dal ruolo che giocheranno nel prossimo futuro i neo-fascisti ed i discepoli di Bandera. Il loro ruolo nelle proteste delle ultime settimane incute molta paura soprattutto in Est Ucraina e Crimea e potrebbe accelerare una violenta separazione territoriale. Tuttavia lo scenario molto più probabile vede i neo-fascisti di Svoboda entrare nella coalizione filoeuropea, essendo essi ancora una minoranza. Il neoliberalismo è ormai un grande calderone felice di assorbire ultranazionalisti, democratici o il presidente uscente Yanukovych.

La forza dei neo-fascisti non è da sottovalutare, questo è ovvio. Tuttavia questo non basta a giustificare le tonnellate di cavolate sparate riguardo la minaccia fascista. Un perfetto esempio di tale propaganda è stato di recente pubblicato su Ha’aretz e titolava così: “Capo rabbino d’Ucraina agli ebrei di Kiev: lasciate la città”:

“Paurosa violenza contro gli ebrei d’Ucraina, la comunità ebraica chiede a Israele assistenza per assicurare l’incolumità della comunità”.

“Rabbino Ucraino  Moshe Reuven Azman, allerta la comunità ebraica e suggerisce di abbandonare la città e addirittura il Paese se possibile, temendo che gli ebrei di Kiev possano essere perseguitati nel caos delle ultime settimane” (Daily Maariv, Venerdi scorso)… etc

Più tardi, Ha’aretz ha pubblicato questa correzione ammettendo di essere stati ingannati dal Cremlino:

“Correzzione (22 Feb, 4:20 pm): Una versione precedente di questo report incorrettamente indicava Rabbi Azman come il capo rabbino d’Ucraina. Azman non è il capo rabbino d’Ucraina, ma uno dei due rabbini sfidanti l’attuale capo, Yaakov Bleich. Questi così come molti rabbini Chabad, è allineato al Cremlino.”

(Ulteriori informazioni riguardo Chabad: Yasha Levine’s investigative report  sulle fazioni ebree di destra)

Il punto è questo: quello che sta prendendo piede in Ucraina non è una battaglia tra fascisti e anti-fascisti. Ci sono fascisti da entrambi gli schieramenti; ma l’opposizione sembra strizzare l’occhio ai fascisti in maniera più marcata.

3. Tutto quello che credi di sapere riguardo l’Ucraina è sbagliato

Tutti coloro che pensano di trovare chiaramente una fazione politica da supportare secondo un ideale ben definito rimarranno delusi. La politica in Ucraina segue le proprie regole. Ultranazionalisti neoliberali  potrebbero trasformarsi domani in alleati del Cremlino, e viceversa. Basti guardare a ciò che è accaduto alla rivoluzione arancione. Sarebbe a dire:

a) Uno dei leader della rivoluzione arancione,  Yulia Tymoshenko, finì per rivoltarsi contro il suo partner Viktor Yushchenko, alleandosi  con Yanukovych per portar via a Yushchenko i poteri della presidenza dello Stato; più tardi, Tymoshenko si alleerà con il Cremlino contro Yushchenko; oggi è libera e sembra dover condurre da leader le forze politiche anti- Yanukovych.

b) L’altro leader filo-europeo, anti-Cremlino Viktor Yushchenko, finì per allearsi con il filo-russo Yanukovych per poter far imprigionare la Tymoshenko.

c) John McCain è stato il grande fattore di spinta che ha portato alla caduta del regime di Yanukovych, ma è utile sapere che il capo della lobby che ha supportato la campagna elettorale di McCain nel 2008, Davis Manafort, ha gestito le campagne elettorali di Yanukovych e i suoi tentativi di lobbying negli Stati Uniti.

d) Anthony Podesta, fratello del consulente senior del Presidente Obama, John Podesta è un altro lobbista di Yanukovych; John Podesta era il capo della transizione presidenziale di Obama nel 2008.

4. Yanukovych non combatteva il neoliberalismo, la Banca Mondiale o l’oligarchia e non era neanche un semplice burattino del Cremlino.

Esiste un altro falso mito: visto che la Banca Mondiale e l’FMI si apprestano a “riformare” l’economia Ucraina, per l’ennesima volta, questo dovrebbe voler dire che tutto quello che è accaduto è l’epilogo di una lunga  battaglia tra forze neoliberali e anti-neoliberali. Sbagliato.

Yanukovych ha entusiasticamente cooperato con l’FMI e ha promesso di rispettare le richieste avanzate da questi istituti. Sei mesi dopo l’elezione di Yanukovych, il Kyivpost titolava così: “Il Fondo Monetario Internazionale approva il prestito di 15 miliardi di dollari all’Ucraina” (AFP).

“Il Presidente Yanukovych ha reso il consolidamento delle relazioni con il Fondo Monetario Internazionale, l’elemento prioritario del suo insediamento al governo.”

Più tardi lo stesso anno, il Wall Street Journal si congratulava con le riforme neoliberali messe in atto da Yanukovych, ritenendole “realmente riformatrici” e esaltava il ruolo di Yanukovych “che presto avrebbe potuto diventare la star liberalizzatrice dell’Europa”.

Il problema per Yanukovych è stato credere,  nel Novembre scorso, che il Cremlino potesse offrirgli un accordo migliore di quello che l’UE gli stava offrendo. Yanukovych ha scommesso male.

Il punto è questo: l’Ucraina non è il Venezuela. Il conflitto politico attuale non è profondamente politico o basato sulla lotta di classe come in Venezuela. Yanukovych rappresenta una fazione di oligarchi; l’opposizione volente o nolente, supporta altre fazioni di oligarchi. Molti di questi hanno un legame molto stretto con la Russia, ma hanno anche assets e conti correnti , o residenze e palazzi, in Europa. Entrambe le forze politiche sono felici di poter lavorare con le istituzioni neoliberali.

Sebbene le disuguaglianze e gli oligarchi siano i problemi principali dell’Ucraina, non esiste qui alcuna forza politica populista di sinistra. Per ragioni comprensibili, l’esperienza negativa dell’Unione Sovietica  ha giocato un ruolo fondamentale nel dissuadere la gente dall’avvicinarsi a qualsiasi forma politica che potesse rappresentare un riavvicinamento agli ideali populisti di sinistra.

Il popolo Ucraino ha un senso del potere cittadino che è raro trovare in altre parti del mondo, e gli esempi della rivoluzione arancione degli anni 2000 ne sono la prova. Le masse sono consapevoli del loro peso, sono consapevoli della forza che hanno nel poter scardinare i cattivi governi, ma non hanno ancora forgiato una forza politica populista che possa cambiare la loro situazione e possa ridistribuire il potere nella società grazie alla redistribuzione della ricchezza.

Così gli Ucraini finiscono per essere sempre governati  da fazioni di oligarchi che si succedono nelle loro legislature; governi costruiti su ampie coalizioni che possono facilmente essere cooptate dalle minoranze politiche meglio organizzate: neoliberali, neofasciste o filo-russe. Giochi politici che lasciano sostanzialmente invariate le condizioni di vita di un popolo da sempre sottomesso, che vive sempre la solita vita sino alla prossima rivoluzione.

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Fonte: “Everything you know about Ukraine is wrong” di Mark Ames, Pando.com

Perchè la società salariale ha bisogno di nuovi servitori

Tratto dal cortometraggio "le syndrome du larbin"

Tratto dal cortometraggio “le syndrome du larbin”

Dall’inizio dell’era moderna, una domanda non ha mai cessato di porsi all’Occidente: in quale misura la razionalità economica è compatibile con quel minimo di coesione sociale di cui una società ha bisogno per sopravvivere? Questo interrogativo si pone oggi sotto aspetti nuovi, con accresciuta attualità ed acutezza. Si è fortemente colpiti dal contrasto tra la realtà e il discorso lenitivo dell’ideologia dominante.

La quantità di ricchezza prodotta nel complesso dei paesi capitalisti europei è triplicata o quadruplicata rispetto a trentacinque anni fa; una produzione che tuttavia richiede molto meno del triplo di ore di lavoro.

Nella Repubblica Federale Tedesca, dal 1955 il volume annuo del lavoro è diminuito del 30%; in Francia è sceso del 15% in 30 anni e del 10% in sei anni. Le conseguenze di questi aumenti di produttività sono state così riassunte da Jacques Delors: se nel 1946 un lavoratore ventenne doveva aspettarsi di passare al lavoro un terzo della sua vita da adulto, nel 1975 questa proporzione era ridotta a un quarto, e oggi è scesa al disotto di un quinto; un dato che oltre tutto prende in considerazione solo il settore dei rapporti di lavoro non stagionali e a tempo pieno, e non contempla gli aumenti di produttività a venire. Sempre secondo Jacques Delors, i francesi di età superiore ai quindici anni dedicheranno meno tempo al lavoro che a guardare la TV.

Uscire a ritroso

La nostra stampa, non diversamente dai nostri rappresentanti politici e dalla nostra civiltà in genere, preferisce evitare di guardare in faccia la realtà espressa da queste cifre, e rifiuta di rendersi conto che non viviamo più in una civiltà del lavoro, in una società di gente che produce. Il lavoro non ha più un ruolo primario come fattore di coesione sociale e principale veicolo di socializzazione, e non è neppure la principale occupazione dei singoli, né la prima fonte di ricchezza e di benessere, né il significato e il centro delle nostre vite. Stiamo uscendo dalla civiltà del lavoro, ma ne usciamo a ritroso, e sempre a ritroso entriamo in una società del tempo liberato; siamo incapaci di vederla e di volerla, e quindi di civilizzare il tempo liberato di cui ci troviamo a disporre, di fondare una cultura delle attività liberamente scelte per integrare e completare le culture tecniche e professionali che dominano la scena. Nei nostri discorsi domina tuttora la preoccupazione dell’efficienza, del rendimento, della massima prestazione, o in altri termini la preoccupazione di ottenere il maggior risultato possibile nel tempo più breve e con il minimo di lavoro. E sembriamo ben decisi a ignorare che i nostri sforzi di efficienza e razionalizzazione hanno come conseguenza principale proprio questo risultato, che la razionalità economica non sa valutare né riempire di significato: liberarci dal lavoro, liberare il nostro tempo, affrancarci dal dominio della stessa razionalità economica.

Quest’incapacità delle nostre società di fondare una civiltà del tempo liberato conduce a una distribuzione assurda e scandalosamente ingiusta del lavoro, del tempo disponibile e delle ricchezze. La nostra attenzione si fissa innanzitutto sulle nuove carriere aperte dalla rivoluzione microelettronica e sulle conseguenti, fondamentali trasformazioni nella natura del lavoro industriale, in particolare per quanto riguarda la condizione dei lavoratori. Si dice che i compiti ripetitivi e puramente esecutivi tendono a scomparire dall’industria; che questo lavoro tende a divenire avvincente, responsabile, diversificato, organizzato autonomamente, per cui esige dagli individui l’autonomia, la capacità di prendere iniziative, di comunicare, di apprendere, di acquisire competenze in varie discipline intellettuali e manuali. Si assicura che un nuovo artigianato è in procinto di subentrare alla vecchia classe operaia per realizzare un antico sogno: i produttori detengono il potere nei luoghi di produzione e vi organizzano sovranamente il loro lavoro. E a chi chiede quale sia la proporzione dei lavoratori ammessi a questa nuova condizione si risponde con irritazione, tanto la domanda è incongrua: per il momento, solo il 5-10% degli operai nell’industria; ma domani saranno più del 25%, e arriveranno anche al 40 o 50% nel settore metallurgico. Il lavoro potrà tornare ad essere, come per gli artisti, tanto appassionante da confondersi con la vita stessa.

Bisogna proprio essere animati dalle peggiori intenzioni per insistere con ulteriori domande: cosa ne sarà di quel 50-60% di operai metallurgici che non troveranno posto nella suddetta invidiabile condizione? E che fine farà quel 75% dei lavoratori dell’industria in generale che ne saranno esclusi? E soprattutto: questi cambiamenti non andranno di pari passo con rapidissimi aumenti di produttività del 10% l’anno nell’industria automobilistica ad esempio, o del 100% in cinque anni nell’industria delle macchine utensili?

Quando Thomson modernizzò il suo stabilimento di impianti di refrigerazione per renderlo competitivo e assicurare alla totalità delle maestranze l’accesso a qualifiche professionali sempre più elevate, questa trasformazione tanto decantata non è stata accompagnata dal taglio di 10.000 posti di lavoro? La proporzione della popolazione attiva occupata nell’industria non è scesa dal 40% circa di vent’anni fa al 30% attuale, e non si prevede che calerà ancora, fino a meno del 20% tra una decina d’anni? Che ne sarà dunque dei lavoratori…”liberati”, per così dire, dall’industria, per trattenere solo quei preziosi professionisti polivalenti che lusinga con un trattamento e uno status privilegiati? Conosciamo bene la risposta a queste domande: per quasi metà della popolazione attiva, l’ideologia del lavoro è diventato uno scherzo di cattivo gusto. L’identificazione con il lavoro è ormai impossibile, dato che il sistema economico non ha bisogno, se non forse sporadicamente, della loro capacità di produrre.

Ecco la realtà che si tenta di dissimulare attraverso l’esaltazione della “risorsa umana”: il posto di lavoro fisso, a tempo pieno, per tutta la durata dell’anno e della vita attiva, sta divenendo il privilegio di una minoranza. Per quasi metà della popolazione attiva il lavoro cessa di essere un mestiere in quanto fattore di integrazione in una società produttiva, di definizione del proprio ruolo in questa società. Ciò che il padronato chiama “flessibilità” si traduce in precarietà per i lavoratori.

A questo riguardo, la situazione in Francia non ha nulla di eccezionale. Nella Repubblica Federale Tedesca, metà delle assunzioni sono a tempo parziale e a titolo precario, e un terzo della popolazione attiva occupa posti di lavoro temporanei o a orario e salario ridotto. E se le statistiche indicano un calo del numero dei disoccupati, non è sempre il caso di concludere che l’economia richiede nuovamente un maggior volume di lavoro. Si può anche ridurre il tasso di disoccupazione aumentando la proporzione di posti di lavoro a tempo e salario parziali, a discapito di quelli a tempo pieno. È ciò che sta avvenendo in Francia, nella Repubblica Federale Tedesca e soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. In questi due ultimi paesi, i disoccupati e le persone assunte per lavori precari o a tempo parziale rappresentano, sommati insieme, più del 45% della popolazione attiva. In Gran Bretagna, per il 50% delle donne e il 25% degli uomini, vale a dire il 36% della popolazione occupata, i rapporti di lavoro sono anomali; e sempre in Gran Bretagna il 90% dei posti di lavoro creati in 5 anni sono precari e/o a tempo parziale. Negli Stati Uniti, il 60% dei posti di lavoro creati nel corso degli anni 80 sono remunerati con salari inferiori alla soglia di povertà; il reddito tipo della famiglia americana in cui il coniuge di sesso maschile ha meno di 25 anni è oggi inferiore del 43% al livello del 1973.

In conclusione, una percentuale compresa tra il 35% e il 50% della popolazione attiva britannica, francese, tedesca o americana, vive ai margini della nostra sedicente civiltà del lavoro, della sua scala di valori e della sua etica del rendimento e del merito. Il sistema sociale si scinde, dando vita a quella che viene correntemente definita “società duale”, con la conseguente, rapidissima disintegrazione del tessuto sociale. Ai gradi più elevati della piramide è in atto una competizione sfrenata per la conquista dei pochi posti di lavoro stabili con possibilità di carriera. È ciò che un ripugnante slogan pubblicitario esalta come “rabbia di vincere”, con il sottinteso che a ogni vincente corrisponde una folla di perdenti, e che i vincitori non hanno alcun obbligo verso coloro che hanno schiacciato. La società viene così presentata secondo un modello da sport agonistico, con un vocabolario militare e con immagini guerresche. Chi non è vittorioso o vincente si trova respinto ai margini di una società dalla quale non deve aspettarsi nulla; e la sua violenza suscita risposte violente, disaffezione, nostalgie aggressivamente regressive o reazionarie.

Questa disintegrazione pone un problema di fondo: come concepire una società nella quale il lavoro a tempo pieno di tutti i cittadini non è più necessario, e neppure economicamente utile? Quali dovrebbero essere le priorità, al di là di quelle economiche, affinché tutti possano beneficiare degli aumenti di produttività e del risparmio di ore di lavoro? Come ridistribuire al meglio tutto il lavoro socialmente utile perché ciascuno possa essere attivo lavorando di meno e meglio, e ricevendo la sua parte delle ricchezze socialmente prodotte? Si tende per lo più a eludere questo genere di domande e a porre il problema in senso opposto: come riuscire, nonostante gli aumenti di produttività, a far consumare all’economia la stessa quantità di lavoro che richiedeva in passato? Come fare perché le nuove attività remunerate vadano ad occupare quel tempo che su scala della società gli aumenti di produttività hanno liberato? A quali nuovi ambiti di attività si possono estendere gli scambi mercantili per sostituire in qualche modo i posti di lavoro soppressi nell’industria e nei servizi industrializzati?

Una logica diversa dal passato

Conosciamo la risposta: la via è stata già indicata dagli Stati Uniti e dal Giappone. Il solo campo nel quale esiste, in un’economia liberale, la possibilità di creare un gran numero di posti di lavoro è quello dei servizi alle persone. Qui lo sviluppo dell’occupazione potrebbe essere illimitato, se si arrivasse a trasformare in servizi retribuiti le attività cui finora ciascuno ha provveduto per proprio conto. Gli economisti parlano al riguardo di “nuova crescita ad alta intensità di manodopera”, di “terziarizzazione” dell’economia, di una “società dei servizi” che dovrebbe subentrare alla “società industriale”.

Ma questa concezione del salvataggio della società salariale pone problemi e presenta contraddizioni che meriterebbero di essere posti al centro del pubblico dibattito e della riflessione politica. In effetti, qual è il contenuto, quale il senso di gran parte delle attività di cui si invoca attualmente la trasformazione in servizi professionalizzati e monetarizzati? Si può facilmente dimostrare che la loro professionalizzazione non risponde più alla stessa logica del precedente sviluppo economico. In passato, il motore fondamentale della crescita era ciò che si definisce “sostituzione produttiva”: incombenze che da secoli ciascuno svolgeva per proprio conto, nella sfera domestica, venivano progressivamente trasferite alle industrie produttive e a quelle dei servizi, che potevano dotarsi di macchine ben più efficienti di quelle di cui avrebbe potuto disporre una famiglia. L’autoproduzione domestica è stata così sostituita dalla produzione industriale e dai servizi industrializzati. Nessuno più fila la lana in casa o tesse da sé le lenzuola, o confeziona gli abiti o fa il pane, dato che tutte queste cose sono prodotte in meno tempo e forse meglio dalle industrie, grazie all’opera di lavoratori salariati. E dato che l’industrializzazione consente di produrre con minor dispendio di tempo e magari con risultati migliori, ciascuno può finalmente, con l’equivalente del salario di un’ora di lavoro, acquistare beni e servizi in quantità molto maggiore rispetto a ciò che sarebbe in grado e capace di produrre in un’ora per conto proprio. L’industrializzazione ha permesso a tutti di lavorare meno, e questo tempo di lavoro è stato in gran parte riutilizzato nell’economia per produrre quella ricchezza in più che solo l’industrializzazione consente di concepire e di creare.

Ma i nuovi posti di lavoro creati nei servizi alle persone rispondono ancora al modello della sostituzione produttiva? E servono veramente ad assicurare in maniera più efficace, vale a dire più rapidamente e meglio, i servizi ai quali finora si provvedeva per conto proprio? Basta esaminare la grande maggioranza di posti di lavoro creati in quest’ultimo decennio negli Stati Uniti per rendersi conto che le cose non stanno affatto così. Nella maggioranza dei casi, la loro funzione si presenta piuttosto in questi termini: per le due, tre o quattro ore che fino a quel momento si dedicavano a tagliare l’erba del prato, a portare a spasso il cane, a fare la spesa e i lavori domestici, a comprare il giornale o a badare ai bambini si ingaggia, a pagamento, un prestatore di servizi. Poco importa che ciascuno possa benissimo fare tutto questo da sé. Semplicemente, libera due o quattro ore del proprio tempo permettendosi di acquistare due o quattro ore del tempo altrui. Gli economisti chiamano questo genere di trasferimento “sostituzione equivalente”. Già Adam Smith insisteva sulla sua natura economicamente “improduttiva”. Comprare il tempo di qualcuno per avere a disposizione più tempo libero, o più comodità, non è altro in effetti che comprare lavoro servile. La maggioranza dei posti di lavoro creati negli Stati Uniti, ma anche una forte proporzione di quelli che spiegano il basso tasso di disoccupazione in Giappone, sono posti di colf. Ma chi ha interesse, e chi ha i mezzi, per offrirsi le prestazioni dei nuovi servitori? Ecco una serie di domande imbarazzanti, evitate da tutti coloro – compresi i sindacalisti – per i quali la creazione di posti di lavoro è fine a se stessa.

Supponiamo per un attimo che i nuovi servitori siano a un livello di parità con i loro padroni, e che la loro opera debba essere retribuita in misura equivalente, a parità di tempo, al guadagno del datore di lavoro. Da un punto di vista economico sarebbe allora razionale lavorare un’ora di meno e farsi carico delle proprie incombenze domestiche, sia individualmente, sia nell’ambito di una cooperativa di scambi di servizi tra vicini. Forse, si risponderà, non è determinante solo l’aspetto economico: anche se un’ora di lavoro di un servitore costa l’equivalente di ciò che guadagna nello stesso lasso di tempo il datore di lavoro, quest’ultimo può essere disposto a pagare quel prezzo per liberarsi da ogni sorta di incombenze gravose. Ma se così fosse, egli rivendicherebbe il privilegio di scaricare su un altro queste incombenze, e affermerebbe implicitamente che vi devono essere persone buone giusto per fare ciò che lo annoia o gli ripugna, gente il cui mestiere è servire. Di grado inferiore, insomma. Ma perché? In quali condizioni sociali vi sono persone pronte ad assumersi, oltre a quelli che sbrigano per sé, i compiti più sgradevoli per conto altrui, a titolo professionale per così dire? E da dove viene il potere d’acquisto aggiuntivo che consente di adibire un numero crescente di lavoratori a quantità crescenti di servizi personali?

Automazione e costo salariale

La risposta della maggior parte degli economisti, e anche di alcuni sindacalisti, è la seguente: l’automazione fa scendere i prezzi relativi di una quantità di prodotti. Questo calo dei prezzi fa aumentare il potere d’acquisto, e consente alle persone di pagarsi i “servizi di prossimità”. Un ragionamento impeccabile, ma che trascura un aspetto essenziale: da dove viene il calo dei prezzi dovuto all’automazione? Risposta: viene dal fatto che le imprese automatizzate hanno ridotto il “costo salariale”, cioè il volume dei salari che distribuiscono. E lo hanno diminuito riducendo il numero dei dipendenti. Dispongono dunque di un potere d’acquisto aggiuntivo solo coloro che conservano un posto di lavoro permanente, spesso meglio qualificato, relativamente ben pagato. Sono i soli a potersi permettere i nuovi servizi mercantili, grazie ai quali milioni di persone dovrebbero trovare lavoro.

Viene così alla luce il vero significato dello sviluppo dei servizi personali, che sono suscettibili di creare un così gran numero di posti di lavoro solo perché nella maggioranza dei casi chi si fa carico dei lavori domestici – uomini o donne – guadagna molto meno, a parità di tempo, dei propri datori di lavoro. I servizi personali possono svilupparsi grazie alla pauperizzazione di una fascia crescente della popolazione: un fenomeno constatato sia nell’America del Nord che in Europa occidentale, come hanno dimostrato gli studi dell’Ires e del Cerc. Il divario sociale ed economico tra chi presta i servizi personali e chi li richiede è divenuto il motore di sviluppo dell’occupazione. Uno sviluppo fondato su un’accentuata dualizzazione della società, su una sorta di “sudafricanizzazione”, come se il modello coloniale avesse preso piede nel cuore stesso delle aree metropolitane.

Vediamo così ricostituirsi nell’epoca post-industriale, condizioni che erano diffuse agli inizi dell’era industriale, in un periodo in cui il livello di consumi era dieci volte più basso, quando non esistevano ancora né il suffragio universale né la scolarizzazione obbligatoria. Anche allora, mentre l’economia di mercato si liberava di ogni vincolo, un sesto della popolazione era ridotto a servire nelle case dei ricchi, mentre un quarto sussisteva alla meno peggio prestandosi a lavoretti saltuari. Ma si trattava allora di rurali non scolarizzati e di artigiani rovinati. Nei fatti non esisteva ancora né la repubblica né la democrazia, come non esisteva il diritto all’istruzione e alle pari opportunità.

Oggi stiamo vivendo un paradosso esplosivo: da un lato, i nostri governi vogliono che l’80% dei giovani prosegua gli studi fino alla maturità; e dall’altro, in virtù dell’ideologia del posto di lavoro per il posto di lavoro, si sviluppa un’enorme sottoclasse di servitori, per rendere più piacevole la vita e il tempo libero delle fasce solvibili. Cos’altro si fa, in effetti, quando si riducono le tasse sui redditi più elevati con il pretesto che gli esoneri concessi ai ricchi creeranno posti di lavoro, diversamente dagli sgravi fiscali in favore dei più poveri? Questi ultimi, in effetti, quando dispongono di maggiori risorse, non fanno altro che consumare più prodotti e servizi correnti, di tipo industrializzato, con scarso apporto di manodopera, mentre incrementando il reddito disponibile dei ricchi si favorisce il consumo di prodotti di lusso e soprattutto di servizi personali, con elevato contenuto di manodopera, ma con un livello bassissimo o nullo di razionalità economica su scala sociale.

In altri termini, la creazione di posti di lavoro dipende ormai principalmente non dall’attività economica, bensì da quella anti-economica; non dalla sostituzione produttiva del lavoro di autoproduzione privata con lavoro salariato, ma dalla sua sostituzione improduttiva. Non si creano più posti di lavoro in funzione dell’economia di ore di lavoro su scala sociale, ma del loro spreco al servizio degli agi di una minoranza facoltosa. Non ci si pone più l’obiettivo di ridurre la quantità di lavoro per unità di prodotto o di servizio massimizzando la produttività, bensì di ridurre la produttività e di massimizzare la quantità di lavoro attraverso lo sviluppo di un terziario privo di utilità sociale.

Certo, immensi bisogni restano insoddisfatti, mentre una diversa distribuzione delle risorse consentirebbe di creare milioni di posti di lavoro nei servizi non mercantili, ad esempio nel campo dell’aiuto alla maternità, della puericultura, dell’assistenza agli anziani, delle cure a domicilio, oltre che del tempo libero, del turismo, della cultura, dell’istruzione… Tutto questo è possibile in effetti, a condizione che si tratti di servizi non mercantili, volti a soddisfare bisogni non necessariamente solvibili, con prestazioni non condizionate alla redditività. In altri termini, servizi non rispondenti a una logica e a una razionalità economiche, che dovrebbero essere finanziati attraverso il prelievo fiscale, e di conseguenza restringerebbero la sfera dell’economia mercantile anziché allargarla.

Ripartizione equa del lavoro domestico

Ma ci si scontra allora con il problema che abbiamo già posto: in quale misura, entro quali limiti è un bene sostituire con servizi professionali remunerati incombenze alle quali ciascuno di noi può benissimo provvedere da sé? In altri termini, in quale misura i bisogni ai quali questi servizi rispondono non risultano dall’attuale mancanza di tempo? In quale misura una politica di redistribuzione del lavoro, di tutto il lavoro, compreso quello domestico, non ridurrebbe, con la durata del lavoro, il bisogno di ricorrere a servizi mercantili o meno? Una settimana lavorativa di 5 giorni e di 30 ore per tutti – e in prospettiva di ventotto o di ventiquattro ore – con un’equa ripartizione dei lavori domestici tra uomini e donne – non permetterebbe l’auto-organizzazione in reti di servizi nei quartieri, nei caseggiati e nei comuni, o l’auto-organizzazione in gruppi di aiuto reciproco, fondati non sul pagamento in denaro ma sullo scambio di tempo?

A forza di monetarizzare, di professionalizzare, di trasformare in posti di lavoro le poche attività di autoproduzione e servizi cui ancora provvediamo da soli, non si riduce, fino ad annientarlo, lo spazio in cui ciascuno prende cura di sé, e la capacità stessa di farlo, minando così non solo le fondamenta dell’autonomia esistenziale, ma anche quelle della stessa socialità vissuta e del tessuto relazionale?

Infine, e soprattutto: se la classe dirigente si pone, secondo la tendenza attuale, la creazione di posti di lavoro come principale obiettivo, dove si fermerà questa trasformazione di ogni attività in lavori retribuiti, motivati dalla remunerazione e miranti al massimo rendimento? Per quanto tempo potranno ancora resistere i fragili sbarramenti che ancora impediscono di professionalizzare la maternità e la paternità, la procreazione commerciale di embrioni, la vendita dei bambini e il commercio di organi? Non abbiamo già incominciato a monetarizzare, professionalizzare e vendere non più soltanto gli oggetti e i servizi che produciamo, ma persino ciò che siamo, senza poterlo produrre a volontà, né distaccarlo da noi? Non stiamo trasformando in merci noi stessi, e trattando la vita come un mezzo tra tanti, e non come il fine supremo cui tutti i mezzi devono servire?

Il problema di fondo che ci troviamo davanti è l’esigenza di andare oltre l’economia, o in altri termini, al di là del lavoro remunerato. La razionalizzazione economica libera tempi di vita, e continuerà a liberarne; e di conseguenza non è più possibile far dipendere il reddito dei cittadini dalla quantità di lavoro di cui l’economia ha bisogno. E neppure è possibile continuare a vedere nel lavoro remunerato il principale riferimento dell’identità e del senso della vita di ognuno di noi.

È compito della sinistra – se una sinistra deve esserci – trasformare questa liberazione del tempo in una libertà nuova, in nuovi diritti. Il diritto di ciascuno e di ciascuna è di guadagnarsi la vita con il lavoro: ma lavorando sempre meno e sempre meglio, e ricevendo per intero la propria parte della ricchezza socialmente prodotta. Ma è anche il diritto di lavorare in maniera discontinua, intermittente, senza dover rinunciare a parte del proprio reddito durante gli intervalli del lavoro, per poter aprire ampi spazi alle attività senza fini economici. A queste attività non finalizzate alla remunerazione vanno riconosciuti un valore e una dignità eminenti, sia per gli individui che per la stessa società.

Fonte: “Pourquoi la société salariale a besoin de nouveaux valets”, Andrè Gorz, Le Monde Diplomatique, Giugno 1990

Traduzione de “Il manifesto, Nuove servitù” 1994.

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Imparare la lezione sbagliata di Piazza Tahrir: gli assalti di Erdogan a piazza Taksim e i tentativi di arrestare le proteste

People look out from a window during an anti-government demonstration in Taksim Square in Istanbul, Turkey. Photograph: Osman Orsal/Reuters

People look out from a window during an anti-government demonstration in Taksim Square in Istanbul, Turkey. Photograph: Osman Orsal/Reuters

Il primo ministro turco Tayyip Erdogan ha lanciato Martedi scorso un assalto ai dimostranti di piazza Taksim. Un atto alquanto disperato e sconcertante che minaccia la sua stabilità politica. Erdogan ha osservato attentamente Piazza Tahrir, e assieme ai suoi consiglieri sembra essersi convinto che Hosni Mubarak abbia commesso un grande errore nel lasciare la piazza costantemente occupata. Ma siamo sicuri che questa sia una mossa di successo?

Perché?

La storia di facciata è quella secondo cui un piccolo gruppo di violenti ha sfruttato la protesta per attaccare la polizia con bottiglie molotov. Tale atteggiamento violento dovuto a qualche attivista di estrema sinistra o ai soliti hooligans, non richiedeva però una  reazione così violenta per sgomberare  la piazza.

Cosi come l’amministrazione Bush ha fatto negli Stati Uniti, Erdogan ed il sindaco di Istanbul hanno provato a designare la zona di Gezi Park come “area di protesta”, al fine di escludere e cacciare i manifestanti da piazza Taksim. Questi ultimi però continuano ad occupare la piazza sebbene la polizia continui a distruggere le barricate erette a difesa dagli attacchi.

Tayyip Erdogan ha ripetutamente affermato che queste dimostrazioni di protesta sono un piano escogitato dai suoi rivali politici. Ovviamente si riferisce al Partito Popolare Repubblicano (in turco Cumhuriyet Halk Partisi, acronimo CHP), che in qualche modo ha governato in Turchia per gran parte del ventesimo secolo e che si trova oggi a fare i conti con un passato molto più glorioso (oggi il partito detiene solamente il 25% dei seggi del parlamento). Il CHP afferma oggi di essere un partito socialista ma è un partito che invece rappresenta le elites Kemaliste laiche (da Mustafa Kemal Atatürk, fondatore e primo presidente della Repubblica Turca (1923-1938)), piuttosto che le classi operaie. Lo si potrebbe forse paragonare al partito laburista inglese di Tony Blair.

Il partito di Erdogan invece, il Partito per la giustizia e lo sviluppo (in turco Adalet ve Kalkınma Partisi, abbreviato AKP) ambisce ad essere l’equivalente musulmano della Democrazia Cristiana tedesca o italiana, vale a dire un partito di centro-destra che sostiene i valori religiosi tradizionali. I politici democristiani affermano che la loro piattaforma sia appunto una “democrazia cristiana”, sono inclini a politiche economiche Neo-liberali, e sostengono i divieti sulla ricerca embrionale per paura di incoraggiare l’aborto.

La Turchia moderna fu fondata dal su-menzionato Mustafa Kemal Ataturk, che ha combattuto le forze imperialiste europee ed i Greci negli anni 20 del novecento per formare una nuova nazione che potesse far risorgere il popolo dell’Anatolia dalle ceneri dell’Impero Ottomano. Vedendo quest’ultimo come un fallimento, Ataturk adottò una strategia di laicità militante ed un’ideologia di sviluppo economica statalista. La laicità divenne la regola imperativa da non violare, sia per la classe politica che per quella militare, mentre le fasce più credenti e religiose della popolazione di conseguenza cominciarono subito a sentirsi quasi come cittadini di seconda classe.

Un’altra istituzione Kemalista di cui Erdogan ha paura è appunto l’apparato militare, che egli ha in qualche modo e per molto tempo assoggettato con la sua influenza. I militari hanno alle spalle diversi colpi di stato, come nel 1960, 1971, 1980 e 1997 (come si può notare sono un po’ in ritardo). L’ultimo della lista é stato una sorta di golpe “soft”; quello del 2011 appunto, che costrinse il fondamentalista islamico Necmettin Erbakan a dimettersi da Primo ministro. Erdogan, come Erbakan, proviene dalla Destra Religiosa, ed ha per molto tempo temuto un colpo di stato militare ai suoi danni. Infatti il suo governo afferma che ufficiali, ritirati ed ad ancora in carica, pianificarono un colpo di stato nel 2003-2004 per cui si stanno ancora processando centinaia di persone. Nel tempo, il partito di Erdogan, l’AKP, salito al potere nel 2002, ha tolto ai militari il potere di processare i civili, ed ha incaricato corti civili di processare gli ufficiali colpevoli di diversi crimini. Per di più Erdogan è riuscito, durante il suo primo mandato, a contrastare l’obiezione dei generali all’investitura di Abdullah Gul come Presidente (i membri dell’apparato militare si rifiutarono di apparire affianco a quest’ultimo ed a sua moglie – praticanti musulmani – quando quest’ultima apparse in pubblico indossando il velo).

Nell’estate del 2011, diventato per la terza volta Primo Ministro, Erdogan mise i capi del suo staff in una situazione talmente umiliante da costringerli a dimettersi, per poi rimpiazzarli con figure piuttosto inoffensive.

Pertanto è plausibile che Erdogan creda che i membri del corpo militare e del Partito Popolare Repubblicano stiano cospirando alle sue spalle, portando avanti un tentativo di golpe contro di lui, e che stiano dunque fomentando i giovani a protestare in 67 città e soprattutto a piazza Taksim e ad Ankara. Da questo punto di vista, Erdogan somiglia molto al Presidente Egiziano Muhammad Morsi, che ha avuto non pochi problemi con i manifestanti di piazza Tahrir durante i mesi di Novembre e Dicembre dello scorso anno, dando l’impressione di considerare tali proteste come parte di un piano più ampio messo in atto da militari e magistratura ai suoi danni.

Nei fatti pero’ le proteste portate avanti a mo’ di flashmob e occupazioni di piazza dai giovani grazie all’utilizzo di Facebook e Twitter, sembra lungi dall’essere un’opera architettata da vecchi ufficiali che fumano sigari in bar arredati in legno massiccio.

Se Erdogan crede che le proteste di piazza Taksim siano parte di un colpo di stato pianificato dalle forze kemaliste che cercano di rovesciare i risultati di tre regolari elezioni parlamentari, allora il suo tentativo di usare il pugno duro contro tali movimenti diventa comprensibile, seppur non perdonabile.

Il fatto che lui concorra alle elezioni presidenziali del 2014 è un altro elemento che lo spinge a non mostrarsi debole agli occhi dei suoi elettori negli ultimi mesi da primo ministro.  Ovviamente Erdogan vuole presentarsi alle elezioni da una posizione di forza e non azzoppato da continue proteste di quella parte della società che lui vede come “minoranza”. Le divisioni interne al suo partito possono essere parte di questo calcolo. L’attuale Presidente, Abdullah Gul, potrebbe anch’esso presentarsi alle elezioni; e Gul ha mostrato di essere critico nei confronti della violenza brutale della polizia contro i manifestanti. Una parte chiave dell’elettorato dell’AKP è il movimento religioso di Fathullah Gulen, anch’esso critico nei confronti della violenza della polizia. Per di più corrono voci di un crescente distacco tra sostenitori della linea Erdogan e sostenitori di Gulen. Quindi Erdogan potrebbe sentire la necessità di dimostrare fiducia alla fazione dell’AKP che ancora lo sostiene, agendo in maniera decisiva  e inflessibile.

La tecnica di occupazione di piazza, usata con successo dai manifestanti egiziani nei mesi di Gennaio-Febbraio del 2011, richiede appunto una massiccia e duratura presenza in spazi pubblici ampi e centrali. Tale presenza necessità inoltre l’erezione di barricate e “l’arruolamento” di Ultras o fanatici di calcio da utilizzare come bodyguards. La presenza costante di un gran numero di dimostranti nel centro cittadino attira la stampa e incoraggio simili occupazioni in altre città, scoraggia i turisti e gli investitori esteri, e mette una certa pressione sul resto delle elite (incluso il corpo degli ufficiali) ad abbandonare il leader a cui si addossano tutte le colpe dei problemi.

Erdogan si è mosso per sgomberare i dimostranti ordinando un massiccio utilizzo di lacrimogeni e cannoni d’acqua, e spingendo la polizia a rimuovere sistematicamente le barricate erette dai manifestanti. Erdogan ha osservato attentamente Piazza Tahrir, e assieme ai suoi consiglieri sembra essersi convinto che Hosni Mubarak abbia commesso un grande errore nel lasciare la piazza costantemente occupata. Allo stesso modo Erdogan ha denigrato Twitter e ha fatto arrestare 13 twitters con l’accusa di diffondere false voci. Sta tentando insomma di alzare il costo della protesta sia nel mondo reale che in quello virtuale.

Sgomberare la piazza per rompere lo slancio dei manifestanti non è sempre una mossa di successo, almeno nel medio-lungo periodo. Nell’Agosto del 2011 il governo militare (SCAF) sgomberò con la stessa violenza piazza Tahrir attaccando dapprima gli Ultras e poi i manifestanti, distruggendo completamente le loro tende, i loro striscioni e tutto il materiale da essi utilizzato per stabilirsi con una certa stabilità in piazza. Nei mesi seguenti numerosissime sono state le occupazioni, che non si sono fatte scoraggiare da tale violenza e lo stesso ufficiale che aveva ordinato l’attacco brutale a piazza Tahrir è stato costretto all’esilio dal presidente eletto democraticamente dalla folla insorta.

Bisogna dire che Erdogan potrebbe avere successo nel demoralizzare la sua opposizione, proprio come gli ayatollah in Iran nel 2009. In Iran l’incapacità dei giovani manifestanti di costruire un alleanza con la classe dei commercianti al dettaglio e con i lavoratori smussò il progredire della loro protesta. Tuttavia i governanti iraniani ebbero un vantaggio che Erdogan non ha: il suo apparato militare era, ed è ancora, fedele alla Guida Suprema (l’Ayatollah) ed ha anche il sostegno dei cosiddetti Basji (forza paramilitare iraniana fondata per ordine dell’Ayatollah Ruhollah, la cui funzione è una combinazione della STASI – servizi segreti tedeschi in difesa della Germania dell’Est – e delle camicie brune). La Guida Suprema ha potere di veto anche sui candidati alle elezioni presidenziali o parlamentari.

La democrazia parlamentare turca non può disporre delle stesse tecniche usate dall’Iran nel 2009. Se i movimenti di protesta giovanile turchi dimostrano di essere più duraturi di quanto Erdogan sembri credere, essi potrebbero perdurare sino al 2014 e influenzare le elezioni presidenziali. Erdogan è stato molto popolare , ma se il pasticcio creato con i giovani manifestanti continuasse a influenzare negativamente la borsa, il turismo, gli investimenti esteri e continuasse ad allontanare ulteriormente la Turchia dall’Unione Europea, potrebbe subire una grande caduta di popolarità.

Erdogan sta correndo un grande rischio, quello per cui la crisi turca possa essere tranquillamente risolta con il pugno di ferro. Potrebbe vincere nel breve-medio periodo. Ma sembra possibile che così facendo stia svegliando un dragone, la gioventù urbana piena di malcontento, che ha tempo a disposizione, che ha dimostrato di essere una forza con cui non conviene scherzare più di tanto, e che potrebbe avere un ruolo significativo sulla politica turca del prossimo decennio.

Fonte: “Learning the Wrong Lessons from Tahrir Square: Erdogan Assaults Taksim in bid to break up Protests” di Juan Cole, Professor of History at the University of Michigan.

Traduzione a cura di Pensiero Meridiano.

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Reddito minimo garantito. L’insegnamento di Karl Polany

Il passato non troppo remoto ci svela gli effetti nefasti e allo stesso tempo positivi che una sbagliata implementazione del reddito minimo garantito possa avere sulla società. La Speenhamland Law del XVIII secolo, così come Karl Polany ci descrive, ne è un esempio, ma il reddito di base proposto da Milton Friedman e dai liberali negli anni 1960 nasconde le stesse insidie.  

Skurktur en Noruega

Negli ultimi mesi in Italia, così come in Europa, il reddito minimo garantito è ormai sulla bocca di tutti (vedi Movimento 5 stelle e SEL durante le ultime elezioni politiche), o almeno lo era. Infatti Il reddito di cittadinanza, o reddito incondizionato di base, soldi per campare dignitosamente o come si voglia chiamarlo, invece di esser messo al centro della discussione politica, ahimè, è rimasto un semplice strumento di propaganda politica, sia a causa dei ben noti eventi politici degli ultimi mesi, sia a causa della mancanza irrimediabile di profondità intellettuale della classe politica nostrana.

Sta di fatto che la sorte del reddito di base per tutti sembra essere una brutta copia di quella toccata al progetto di reddito minimo proposto da James Tobin negli Stati Uniti degli anni 70’: cavallo di battaglia della campagna elettorale repubblicana, abbandonato subito dopo la sconfitta subita da Nixon.

Un serio dibattito sul reddito minimo garantito è stato alimentato da reti e associazioni di cittadini, questo è vero,  ma pochi hanno tirato in ballo le esperienze passate del reddito incondizionato di base. Molti cercano di tirare degli spunti costruttivi dall’esperienza Indiana o da quella dei minima sociaux francesi, ma raramente si fanno discorsi o analisi concrete su modi, pratiche ed eventuali conseguenze che l’implementazione di tale sistema potrebbe determinare. Il dibattito risulta essere monco, appena accennato e poco esaustivo. L’effetto che è capace di suscitare è molto simile a quello che proverebbe una ragazza d’altri tempi che, udendo dei sassolini lanciati contro la sua finestra, si affaccia con impeto e scorge già lontano il suo corteggiatore che corre a gambe levate: insomma delusione e amaro in bocca… (…)

Forse confrontare gli scombussolamenti emotivi  causati dalla timidezza del corteggiatore d’altri tempi con quelli dovuti all’illusorietà del dibattito sul reddito minimo garantito non è proprio un paragone felice, e magari chi legge comincerà a porsi dei dubbi …  Quello che forse è più certo è che possano aumentare i nostri dubbi sul reddito minimo garantito, soprattutto se si da uno sguardo alle esperienze passate: la Speenhamland Law.

La Speenhamland Law: esperienza di reddito minimo garantito nel XVIII secolo

Nel diciottesimo secolo, in Inghilterra, patria del capitalismo moderno, la società resisteva inconsciamente a qualunque tentativo di venir trasformata in una mera appendice del mercato. Non era concepibile un’economia di mercato che non includesse un mercato del lavoro, ma fondare un mercato del genere particolarmente nella civiltà rurale inglese significava niente meno che la distruzione totale del tessuto tradizionale della società.

Durante il periodo più attivo della rivoluzione industriale dal 1795 al 1834 in Inghilterra la Speenhamland Law fu capace di impedire la creazione di un mercato del lavoro.

Il mercato del lavoro fu infatti l’ultimo dei mercati ad essere organizzato sotto il nuovo sistema industriale: In Inghilterra la mobilità sia della terra sia della moneta fu raggiunta prima della mobilità del lavoro. A quest’ultimo si impediva di formare un mercato nazionale con severe restrizioni legali alla sua mobilità fisica poiché il lavoratore era praticamente legato alla sua parrocchia. L’Act of Settlment del 1662 che regolava le cosiddette servitù locali fu liberalizzato soltanto nel 1795. Questa misura avrebbe reso possibile la formazione di un mercato nazionale del lavoro se non fossero stati introdotti nello stesso anno la Speenhamland Law o il “sistema dei sussidi”. La tendenza di questa legge era opposta, era diretta cioè ad una vigorosa riattuazione del sistema paternalistico dell’organizzazione del lavoro quale era stato ereditato dai Tudor e dagli Stuart.  I magistrati del Berkshire riuniti al Pelikan Inn a Speenhamland presso Newbury, il 6 maggio 1975, in un periodo di gravi difficoltà, decisero che i sussidi da aggiungere ai salari avrebbero dovuto essere attribuiti secondo una scala dipendente dal prezzo del pane, in modo da assicurare un reddito minimo ai poveri indipendente dai loro guadagni. (…) Questa era intesa come misura di emergenza e fu introdotta in modo informale; anche se fu comunemente chiamata “legge”, questa scala non fu mai espressa attraverso una legge, tuttavia molto presto essa si diffuse nella maggior parte delle regioni rurali ed anche in molti distretti manifatturieri.  Essa introduceva un innovazione sociale ed economica come quella del “diritto di vivere” e fino a che non fu abolita nel 1834 essa impedì l’istituzione di un mercato del lavoro.

Due elementi però rovesciarono le aspettative del reddito minimo garantito: da una parte la classe media si era aperta la via al potere proprio per rimuovere quest’ostacolo alla nuova economia capitalistica, dall’altra il “diritto di vivere” appena sancito si rivelò una trappola mortale.

Perché il reddito minimo garantito si dimostrò una trappola?

Prima dell’introduzione della Speenhamland Law in Inghilterra vigevano le cosiddette Poor Laws. Con quest’ultime i poveri erano costretti  a lavorare per qualunque salario essi potessero ottenere e soltanto coloro che non potevano ottenere lavoro avevano diritto al sussidio; un sussidio come integrazione del salario non fu né pensato né dato. Con la Speenhamland Law un individuo veniva aiutato anche se aveva un lavoro fintantoché il suo salario ammontava a meno del reddito famigliare che gli era assegnato dalla scala. Visto che per di più nelle zone rurali il padrone poteva procurarsi il lavoro quasi con qualunque salario, quest’ultimo risultava sistematicamente più basso rispetto a quello assegnatogli dalla Speenhamland Law. Nessun lavoratore aveva quindi alcun interesse materiale nel soddisfare il suo datore di lavoro, il suo reddito essendo lo stesso qualunque fosse il salario che egli guadagnava. Nel giro di pochi anni la produttività del lavoro cominciò a sprofondare al livello del lavoro per gli indigenti (disoccupati obbligati a lavorare nelle workhouses) fornendo ai datori di lavoro un’altra ragione per non aumentare i salari al di sopra della scala.

Nessuna misura fu mai più universalmente popolare della Speenhamland law. I genitori venivano liberati dal peso economico dei loro figli e i figli non erano più dipendenti dal peso economico dei genitori; i datori di lavoro potevano ridurre i salari a volontà (essi erano incentivati ad abbassare al minimo i salari sapendo che il pubblico sarebbe comunque intervenuto a sostegno dell’indigente) e i lavoratori erano al sicuro dalla fame sia che lavorassero sia che non lavorassero.  Quanto ai contribuenti, essi furono lenti nel rendersi conto di ciò che sarebbe successo per i contributi in un sistema che proclamava il diritto di vivere sia che un uomo si guadagnasse un salario o no. Alla lunga il risultato fu agghiacciante.  Per quanto occorresse del tempo prima che il rispetto di sé dell’uomo comune cadesse così in basso da preferire il sussidio per i poveri al salario, i salari che venivano integrati per mezzo di fondi pubblici erano in numero illimitato tanto da spingerlo a sostenersi ad essi. In poche parole il sistema del salario minimo condusse ad un circolo vizioso che spinse ovviamente i salari al ribasso e la gente, soprattutto nelle campagne, a cadere in miseria.

Se i lavoratori fossero stati liberi di unirsi per il perseguimento dei loro interessi, il sistema dei sussidi avrebbe potuto naturalmente avere un effetto contrario sul livello dei salari che al contrario scendevano gradualmente verso lo zero, portando il loro peso interamente sulle spalle della comunità . L’azione delle trade-union e le loro capacità di negoziazione ne avrebbero tratto beneficio. Questa era forse dunque una delle ragioni chiave delle ingiuste Anti-Combinations Laws del 1799-1800, che appunto impedivano ai lavoratori di unirsi in associazioni di rappresentanza: vale a dire limitare le rivendicazioni salariali.  Se non fossero state approvate le Anti-Combination Laws la Speenhamland Law avrebbe potuto avere l’effetto di far crescere i salari invece che abbassarli. Esse non furono revocate per un quarto di secolo e il sistema venutosi a creare condusse all’ironico risultato che il “diritto di vivere” finanziariamente affermato finì con il rovinare la gente che esso era evidentemente destinato a soccorrere. Speenhamland era destinato a prevenire la proletarizzazione della gente comune o almeno a rallentarla. Il risultato fu semplicemente l’impoverimento delle masse che nel processo quasi persero la loro forma umana.

Né i governanti, né i governati dimenticarono mai la lezione di quel paradiso degli sciocchi. Nel 1834 il “diritto di vivere” fu abolito e nacque così in Inghilterra un mercato concorrenziale del lavoro. Il Reform Bill del 1832 e il Poor Law Amendment del 1834 furono comunemente considerati come il punto di partenza del capitalismo moderno. Ora ci si aspettava che da un momento all’altro la gente si sostenesse da sola, il lavoratore era privo di un suo rifugio nella società. Il mercato del lavoro avrebbe causato lo sradicamento delle persone dalle proprie terre (visto che anche il sistema di lavoro legato alle parrocchie locali si era sgretolato) e avrebbe assoggettato la società del XIX secolo alle atrocità delle workhouses. Si passò quindi da un opposto all’altro ed il punto di partenza di tutto ciò fu la Speenhamland Law.

Ovviamente tutto ciò non basta a mettere in cattiva luce l’istituzione di un reddito minimo garantito. Quello che si evince è che, da una parte il sistema era stato fondato su un principio difettoso, quello dell’aggiunta di contributi pubblici ai salari (e qui potrebbe magari nascere uno spunto di riflessione su come oggi gli incentivi statali all’impiego, sottoforma di sgravi fiscali alle imprese, possano influenzare al ribasso il livello medio di salari), dall’altra il potere politico della classe medio – alta era riuscito ad impedire ogni tipo di rivendicazione della classe lavoratrice (le trade unions furono riconosciute solo alla fine del secolo, 1870, quando ormai i danni della creazione di un mercato del lavoro concorrenziale erano già stati fatti).

Imposta negativa. La nuova Speenhamland Law proposta da Milton Friedman?

I fatti sopra descritti e tratti dal capitolo VIII del “La grande trasformazione” di Karl Polany costituiscono uno spunto di riflessione sulle varie forme di reddito garantito che potrebbero essere implementate. Gli errori commessi nell’implementare tale sistema  fanno sorgere dubbi su come oggi si voglia mettere in pratica un reddito di base. Oggi la letteratura economica, e non la politica, discute molto sul metodo di pagamento (continuo o una tantum), sull’ammontare (sotto la soglia della sussistenza o in linea con essa), e sugli individui che dovrebbero trarne beneficio (c’è chi sostiene un reddito garantito solo per i più poveri, e vede in ciò il metodo giusto se non si vuol percorrere la via dello spreco di risorse; c’è chi sostiene un reddito garantito incondizionato per tutti i cittadini, come avviene già in Alaska, e vede in ciò un elemento chiave per snellire il sistema della pubblica  amministrazione). Tutti i vari sistemi propositi nascondono degli elementi positivi o negativi a seconda del punto di vista ideologico da cui si guarda l’argomento. Non voglio fare qui una rassegna di tali metodi – che però è possibile trovare in rete (ad es.: Basic Income Worldwide – Horizons of reforms, M.C. Murray e C. Pateman) – ma un modello di reddito che potrebbe avere effetti nefasti sulla società così come la Speenhamland law del 1795 fece, è il Negative Income Tax (NIT).

Quest’ultimo è il sistema di reddito minimo garantito proposto dai liberali. Esso prende il nome di Imposta Negativa (Negative Income Tax, NIT), e viene così descritto da Milton Friedman nel suo “Capitalismo e libertà” (1962): sotto un sistema NIT, se il reddito di un individuo non raggiunge un determinato livello, l’individuo riceve attraverso il sistema fiscale nazionale, un credito (negative tax), anziché pagare imposte al governo.  Non notate voi una certa somiglianza di principio tra l’imposta negativa e la Speenhamland Law? In entrambi i sistemi vi è una sorta di incentivo statale, una sorta di addizzionalità di risorse pubbliche a redditi che non raggiungono una determinata soglia di sussistenza. Non si correrebbe quindi il rischio di rivedere la stessa corsa al ribasso dei salari già vissuta nell’Inghilterra del XVIII secolo, soprattutto considerando il tasso di liberalizzazione del mercato del lavoro statunitense?

E’ possibile aspettarsi oggi un effetto positivo sul livello dei salari in seguito all’implementazione di un reddito minimo garantito?

Le limitazioni alle rivendicazioni delle classi lavoratrici esistono ancora e mentre nel 1799 erano rappresentate dalle Anti-Combination laws, oggi esse sono rappresentate dall’eccessiva capacità delle aziende a delocalizzare i loro impianti produttivi in paesi in cui i costi salariali sono infinitamente più bassi (risultato evidente di tale fenomeno è il processo di deindustrializzazione europeo degli ultimi 30 anni). Un altro freno alle rivendicazioni salariali, che renderebbe nullo l’effetto del salario minimo garantito sulle rivendicazioni salariali è il “vincolo esterno” dovuto all’unione monetaria europea; oggi uno Stato europeo per poter recuperare la sua competitività non potendo disporre di sovranità monetaria, ha una sola soluzione: ridurre i salari (come sta accadendo oggi nei paesi del sud d’europa, e come ahimè succede anche in Germania; per approfondimenti: “Il Tramonto dell’euro”, Alberto Bagnai, 2012).

Pertanto ci sembra chiaro come il reddito minimo garantito necessità oggi di una discussione più approfondita, un vero dibattito sui metodi di implementazione, sugli effetti che esso causerebbe soprattutto in una situazione economica in cui gli interessi delle classi medio-basse continuano ad essere fortemente limitati da politiche di austerità appannaggio delle classi dominanti.

L’austerità è di destra, titola Emiliano Brancaccio nel suo libro omonimo; purtroppo – aggiungerei io – essa viene anche professata da forze politiche di sinistra. Ecco perché oggi quando si parla di reddito minimo garantito bisogna far ben attenzione non solo a chi lo professa ma anche a come vorrebbe implementarlo. Karl Polany ci insegna che il reddito minimo incondizionato ha portato a sconvolgimenti nefasti nella società inglese prima, ed europea poi. Quindi attenti al reddito minimo garantito friedmaniano!!!

Per fortuna però Polany ci ispira un leggero ottimismo. La Speenhamland Law fu il punto di partenza dello sconvolgimento sociale vissuto dalla nascita del mercato del lavoro concorrenziale. Ma grazie a questo si formò la nostra coscienza sociale e nacque un processo di auto protezione della società: nacquero leggi sulle fabbriche, una legislazione sociale e sorse un movimento politico e sindacale della classe lavoratrice.

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Potrebbe interessarti: “Immaginare un reddito minimo garantito per tutti“, di Mona Chollet, traduzione a cura di pensiero meridiano.

Fonti:

La grande trasformazione“, Karl Polany, 1944

Capitalismo e Libertà“, Milton Friedman, 1962

Immaginare un reddito minimo garantito per tutti

Il reddito minimo garantito permette “di lasciare la gente libera per una volta. Di non pensare al loro posto, di non preparargli un’ideologia che essi sarebbero poi condannati a seguire“. Il cambiamento della società sarà tutto tranne che facile: e “spero veramente che le persone possano avere male alla testa, al cuore, allo stomaco e che tutto il loro metabolismo sia sconvolto per il solo fatto che esse debbano riflettere a cosa abbiano veramente voglia di fare nella vita! D’altronde come potrebbe essere altrimenti quando per anni e anni siamo andati come un turbine senza neanche porci delle domande?

Reddito minimo garantito

Reddito minimo garantito

Inventare un’altra vita, altri rapporti sociali, può sembrare fuori luogo in periodi di crisi ma è in realtà più che mai necessario.  In Europa, America latina e in Asia l’idea di un reddito di cittadinanza riscuote un certo successo.

Si lavora, e grazie al lavoro svolto, si percepisce denaro. Tale logica è così ben radicata nello spirito della gran parte degli individui, che la prospettiva d’instaurare un sistema basato sul reddito di cittadinanza, vale a dire quella di versare ad ognuno una somma di denaro sufficiente a vivere indipendentemente dalla sua attività lavorativa remunerata, appare come un’aberrazione.  Siamo ancora convinti che i mezzi della nostra sussistenza individuale debbano essere strappati ad una natura  arida e ingrata. La realtà è però piuttosto differente.

Borse di studio, congedi di maternità, pensioni, allocazioni e assistenza alle famiglie, indennità di disoccupazione, sistema di sostegno ai lavoratori dello spettacolo (sistema vigente in Francia che permette a chi lavora nell’ambito culturale di disporre di un reddito minimo nei periodi “morti” esistenti tra due progetti di produzione artistica), i “minima sociaux” (letteralmente “minimi sociali”, anch’essi sono un sistema di aiuti tipici dello stato sociale francese capaci di sostenere coloro che non riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro): sono questi strumenti che riescono a dissociare il reddito dal lavoro. Seppur minacciati costantemente dai governi attuali, e seppur insufficienti questi dimostrano che quella del reddito minimo garantito è un’utopia che esiste già. In Germania ad esempio solo il 41% del reddito della popolazione deriva direttamente dal lavoro, come ci segnalano Daniel Hani e Enno Schmidt nel loro film “le Revenu de base” (2008, “il reddito di base”). In Francia nel 2005 il reddito della popolazione dipendeva per circa il 30% da allocazioni sociali di diverso tipo. (…). E non sarebbe poi così difficile adoperarsi affinché a ognuno possa uscire dallo stato di bisogno.

La messa in atto di un reddito di base ha innanzitutto come obiettivo principale quello di far sparire l’idea negativa associata alla disoccupazione, spesso intesa come problema, sia dal punto di vista della società nel suo insieme sia dal punto di vista dell’angoscia individuale. Per di più si risparmierebbe, tanto per cominciare, il denaro necessario al raggiungimento dell’obiettivo della piena occupazione. Nulla più giustificherebbe i regali che per molto tempo sono fatti alle imprese sotto forma di incentivi e bonus per le assunzioni. Non dimentichiamo che in Francia le politiche di esonero o riduzione dei contributi sociali a favore delle imprese, sono passate da un totale di 1,9 miliardi nel 1992 a 30,7 miliardi nel 2008. (…) D’altro canto il reddito minimo garantito, se versato a tutti, sia ai poveri che ai ricchi (ovviamente a quest’ultimi si chiederebbe il rimborso tramite imposte) permetterebbe persino di risparmiare il costo della macchina amministrativa che dovrebbe occuparsi del controllo dei beneficiari.

Tuttavia cerchiamo di essere più precisi, spiegando cosa si voglia dire esattamente quando si parla di reddito minimo garantito. Questo strumento è stato raccomandato e proposto negli anni 1960 da economisti di diversa estrazione politica e ideologica: da James Tobin, fautore del progetto di tassazione delle transazioni finanziarie, così come dal liberale Milton Friedman, il che deve ispirarci una certa perplessità. Questa grande differenza ideologica persiste ancora oggi. Basta guardare alla Francia dove il reddito di base proposto da Christine Boutin (Partito democristiano), non è lo stesso  che viene difeso da Yves Cochet (ecologista) o dal Movimento utopia (trasversale ai Verdi e al partito di sinistra).

Il reddito di base proposto dai liberali è troppo basso per potersi permettere di restare senza un qualsiasi impiego. Esso funziona quasi come un sostegno alle imprese e si iscrive in una logica di smantellamento delle protezioni sociali: è la teoria dell’imposta negativa di Milton Friedman.

Al contrario il reddito minimo proposto dalla sinistra deve essere sufficiente per vivere, seppur la definizione di “sufficiente” sia una questione abbastanza spinosa.  Ovviamente non lo si concepisce senza una difesa congiunta dei servizi pubblici e delle prestazioni sociali (pensioni, indennità di disoccupazione, sanità pubblica). E va da sé che si considerino anche altre caratteristiche: il reddito di base deve essere versato ogni mese ad ogni individuo, dalla nascita alla morte (ai minori andrebbe una somma inferiore rispetto a quella versata agli adulti) e non ad ogni famiglia; nessuna condizione o contropartita potrà esser richiesta in cambio; ed esso sarà cumulabile con il reddito da lavoro.

Così ognuno potrà scegliere cosa fare della propria vita, continuare a lavorare o dedicarsi il tempo libero accontentandosi di un livello di consumo modesto, oppure alternare periodi di lavoro a periodi di inattività. Si finirà col guardar con sospetto i periodi di inattività, visto che il lavoro salariato cesserà di essere la sola forma di attività riconosciuta. Coloro che sceglieranno di vivere del loro reddito di base potranno avere la libertà di dedicarsi a qualsiasi attività possa veramente appassionarli e/o che sia socialmente utile.

Il progetto scommette infatti sulle possibilità di libera associazione che esso aprirebbe. Uno studio fatto nel 2004 da alcuni ricercatori dell’Università cattolica di Louvain, cercava di scoprire gli effetti che un reddito di base potrebbe avere sulle persone, analizzando i comportamenti dei vincitori del gioco belga Win for Life (che assicura un reddito mensile a vita). Il saggista Baptiste Mylondo però fa notare che esiste un’enorme differenza su cui dovremmo concentrarci: “mentre il beneficiario di un reddito minimo garantito è circondato da altri beneficiari, il vincitore del Lotto resta isolato. Il valore del tempo libero cresce con il numero di persone con le quali è possibile condividerlo”. Il reddito minimo garantito modificherebbe quindi il rapporto che le persone avranno con il lavoro, con il tempo, con il consumo e con gli altri, compresi coloro  che hanno scelto l’impiego remunerato. Esso riscriverebbe quasi certamente le regole di socializzazione.

Dalla campagna elettorale dei democratici Statunitensi del 1972 al Belgio degli anni 80′

E’ negli Stati Uniti che è apparso per la prima volta l’idea di un reddito minimo garantito di stampo progressista. Nel 1972 durante la campagna elettorale democratica, James Tobin, allora consigliere del candidato alla presidenza George McGovern, fa inserire nel programma di governo la proposta del reddito di base grazie anche ad un appella firmato assieme a Paul Samuelson, John Kenneth Galbraith e altri mille e duecento economisti. Il progetto sarà poi abbandonato a causa della vittoria di Richard Nixon.

Esso poi si affaccia in Europa, dapprima in Olanda negli anni 80′. In Belgio un gruppo di ricercatori e sindacalisti crea nel 1984, attorno alla figura centrale dell’economista e filosofo Philippe Van Parjis, il Collettivo Charles Fourier. Un colloquio organizzato nel 1986 all’Università cattolica di Louvain da la nascita al Network europeo per il salario di base (Basic Income European Network, BIEN), che diverrà in mondiale nel 2004 (Basic Income Earth Network). Uno dei suoi fondatori Guy Standing, economista dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (ILO), partecipa all’esperienza del reddito minimo garantito lanciata in India nel 2011.

Francia e Germania. L’idea germoglia nei movimenti studenteschi e dei disoccupati

In Germania l’idea del reddito di base ha riscosso un successo importante negli ultimi anni, grazie alla campagna portata avanti da Susanne Wiest, che ha vissuto per circa dodici anni in una roulotte per risparmiare il costo dell’affitto e per semplice voglia di libertà. Le difficoltà per arrivare alla fine del mese e la riforma fiscale che prevedeva l’aggiunta delle allocazioni famigliari alla base del reddito imponibile andranno ad alimentare la sua esasperazione. Il suo incontro con Hani e Schmidt, fondatori del network Initiative Grundeinkommen (iniziativa per il reddito di base) nella Svizzera tedesca, la converte alle loro posizioni ideologiche. Susanne lancia così una petizione pubblica che riscuote un successo inaspettato e che finisce per dar vita ad un dibattito parlamentare nel 2010, dando tralatro una grande visibilità al film di Hani e Schmidt Le revenue de base.

In Francia l’idea del reddito di base si è solidificata durante le manifestazioni di protesta contro il progetto del governo Balladur (1994) di istituire un contratto di inserimento professionale (CIP), poi sfociato nella creazione del Collettivo di agitazione per il reddito garantito ottimale (Cargo) presto integratosi al movimento Agir ensemble contre le chomage (agire assieme contro la disoccupazione, AC!). Tale movimento è poi risorto negli anni 1997-1998; in questo stesso periodo il filosofo ecolgista Andrè Gorz aderisce al movimento, che troverà un importante appoggio nel movimento no global in piena costituzione. Anche Alain Caillè, fondatore del movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali (Mauss) ne diventerà militante.

(…)

All’interno della sinistra radicale però, il progetto del reddito di base non trova un consenso unanime soprattutto per quanto riguarda i metodi di implementazione. Per di più esso ha diversi elementi di divergenza con i progetti della sinistra anti-capitalista. Si è comunque concordi su alcuni aspetti riguardanti il reddito di base: esso può in qualche maniera fornire a tutti un minivo vitale, stimolare l’attività economica nei paesi in via di sviluppo, e ridurla leggermente altrove; nelle società occidentali esso offrirebbe la possibilità di sottrarsi al problema della disoccupazione, alla precarietà, alle abitazioni fatiscenti, alla povertà dei lavoratori, e per alcuni impiegati/operai la possibilità di fuggire quella sofferenza psico-fisica subita nei luoghi di lavoro. Nonostante tutto ciò il reddito di base non permetterebbe però di sconfiggere il capitalismo, e anche se alcuni professano la volontà di istituire un progetto di reddito massimo, esso non permetterebbe alle disuguaglianze di scomparire definitivamente.   (…)

unconditional income

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Un cambiamento che implica la fiducia nell’individuo

Piuttosto che rovesciare un ordine ingiusto e stabilire un sistema più equo, il reddito minimo garantito darebbe un forte impulso culturale alla società.  Esso darebbe un maggior riconoscimento ed un forte incoraggiamento alle attività “fuori mercato” in modo tale da generare una transizione verso una società di cui nulla si potrebbe predire. lasciando la scelta agli individui, tale sistema presuppone che gli si dia fiducia. Ovviamente la sinistra anti-capitalista non condivide affatto quanto affermato dal saggista liberale Nicolas Baverez secondo cui “per le classi sociali piu povere il tempo libero non è altro che alcolismo, il proliferare della violenza e della delinquenza”; tuttavia spesso essa il radicalismo dei progetti che essa difende sono spesso uguali ad una definizione monolitica della “buona vita”.

Il coautore della versione francese del film Le Revenu de base, Oliver Seeger afferma che:

il reddito minimo garantito permette “di lasciare la gente libera per una volta. Di non pensare al loro posto, di non preparargli un’ideologia che essi sarebbero poi condannati a seguire“. Il cambiamento della società sarà tutto tranne che facile: e “spero veramente che le persone possano avere male alla testa, al cuore, allo stomaco e che tutto il loro metabolismo sia sconvolto per il solo fatto che esse debbano riflettere a cosa abbiano veramente voglia di fare nella vita! D’altronde come potrebbe essere altrimenti quando per anni e anni siamo andati come un turbine senza neanche porci delle domande? Mi piacerebbe veramente tanto avere la fortuna di assistere di cosa potrebbe succedere.

Il reddito minimo garantito e i sindacati. Conflitto di valori o primo passo verso una maggiore emancipazione dei lavoratori?

Una critica che spesso viene fatta al progetto del reddito di base è che esso possa nel tempo minare la solidità della norma del lavoro. Storicamente i movimenti operai si sono organizzati attorno alla figura del “salariato”. Essi hanno forgiato i loro mezzi di resistenza allo sfruttamento ottenendo una serie di conquiste dalle ferie pagate alla protezione sociale, dimenticandosi però che la “scomparsa del salariato”, era tra gli obiettivi scritti dalla CGT (CIGL francese) nella carta d’intenti di Amiens del 1906…C’è però un altro elemento da considerare: per i gruppi sindacali e le forze politiche che ne sono vicine il lavoro è una fonte insostituibile di dignità e realizzazione personale.

Paradossalmente è la difesa del lavoro che motiva alcuni militanti del progetto del reddito minimo garantito. Essi vedono in tale progetto un mezzo per migliorare le condizioni di lavoro e risolvere l’ambiguità tra il “diritto al lavoro“, inscritto nella carta dei diritti dell’uomo, e “diritto a essere obbligati a fare qualcosa”. Con il reddito minimo garantito i salariati potranno scegliere di non esserlo più e i disoccupati potranno decidere se occupare di nuovo un posto di lavoro. Per di più il reddito di base aumentare il potere di negoziazione dei lavoratori, che non saranno più costretti ad accettare una qualsiasi remunerazione (tale aspetto potrebbe essere fondamentale per i lavoratori poco specializzati che svolgono mansioni faticose. Van Parjis e Yannick Vanderboroght invitano ugualmente a immaginare cosa rappresenterebbe un reddito minimo garantito nel caso in cui ci sia uno sciopero di lunga durata…

D’altro canto altri promotori dell’idea del reddito di base formulano una critica al lavoro salariato (ad esempio Mylondo e Utopia). La maggior parte degli impieghi, non procurano alcuna aumento dell’autostima e non danno neanche la sensazione di fare qualcosa di utile per la società o per l’interesse generale, al contrario essi provocano delle sensazioni completamente opposte. E per di più se si considera che il progresso tecnologico aumenterà la produttività del lavoro in maniera costante, nei prossimi anni sarà quasi impossibile trovare un impiego per ogni individuo.

Cicala spensierata, formica laboriosa o ape impollinatrice?

La corrente francese ispirata dall’Autonomia Operaia Italiana di Toni Negri, rappresentata da Yann Moulier-Boutang o dal cofondatore di Cargo, Laurent Guilloteau, appoggia la sua critica al concetto del general intellect di Karl Marx. Nelle Grundrisse, Marx prediceva che:

“Il sapere accumulato nel corso della storia dalla società intera sarà al cuore della creazione di valore”.

I suoi lettori direbbero che ormai ci siamo, visto l’avvento dell’economia dell’immateriale. E pertanto il capitalismo non può che diventare ancora più parassita e aggressivo: non fa nient’altro che appropriarsi delle competenze sviluppate al di fuori di esso e inseparabili dalle persone, le quali oltretutto non hanno nemmeno bisogno di questo per metterle in opera.

La parte essenziale della produzione di ricchezza e di valore si giocherebbe quindi proprio al di fuori dell’impiego. Tra le figure della cicala spensierata e della formica laboriosa, Moulier-Boutang ne interpone una terza, quella dell’ape: il suo lavoro d’impollinazione non crea alcun valore diretto, ma nessuna produzione potrebbe esistere senza di esso. Allo stesso modo ognuno con le sue attività quotidiane più insignificanti, partecipa indirettamente all’economia.

L’immagine dei beneficiari del reddito di base, dipinta dai demagoghi, è quella di assisti e nullafacenti che vivrebbero del lavoro degli altri. Andre Gorz aveva tempo fa capito che cercare di trovare la giustificazione al reddito minimo garantito è una trappola insidiosa:

“Si resta così sul piano di discussione del valore del lavoro e del Produttivismo”. “Il reddito di esistenza acquista un senso proprio se non esige nulla in cambio e non remunera nulla”: esso deve al contrario permettere la creazione “di ricchezze non monetizzabili”.

Ad ogni modo non c’è alcun bisogno di passare per la teoria Marxista del general intellect per poter giustificare un reddito minimo garantito. Il rivoluzionario anglo-americano Thomas Paine, uno dei primi promotore dell’idea del reddito di base, nel suo La Giustizia agraria del 1796 vedeva in esso un giusto indennizzo per l’appropriazione della terra da parte di pochi individui, terra che dovrebbe appartenere a tutti…

Fonte: Mona Chollet, Le Monde Diplomatique, Maggio 2013. Traduzione a cura di pensiero meridiano.

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