Per tutto l’oro del Perù: la capitolazione del governo difronte alle lobby minerarie.

Il 16 Novembre del 1532, Cajamarca fu teatro di un’importante sconfitta storica, quella di Atahualpa per mano di Francisco Pizarro. Sconfitta che avrebbe segnato il destino dell’intero popolo Inca e di tutta la regione andina. Oggi, dopo quasi mezzo millennio  Cajamarca si ritrova protagonista di una nuova battaglia, più lenta e atroce di quella vissuta da Athaualpa.  Quella contro le lobby minerarie ostinate nel voler perpetuare la condizione di sfruttamento di un popolo che da secoli continua ad essere spogliato di ogni ricchezza.

Cajamarca contro Yanacocha

Cajamarca contro Yanacocha

Articolo tradotto da pensiero meridiano, da “Pour tout l’or du Pérou” di Anna Bednik, Le Monde Diplomatique – Mars 2014.

Candidato di sinistra alle elezioni del 2011, il Presidente peruviano Ollanta Humala ha ormai una sola ossessione: soddisfare le lobby minerarie. A rischio di reprimere le mobilitazioni popolari, come a Cajamarca, nel Nord del Paese.

« Vi hanno chiesto la vostra opinione ? », 2 maggio 2011, piazza centrale di Bambamarca, sulla pianura andina peruviana. Microfono alla mano e poncho contadino sulle spalle, Ollanta Humala, ex-militare candidato al mandato supremo, urla allo scandalo : « Cos’é più importante: l’aqua o l’oro? Non bevete mica dell’oro, non mangiate mica dell’oro ! (…) E’ dall’acqua che viene la ricchezza. » No, Minas Conga non l’avrà vinta.

Minas Conga ? Un progetto di estrazione di rame e d’oro diretto da Yanacocha, consorzio formato dal gigante americano Newmont (51,35%) , il gruppo peruviano Buenaventura (43,65%) e la Società finanziaria internazionale, ramo appartenente alla Banca mondiale che si occupa del credito al settore privato (5%). Quattro laghi spariranno nel nulla. Durante i diciassette anni di sfruttamento previsti, circa novanta mila tonnellate di scorie cariche di metalli pesanti saranno riversate ogni giorno. Ci troviamo però in una zona di  ricarica delle falde acquifere, fonte di fiumi che alimentano i campi, le città ed i villaggi di tutta la regione.

Conosciuta per la sua produzione lattiera e per i suoi formaggi, la regione di Cajamarca a già visto molti laghi prosciugarsi per mano di Yanacocha. Dal 1993, la società sfrutta qui la più grande mina d’oro dell’America Latina. Per fare ciò essa è autorizzata a tirare fino a novecento litri d’acqua al secondo, una quantità circa tre/quattro volte superiore a quella della città-capitale di Cajamarca, che è obbligata a razionare l’acqua dei suoi duecentoottantaquattro mila abitanti. Le associazioni di difesa ambientale e le ronde contadine ritengono l’azienda responsabile del prosciugamento di alcuni corsi d’acqua e di numerose contaminazioni dovute a metalli pesanti, cianuro e altre sostanze tossiche. Pertanto, quando il candidato della coalizione nazionalista, Gana Perù promette di “rispettare la loro volontà riguardo l’industria mineraria”, sono in molti ad applaudire.

Humala vince le elezioni del 2011, dopo essersi alleato al secondo turno con l’ex-presidente centrista, Alejandro Toledo (2001-2006) che fornirà gran parte dei ministri presenti oggi nella coalizione governativa. Cinque mesi dopo l’elezione, Humala cambia la sua prospettiva:  «Noi rifiutiamo le posizioni estreme! (…) L’acqua o l’oro? Noi proponiamo una soluzione ragionevole: sia l’acqua che l’oro. »  Quando uno sciopero generale paralizza l’intera città di Cajamarca chiedendo l’abbandono del progetto, Humala adotta subito un comportamento degno dei suoi predecessori: dichiara lo stato d’emergenza e spiega tutte le sue forze armate. Nel Luglio del 2012, quando Huamala rinnova il suo sostegno a Yanacocha, le proteste che seguiranno saranno sempre represse con violenza: cinque morti ed una trentina di feriti.

Intitolato, “La grande trasformazione, il programma di Gana Perù, redatto nel 2010, si apriva con una requisitoria contro il modello neoliberale, denunciava il modello economico eccessivamente basato sulle esportazioni, e denunciava la mano onnipresente delle aziende straniere sulle risorse naturali. Nel Settembre 2013, alla chiusura del salone professionale Perumin, Huamala non cerca ormai più la rottura. «L’industria mineraria responsabile deve diventare una leva di sviluppo del Paese grazie all’investimento privato», dichiara il presidente del Perù. Il Paese sembra condannato allo sfruttamento minerario ormai dall’epoca coloniale.

Tra il 1993 ed il 2012, l’investimento privato nel settore delle estrazioni minerarie è aumentato di quaranta volte. Le riforme neoliberali degli anni 90, condotte da Alberto Fujimori (destra), e l’aumento vertiginoso dei prezzi dei principali metalli durante gli anni 2000 (aumento di più del 400% del prezzo dell’oro, del rame e dello stagno, 150% per lo zinco, 350% per il piombo e più del 550% per l’argento) hanno consolidato la forte dipendenza dell’economia nazionale  dal settore minerario. Quest’ultimo rappresenta la prima destinazione degli investimenti esteri nel Paese, rappresenta il 60% delle esportazioni, fornisce al Perù il 50% dei servizi e circa il 15% delle entrate fiscali. Conseguenze? Una debole diversificazione dell’economia ed una alta vulnerabilità alla fluttuazione delle quotazioni sui mercati internazionali.

Gli economisti ortodossi sottolineano il fatto che nel corso degli ultimi dieci anni, caratterizzati da un alto tasso di crescita economica, il tasso di povertà si è ridotto di ben 28 punti percentuali. Ciò nonostante, nelle regioni rurali delle Ande, principali regioni per l’installazione di impianti di estrazione, tale tasso si attesta ancora a livelli molto alti (58%) rispetto alle zone urbane (14% di Lima). Poco integrata all’economia locale, l’industria mineraria impiega direttamente solo l’1,3% della popolazione attiva e consuma in maniera smisurata le risorse naturali (acqua e terre) fondamentali per la sopravvivenza andamento dell’agricoltura familiare.

Con l’aiuto dell’esercito francese

Sotto la presidenza Humala, la revisione del regime fiscale a cui è sottoposta l’industria mineraria non ha fatto fuggire le imprese: il sovra-costo rappresentato dalle nuove tasse, deducibile dalle imposte sulle società, è stato piuttosto limitato, mentre il nuovo modello di calcolo dei prelievi fiscali – fondato sul risultato operativo, e non più sul valore globale del fatturato – corrisponde precisamente alla proposizione delle lobby minerarie.

Per di più, queste stesse lobby esigono dal governo ulteriori semplificazioni amministrative riguardo le procedure di prelievo. Questa sarebbe la condizione necessaria per migliorare il livello di competitività (e mantenere stabili i livelli di investimento), di fronte ad una congiuntura economica che vede i prezzi dei metalli perdere quota.  La scorsa primavera, un pacchetto di riforme approvato per decreto ha già modificato le condizioni di ottenimento dei permessi di scavo: la garanzia di protezione del patrimonio archeologico è stata quasi eliminata, il periodo di approvazione degli studi d’impatto ambientale è stato ridotto a cento giorni. Contemporaneamente, le comunità andine, a maggioranza quechua e aymara, sono state escluse dal perimetro di legge che obbliga le aziende a consultare le popolazioni indigene.

I permessi di esplorazione e sfruttamento dei giacimenti si moltiplicano, si estendono a nuovi territori (sino al 69% del territorio totale di alcune regioni), e l’industria minerarie diviene sempre più il primo motivo di conflitti sociali: 107 su 115 a settembre 2013. Superare i 30 miliardi di dollari di esportazioni nel 2016? Quest’obiettivo definito dall’esecutivo si scontra però ad un ultimo ostacolo: la resistenza delle popolazioni locali. Nel novembre 2013 , un anno dopo l’arrivo a Cajamarca di due ufficiali dell’esercito francese per formare i poliziotti antisommossa al controllo dei manifestanti, due accordi in materia di sicurezza e difesa sono stati stipulati con la Francia. Presto Parigi invierà a Lima altri formatori. Il “savoir-faire” francese, quello che Michele Alliot-Marie, allora ministro degli affari esteri ed europei offriva alla Tunisia prima della caduta di Ben Ali, avrà trovato forse un nuovo sbocco?

Articolo originale: “Pour tout l’or du Pérou” di Anna Bednik, Le Monde Diplomatique – Mars 2014.

Traduzione a cura di pensiero meridiano

La Nuova Teoria della Dipendenza

La crisi economica che è iniziata verso la fine 2007, e che sembra dover durare per i prossimi anni, ha evidenziato il ruolo fondamentale giocato dai mercati finanziari mondiali nel creare quelle che possono essere descritte come nuove relazioni di dipendenza. La vecchia teoria della dipendenza era una teoria strutturale Marxista. Essa ipotizzava che l’economia capitalista mondiale sia strutturalmente organizzata per facilitare massicci trasferimenti di capitale dai paesi in via di sviluppo al mondo sviluppato. La nuova teoria della dipendenza è in linea con la vecchia nel confermare che i flussi netti di capitali in uscita dai paesi in via di sviluppo continuino ormai in maniera ininterrotta da almeno trent’anni. Tuttavia la differenza chiave tra la nuova e la vecchia teoria della dipendenza sta nel fatto che la prima vede in questi flussi di capitale un male non solo per i paesi in via di sviluppo ma anche per quelli sviluppati. 

Tax havens - Tax Justice Network

Tax havens – Tax Justice Network

Le ragioni alla base di tale fenomeno sono due. La prima è che i flussi di capitale non sono integralmente destinati a restare nei paesi sviluppati. Al contrario, i trasferimenti di risorse finanziarie dai paesi in via di sviluppo raggiungono i capitali già presenti in destinazioni offshore. La seconda è che anche i paesi sviluppati sono soggetti a flussi di capitale in uscita. In contrasto con la vecchia teoria della dipendenza, la nuova afferma che i movimenti di capitale non operano necessariamente su scala regionale o sub-regionale e che i fenomeni da essi innescati non sono più legati al fattore geografico. Al contrario il mercato finanziario globalizzato è emerso come una gigantesca macchina redistribuiva capace di giocare un ruolo importantissimo nelle dinamiche di aumento delle disuguaglianze tra ricchi e poveri.

Nei paesi sviluppati, il risultato principale di tali movimenti illeciti di capitale in uscita è l’aumento delle disuguaglianze e l’erosione della base di ricchezza imponibile, visto che le aliquote di imposizione effettiva sui profitti delle grandi aziende o sui redditi degli individui più ricchi si riducono costantemente (al contrario delle aliquote di imposizione nominale). Per i paesi in via di sviluppo questi problemi  sono acutizzati ulteriormente da altre difficoltà: deboli strutture amministrative, economia sommersa, mancanza di capitali per i progetti infrastrutturali di base ed eccessiva dipendenza dai capitali stranieri (in forma di aiuti) che alimenta dinamiche politico-economiche piuttosto dannose. Nello specifico:

– Il fatto che le elites locali possano contare su fonti di reddito alternativo, dovuto ai movimenti illeciti di capitale, riduce il bisogno di accordi negoziati tra governo e società civile per il finanziamento dello Stato (un elemento fondamentale per lo sviluppo del modello democratico europeo). Ciò minaccia lo sviluppo di istituzioni efficienti e responsabili ed alimenta la corruzione.

– La vicinanza e la prossimità di grandi centri finanziari offshore impedisce ad alcuni paesi di dar vita a sistemi finanziari autonomi e ben radicati al paese stesso.

L’architettura del settore bancario privato internazionale

Dal 1970 consistenti surplus di capitale provenienti dagli stati membri dell’OPEC – i cosiddetti “petrodollari” – affluivano negli appena nati mercati finanziari non regolamentati (conosciuti come Euromarkets, nati a Londra e considerati oggi come l’origine dell’offshore e dei paradisi fiscali (1)) che guadagnavano sempre più peso e importanza a livello mondiale. Howard Wachtel (Wachtel 1977) calcola che, nei tre anni che seguirono il primo shock petrolifero (e quindi dal 1973 al 1976), i paesi dell’OPEC abbiano accumulato un surplus in conto corrente di circa 158 Miliardi di dollari. La grande maggioranza di questi petrodollari era depositata in banche multinazionali basate negli Stati Uniti, ma effettivamente essi non erano soggetti alla legge statunitense; era come se non fossero effettivamente depositati sul territorio americano. Questi capitali si aggiunsero alla crescente massa di capitali destinati ai mercati offshore, gli Euromarkets.

Al cuore della rete di attività degli Euromarkets, Wachtel identificò la nascita di quelle che poi saranno chiamate Large Complex Financial Institutions (LCFIs). La prima analisi completa fatta da Park nel 1982 sul nuovo fenomeno dei paradisi fiscali (centri finanziari offshore OFCs) supportava la tesi sostenuta da Wachtel: Park dipingeva uno scenario in cui i mercati finanziari internazionali (wholesale finacial markets e non i retail financial markets) si integravano sempre più operando attraverso città e isole diffuse attorno a tutti i principali centri economico-commerciali mondiali, e che cominciavano ad esser descritti come OFCs grazie alla loro specializzazione nella non-resident finance (nelle attività finanziarie appartenenti a non residenti). La caratteristica non territoriale degli Euromarkets diede vita ad importanti economie di scala in ambito finanziario, integrando differenti mercati finanziari in un solo mercato globale. Molti degli OFCs svilupparono così una funzione di centri di “finanziamento” o di “raccolta” di capitali: insomma strutture capaci di finanziare e/o sfruttare le operazioni finanziarie dell’Euromarket (per capire il significato di Euromarket, nota a fine articolo).

Due studi effettuati in seguito sugli Offshore Financial Centers hanno messo in luce un fenomeno piuttosto netto: l’integrazione costante dei mercati finanziari. Un report finanziato dalla Bank of England nel 2001 ha dimostrato e affermato che “l’intermediazione finanziaria di cui si occupano le istituzioni, aventi sede in molti OFCs, era un’attività quasi interamente “entrepot” ” (Dixon 2001, pag 104). Il report identificava l’immensa rete di flussi di capitali in entrata ed in uscita venutasi a creare tra i centri offshore stessi. Alcuni filoni di ricerca su tali fenomeni sono stati poi trattati in uno studio globale effettuato dal Fondo Monetario Internazionale (2010) che ha esaminato  i processi che hanno contribuito a quella che viene definita international financial interconnectedness. Tale studio ha messo in luce numerose caratteristiche di tale mercato finanziario globale, astenendosi però dal congetturare sulle implicazioni politico-economiche di tale fenomeno ormai in stato avanzato.

Qui di seguito le maggiori conclusioni dello studio:

– I paesi sono interconnessi a determinati centri o “nodi”, verso i quali tali paesi sono esposti e attraverso i quali opera la gran parte della finanza globale, cosiddetti common lenders and borrowers (prestatore e prestatario). Queste interconnessioni danno vita a reti di transazioni che si verificano in gran parte attraverso un piccolo gruppo di large complex financial institutions (LCFIs). Queste sono le stesse istituzioni identificate da Wachtel nel 1970.

– Questi LCFIs sono operatori sistemici la cui importanza è misurata secondo le loro attività legate alla gestione di strumenti finanziari come obbligazioni, U.S. asset backed securities, syndicated loans, azioni ordinarie, e operazioni di finanza strutturale (basate cioè su operazioni di trasferimento di rischio). Queste istituzioni operano secondo strategie di gestione degli attivi-passivi bancari (asset and liabilities management) e sono impegnate, direttamente o indirettamente attraverso le loro affilate, in operazioni bancarie, obbligazionarie e assicurative.

– Gli LCFIs comprendono istituzioni bancarie o non bancarie come le banche d’investimento, i money market fund (istituzioni che investono in strumenti di liquidità come bond a breve termine o titoli di credito commerciali) e i SIV (structured investment vehicles, veicoli di investimento strutturato). Le istituzioni non bancarie sono spesso legate alle banche, anche attraverso meccanismi di aumento del credito e della liquidità: attività in parte alimentate dal desiderio di aggirare le regolamentazioni.

– Studi successivi effettuati dalla Federal Reserve hanno soprannominato questo mondo confuso di complesse istituzioni finanziarie legate ai LCFIs “Sistema Bancario Collaterale” o “sistema bancario ombra” (Shadow Banking System). Lo studio del FMI invece mostra come tale sistema sia addirittura più grande del sistema bancario ufficiale.

– Lo studio del FMI inoltre mostra, così come Park aveva già argomentato negli anni ’80, che le infrastrutture di pagamento e gli accordi esistenti in tale mercato finanziario offshore siano “altamente concentrati”.

Finanza sregolata, flussi di capitale ed evasione fiscale

Sebbene lo sviluppo di questo mercato finanziario globale non possa essere attribuito ad un piano deliberato, è chiaro che l’attuale struttura si presti a servire scopi particolaristici e contribuisce alle patologie che sono al cuore dell’attuale crisi economica. Queste patologie includono:

– Le enormi quantità di capitali depositate in centri offshore dalle classi più abbienti per evitare l’imposizione fiscale, altera e distorce la distribuzione di reddito e ricchezza a livello mondiale.

– Regulatory arbitrage e sviluppo di un sistema bancario ombra per aggirare le regolamentazioni già esistenti in materia finanziaria.

– La progressiva affermazione del sistema bancario ombra, per superare i limiti strutturali di crescita dell’industria finanziaria, contribuisce ad alimentare la liquidità in maniera artificiale, elemento cardine dell’attuale crisi economica (Nesvetailova 2010).

E’ paradossale il fatto che una delle prime versioni della nuova teoria della dipendenza sia stata in realtà articolata in un libro che nasceva piuttosto come una difesa del sistema bancario svizzero. Fehrenbach, nel libro The Gnomes of Zurich (1966), sosteneva che gli abbondanti flussi di capitale che alimentavano il riservato sistema bancario svizzero davano una certa stabilità ad un sistema sempre più volatile. Fehrenbach inoltre affermava che le tre più grandi banche svizzere (UBS, Credit Suisse, Swiss Bank Corporation) avessero accumulato circa 500 Miliardi di dollari di attivo proveniente dai paesi del terzo mondo durante gli anni ’60, che furono poi reinvestiti in gran parte nei paesi sviluppati. Fehrenbach, con tale affermazione, andava contro quella che era la teoria economica dominante secondo cui i paesi meno sviluppati (LDCs, less developed countries) fossero destinatari netti di capitale proveniente dal mondo sviluppato.

Durante gli anni ’80 e ’90, diverse sono state le inchieste e gli studi effettuati sul deleterio impatto delle tecniche di commercio intra-aziendale (intra-trade transfer pricing techniques(2)) perpetrate dalle multinazionali e dalle corporations, in particolare nel settore minerario/estrattivo dei paesi in via di sviluppo. Il primo studio completo su tali tecniche commerciali di evasione fiscale, ha accertato che i flussi internazionali di denaro illecito sono dell’ordine di circa 1/1,6 trilioni di dollari all’anno (Baker 2005). Circa il 70% di tale evasione è dovuto alle tecniche di transfer pricing. La metà di questi capitali, circa 500 – 800 Miliardi di dollari, fuoriescono ogni anno dai paesi in via di sviluppo e affluiscono nei grandi centri finanziari offshore (OFCs).

La prova più evidente di queste nuove relazioni di dipendenza economica è stata fornita da una recente analisi della ricchezza finanziaria privata registrata nei paesi offshore (Henri 2012). Questa stima che almeno 21/32 trilioni di dollari di attività finanziarie – circa il 18% di tutte gli asset finanziari mondiali – sono registrati in paesi offshore (2010). Lo studio è riuscito a tracciare la provenienza di tali attività finanziarie e mette in evidenzia come tra queste circa 9,3 trilioni di dollari appartengano a residenti di 139 paesi a reddito medio-basso.

Questo studio sottolinea come sia fondamentale non lasciarsi trarre in inganno dalla voce “debiti” del Bilancio dello Stato: è sbagliato infatti considerare debitore uno Stato che abbia livelli elevati di passività. Infatti sin dal 1970, pare che le elites private siano state capaci di accumulare nei paesi in via di sviluppo e del terzo mondo dai 7,3 ai 9,3 trilioni di dollari (con il grande aiuto del sistema bancario internazionale)… compariamo ora questo dato con il debito estero lordo aggregato di questi paesi: 4,08 trilioni di dollari; e con il debito estero netto aggregato (al netto delle riserve monetarie estere, gran parte delle quali sono investite in obbligazioni dei paesi sviluppati): 2,8 trilioni di dollari. In totale, grazie al sistema finanziario offshore, i paesi in via di sviluppo e del terzo mondo sono in realtà prestatori netti nella misura di 10,1 – 13,1 trilioni di dollari. In confronto, il vero valore del debito estero lordo e netto dei paesi in via di sviluppo o del terzo mondo ha raggiunto il suo picco massimo (rispettivamente di  2,2 $ trilioni e di 1,43$ trilioni) nel 1998, ed è in declino sin d’allora (Henri 2012, 4-5).

La quantità di trasferimenti combinati di attività finanziarie dai paesi a medio – basso reddito verso conti detenuti nei paesi offshore è circa 10 volte il PIL annuale dell’intero continente africano. Proposto in maniera diversa: per ogni dollaro che un paese povero riceve dai piani di aiuto allo sviluppo, più di dodici ne fuoriescono verso conti correnti offshore.

L’impatto della Nuova Teoria della Dipendenza

Qual è l’impatto di una massiccia perdita da parte di paesi a medio – basso reddito di capitali che affluiscono nei centri offshore? Il modello di sviluppo economico tipico dei paesi facenti parte dell’OECD è basato sui “principi di un compromesso relativamente stabile tra capitale e lavoro, ai quali si interpongono alcune caratteristiche come una democrazia elettorale, alti livelli di spesa pubblica e crescita economica piuttosto stabile e continua” (Moore, 2013, 19). Molti paesi in via di sviluppo invece soffrono di meccanismi di mercato fallimentari o assenti, corruzione diffusa ed un’importante ruolo giocato dall’economia sommersa. Tutte queste dinamiche sono favorite dalla facilità con cui i capitali vengono inghiottiti dal sistema finanziario offshore. Per di più è stato recentemente dimostrato empiricamente e teoricamente che un sistema di tassazione ben gestito è un componente essenziale di qualsiasi politica di sviluppo. Le entrate fiscali sono necessarie non solo per finanziare la macchina statale, ma anche per costruire relazioni durature tra i cittadini ed il proprio governo dando vita ad istituzioni stabili nel lungo termine, elementi cardine del modello statale dei paesi OECD (Bräutigam, Fjeldstad, and Moore 2008). I movimenti di capitale descritti dai teorici della nuova teoria della dipendenza facilitano l’evasione fiscale ed erodono in maniera consistente la base imponibile dei paesi in via di sviluppo.

Il sistema finanziario offshore inoltre permette alle elites politiche di accumulare risorse illecite.  Mick Moore afferma in un suo articolo che i paradisi fiscali “permettono a coloro che comandano quello che io definisco “i profitti delle elites politiche”, di nascondere queste entrate o di riciclarle in business apparentemente leciti …(e) facilita e stimola la corruzione, i traffici di droga, le guerre per i diamanti, la pirateria e il furto dei profitti provenienti dallo sfruttamento di risorse naturali” (Moore 2013, 24). Questo fenomeno ha anche la capacità di liberare le elites politiche dalla loro storica dipendenza dal sistema fiscale e dalla tassazione come mezzi di finanziamento della macchina statale, incoraggiando e alimentando lo sviluppo di stati autoritari e istituzionalmente fragili. Esiste pertanto un chiaro legame tra i flussi illeciti di denaro da/verso i paradisi fiscali e la dipendenza dagli aiuti stranieri (e dai capitali stranieri), deboli infrastrutture, fragili modelli di governo e povertà.

La nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo

Gli accademici piuttosto progressisti hanno cercato di  comprendere il fenomeno dei mercati finanziari offshore e di inquadrarlo come manifestazione del ruolo dominante di Wall Street e dell’imperialismo Americano.  Tuttavia l’evidenza storica mostra come il Tesoro americano – quasi in opposizione al sodalizio di Wall Street – abbia resistito invano alla progressiva affermazione di tale sistema finanziario tra i primi anni 60’ e la fine degli anni 70’. Infatti se c’è stato un sistema di governo che ha giocato un ruolo importante nell’affermazione di una nuova architettura finanziaria, quello è proprio l’Impero Britannico e non lo stato Americano. I  tentativi di spiegarne lo sviluppo in termini di classi sociali o interessi nazionali è piuttosto problematico. Anche la sua comprensione è stata piuttosto superficiale e confusa sino a tempi recenti.

Ed è qui che risiedono le differenze filosofico – concettuali tra le due teorie della dipendenza. Mentre la vecchia teoria della dipendenza era Marxista nella forma ma nazionalista nella sostanza, cercando appunto di combinare una teoria basata sulla lotta di classe con un’ideologia nazionalista “terzomondista”, la nuova teoria della dipendenza è istituzionale nel suo stile d’analisi e di orientazione politica. Essa non crede necessariamente in un legame tra risultati ed intenzioni. Leader nazionali, business man, banchieri e finanzieri non necessariamente capiscono, ne tanto meno controllano, gli eventi che si susseguono. Negli anni precedenti la crisi economica del 2007 molti di loro non erano nemmeno capaci di comprendere le pratiche ed il funzionamento dello loro stesse organizzazioni (e questo era ancora più vero per quanto riguarda le grandi banche multinazionali), ed erano confusi quanto noi riguardo la fonte dei loro straordinari profitti. Come la maggior parte della popolazione, essi erano felici di sostenere il sistema fino a quando questo avesse funzionato per i loro interessi.

Un analisi completa delle origini e dei metodi di costruzione della nuova teoria della dipendenza deve essere ancora scritta, ma l’evidenza empirica suggerisce che i suoi primi teorici intesero la nascita di mercati offshore globali come il risultato finale di processi decisionali avvenuti su scala locale, che assieme contribuirono al cambio istituzionale. Non c’è ombra di dubbio sul fatto che i processi decisionali a livello locale fossero spinti da scopi di profitto, ma il risultato aggregato globale non era ne voluto ne previsto.

Una fonte di cauto ottimismo però esiste: La mia personale esperienza con i paradisi fiscali mi ha insegnato che network di attivisti impegnati, informati e politicamente scaltri, come quelli del Tax Justice Network posso raggiungere traguardi importanti. Hegel scriveva che “La nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo”. E’ proprio adesso, nel periodo in cui esse cominciano ad esser capite, che le nuove relazioni di dipendenza appaiono nella loro massima vulnerabilità politica. Noto, per esempio, che alcune delle più critiche e dettagliate ricerche nell’ambito della nuova architettura della finanza globale sono state condotte da organizzazioni spesso associate, almeno nei circoli progressisti, all’imperialismo occidentale: il lavoro di Poszar ed i colleghi della Federal Reserve Bank, e del Tesoro americano, Andrew Haldane e i colleghi della Bank of England, Claudio Borio e i colleghi della BIS, e ovviamente i vari dipartimenti del FMI che ha prodotto lo studio sopracitato. Non vorrei sottostimare i gruppi di potere che hanno tratto profitto dalle nuove relazioni di dipendenza, ne il sistema offshore che ha reso tutto ciò possibile. Tuttavia visto che molti di questi gruppi di interesse vedono spezzarsi i rami dell’albero sui quali son seduti, la diffusa preoccupazione riguardo la stabilità finanziaria e la crescita economica potrebbe portare ad un futuro processo di riforma del sistema finanziario globale in modo tale da indebolire le nuove relazioni di dipendenza.

Fonte:

Ronen Palan, Professor of International Political Economy at City University London and co-author of Tax Havens: How Globalisation Really Works, “The New Dependency Theory” 

(1) What is the Euromarket? 

(2) Intra-trade transfer pricing techniques

Seguici su Facebook et Twitter

Le crociate dimenticate del cardinale Ratzinger

In America Latina a partire dagli anni 70’ la Santa Sede ha contrastato con forza le nascenti correnti cristiano-progressiste come i teologi della liberazione, di ispirazione marxista. Papa Wojtyla e papa Ratzinger hanno portato avanti vere e proprie crociate contro le fazioni più radicali rafforzando la tendenza conservatrice della Chiesa. Vista la tendenza a vedere l’America Latina come la culla del socialismo del 21° secolo, l’elezione di Papa Francesco non è forse il segno chiaro di una offensiva ancora più aspra nei confronti del consolidamento della sinistra nei paesi sud-americani?

Di Maurice Lemoine, Le Monde Diplomatique , marzo 2013.

Traduzione e adattamento a cura di Pensiero Meridiano.

Monsignor Oscar Arnulfo Romero, Il 24 marzo del 1980 Romero viene brutalmente assassinato mentre celebra messa. Non aderì mai alla Teologia della Liberazione, ma ne è considerato un’icona.

Monsignor Oscar Arnulfo Romero, Il 24 marzo del 1980 Romero viene brutalmente assassinato mentre celebra messa. Non aderì mai alla Teologia della Liberazione, ma ne è considerato un’icona.

Gran parte dei commenti sulle dimissioni del Papa Benedetto XVI sono caratterizzati da una opinione piuttosto comune: quella secondo cui, lasciando il suo trono con coraggio e maestria il sommo pontefice abbia semplicemente ceduto ai ritmi della vita moderna. Tuttavia in America Latina il ricordo lasciato dal’ex – cardinale Joseph Ratzinger è associato al passato.

Piccolo flash back, siamo nel 1960, epoca in cui don Helder Camara, arcivescovo di Recife, che incarna la coscienza dei cattolici progressisti del continente sud-americano, lascia ai posteri una frase che resterà ai posteri: “Quando do da mangiare ai poveri, mi danno del santo; quando invece chiedo perché essi siano poveri mi danno del comunista” . L’analfabetismo, l’emarginazione e le condizioni di miseria e povertà in cui annaspavano decine di milioni di abitanti, in questi anni, hanno alimentato un processo “radicalizzazione” (intesa come tendenza ad ideologie radicali) di un gran numero di cristiani così come di alcuni membri della gerarchia ecclesiastica. In un clima di aggiornamento dei valori della Chiesa, sotto il pontificato di Papa Giovanni XXIII e soprattutto a partire dal concilio Vaticano II (1962-65), l’enciclica Populorum progressio, porta nel marzo del 1967 un segnale di sostegno e approvazione da parte di Roma a quello che sta succedendo nei ranghi del clero brasiliano.

Dal 26 Agosto al 6 Settembre del 1968 viene inaugurata da papa Paolo VI la seconda conferenza episcopale latino-americana, che si riunisce a Medellin in Colombia. Durante la sua prima assemblea, un giovane teologo peruviano, Gustavo Gutierrez, presenta un rapporto sulla “teologia dello sviluppo”. Il documento ultimo che esprime i principi propri di tale ideologia, dopo aver affermato che il continente sud-americano è vittima del “neocolonialismo”, dell’”imperialismo internazionale del denaro” e del “colonialismo interno”, riconosce la necessità di “trasformazioni audaci, urgenti e profondamente rinnovatrici”(1). Questa professione di fede segna la nascita della cosiddetta “Teologia della Liberazione”. Procedendo ad una lettura critica ed impegnata del Vangelo, una delle convinzioni di tale teologia è che accanto al peccato individuale esista un peccato collettivo e strutturale: vale a dire un strutturazione della società e dell’economia che causa la sofferenza, la miseria e la morte di innumerevoli “fratelli e sorelle”. Nelle zone rurali, nei quartieri popolari e nelle bidonville, un intera generazione di membri del clero s’impegnano concretamente, e politicamente, schierandosi al fianco dei meno abbienti.

L’offensiva contro la sinistra clericale latino-americana

L’espressione dei vescovi conservatori, già di suo uggiosa, si fece ancora più triste. Tre poli di resistenza ai classici dettami della Chiese sorsero in America-Latina: in Argentina e Brasile, ai tempi controllati da regimi militari, in cui i prelati conservatori continuarono ad operare, ed in Colombia. Non stupisce il fatto che per affrontare i “sovversivi” di Medellin, venga messo in prima linea proprio un vescovo colombiano, Alfonso Lopez Trujillo. Il suo ruolo si consolida  quando, già vescovo ausiliario di Bogotà, viene eletto segretario generale del Consiglio Episcopale latino-americano (CELAM) nel novembre del 1972, per poi divenirne presidente e restare in carica sino al 1983. A partire dal 1973 i dirigenti del Celam denunciano un “infiltrazione marxista” nella Chiesa. Pertanto i teologi della liberazione l’hanno più volte ripetuto: del marxismo loro utilizzano solo i concetti che sembrano più pertinenti – la fede nel popolo considerato come artigiano della storia; alcuni elementi di analisi socio-economica; il funzionamento dell’ideologia dominante; la realtà del conflitto sociale (2). Monsignor Lopez Trujillo non si sforzerà neanche tanto per silurare questa nuova corrente, e riceverà presto un’importante supporto: l’aiuto del Vaticano.

Dopo la morte di Papa Paolo VI, è il cardinale polacco Karol Wojtyla, diventato Papa Giovanni Paolo II il 16 ottobre 1978, a presiedere la terza conferenza episcopale latino-americana di Puebla (Messico). Tutti i Paesi della regione, tranne quattro, sono in questo periodo sotto il controllo di regimi militari. Mentre i vescovi confermano la scelta prioritaria di “concentrarsi sulle condizioni dei poveri”, il nuovo Papa evita qualsiasi dichiarazione che riguardi le tensioni che attraversano in questo momento la Chiesa latino-americana. Allo stesso tempo però quest’ultimo si astiene dal fare dichiarazioni di denuncia nei confronti dei regimi dittatoriali. Marcato personalmente dalla sua esperienza di vita in un paese dell’Est Europa, vigoroso anticomunista, adotta una visione piuttosto semplicista degli eventi caratterizzanti la Chiesa sud-americana, e nel 1981 chiama a Roma un teologo tedesco con cui ha dei profondi legami personali: il cardinale Ratzinger, che diventa così prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, la vecchia Inquisizione.

Ratzinger l’inquisitore

Con tutta la sua esperienza sul campo ed un anno di vicariato in una parrocchia di Monaco, il nuovo ideologo di fresca nomina diventa la più solida spalla di Monsignor Lopez Trujillo (che lo raggiungerà, nel 1983, alla suddetta Congregazione). In un’atmosfera da guerra fredda, il Nicaragua diventa una sorta di “modello polacco”: la gerarchia ecclesiastica è chiamata a resistere apertamente contro il regime sandinista – di ispirazione cristiana e marxista allo stesso tempo – e viene a crearsi un sodalizio informale tra il Vaticano e gli Stati Uniti di Ronald Reagan, al fine di combattere tra l’altro, la minaccia comunista in America Latina.

Durante una conferenza tenutasi al Vaticano, nel settembre 1983, Ratzinger si lascia andare ad una violenta requisitoria: “L’analisi del fenomeno della Teologia della Liberazione sottolinea in maniera chiara la presenza di un pericolo fondamentale per la fede della Chiesa (3).” Denunciando un radicalismo “la cui gravità è spesso sottostimata perché tale teologia non rientra in nessuna categoria di eresia esistente oggigiorno”, egli osserva: “Il mondo viene qui interpretato secondo un’ottica di lotta di classe.(…) Il “popolo” diventa un concetto in opposizione a quello di “gerarchia” ed è allo stesso tempo antitetico rispetto a tutte le istituzioni considerate sempre più come forze di oppressione”. I termini vivi e vigorosi di una prima direttiva emanata dalla Congregazione il 3 settembre 1984,appaiono come una condanna a morte per la sinistra clericale latino-americana.

Tempo prima, il « grande inquisitore » aveva indirizzato all’episcopato peruviano un documento di analisi del lavoro di padre Gutierrez, prima di obbligarlo a “rivedere” le sue opere in un processo degno di quello vissuto da Galileo. Nel marzo del 1985 è sull’opera “Chiesa, carisma e potere” del frate francescano Leonardo Boff, che si abbatte la tempesta. Dopo esser stato atto fuori dalla casa editrice che lui stesso dirigeva,  a padre Boff gli si impedisce la libertà di insegnamento e di libera espressione di pensiero. In Brasile, appena uscito dal ventennio dittatoriale, tale sanzione provoca una forte indignazione (4).

Il rafforzamento del conservatorismo ecclesiastico ed i legami con le dittature

Dinnanzi all’amarezza provocata da tali diktat imposti dall’alto, Giovanni Paolo II prova a tenere sotto controllo l’incendio sul quale il “Panzerkardinal” getta benzina a fiotti. Parlando della teologia contestata, in una lettera del 9 aprile 1986 indirizzata all’episcopato brasiliano, il papa giudica che questa sia “non solamente opportuna ma anche utile e necessaria”. Addirittura il papa si spinge ancora più in là criticando l’ideologia dominate del capitalismo liberale. Malgrado tutto ciò Roma decide però di smantellare con forza  l’esperienza di Medellin. La nomina di vescovi conservatori e membri dell’Opus Dei (5), il peso crescente dato a nuovi movimenti come il neocatecumenismo, i Legionari di Cristo, il Rinnovamento carismatico (neo-pentecostalismo) fa si che il duo Wojtyla – Ratzinger rafforzi la tendenza conservatrice della Chiesa. Per ridurre l’influenza dei pastori considerati troppo radicali, alcune diocesi, come quella del cardinale Paulo Evaristo Arns, in Brasile, saranno sapientemente riorganizzate. Nel 1985, Monsignor Josè Cardoso, spinto dalla curia romana, rimpiazza don Helder Camara. Il nuovo arrivato comincia sin da subito a inimicarsi quasi tutto il clero e tutti i gruppi laici militanti.

Se i preti che appoggiano il governo sandinista sono condannati, questo non sarà il caso di quei preti che invece hanno collaborato con la giunta militare argentina. E difficilmente si dimenticherà il giorno in cui Giovanni Paolo II diede la comunione a Pinochet, durante una sua visita in America Latina. Si sa ancora meno delle negoziazioni portate avanti dal cardinale cileno Jorge Medina per favorire la liberazione di Pinochet ed il suo ritorno a Santiago, nel periodo in cui quest’ultimo era detenuto a Londra, tra il novembre 1998 e il marzo 2000. Bisogna dire che tali negoziazioni furono sostenute dalla Sanata Sede, grazie al sostegno dei cardinali Trujillo e Ratzinger. Meno fortunati di Pinochet sono stati i circa centoquaranta teologi che avevano tentato di mettere in pratica le aperture progressiste predicate dal concilio Vaticano II, i quali sono stati puniti durante il pontificato Giovanni Paolo II.

Diventato ormai papa Benedetto XVI, ricevendo un gruppo di prelati brasiliani il 5 dicembre 2009, l’ispiratore e teorizzatore delle misure conservatrici di Wojtyla imprecava così riferendosi alla teologia della liberazione: “I postumi più o meno visibili di tale comportamento, caratterizzati dalla ribellione, dalla divisione, dal disaccordo, dall’offesa e dall’anarchia, perdurano ancora, producendo nelle vostre comunità diocesane una grande sofferenza ed una grave perdita di forze vive (6)…” Si può essere San Pietro ed essere poco inclini al pentimento ed al perdono …