Luciano Gallino: «Il nostro nemico è la democrazia autoritaria»

Luciano Gallino

Luciano Gallino

di Mattia Ciampicacigli, intervista a Luciano Gallino per Il Manifesto

Per il sociologo Luciano Gallino l’economia neoliberista considera i procedimenti democratici come un ostacolo al mercato.

L’Europa di oggi sta scon­tando «un’involuzione auto­ri­ta­ria», ma è allo stesso una grande «dimen­sione poli­tica che non pos­siamo in alcun modo per­met­terci di affos­sare». Non ha dubbi Luciano Gal­lino, socio­logo all’Università di Torino, tra i pro­mo­tori della lista di cit­ta­di­nanza “Un’altra Europa” a soste­gno della can­di­da­tura di Ale­xis Tsi­pras a Pre­si­dente della Com­mis­sione Euro­pea in vista delle pros­sime ele­zioni euro­pee del 25 e 26 mag­gio. A fine 2013 è uscito il suo ultimo sag­gio Il colpo di Stato di ban­che e governi – l’attacco alla demo­cra­zia euro­pea.

Mat­teo Renzi, nella pre­fa­zione al sag­gio di Nor­berto Bob­bio sulla dif­fe­renza tra destra e sini­stra, teo­rizza la scom­parsa delle iden­tità col­let­tive. È pen­sa­bile ancora una demo­cra­zia in una società così fram­men­tata? 

Cer­ta­mente sì, se ancora lo si vuole vera­mente. La demo­cra­zia teo­riz­zata e rea­liz­zata dai neo­li­be­rali è una cat­tiva imi­ta­zione della demo­cra­zia. I popoli euro­pei sono stati ingan­nati dai loro governi. È man­cata una spie­ga­zione intel­let­tual­mente one­sta della crisi, delle sue cause pro­fonde. Gli eco­no­mi­sti ci hanno lasciato solo con­cetti palu­dati di for­mule, incom­pren­si­bili ai più. Credo si pos­sano tut­ta­via pen­sare nuove forme di demo­cra­zia diretta, non fosse altro per il fatto che quella rap­pre­sen­ta­tiva non gode dav­vero di buona salute. Biso­gne­rebbe però ope­rare su più livelli. A livello di Unione euro­pea, il Par­la­mento è l’unico organo che attual­mente eleg­giamo. Quest’ultimo però, pur dispo­nendo del potere di veto, tende a non uti­liz­zarlo a suf­fi­cienza e conta ancora dav­vero poco. Serve dun­que una demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva più strutturata.

In Ita­lia le ban­che sono circa 700. Lei è tra i sei intel­let­tuali pro­mo­tori di una lista di cit­ta­di­nanza in soste­gno alla can­di­da­tura di Ale­xis Tsi­pras a Pre­si­dente della Com­mis­sione euro­pea. Può essere l’inizio di un pro­cesso per far nascere dav­vero un’altra Europa? 

Mi auguro dav­vero sia così. I primi segnali sono stati inco­rag­gianti, segno di una sor­pren­dente revi­vi­scenza del pro­cesso demo­cra­tico. Ora però ini­zia la fase più dif­fi­cile. Si tratta di rac­co­gliere nelle pros­sime set­ti­mane 150 mila firme e avremo biso­gno di un impe­gno dif­fuso sul ter­ri­to­rio. La can­di­da­tura di Tsi­pras ha il merito di ripor­tare la nostra atten­zione al nesso tra crisi eco­no­mica e crisi della demo­cra­zia. E di farlo ponendo dinanzi ai nostri occhi un esem­pio con­creto come la Gre­cia, che meglio rap­pre­senta il dramma del fal­li­mento delle poli­ti­che di auste­rità. Dove, secondo l’ultimo rap­porto della rivi­sta di medi­cina Lan­cet, molte fami­glie non hanno più nem­meno i soldi per curare i pro­pri bam­bini. Dob­biamo esserne con­sa­pe­voli, ciò che è suc­cesso ad Atene potrebbe avve­nire anche in altri paesi dell’area euro­me­di­ter­ra­nea. Que­sti sono i costi di una demo­cra­zia auto­ri­ta­ria affi­data alle tec­no­cra­zie. L’Europa è una grande dimen­sione poli­tica, che non pos­siamo per­met­terci in alcun modo di affos­sare. Dob­biamo recu­pe­rarne l’originario spi­rito fede­ra­li­sta e pre­ten­dere che si svi­luppi su ben altre diret­trici. Baste­rebbe far appli­care alcuni dei prin­cipi san­citi nei Trat­tati fon­da­tivi che riman­dano alla par­te­ci­pa­zione diretta e rav­vi­ci­nata dei cit­ta­dini alle scelte poli­ti­che dell’Unione. Buoni pro­po­siti, rima­sti finora inap­pli­cati.

Crede sia pos­si­bile un’interlocuzione con le forze poli­ti­che social­de­mo­cra­ti­che che paiono aver smar­rito la pro­pria mis­sione ori­gi­na­ria?

Quella che oggi si chiama social­de­mo­cra­zia farebbe rivol­tare nella tomba non pochi dei suoi illu­stri espo­nenti del pas­sato. Se penso a quella tede­sca, non dimen­tico che nella seconda metà del secolo scorso si è dimo­strata in grado di intro­durre grandi inno­va­zioni in senso pro­gres­si­sta. Poi però è arri­vata l’Agenda 2010 e l’influenza del pen­siero eco­no­mico neo­li­be­rale ha preso il soprav­vento. Nei primi anni due­mila sono state appro­vate leggi che ave­vano come unico obiet­tivo quello di ridi­men­sio­nare i capi­toli prin­ci­pali della spesa sociale, così come sono state adot­tate poli­ti­che attive del lavoro che par­ti­vano dal pre­sup­po­sto secondo il quale se qual­cuno era disoc­cu­pato lo era per pro­pria respon­sa­bi­lità. Gli effetti sono stati quelli di una dra­stica seg­men­ta­zione del mer­cato del lavoro tede­sco e una forte mode­ra­zione sala­riale. Oggi in Ger­ma­nia si con­tano 7,3 milioni di cosid­detti mini-jobbers che lavo­rano 15 ore alla set­ti­mana per gua­da­gnare450 euro al mese e solo i più for­tu­nati rie­scono a som­mare più lavori. Altri 7,5 milioni di lavo­ra­tori hanno sì un con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato ma lavo­rano per meno di 6 euro all’ora. Baste­reb­bero que­sti dati a farci capire che negli ultimi due decenni i social­de­mo­cra­tici in realtà hanno smesso di tute­lare i più deboli.

Cosa pensa della can­di­da­tura di Mar­tin Schulz?

Ho letto che si è detto con­tra­rio alle moda­lità con cui si sta costruendo l’Unione ban­ca­ria e qual­che giorno fa la Com­mis­sione affari eco­no­mici di Stra­sburgo ha appro­vato una mozione su que­sto. Non solo, la stessa com­mis­sione ha appro­vato anche una riso­lu­zione che chiede la costi­tu­zione di un Fondo mone­ta­rio euro­peo che rim­piazzi la Troika. Mi sem­bra si tratti di deci­sioni in con­tro­ten­denza rispetto agli orien­ta­menti dell’attuale mini­stro dell’Economia tede­sco, Wol­fang Schäu­ble, con il quale la Spd governa. Fatti non tra­scu­ra­bili, ma ancora insuf­fi­cienti.

Nel suo ultimo libro ha teo­riz­zato un «colpo di stato» da parte di ban­che e governi.

Ci sono molti studi che arri­vano a que­sta con­clu­sione. Si parla in un’involuzione auto­ri­ta­ria in cui deci­sioni di grande impor­tanza, in que­sti anni, sono state prese da un numero ristretto di tec­nici. Ciò che è avve­nuto ricalca quello che la teo­ria poli­tica defi­ni­sce a tutti gli effetti un «colpo di Stato», dove parti dello Stato che non ne avreb­bero il diritto si arro­gano poteri fon­da­men­tali atti­nenti alla sovra­nità costi­tu­zio­nale dello Stato mede­simo. Il sistema finan­zia­rio ha preso il potere, in nome di una pre­sunta ecce­zio­na­lità, impo­nen­dosi ai governi nazio­nali e alla poli­tica.

Pos­siamo imma­gi­nare nuove forme di demo­cra­zia a livello locale da cui ripar­tire?

Un ter­reno potrebbe essere quello della lotta alle pri­va­tiz­za­zioni dei ser­vizi di pub­blica uti­lità. Molte ana­lisi ormai lo affer­mano senza alcun timore di sorta: sono ope­ra­zioni inef­fi­cienti dal punto di vista eco­no­mico. Come soste­neva Han­nah Arendt, la demo­cra­zia senza par­te­ci­pa­zione non conta niente. Quello che conta mag­gior­mente è il luogo demo­cra­tico dove si forma l’agenda poli­tica di una comu­nità, sia essa un comune, una regione, una nazione o un con­ti­nente. Pen­sando agli enti locali di mag­gior pros­si­mità, ci vor­reb­bero dei con­si­gli comu­nali dove il primo obiet­tivo fosse quello di favore la discus­sione, il con­fronto aperto tra visioni diverse della società. Luo­ghi dove estra­po­lare e aggre­gare la cono­scenza locale. La que­stione di fondo però è che i cit­ta­dini orga­niz­zati danno fasti­dio e la velo­cità dei pro­cessi eco­no­mici con­si­dera i pro­ce­di­menti demo­cra­tici più un osta­colo che un’opportunità. Stiamo assi­stendo dun­que a un’involuzione auto­ri­ta­ria. Non ci si può stu­pire allora che la can­cel­liera tede­sca Angela Mer­kel, ma anche Van Rom­puy e Olli Rehn, auspi­chino una demo­cra­zia «mar­ket conform».

 

Fonte: http://www.listatsipras.eu/blog/item/391-gallino-il-nostro-nemico-e-la-democrazia-autoritaria.html

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Grecia. Quando la crisi sfida il territorio

Breve analisi sociale e territoriale dei cambiamenti in atto in Grecia a causa della crisi economica e dell’austerità imposta senza diritto replica. Dallantiparoki,  sistema di micro capitalismo associativo, al sistema agricolo cooperativo del microfondo. La storia di un sistema economico fragile minacciato dall’austerità. 

François Hollande in Grecia -  Febbraio 2013

François Hollande in Grecia – Febbraio 2013

Il territorio greco molto frammentato, con le innumerevoli penisole ed isole che si incastrano tra di loro, disegna una geografia frattale, complessa, diremmo quasi balcanica. Dai golfi dell’Egeo alle baie ioniche, dalle cime del Pindo fino alla catena montuosa dei Rodopi, pianure, rilievi ed isole fanno di quello greco un territorio difficile, ostile. L’Unione Europea ha avuto per molti anni tra i suoi obiettivi principali quello di rendere più accessibile geograficamente la Grecia ai suoi stessi abitanti, migliorando la comunicazione territoriale tra le diverse aree del paese, grazie al finanziamento di opere infrastrutturali .

In periodi di crisi e di austerità però le barriere, gli ostacoli e le discontinuità territoriali, che si erano superate grazie agli investimenti dei fondi comunitari, e all’intervento pubblico, ritornano ad essere causa di isolamento ed esclusione. In due anni la privatizzazione dei trasporti nazionali, la cancellazione di otto collegamenti ferroviari cardine, la drastica riduzione delle sovvenzioni pubbliche destinate ad assicurare i collegamenti tra il continente e le isole, l’aumento dei prezzi dei ticket e della benzina, assieme alla violenta riduzione dei salari minacciano di accentuare le disuguaglianze territoriali.

All’imboccatura del Golfo di Corinto, una grande opera simboleggia il paradosso della situazione greca attuale. A Patrasso è stato costruito uno dei ponti più lunghi d’Europa allo scopo di unire il Peloponneso alla parte Nord del paese. Un’opera maestosa che prova la voglia e allo stesso tempo la capacità umana di superare le avversità naturali e poter facilitare lo scambio, la vicinanza e il contatto con ciò che è distante, a causa di una natura impervia. Poche sono però le auto che lo percorrono. Pochi son quelli che possono permetterselo. 26 euro il costo del pedaggio (andata e ritorno), quasi quanto il guadagno di una giornata di lavoro di un greco medio. Il ponte è stato costruito grazie allo Stato e ai finanziamenti della BEI (Banca Europei d’Investimento); esso è oggi gestito da una filiale del gruppo francese Vinci, titolare di una concessione di 42 anni. A Patrasso invece il porto è sempre affollato, centinaia di persone ogni giorno aspettano in coda. Il traghetto è l’unica soluzione.

Inesorabilmente l’austerità conduce a cambiamenti nelle strategie di gestione del territorio. L’Hellenic Republic Development Fund ha ormai già da tempo cominciato a liquidare le attività pubbliche. Acqua, elettricità, autostrade, porti, tutte le reti di trasporto sono svendute all’asta. Così come l’aereoporto di Helliniko. Nel 2004 era stato trasformato in centro olimpico e, prima che la crisi aprisse la strada alla svendita dei terreni, era prevista la nascita un grande parco pubblico. Da allora molte cose son cambiate e, nonostante il costo enorme dell’operazione sostenuta ai tempi  dallo Stato,  le strutture sportive esistenti verranno completamente distrutte per poter mettere in vendita l’area agli investitori.

L’antiparoki ad Atene. Sistema di micro capitalismo associativo 

In alcuni quartieri della città di Atene circa un terzo dei commercianti ha dovuto chiudere bottega a causa della drastica caduta dei consumi. Dietro le vetrine chiuse un silenzio polveroso ricopre gli oggetti venduti da un negozio di mobili, o le sedie della sala d’attesa di un barbiere. Sulle facciate dei palazzi tantissimi sono i cartelli rosso e giallo che propongono l’affitto o la vendita di migliaia di appartamenti deserti. La riduzione brutale dei redditi – i salari medi si sono ridotti del 45% tra il 2010 e il 2012 – e l’aumento della disoccupazione – dall’8,8% della popolazione attiva nel gennaio 2009 al 26,8% dell’ottobre 2012 – hanno costretto innumerevoli famiglie a riunirsi e vivere in un solo appartamento.

Certo lo scenario della crisi non è quello dei lotti completamente disabitati della periferia madrilena. La distribuzione del tessuto urbano sul territorio è più lenta e meno spettacolare dal punto di vista visivo. Il paesaggio urbano  è però privo di una struttura integrata e ciò è dovuto all’assenza di pianificazione urbana. La Grecia non ha mai avuto istituzioni finanziarie o promotori impegnati nell’ambito della progettazione e implementazione di spazi urbani, ne c’è mai stata una politica sociale per la casa degna di uno Stato: dalla dittatura di Metaxas (1936 – 41), a quella dei Colonnelli (1967 – 74), passando per la guerra civile (1946-49), che vide la sconfitta dei comunisti e l’ascesa al potere del governo di estrema destra di Caramanlis (1955-63), il movimento operaio, sempre represso e “domato”, non è mai riuscito ad imporre tale riforma.

Pertanto Atene si è sviluppata in termini di struttura urbana, soprattutto grazie “all’insieme di iniziative personali venute dal basso”. Con tale espressione Thomas Maloutas, professore di geografia sociale all’Università di Harokopio, vuole descrivere quel processo di costruzione urbana che raggiunse il suo culmine tra il 1950 ed il 1970, basato su una sorta di micro capitalismo associativo. Il proprietario del terreno mette a disposizione il suolo; l’imprenditore il suo savoir faire. La vendita anticipata degli appartamenti permette di finanziare la costruzione di 5/6 immobili. Questo sistema, cosiddetto antiparoki (letteralmente: compensazione), divenne in quest’arco di tempo il metodo di costruzione dominante, plasmando così gran parte del centro (il tutto basato sul risparmio). L’antiparoki ha così permesso ha migliaia di persone di divenire proprietarie, compensando l’assenza strutturale dello Stato, l’usura delle banche e la fluttuazione dell’economia. Questo fenomeno di cooperazione e di auto-imprenditoria, rischia sempre più di sparire a causa dei colpi inferti dalle politiche di austerità.

La minaccia al sistema cooperativo delle campagne greche

Dalle rive dell’Egeo sino alle catene montuose del Pindo, si estende la pianura agricola della Tessaglia, quasi come un mosaico, che prende i colori delle piantagioni di mais, grano e cotone. La presenza di industrie e sistemi di irrigazione, fanno della Tessaglia una regione agro-industriale. Ma a differenza di altre zone d’Europa ad agricoltura intensiva, essa si distingue per la sua alta densità di popolazione.

Dimitris Goussios, professore di geografia rurale all’Università di Tessaglia-Volos racconta che “agli inizi del 20° secolo, la Grecia ha conosciuto la riforma agraria più radicale d’Europa. Lo Stato distribuiva le terre secondo i bisogni delle famiglie ed in maniera assolutamente egualitaria. Lo scopo era quello di impedire ai grandi proprietari terrieri di avere la meglio sui piccoli nullatenenti. Nella Tessaglia la dimensione massima di un appezzamento di terra fu limitato ai 15 ettari. Sino ad oggi il microfondo ha dominato la struttura agricola di questa regione e la gestione delle terre è rimasta famigliare (la dimensione media di un appezzamento di terra sottoposto a coltivazioni in Grecia è di 5 ettari, contro i 52 ettari medi un terreno in Francia).

La riforma agricola fu una delle prime riforme fatte dalla neonata Repubblica Greca nel 1922 al fine di ridare una terra ai greci rimpatriati dall’Asia Minore, terra che apparteneva un tempo all’Impero Ottomano. Lo Stato vedeva in questa riforma il modo di affermare la propria legittimità. Le tasse sugli agricoltori restarono bassissime: il governo non avrebbe mai voluto perdere l’elettorato delle campagne. Il funzionamento del sistema agricolo però, anche dopo la seconda guerra mondiale, continuava a basarsi su forme di organizzazione produttiva e salariale poco soggetto a tassazione e a regole contabili, il chè ha permesso, sì la nascita di un sistema di cooperazione informale (scambio di merci e beni tra agricoltori), ma anche il fiorire dello sfruttamento di manodopera migrante, soprattutto di origine albanese”.

Dal 2001 però la situazione è leggermente cambiata. Lo Stato ha ristabilito l’assoggettamento degli agricoltori all’imposta sui redditi, abbassando la soglia di esenzione da 12.000 € a 5.000€. Ha sottoposto le attività agricole ad un rigido controllo contabile ed ha introdotto un delle misure per assoggettare i lavoratori delle campagne alle stesse norme del lavoro salariato vigenti in altri settori. Secondo Goussios così facendo lo Stato, con il pretesto di recuperare introiti fiscali, ha completamente distrutto il sistema cooperativo sul quale era organizzata la società contadina. Considerando che gli armatori navali son stati esonerati da ogni tipo di imposizione sino al 2013 (per approfondimenti sulle concessioni di gestione dei porti “Modèle social chinois au Pirée”, Pierre Rimbert, clicca qui) tale provvedimento ha l’aria di non rispettare in maniera egualitaria gli interessi di classe.

Il calo dei consumi interni, l’introduzione dell’imposta sui redditi e l’aumento delle tasse indirette (IVA in Grecia è passata dal 18% del 2008 al 23%) ha portato numerosi agricoltori ad essere espropriati delle loro terre. La dimensione ridotta dei terreni coltivati, l’invecchiamento dei lavoratori agricoli e la riduzione dei sovvenzionamenti all’agricoltura dell’UE (PAC)a causa dell’allargamento ad Est dei confini comunitari porteranno ad un peggioramento della situazione nelle campagne greche, e quasi sicuramente ad un concentrazione maggiore delle proprietà terriere, senza dimenticare il rischio d’abbandono di terre coltivate sulle zone montuose.

La deindustrializzazione: destino comune al futuro economico-sociale europeo?

L’entrata nel mercato unico europeo ha indubbiamente permesso al settore agricolo di ottenere importanti sovvenzionamenti, ma, allo stesso tempo, ha trasformato lo spazio ed i territori greci in maniera marcata già a partire dagli anni 80. La Grecia ha subito le conseguenze negative del fenomeno di divisione del lavoro accelerato dal mercato comune europeo: ogni regione si è specializzata in un settore economico ben preciso. A scapito della differenziazione economica alcune regioni greche si sono specializzate nel turismo, altre nell’industria. Altre nell’agricoltura.

Sino agli anni 80’ Patrasso è stata il centro industriale dell’intero Paese. Lungo il litorale sorgeva un moltitudine di aziende (settore tessile, pneumatici, mattatoi, cartiere etc) capace di dare occupazione a migliaia di lavoratori. Di questa storia operai oggi non resta nient’altro che delle rovine. La Grecia ha vissuto un fenomeno di deindustrializzazione costante, simile a quello che oggigiorno vivono Francia, Italia e Spagna (con la chiusura di impianti come Fiat, Renaut, Alcoa in Sardegna, Ilva nel Nord Italia e a Taranto, e gli esempi non finirebbero qui), anche se a partire da una situazione iniziale differente: l’Industria greca rispetto a quella Italiana o Francese è sempre stata meno stabile e forte, perché priva di settori (come quello del manifatturiero, meccanica di precisione, automobilistico etc) ad alta produttività e ad alto valore aggiunto.  I modi in cui l’industria greca ha sofferto il suo declino sono per contro del tutto simili a quelli che gran parte dei paesi occidentali a vecchia industrializzazione stanno vivendo: delocalizzazioni verso l’Est europeo (Romania, Bulgaria e Polonia su tutti); fine della guerra fredda. Il grande shock arriva nel 1993 con la chiusura della Peiraiki-Patraiki (la più grande azienda tessile della Grecia); migliaia di lavoratori restano senza lavoro. Da allora tutte le grandi aziende hanno chiuso i battenti tranne il birrificio Amstel e il cementificio Titan. Ovviamente le PMI hanno seguito a ruota.

Gli effetti della deindustrializzazione sono stati nascosti negli ultimi 10 anni, da elevati livelli di consumi (e quindi anche di PIL) dovuti sicuramente al maggior potere d’acquisto acquisito grazie all’euro, ma anche all’aumento vertiginoso del credito al consumo e quindi dell’indebitamento privato (il credito al consumo è aumentato in Grecia ad un tasso annuale del 24% dal 2002 al 2008). Quest’ultimo è uno dei fattori scatenanti della crisi europea (basti vedere i numerosi riferimenti fatti da Alberto Bagnai nel suo libro “Il Tramonto dell’euro” per farsi un idea del ruolo importantissimo giocato dal debito privato).  L’uscita dall’euro risulterebbe però troppo dolorosa per uno Stato che già oggi è costretto ad importare gran parte dei beni che consuma: l’uscita farebbe aumentare le esportazioni, ma il potere d’acquisto della Dracma sul mercato mondiale causerebbe un aumento dei costi (vedere Bagnai per approfondimenti).

Dublino II: per i migranti è più facile oggi entrare in Grecia che uscirne  

Il quadro socio economico è ulteriormente complicato dal regolamento comunitario Dublino II, secondo il quale un immigrato clandestino entrato dalla Grecia, che sia scoperto in un qualsiasi Stato dell’Unione Europea, viene  rispedito ad Atene. A Patrasso ormai ci sono più immigrati clandestini che operai e tutto ciò non ha fatto altro che facilitare la vita di quei movimenti politici capaci di prendere lo straniero come capro espiatorio. Nonostante il sempre maggior peso delle frange nazionaliste estreme, nella zona di Patrasso, così come in gran parte della Grecia, il partito di sinistra radicale, Syriza, è diventato uno dei partiti principali. La vera speranza è però nell’informazione. In Italia ed in Francia raramente si sente parlare di Grecia e di quello che sta succedendo in un paese civile e moderno. I media dovrebbero dare molta più importanza a quello che ha l’aria di essere uno dei più forti sconvolgimenti sociali europei dell’ultimo secolo.

Per approfondimenti su dati e fatti di cronaca: http://histologion.blogspot.gr/

Traduzione e adattamento da: Gatien Elie, Allan Popelard e Paul Vannier per “Le Monde Diplomatique” Febbraio 2013, pag 8/9.

Egemonia Culturale e Redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto

Se il patrimonio dei milionari italiani, di cui 1 milione di dollari è il limite inferiore ma l’entità media è considerevolmente più alta, fosse stato assoggettato a una risibile patrimoniale permanente di 3.000 euro in media, si sarebbero raccolti 4,5 Miliardi l’anno. Una cifra grosso modo equivalente ai tagli della pensione dei lavoratori dipendenti decisi dal governo Monti nel 2011″ . Perché ciò non è stato fatto?

August Sander, Mains d’un travailleur occasionnel - 1930

August Sander, Mains d’un travailleur  – 1930

Se proviamo ad ascoltare qualsiasi telegiornale o leggere un quotidiano qualsiasi, appare quasi scontato che i problemi fondamentali dell’Italia, e dell’Europa meridionale, siano il debito pubblico esorbitante, la spesa pubblica eccessiva, e la pubblica amministrazione sprecona. La voce critica di programmi televisivi, da sempre in contrasto con i centri d’informazione principali, sembra troppo debole e cincischia ultimamente nel mostrarsi effettivamente portatrice dei valori della controinformazione.

Programmi come Servizio Pubblico e Ballarò, anche se encomiabili per il loro lavoro di informazione e controinformazione, aderiscono in maniera impercettibile, almeno per quanto riguarda il modo in cui essi trattano tematiche di natura economica, a quella che è la forma mentis teorica dell’economia liberista ormai dominante in Europa.

La riduzione del debito pubblico, e i tagli alla spesa pubblica ci vengono propinati come l’unica medicina da somministrare; tuttavia pochi sono coloro che discutono della giustezza teorica di tali politiche economiche. Gli sprechi della pubblica amministrazione sembrano essere l’unica causa dell’aumento del debito pubblico, ma nessuno ha mai accennato alla vera grande causa di incremento di quest’ultimo: il combinato disposto di “divorzio” fra Banca d’Italia e Tesoro e adesione al sistema monetario europeo (SME) che ha fatto esplodere la spesa per interessi (Sergio Cesaratto “Il vecchio e il nuovo della crisi europea”). Un altro tema di discussione nei salotti televisivi e sui giornali è quello della Sanità Italiana, sempre vista come una macchina mangia soldi ma da pochi vista come il secondo miglior sistema sanitario al mondo: se ci confrontassimo più spesso con gli altri Paesi, scopriremmo che quello italiano è uno dei migliori sistemi sanitari al mondo. Lo dice l’Organizzazione mondiale della sanità (OmsWho) e lo dicono gli inglesi del British Medical Journal (Bmj). Nell’ultima classifica dei sistemi sanitari compilata dall’Oms, l’Italia si è piazzata seconda dietro la Francia (fonte: cimoasmd).  Per non parlare della secolare questione meridionale ed il nodo della Spesa Pubblica eccessiva al Mezzogiorno: falso e impreciso dire che le regioni meridionali ricevono una quota della spesa nazionale smisurata; i cittadini meridionali ricevono una Spesa Pubblica pro capite molto inferiore rispetto ai cittadini del resto d’Italia sia in termini di spesa corrente che di spesa in conto capitale (“Spesa Pubblica eccessiva nel Mezzogiorno?Una mezza verità”, Pensiero Meridiano); il Sud riceve un finanziamento statale più cospicuo rispetto alla quota di spesa finanziata con risorse regionali, ma ciò non fa altro che rispondere a quel principio costituzionale che si chiama Redistribuzione, secondo il quale tutti i cittadini di uno Stato hanno diritto ai servizi pubblici fondamentali e le fasce più agiate della popolazione dovrebbero sostenere quelle piu svantaggiate, soprattutto se quest’ultime devono la loro condizione a politiche economiche scellerate e negligenti  (politiche di investimento, industrializzazione, creazione infrastrutture costantemente sfavorevoli allo sviluppo economico-sociale del Mezzogiorno; per approfondimenti vedere: Paci, Pusceddu “Stima dello stock di capitale nelle regioni italiane”; Latella “Mercati e istituzioni nel Mezzogiorno”; Picci “Le opere pubbliche dall’Unità d’Italia: l’informazione statistica” Viesti “Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è” etc.).

Quelli appena citati sono solo alcuni esempi di informazione iniqua o scorretta nei confronti di tutto ciò che è pubblico, statale o gestito collettivamente, e che risponde al pensiero economico neo-liberale.

Il modo in cui temi fondamentali di economia vengono trattati oggi, al di là del problema ormai noto del conflitto di interessi tra politica e controllo editoriale dei media, è molto più ampio. Il piattume e la sottile conformità che caratterizzano i contenuti e le informazioni diffuse sui media tradizionali a partire dai quali il popolo dovrebbe crearsi una coscienza politico-economica, sono completamente manipolate, anche se in maniera non esplicita, dal pensiero economico dominate.

Il fatto che la riduzione del Debito Pubblico e l’attacco spietato alla Spesa Pubblica dominino negli ultimi anni il mondo dei media ci serve da spunto per poter affrontare un tema molto più ampio e complesso: quello del mondo dell’informazione come elemento di espressione dell’egemonia culturale della classe dirigente. Il mondo dei media è quasi sempre promotore di politiche economiche liberali alle quali è difficile contrapporre teorie alternative. La voce di chi vorrebbe e dovrebbe porporre strade alternative è spesso fatta tacere o con difficoltà riesce a raggiungere la gente. Il pensiero economico di sinistra oggigiorno non riesce ad occupare un degno spazio sui vari canali di diffusione dell’informazione. Perché? A cosa sono dovuti tali difficoltà? Proveremo a rispondere a tale domanda qui di seguito, seguendo l’analisi economica fatta dal Luciano Gallino, Sociologo e Professore all’Università di Torino.

Egemonia culturale delle classi sociali ad alto reddito e i think tank neo-liberali

Una delle cause fondamentali di tale predominanza ideologica è sicuramente la forza economica delle classi capitalistiche capaci di controllare gran parte dei mezzi d’informazione. Non bisogna però dimenticare la produzione culturale portata avanti dal movimento neoliberale: la straordinaria offensiva dei think tanks neoliberali, attivi già dagli anni 60’-70’ e potentemente affermatisi nei maggiori paesi occidentali dopo gli anni 80’ non è stata contrastata da alcun tipo di produzione culturale ed ideologica che potesse abbracciare le ambizioni e le necessità della sinistra internazionale. Benchè esistano in diversi paesi – bisogna dire in numero ben maggiore che nel nostro – centri studi, fondazioni, istituti, centri di ricerca che hanno mantenuto un marcato vigore critico nell’analisi della situazione dell’economia e della politica del mondo, occorre dire che questi si sono ritrovati ad essere (e tuttora lo sono) molto al di sotto della potenza di elaborazione mediatica, politica, intellettuale e accademica messa in campo dal pensiero neoliberale.

In primo luogo si deve pensare alla sproporzione dei mezzi. I pensatoi, i thinks tanks neoliberali, che hanno tutti nome e indirizzo e lavorano alla luce del sole, sono presenti in molti Stati europei oltre che negli Stati Uniti. Tra i più influenti vanno annoverati il Cato Institute e la Heritage Foundation in USA; L’Adam Smith Institute e l’Institute of economic Affairs nel Regno Unito; la Société mont-Pelerin fondata in Svizzera nel 1947; la Trilateral Commission nata più tardi sull’iniziativa delle suddette; la Tavola Rotonda degli Industriali Europei con sede a Parigi; l’Istituto Aspen fondato neglu USA nel 1950 con sedi in diversi paesi, compresa l’Italia. Queste istituzioni dispongono ciascuna di milioni di dollari l’anno per il loro studi, le conferenze e i convegni, le trasmissioni televisive, le pubblicazioni, i rapporti con i parlamenti e le organizzazioni internazionali.  Sotto questo profilo, i pensatoi del pensiero critico hanno un potere e un peso modesto, a causa appunto di un’enorme inferiorità di risorse economiche. In Inghilterra e negli Stati Uniti, ad esempio, vengono pubblicate riviste di sinistra di rimarchevole livello culturale, come la “Monthly Review”, la “New Left Review” e altre ancora, diffuse in migliaia di copie. Ciò nonostante sono poca cosa rispetto alle centinai di migliaia di copie di riviste diffuse dalle fondazioni, dagli istituti e dalle case editrici neoliberali. Le prime poi arrivano ad una frazione minima della popolazione, un frazione, peraltro, che è già convinta delle idee che quelle riviste intendono divulgare.

Mediante i serbatoi del pensiero, finanziati da gruppi finanziari e corporations industriali in diversi paesi, il neoliberalismo ha attuato, in pieno, a favore del capitalismo, il concetto di egemonia culturale elaborato da un marxista, Antonio Gramsci. I principali media internazionali ruotano attorno ai grandi gruppi capitalistici che ovviamente determineranno le loro linee editoriali rispettando a pieno il principio di mantenimento del loro status quo. Gramsci usò l’espressione precisamente per indicare il ruolo dirigente conseguito dalla classe capitalistica a mezzo di un vasto apparato di strutture ideologiche e di istituzioni. Grazie a questo apparato essa è riuscita a governare con il consenso della popolazione, sapientemente costruito, piuttosto che attraverso la forza. Il problema è che Gramsci sperava che la classe operaia e gli intellettuali ad essa vicini fossero in grado, col tempo, di costruire un consenso popolare capace di affermare, anche in questo caso senza violenza, gli interessi economici, morali e culturali della  prima a fronte della classe capitalistica.  La situazione attuale induce a pensare che la speranza di Gramsci sia assai lontana dall’avverarsi. Più che mai l’egemonia è esercitata dalla classe vincitrice, la classe borghese (industriale-finanziaria). Essendo egemone nel senso gramsciano la classe capitalistica internazionale non ha bisogno di alcun complotto per agire come vuole sul terreno economico e politico (per approfondire vedere: Luciano Gallino “La lotta di classe dopo la lotta di classe).

La redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto

La classe vincitrice conduce una pesante controffensiva nei confronti della classe operaia e della classe media e sembra quasi che la lotta di classe sia oggi, al contrario di quanto avveniva negli anni 70’, condotta dall’alto verso il basso. Uno dei risultati più vistosi del consolidamento costante della posizione sociale della classe capitalistica, non è solamente quello di aver monopolizzato i media e il pensiero trasmesso attraverso di essi. Il risultato lampante è Il forte aumento delle disuguaglianze globali dovuto ad una marcata redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto, e quindi non soltanto ad un accrescimento del reddito e della ricchezza degli strati più abbienti (Gallino pag. 104). Le disuguaglianze globali , che si riferiscono al rapporto tra individui del pianeta quanto a reddito e ricchezza, sono fortemente aumentate dagli anni Ottanta a oggi. Due sono gli indicatori importanti per poter analizzare tale trend negativo e che Luciano Gallino analizza dettagliatamente: la riduzione della quota salari sul PIL e il livello dei consumi pro capite, a cui si aggiunge il confronto dei decili della popolazione e la distribuzione della ricchezza.

1/Gli Indicatori:

Se si analizzano le disuguaglianze in termini di reddito Gallino propone 3 indicatori fondamentali.

La quota dei salari sul Pil. In tutti i paesi dell’OCSE, nel periodo 1976-2006 la quota salari, cioè l’incidenza sul PIL dei redditi da lavoro (compreso il reddito da lavoro autonomo, il quale viene calcolato come se gli autonomi ricevessero la stessa paga dei salariati) si è abbassata di molto. Facendo riferimento ai paesi più ricchi dell’OCSE detta quota è calata in media di 10 punti percentuali passando dal 68% al 58% del PIL. In Italia il calo ha toccato i 15 punti precipitando al 53%. Per il lavoratori equivale a una colossale perdita di reddito (oggi un punto di PIL vale per l’Italia circa 16 Miliardi di euro, 240 miliardi di euro in totale). Si è talora sostenuto che questo enorme calo della quota salari sia dovuto ad un incremento dell’imposizione  fiscale e più in generale dei cosiddetti prelievi  o contributi obbligatori. Un esame delle voci che compongono il Pil mostra invece che non è affatto così. La maggior parte di quei punti sottratti alle classi lavoratrici, e in buona parte anche alle classi medie, è andata alle rendite e ai profitti (come vedremo in seguito).

Andamento della quota dei redditi da lavoro in vari paesi, corretta per tenere conto del lavoro autonomo, e presa come percentuale del Pil al costo dei fattori, cioè al netto della “quota del governo"

Andamento della quota dei redditi da lavoro in vari paesi, corretta per tenere conto del lavoro autonomo, e presa come percentuale del Pil al costo dei fattori, cioè al netto della “quota del governo”. Fonte: Antonella Stirati – Economia e politica

 

Declino dei redditi da lavoro come percentuale del Pil

Declino dei redditi da lavoro come percentuale del Pil nei paesi Ocse dal 1990 al 2009. Fonte Ocse

Livello dei consumi pro capite. Le disuguaglianze tra i cittadini globali – che si misura confrontando tra di loro tutti i cittadini del mondo come se abitassero in un unico paese (parità dei poteri di acquisto) – ha superato negli anni scorsi i 70 punti dell’indice di Gini (i poveri assoluti del mondo – le due fasce di coloro che vivono con consumi pari a un dollaro o due al giorno – sono circa 2,6 miliardi. 1,4 smiliardi sono i poveri che vivono con meno di 1 dollaro al giorno).

Confronto tra i diversi decili della popolazione mondiale. Se si prendono in considerazione gli ultimi dati comunicati dalla Banca Mondiale (dati 2002), il decimo o il decile più povero della popolazione mondiale percepisce  lo 0,61% del reddito globale mentre il decimo più ricco percepisce il 57,5% del reddito globale.  I 5 decimi della popolazione (ossia la metà di essa) non arrivano a percepire nemmeno il 7% del reddito globale, mentre i 2 decimi più ricchi rappresentano il 77% del reddito globale. Se si analizzano dati per singoli paesi si nota come negli Stati Uniti tra la fine degli anni 70’ e gli inizi degli anni 80’ il reddito del 10% più ricco della popolazione toccava il 30% del reddito (dato restato costante nei quarant’anni precedenti); dopo il 1980 questa quota ha raggiunto il 50%. L’1% più ricco invece percepiva nel 2008 il 23% del reddito nazionale.

Se si passa a considerare la ricchezza (immobili, attivi finanziari, patrimonio etc) piuttosto che il reddito, la sua distribuzione nel mondo come nei singoli paesi risulta ancora più diseguale. Nel 2010 lo 0,5% della popolazione mondiale adulta (Credit Suisse), circa 24 milioni di persone, deteneva una ricchezza di oltre 69 trilioni di dollari, più del 35% della ricchezza totale del mondo.  Al fondo della piramide, il 68% della popolazione detiene solo il 4,2% del totale. I Italia i 5 decimi della parte inferiore della scala, posseggono in tutto il 10% della ricchezza nazionale, mentre il decimo più ricco detiene da solo il 50% di essa. Il nostro paesi si distingue inoltre per numero insolitamente elevato dei milionari in dollari, quelli al vertice della piramide. Essi rappresentano ben il 6% del totale del mondo, un punto in più a paragone di Francia e Germania. Tale quota corrisponde a 1,5 milioni d’individui sui 24,2 al vertice. Il che induce a far qualche rozzo calcolo.

2/Le cause della redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto

Una delle spiegazioni a tale fenomeno di redistribuzione di reddito dal basso verso l’alto che si ritrovano spesso nella letteratura economica è quella secondo cui l’ingresso nel mercato del lavoro, in un contesto globalizzato, di un miliardo e mezzo di lavoratori poco specializzati (paesi emergenti), ha fatto aumentare il reddito dei lavoratori specializzati per un semplice gioco di domanda-offerta della forza lavoro. Se però si analizza meglio le ragioni fondamentali di tale redistribuzione Gallino identifica tre cause fondamentali:

– Gli astronomici compensi attribuiti sia agli alti dirigenti delle corporations, sia ai traders, coloro che effettuano materialmente le transazioni sul mercato dei titoli. Questi hanno stipendi centinaia, se non migliaia, di volte superiori a coloro che hanno una stessa specializzazione professionale, ma che non sono nella posizione di poter speculare o lavorare per banche d’investimento.

– La seconda ragione alla base di tale fenomeno il ruolo giocato dalle rendite, che tecnicamente non sono identificabili con stipendi, premi di risultato o indennità di buonuscita, ma derivano per intero dal possesso e dalla gestione di patrimoni finanziari.  Se si guarda la curva dei redditi, si constata che la curva dei ricavi puramente finanziari – in sostanza i guadagni da capitale – segue quasi fedelmente la curva che mostra l’impennata dei redditi e della ricchezza del 10% più ricco della popolazione di diversi paesi.

– per ultimo devono essere considerati gli la mancanza di progressività dell’imposizione fiscale e gli sgravi fiscali, che negli ultimi decenni la maggior parte dei governi occidentali ha concesso, in varie forme, ai redditi ed ai patrimoni più elevati: riduzione delle aliquote marginali, forte riduzione o soppressione delle imposte di successione, riduzione o eliminazione dell’imposta patrimoniale.

Gli sgravi fiscali introdotti in diversi paesi a favore delle classi ad alto reddito e di maggiore ricchezza hanno preso forma di una sostanziale riduzione dell’aliquota marginale (vale a dire la percentuale di imposta applicata alla porzione di reddito ricadente nell’ultimo scaglione) e delle imposte sul patrimonio e i beni ereditari. Negli anni 50’ e 60’ l’aliquota marginale sui redditi più alti era molto più elevata – in USA superava l’80% – e contribuiva notevolmente a ridistribuire il reddito. Se si guarda al caso italiano, la normativa fiscale prevede che l’aliquota minima su un reddito imponibile fino a 15.000 euro è del 23%. L’aliquota sale al 27% per la fascia di reddito da 15.000 a 28.000 euro. Per contro l’aliquota unica applicabile sulle rendite da capitale è stata per decenni solamente del 12,5%. E’ l’aliquota più bassa che si sia mai visti nei paesi UE, dove il tasso di imposizione sulle rendite da capitale è sempre stato superiore al 20%. Con un decreto legge del 2011 questa aliquota è salita al 20% a decorrere dal 1° gennaio 2012. Tuttavia siamo ancora difornte al paradosso: un lavoratore con un’imponibile di 28.000 euro deve versare 6960 euro di imposte  a fronte di 1.500 ore annue di lavoro, mentre su un introito della stessa entità un redditiere da capitale ne paga soltanto 5.600, senza dover lavorare nemmeno un’ora. E per di più l’aliquota resta la stessa anche se la rendita è mille volte più elevata.

A dimostrazione della scarsa efficacia del sistema impositivo italiano c’è la distribuzione del prelievo fiscale in forma di imposta sul reddito delle persone fisiche: l’IRPEF.  Alla fine degli anni 80’ le entrate IRPEF da lavoro dipendente costituivano il 40% delle entrate totali derivanti da questa imposta. Oggi sono salite al 60%. Al contrario la quota di IRPEF derivante da lavoro non dipendente (quello di imprenditori, commercianti, professionisti, artigiani e simili) si è ridotta da poco meno del 38% a circa il 10%. Si aggiunga che il restante 30% dell’IRPEF è pagato dai pensionati (che per quattro quinti sono ex lavoratori dipendenti). Sarebbero questi i parassiti che hanno fatto aumentare il debito pubblico.

Analizzando le imposte sulle società ci si rende conto della controffensiva vera e propria condotta dalle classi capitalistiche contro le classi lavoratrici. Uno studio della KPMG, condotto in 80 paesi mostra come il tasso medio dell’imposizione fiscale si sia ridotto dal 1995 al 2010 dal 38% al 25%. Tra gli Stati più generosi nei confronti delle società vi sono la Germania, che ha tagliato tale tasso di 22 punti percentuali dal 51,6 % al 29,4 %; la Grecia che ne ha tagliati 16 (dal 40 % al 24 %); l’Irlanda che lo ha dimezzato passando dal 24 al 12, 5 % e l’Italia che lo ha ridotto di quasi 10 punti dal 41,3 al 31,4 %. Negli Stati Uniti, ad esempio, l’aliquota impositiva sulle società è rimasta immutata per decenni al 40%, ma alla nostra epoca, grazie alla combinazione di nuove norme contabili, il gettito di tale imposta che un tempo superava il 30% delle entrate federali, nel 2010 si  era ridotto a meno del 6%. In Francia le imprese più importanti del paese (quelle del Cac40, il MIB 30 francese), contribuiscono oggi alle entrate dello Stato soltanto per il 7%, rispetto al 30% di qualche anno fa (Gallino pag. 23-25).

Costringiamo i lavoratori a lavorare di più, tassiamo il lavoro con una pressione assurda rispetto a quanto non si tassi la rendita da capitale, il contributo dei lavoratori al bilancio dello Stato è molto più elevato in termini relativi e assoluti rispetto al contributo delle imprese. La classe politica, espressione della classe sociale dominate, con la complicità del sistema dei media internazionali, anch’essi nelle mani delle stesse classi dirigenti, ci fa credere che il problema della crisi mondiale è il debito pubblico e che per ridurlo si debba ridurre la presenza del Pubblico nell’economia, tagliare i servizi fondamentali per la società e far lavorare i ragazzi gratis. Magari un giorno ci chiederanno anche di manifestare per strada in loro favore (ops…..già successo a Taranto).

 Il vero problema è il recupero della coscienza di classe in se, questo permetterebbe alla classe media e alla classe operaia di comprendere la propria posizione sociale nel contesto politico-economico europeo, superare le innumerevoli divisioni e lottare con decisione per i propri diritti, oggi calpestati da una classe politica distante dalla vita reale e incapace di rappresentarle. Marx riteneva che la borghesia non sarebbe restata a lungo al comando delle società occidentali, confidando sulla forza del proletariato, fino ad ora così non è stato. Oggi gli operai, gli impiegati e i lavoratori delle classi medie sicuramente non sono liberi di poter scegliere, ne di poter partecipare alle decisioni politiche. Tucidide diceva che c’è libertà o tranquillità, bisogna scegliere,  si potrà essere liberi o essere tranquilli, non entrambi.

Il vecchio e il nuovo della crisi europea

di  Sergio Cesaratto,

fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/oltre-lausterita-un-ebook-gratuito-per-capire-la-crisi/ 

La crisi dell’Eurozona (EZ) presenta elementi vecchi e nuovi. Il deja vu è nella natura della crisi come crisi di bilancia dei pagamenti, dunque una crisi che tipicamente si manifesta attraverso forti disavanzi di partite correnti (PC) e debiti esteri da parte di un gruppo di paesi “periferici” verso i paesi centrali (vedi BOX 1). Martin Wolf sul Financial Times (10/4/2012) è stato molto efficace nel sostenere questa tesi. La crisi dell’EZ e le vicende che a essa hanno condotto hanno dunque forti rassomiglianze con le crisi del debito estero che i paesi in via di sviluppo hanno conosciuto negli scorsi decenni. Per contro, la novità è che questo accade nell’ambito di una unione monetaria, dunque fra paesi che condividono il medesimo sistema dei pagamenti, vedremo con che conseguenze. In verità nessuno aveva intravisto né il deja vu, né il nuovo contesto entro cui esso si sarebbe dispiegato (con l’eccezione di De Grauwe). L’avere ora la moneta in comune rende assai complicato trovare soluzioni.

Questa volta (non ) è diverso

Un noto libro di Reinhart e Rogoff (2010) che tratta della storia delle crisi finanziarie, pur essendo a mio parere assai confuso, ha un titolo invece assai azzeccato. Le crisi finanziarie presentano infatti una sequenza di “sfortunati eventi” (Reinhart 2011) che si ripropone sistematicamente, ma che viene costantemente ignorata ritenendo che “questa volta è diverso”. Per rimanere a tempi recenti, un economista Cileno, Diaz-Alejandro (1985) fornì la prima interpretazione di una tipica crisi finanziaria latino-americana con riferimento al Cile dei primi anni di Pinochet. Il titolo dell’articolo era anche molto azzeccato “‘Good-bye financial repression, hello financial crash?’. In sostanza l’idea era che i paesi in via di sviluppo (PVS) o periferici muovessero da situazioni di “repressione finanziaria” in cui il sistema bancario è fortemente controllato dallo Stato che incanala il credito verso il finanziamento della spesa pubblica o, questo è interessante, verso il finanziamento di investimenti a lungo termine. Tutto questo accadeva nell’epoca di Bretton Woods quando i flussi internazionali di capitali privati erano fortemente controllati. Se questo, da un lato, riduceva la possibilità dei PVS di ricorrere a finanziamenti stranieri per lo sviluppo, dall’altro impediva la tentazione alla scorciatoia di insostenibili indebitamenti esteri stimolando questi paesi a farcela da soli attraverso il controllo pubblico delle risorse disponibili (BOX 2). Dagli anni 1970 comincia il processo di liberalizzazione dei movimenti di capitale in una generale imposizione dell’ideologia liberista ai PVS dell’America-Latina prima, e successivamente anche a molti paesi dell’Asia emergente (che infatti conobbe il suo “financial crash” nel 1997-98). I primi due ingredienti della sequenza tipica di una crisi debitoria sono dunque la privatizzazione e deregolamentazione dei sistemi finanziari e la liberalizzazione dei movimenti di capitale. Per attirare capitali dall’estero, cioè per convincere stranieri a detenere attività finanziarie denominate in valuta locale, si deve assicurare loro che il tasso di cambio nominale venga tenuto stabile (se uno straniero investe in un titolo denominato in una moneta periferica, intende assicurarsi che quella valuta “mantenga il cambio”). Così fece per esempio l’Argentina all’inizio degli anni 1990, o l’Italia aderendo al Sistema Monetario Europea (SME) nel 1979. Questi elementi, liberalizzazioni e stabilizzazione dei cambi, sono stati storicamente sufficienti a suscitare massicci afflussi di capitale verso i paesi periferici (si veda anche il contributo di Bagnai). Nell’EZ si è andati addirittura oltre abolendo le monete nazionali. Con quali conseguenze?

Secondo la teoria neoclassica tradizionale questi flussi di capitale sono fisiologici fra paesi industrializzati e ricchi di capitale e paesi inseguitori e poveri di capitale. Per esempio, Blanchard e Giavazzi (2002) argomentarono anni fa, quando gli squilibri europei cominciavano a evidenziarsi, che tutto andava bene in quanto la periferia europea avrebbe usato quei capitali per investimenti e crescita. Peccato che, tuttavia, l’esperienza passata abbia insegnato che ciò non accade: i flussi di capitale vanno in genere ad alimentare non investimenti produttivi tali da far crescere le esportazioni e la possibilità di ripagare i debiti contratti, ma consumi, e in particolare bolle immobiliari.1 Questo, come è accaduto in Spagna e Irlanda (fatevi un giro per le periferie di una città spagnola e vedrete quartieri fantasma, e se girate per Buonos Aires vi mostreranno i grattacieli frutto di simili eventi nell’Argentina di Menem), può anche generare crescita: l’edilizia è infatti un volano dell’economia, a forte occupazione diretta e indotta (materiali utilizzati, mobilio ecc.). Ma non è creazione di capacità esportatrice. Dunque le famiglie potendo finalmente accedere a mutui a tassi e durata accessibili si indebitano, mentre l’economia tira generando redditi e ottimismo, per cui si compra anche se i prezzi delle case crescono. Tale crescita si traduce in due altri “sfortunati eventi”: l’inflazione aumenta, e si perde competitività nel commercio internazionale,2 e la crescita dei redditi genera aumento delle importazioni dai paesi centrali. Inoltre sui debiti contratti si pagano gli interessi, relativamente contenuti almeno sino a che dura la fiducia, come è accaduto nell’EZ dove, peraltro, la stessa BCE praticava bassi tassi. Bassi che siano, il pagamento degli interessi su un debito che cresce costituisce a sua volta ulteriore fonte di indebitamento. A tal proposito, la figura 1 che segue è stato definito come la migliore sintesi della crisi finanziaria europea:3 la repentina convergenza dei tassi europei a lungo termine a livello tedesco, e la loro repentina divergenza quando la crisi scoppia e i capitali scappano. Nel caso spagnolo e irlandese, infine, la crescita economica e i bassi tassi portavano a un bilancio pubblico in condizioni eccellenti (era il settore privato che si stava infatti indebitando con l’estero).

Tassi d'Interesse su Titoli di stato a 10 anni

Tassi d’Interesse su Titoli di stato a 10 anni

Siamo ora all’epilogo: a un certo punto, un po’ come è successo per la bolla immobiliare americana, i prezzi delle case cresciuti a livelli troppo distanti dai redditi medi reali delle famiglie e tassi di interesse in crescita (la BCE e la FED li aumentano da metà decennio scorso) fanno vacillare la bolla immobiliare; questa scoppia prima negli USA e poi in Irlanda e Spagna. Con la crisi del settore delle costruzioni reddito e occupazione cominciano a calare in un mercato globale che soffre del contraccolpo della crisi USA. Le banche vedono aumentare le proprie sofferenze, poiché famiglie e imprese che non ce la fanno a restituire i mutui, e a loro volta tagliano il credito (credit crunch).

Lo stato vede calare le entrate fiscali mentre deve soccorrere famiglie, imprese e, soprattutto, banche in crisi. Ecco che in Spagna e Irlanda la crisi si trasmette dal settore privato a quello pubblico. Il panico comincia a diffondersi fra i creditori stranieri che cominciano a ritirare i propri capitali e a non rinnovare i prestiti (ma anche chi può fra i nazionali espatria i capitali), o a chiedere tassi di interesse più esosi – di cui i famosi spread sui titoli pubblici sono un esempio – il che accresce la posizione debitoria. Questo fenomeno è noto come “sudden stop” nei flussi di capitale. Nelle vicende dei PVS l’epilogo era un default più o meno regolato sui debiti pubblici, la svalutazione della moneta e misure di rigore fiscale interno, una combinazione in cui la ripresa delle esportazioni compensava in certa misura l’austerità di bilancio.

La vicenda europea si differenzia perché c’è la moneta unica, come vedremo. Se volessimo riassumere la serie di sfortunati eventi: liberalizzazioni finanziarie + stabilizzazione cambi, afflussi di capitale, bolla immobiliare,crescita, inflazione, rivalutazione tasso di cambio reale e perdita di competitività, aumento delle importazioni, disavanzi delle PC e indebitamento estero, aumento dei tassi di interesse e difesa della parità di cambio “sudden stop”, svalutazione + default (Frenkel e Rapetti 2009 sono una buona lettura in proposito). La vicenda italiana si differenza, tuttavia, da questa sequenza.

La Bilancia dei pagamenti

Se un paese spende all’estero (per le importazioni, per pagare gli interessi sui debiti contratti con stranieri, per aiuti agli altri paesi, perché gli immigrati mandano i guadagni a casa) più di quanto incassa (attraverso le esportazioni, incassando interessi sui crediti concessi, per aiuti che si ricevono ecc.) presenta, si dice, un disavanzo di partite correnti (PC).

Il saldo della bilancia commerciale, la mera differenza fra esportazioni e importazioniè una parte del saldo delle partite correnti. Un paese che avesse un saldo negativo del PC dovrebbe farsi prestare capitali dall’estero (come accadrebbe a voi se spendeste più di quanto incassate, dovreste indebitarvi). Il paese vedrebbe dunque un saldo positivo dei movimenti di capitale (MK), positivo perché nel taccuino dove segnate le entrate (un “+”) di denaro preso a prestito dalla zia e le uscite (un “-“) di denaro dato in prestito alla zia (o restituito), la prima voce supera la seconda, prevale il segno +. Un paese che avesse un saldo positivo delle PC potrebbe concedere crediti all’estero (come accadrebbe a voi se spendeste meno di quanto incassate, potreste accordare del credito), dunque c’è un saldo negativo dei movimenti di capitale, negativo perché nel taccuino dove segnate le entrate (+) di denaro preso a prestito e le uscite (-) di denaro dato in prestito la seconda voce supera questa volta la prima e prevale il segno. Naturalmente un paese con saldi positivi delle PC può accumulare riserve valutarie (senza riprestare cioè i propri incassi netti dall’estero).

Simmetricamente, un paese con saldi negativi del PC può ricorrere alle riserve valutarie, cioè a valuta messa sotto il mattone nei periodi favorevoli (senza dunque indebitarsi); il problema è che le riserve si esauriscono, per cui prima o poi se si spende più di ciò che si guadagna, come accade a ciascuno di noi, ci si deve indebitare.

Trascurando le riserve, in generale si può dunque dire che saldo del PC = saldo dei MK, o con un poco di algebra elementare saldo del PC – saldo dei MK = 0 che esprime la banale logica che se durante il mese spendo più di quanto guadagno, la zia mi deve prestare i soldi, il saldo commerciale negativo col droghiere deve essere pari al saldo finanziario con la zia. Questa è la Bilancia dei pagamenti.

A indebitarsi con l’estero possono essere sia il settore privato (famiglie e imprese) che il settore pubblico. Qui la faccenda si complica un pochino. Degli esempi aiutano. Nel caso della Germania il settore pubblico ha un piccolo disavanzo fra entrate e spese. Ma non deve ricorrere a prestito esteri poiché il settore privato ha un forte avanzo, cioè spende assai meno di quanto incassa. Allora il settore privato tedesco è in grado sia di finanziare il disavanzo del settore pubblico che di prestare soldi all’estero. Nel caso della Spagna, sia il settore pubblico che quello privato sono in disavanzo per cui non si possono, per così dire, aiutarsi a vicenda e devono entrambe ricorrere a crediti dall’estero. Riassumendo, quando in un paese i due settori domestici, pubblico e privato, nel complesso sono in avanzo (Germania) vuol dire che il paese nel suo insieme produce più di quello che consuma, e infatti avrà le PC in avanzo e, specularmente, concederà crediti all’estero. Invece quando in un paese i due settori domestici, pubblico e privato, nel complesso sono in disavanzo (Spagna) vuol dire che il paese nel suo insieme produce meno di quello che consuma, e infatti avrà del PC in disavanzo e, specularmente, riceverà crediti dall’estero.

Il vincolo estero alla crescita

Il principale vincolo alla crescita per un paese periferico è quello estero. Vale a dire,per crescere si deve importare tecnologia, come attrezzature e brevetti, e spesso anche materie prime ed energia di cui il paese è privo.

Nonostante quello che i sostenitori meno avveduti della “Modern Monetary Theory” fanno talvolta credere, un paese periferico non può pagare queste importazioni stampando la propria moneta, ma deve procurarsi valuta pregiata, per esempio dollari. Questi si possono acquisire attraverso avanzi commerciali (o in generale delle PC), oppure indebitandosi con l’estero. La prima strada è spesso preclusa perché i paesi periferici spesso non hanno esportazioni competitive a sufficienza, mentre dipendono molto dalle importazioni. La seconda strada è pericolosa in quanto i debiti si devono restituire e nel frattempo vi si pagano sopra cospicui interessi. Nei casi più fortunati, alcuni paesi emergenti come quelli dell’Asia emergente sono riusciti, da un lato per la bontà delle istituzioni nazionali e dall’altra per l’apertura del mercato statunitense loro offerta per ragioni geo-politiche a svilupparsi senza ricorrere all’indebitamento, una strada quest’ultima oggi ritenuta fallimentare.

L’altra faccia della medaglia: il mercantilismo tedesco

Caratteristica degli “sfortunati eventi” europei è anche che il paese da cui ci aspetterebbe un ruolo di traino delle economie europee non si è sinora mosso come locomotiva bensì da vagone. L’accusa frequentemente mossa alla Germania è infatti quella di neo-mercantilismo, il perseguimento cioè di sistematici avanzi con l’estero.

Cesaratto e Stirati (2011) e Cesaratto (2012) hanno evidenziato una continuità fra le strategie adottate dalla Germania nell’UME e quelle che questo paese adottò già nei sistemi di cambi fissi di Bretton Woods prima, e dello SME dopo. Questi contributi hanno anche mostrato come il neo-mercantilismo sia funzionale a realizzare un elevato tasso del profitto attraverso una politica di moderazione salariale, affidandosi ai mercati esteri per smaltire le eccedenze di produzione. Un importante storico economico tedesco (Holtfrerich) ha definito tale strategia“mercantilismo monetario”.

Essa fu inaugurata sotto gli auspici di Erhard nei primi anni 1950 e consiste nelmantenere un ”tasso di cambio reale competitivo”, il che significa che in un sistema di cambi fissi si deve mantenere un tasso di inflazione leggermente inferiore a quello dei principali concorrenti.

Sono tre le istituzioni che sorreggono tale modelloco-determinazioneistituzioni mercantiliste, e la Bundesbank.

La co-determinazione implica un sindacato cooperativo ai livelli micro e macro nel perseguire la competitività esterna di prezzo e tecnologica del paese.
Le istituzioni mercantiliste sono infatti volte alla cura dell’addestramento delle forze di lavoro, al forte sostegno alla ricerca e a un governo che identifica la politica estera con gli interessi commerciali del paese. La moderazione salariale è anche componente tradizionale del mercantilismo. Lo stato tedesco non appare peraltro come un avversario delle classi lavoratrici, ma si atteggia al paternalismo, mentre senso delle tradizioni, della comunità e del rispetto per la natura sono parti costitutive dell’”ideologia tedesca”. I surplus commerciali sono cemento dell’orgoglio nazionale. Ma, come diceva Voltaire, “gli incantesimi distruggeranno un gregge di pecore se somministrati con una certa quantità di arsenico”.
Quest’ultimo è costituito dalla Bundesbank che in un peculiare sistema di contrattazione salariale interveniva direttamente al tavolo delle trattative, da vero e proprio cane da guardia dei salari tedeschi. Tale modello se ha da un lato portato la Germania a elevati standard di vita e a una invidiabile stabilità, ha dall’altro da sempre costituito un problema per l’economia internazionale in quanto la quarta economia mondiale (la terza fino alla recente crescita della Cina) ha il compito di far da traino alle altre economie espandendo il proprio mercato interno, non andare a rimorchio di mercati più deboli cercando di vendere più di quanto acquisti.

E’ naturalmente responsabilità della nostra classe dirigente nazionale, quella ancora al potere, aver condotto l’Italia in un accordo monetario in cui il mercantilismo tedesco si dispiega senza rimedio. Il centrosinistra ulivista, in particolare, porta gravi responsabilità nell’aver legato le fortune del paese a quelle dell’unificazione monetaria mettendo in secondo l’occupazione e l’equità distributiva e così contribuendo alla diffusa e non ingiustificata disaffezione alla politica di vasti ceti popolari (si veda al riguardo il contributo di Pivetti). I risultati dell’operare congiunto della serie di sfortunati eventi nella periferia, e del mercantilismo Tedesco sono evidenti nella figura 2 che segue.

Saldi delle Partite Correnti

Saldi delle Partite Correnti

Concludendo questa parte, e prima di considerare la specificità italiana, si deve prestare attenzione a una frequente critica mossa alla politica monetaria6 della BCE quale presunta responsabile della crisi delle bilance dei pagamenti dell’Eurozona. Si sente infatti spesso dire che la BCE avrebbe modellato la propria politica monetaria sulle esigenze tedesche: avendo questo paese una inflazione assai bassa, ciò implicava tassi di interesse nominali anche bassi per evitare tassi reali troppo elevati. Ma al contempo ciò avrebbe determinato tassi di interesse reali addirittura negativi nella periferia, con un conseguente stimolo all’indebitamento. Se ne conclude che la politica monetaria troppo espansiva della BCE sarebbe responsabile della crisi. In verità, non dovremmo certo esser noi a criticare la BCE per questo.

Se infatti la BCE avesse condotto una politica monetaria più restrittiva, essa, congiuntamente alle politiche conservatrici condotte dalla Germania, avrebbe determinato una generalizzata stagnazione europea. Le responsabilità della crisi sono dunque da addebitarsi, da un lato, all’assenza di politiche di bilancio e distributive volte al sostegno della domanda aggregata, in particolare nei paesi “core” che, unitamente alla politica espansiva della BCE avrebbero favorito una crescita più equilibrata; e dall’altro allo scatenamento della potenza destabilizzante dei movimenti internazionali di capitale, favorita dalla moneta unica (che ha comportato la loro liberalizzazione nel contesto di una definitiva stabilizzazione dei cambi).

Il caso italiano

Il caso italiano non si confà, invero, completamente al modello della crisi qui delineato. L’Italia non è un paese strettamente periferico, né ha visto un afflusso massiccio di capitali finiti a finanziare una bolla immobiliare; il suo debito pubblico era maturato negli anni 1980, oltre che per la perdurante tolleranza per l’evasione fiscale, a causa del combinato disposto di “divorzio” fra Banca d’Italia e Tesoro e adesione al sistema monetario europeo (SME) che fece esplodere la spesa per interessi, mentre negli anni dell’euro i disavanzi pubblici si sono mantenuti nei noti “parametri di Maastricht” al prezzo di una sostanziale stagnazione.

Con la moneta unica il paese ha, tuttavia, visto la propria competitività deteriorarsilungo gli anni dell’UME, le sue partite correnti sono progressivamente peggiorate ciò che ha comportato, anche per il nostro paese, un crescente ricorso a capitali esteri per finanziarle. L’obiettivo, soprattutto da parte dei governi di centro-sinistra, di ridurre il rapporto debito pubblico/Pil e il declinare dello stimolo delle esportazioni hanno condotto l’economia italiana ad anni di stagnazione della domanda aggregata e conseguentemente della produttività e del reddito pro-capite. ù

Un più coraggioso sostegno della domanda interna avrebbe probabilmente condotto a un maggiore deterioramento dei conti esteri. Sebbene infatti i più bassi tassi di interesse dovuti alla moneta unica avrebbero attenuato o annullato la necessità di saldi pubblici primari (al netto della spesa per interessi) necessari per stabilizzare il rapporto debito pubblico/Pil, una maggiore crescita della domanda interna avrebbe accentuato il deterioramento dei conti con l’estero. Più approfondita ricerca andrà condotta nel ricostruire queste vicende essenziali per la comprensione piena del caso italiano nel primo decennio dell’UME.

Il fatto che il vincolo estero si sia fatto più stringente negli anni dell’UME è certamente dipeso, oltre che dal mancato ruolo di traino dell’economia tedesca, anche dalla storica difficoltà del paese di abbattere lo zoccolo inflazionistico che lo separa dai paesi sopra le Alpi, zoccolo che ha contribuito alla perdita di competitività esterna. Tale zoccolo si è pur tuttavia ridotto in maniera cospicua allineandosi nella sostanza all’obiettivo europeo del 2%. Ragione per cui l’indice va nuovamente puntato verso le politiche adottate dal maggior mercato europeo, quello tedesco, volte a deprimere la domanda interna e a contenere il tasso di inflazione al di sotto dell’obiettivo europeo del 2%, già di suo molto basso. In questo la Germania ha “giocato sporco” (v. Bibow 2012, sezione 5) come già ai tempi di Bretton Woods (Cesaratto e Stirati 2011: sezione 4) o dello SME (Vianello 2005: sezione 2).

Crisi economica europea: come si sta evolvendo la situazione

Ritornando al quadro complessivo delle vicende della crisi finanziaria europea, per capire come sta evolvendo la situazione dobbiamo assolutamente entrare in alcuni passaggi tecnici. Quando, ad esempio, avviene un pagamento un bene tedesco importato dalla Spagna ciò che accade è che una somma di euro si sposta dalla banca spagnola (chiamiamola Santander) a una tedesca (diciamo la DB). Ciò si svolge con l’intermediazione dell’Eurosistema (BCE e banche centrali nazionali dell’EZ) attraverso un sistema di pagamenti che si chiama TARGET 2 (T2) che è stato nell’ultimo anno oggetto di feroci discussioni.

Come funziona? In pratica la Santander ordina alla Banca di Spagna, presso la quale essa detiene riserve (liquidità), di prelevarne una parte ed effettuare il pagamento via T2 alla DB. Nei fatti, via BCE, la somma arriva alla Bundesbank che la accredita alla DB.

Questa modalità di regolare i pagamenti attraverso le banche centrali e successiviprestiti inter-bancari si svolge anche all’interno dei paesi, per esempio giornalmente fra Banca Intesa e Unicredit. In una unione monetaria, ciascuno è per definizione libero di spostare i propri depositi fra Unicredit e MPS, o fra Intesa e DB e così via.

Il sistema dei pagamenti europeo non è dunque altro che l’estensione degli stessi principi che vigevano in ciascun sistema dei pagamenti nazionale. L’illusione è però stata che una volta unificati i sistemi di pagamento, l’EZ non potesse più incorrere nella serie degli sfortunati eventi che culminano in una crisi della bilancia dei pagamenti (così come la Calabria o la Sardegna non sono mai incorse in tali eventi dopo l’unità monetaria italiana).

In verità la situazione è paradossale ed inedita. Ricordate che la serie di sfortunati eventi, in combinata col mercantilismo tedesco, ha condotto a forti disavanzi di PC dei paesi periferici a fronte degli avanzi dei paesi core? Abbiamo anche detto che quegli squilibri erano compensati da flussi di capitale dai paesi centrali. Orbene, a ben vedere questo è quello che accadeva quando la DB riprestava alla Santander il pagamento all’esportatore tedesco. Ciò che, tuttavia, è accaduto con progressiva rilevanza dal 2008 è che le banche core (la DB dell’esempio) hanno smesso di “riciclare” i proventi relativi al surplus commerciale tedesco non fidandosi più della solidità delle banche spagnole e degli altri periferici, né di prestarli a quegli Stati come accaduto sino ad allora.

Anzi, man mano che i prestiti pubblici e privati venivano a scadenza, le banche tedesche hanno cominciato a non rinnovarli, ritirando i capitali, il “sudden stop” di cui sopra. Nel passato, normalmente a questo seguiva un default degli stati, come in Argentina nel 2002, e/o almeno una drammatica svalutazione come in Italia nel 1992. In una unione monetaria il secondo esito è escluso per definizione, se non nella forma drammatica della rottura dell’unione. Il sistema dei pagamenti europeo T2 è peraltro congeniato per tenere in vita il sistema finanziario europeo, come accade in qualunque sistema finanziario nazionale: se il mercato interbancario si blocca, nell’esempio la DB non ricicla i depositi ricevuti riprestandoli alla Santander, quest’ultima può ricorrere ai prestiti della Banca di Spagna. Nei fatti presso la BCE dal lato delle sue passività rimangono depositati le riserve che le banche dei paesi in surplus non riprestano, e dal lato degli attivi vi sono i finanziamenti che essa concede alle banche periferiche. Così come quando i tedeschi ritirano capitali dalla periferia, e le banche periferiche si trovano a corto di liquidità, per evitare una “corsa agli sportelli” l’Eurosistema fornisce liquidità a tali banche.

Di nuovo la BCE si trova da un lato crescenti depositi da parte delle banche dei paesi in surplus che raccolgono i capitali disinvestiti dalla periferia, e dall’altro presta liquidità crescente ai paesi periferici. La figura 3 mostra come a fine 2011 la Bundesbank avesse attività presso il sistema T2 (diciamo depositi dei risparmiatori tedeschi presso la BCE) pari a quasi 500 miliardi, a cui fan fronte passività delle banche centrali periferiche (da ultimo debiti dei paesi in disavanzo) pari a circa 400 miliardi di euro. Gli ultimi dati parlano di un credito tedesco di 800 miliardi.

Crediti e Debiti verso TARGET 2

Crediti e Debiti verso TARGET 2

Nel 2012 tali squilibri si sono certamente aggravati soprattutto perché è proseguita la fuga di capitali dai paesi periferici seguita da crescente ricorso delle banche italiane e spagnole al finanziamento BCE a cui corrispondono crescenti passività verso la BCE via T2. 12 Una parte cospicua dei finanziamenti BCE provengono dall’operazione LTRO del dicembre 2011 in cui un trilione di euro è stato messo a disposizione delle banche al tasso dell’1% per tre anni. L’idea è che attraverso il ricorso a tali fondi le banche costituissero un cuscinetto di liquidità a garanzia dei prestatori, riaprissero i rubinetti del credito, sostenessero i titoli pubblici i cui rendimenti erano a livelli insostenibili. Il mancato intervento diretto della BCE a sostegno dei titoli sovrani, di cui tanto s’è scritto lo scorso anno, ha così condotto alla malsana situazione in cui sistemi bancari nazionali come quello spagnolo già pieni di guai propri 13 si riempiono di titoli di stato che, con spread rimasti a livello non sostenibile e che minano la solidità finanziaria degli stati, non rendono certo più solidi gli istituti bancari. Un vero pasticcio sorretto, ma in maniera balorda, dalla BCE.

I tedeschi sono preoccupati e temono che i loro crediti verso la BCE varranno carta straccia se l’UME salta. Hanno ragione, ma perché si sono opposti a soluzioni più ragionevoli?

La verità è che: “la Germania… ha realizzato una falsa prosperità finanziando in maniera folle il consumo di paesi desiderosi di acquistare beni tedeschi e di prendere a prestito da loro la moneta per farlo … La Germania ha auto-sostenuto il proprio cosiddetto miracolo economico. Si dimostrerà che non è stato affatto un miracolo una volta che si sarà tenuto conto delle perdite definitive per essersi comportati così “ (D.Alpert)

Che fare?

Tirando le fila, se la serie di sfortunati eventi accaduta nell’EZ e favorita dalla moneta unica (liberalizzazione finanziaria, stabilizzazione dei cambi, bassi tassi di interesse) fosse accaduta fuori del contesto di una unione monetaria, la crisi avrebbe avuto il suo ben noto corso, più o meno doloroso (svalutazioni, fallimenti, ripresa).

Se d’altronde, l’EZ fosse uno stato federale, la crisi avrebbe pure seguito percorsi ben noti, un po’ come la crisi americana. Il governo avrebbe imposto il riequilibrio delle finanze locali, la ristrutturazione, nazionalizzazione o chiusura delle banche insolventi, ma anche addolcito le conseguenze con cospicui trasferimenti dalle regioni più affluenti a quelle più povere.

L’Europa è in una situazione per cui la periferia né fallisce, né viene aiutata a risolvere la crisi, magari con qualche sacrificio ma con una prospettiva di sicura crescita. Si è fatto un gran parlare lo scorso maggio di una disponibilità del governo tedesco a far decollare un po’ di inflazione in Germania, sì da consentire alla periferia un po’ di ripresa di competitività, ma i dati sembrano per ora smentire questo indirizzo.

Una inflazione tedesca superiore a quella dei paesi periferici dovrebbe essere perseguita per un congruo numero di anni e accompagnata da un intervento diretto della BCE a ridurre gli spread sui titoli sovrani periferici ai livelli pre-2008 sdrammatizzando la situazione. Questo consentirebbe una stabilizzazione del rapporto debito pubblico/Pil nei paesi ove questo è più elevato, ciò che risulterebbe compatibile con politiche di bilancio espansive soprattutto nei paesi in surplus di PC. I trasferimenti finanziari, ma anche di buona amministrazione pubblica, dal centro verso la periferia dovrebbero essere accresciuti, per sostenere ricerca, istruzione, efficienza della pubblica amministrazione, risanamento ambientale e quant’altro. Il sistema finanziario andrebbe ri-regolato, consentendo ai paesi periferici la ricostituzione di istituzioni finanziarie pubbliche volte a sostenere politiche industriali attive.

La ragionevolezza di queste proposte si scontra col rifiuto tedesco, in certa misura comprensibile, a una maggiore inflazione, il che vorrebbe dire rinunciare al modello mercantilista. Si dice tuttavia che la Germania si renderà alla fine disponibile a una messa in comune di parte dei debiti pubblici in un “fondo di redenzione” e a un sostegno comune ai sistemi bancari vacillanti in cambio di un nuovo Trattato che ponga le finanze pubbliche nazionali definitivamente sotto il controllo europeo.

Purtroppo prima di giubilare alla maggiore integrazione europea si deve costatare che il fondo di redenzione altro non sarebbe che un più stringente “fiscal compact” in cui i paesi sarebbero costretti a redimere la propria quota di debito in 25 anni, mentre nulla i tedeschi si impegnano a fare per rilanciare la propria domanda interna. La periferia si vedrebbe condannata a un’eterna austerità essendo anche stata espropriata di ogni controllo parlamentare sulle finanze – avendo da tempo perso quello sulla moneta. (Si rammenti che debito e peccato si esprimono con il medesimo termine in tedesco).

Questo piano o è un protervo ultimatum imperialista tedesco, o a fronte del certo rifiuto francese a cedere la propria sovranità si tratta di un alibi di Berlino per non far nulla – e intanto si gode, grottescamente, un euro debole zucchero per il proprio export e tassi di interesse sul suo debito sovrano, bene rifugio per gli investitori, quasi a zero, uno schiaffo alla miseria, verrebbe da dire. Persino un disegno progressista che vedesse in cambio della rinuncia alle politiche di bilancio nazionali (tenute al pareggio), l’unificazione parziale dei debiti sovrani senza sciocchi impegni alla “redenzione”, la creazione di un bilancio federale volto al sostegno di domanda e investimenti e una BCE accomodante, si scontrerebbe con ulteriori difficoltà.

Siffatto disegno, sebbene un passo in avanti, ancora non affronta la questione di fondo di una periferia europea resa meno competitiva dalla moneta unica e dunque più povera. L’integrazione politica richiederebbe infatti un minimo di perequazione nei diritti sociali comportando dunque quella “transfer union” tanto temuta dai tedeschi.L’integrazione europea sarebbe dunque per loro sostenibile solo se si sancisse l’esistenza di paesi di serie A e paesi di serie B in termini di diritti sociali e lavorativi.

Secondo alcune opinioni desiderio della Germania è proprio di pre-costituirsi un retroterra di lavoro a buon mercato per meglio affrontare la sfida dei paesi emergenti (si veda il contributo di Paggi e d’Angelillo). In sintesi, a fronte di una inaccettabile maggiore inflazione in Germania, o si attua una “transfer union”, o si accetta un “European divide”, o si rompe (vedi qui e qui).

Raccontavano Frenkel et al alcuni anni fa a proposito delle politiche adottate da de la Rùa, uno dei Presidenti argentini che si susseguirono prima del fallimento del 2002, politiche ancora ispirate al famigerato Presidente Carlos Menem, beniamino del FMI: “Il governo sostiene che un ulteriore perseguimento della politica fiscale rafforzerà la fiducia, e conseguentemente il premio per il rischio cadrebbe tirando giù i tassi di interesse. Come risultato, la spesa domestica si riprenderebbe spingendo l’economia fuori della recessione. I bassi tassi e la crescita del PIL ristabilirebbero il pareggio di bilancio, così chiudendo un circolo virtuoso”. Il risultato di tali politiche fu la peggiore recessione dal primo conflitto mondiale. La filosofia della “credibilità” è la medesima di Mario Monti.

Rimuovere Monti e instaurare un governo progressista di forte ispirazione keynesiana nel pretendere il sostegno alla domanda aggregata a livello europeo e il mutamento di status della BCE, e che adotti a livello nazionale misure di politica industriale pubblica e distributiva volte a sostenere capacità produttiva ed equità sociale, sarebbe il primo passo di una sinistra minimamente responsabile verso il proprio paese. Questo ridarebbe anche fiducia nella politica. Naturalmente, a fronte del rifiuto degli altri paesi di un pacchetto di misure seriamente volte alla crescita europea, non rimarrebbe che la strada del ritorno alla piena sovranità monetaria.

Molto rigore per nulla

Vi propongo qui di seguito un articolo molto interessante di Giancarlo de Vivo, che permette di acquisire una conoscenza sintetica e allo stesso tempo completa delle politiche economiche intraprese dagli Stati Europei, mettendo allo stesso tempo in evidenza la loro inutilità difronte a quello che oggi è il problema più importante: il sistema Euro.  

Oltre l'Austerità

Oltre l’Austerità

Nella corrente crisi, i cittadini di alcuni dei paesi sottoposti alla terapia dell’“austerità” da parte dei propri governi e dell’Unione Europea sembrano vedere più chiaramente dei loro governanti le conseguenze di tale politica, nonostante i molti tentativi di confondere le acque da parte della stampa che quasi all’unisono appoggia questi governi e le loro manovre: i risultati delle elezioni greche e delle elezioni presidenziali francesi ne sono un’indicazione chiara. I governi balbettano indistintamente sulla crescita, ma sono assai riluttanti ad allentare la morsa che l’“austerità” stringe intorno al collo dei greci e di molti altri popoli europei (mentre scrivo, l’ISTAT annuncia che il numero dei disoccupati in Italia è arrivato al livello record di 2.615.000 unità; la disoccupazione giovanile è la più alta mai registrata, sembrerebbe). In effetti, pare che i governi siano consapevoli di andare contro il volere dei cittadini, come prova il veto posto qualche mese fa dalla UE al referendum greco. Ed in questa linea si è mosso il nostro presidente del consiglio, quando ha dichiarato che secondo lui ciò che ha fatto la differenza tra l’Italia e la Grecia è stato il nostro presidente della repubblica, che non ha permesso si indicessero elezioni, ma ha dato invece a lui l’incarico di formare un governo, modestamente ribadendo così l’immagine di se stesso come il salvatore (extra-parlamentare) dell’Italia. E – notizia dell’ultim’ora – si parla di proroga del presidente della repubblica per un anno (del rinvio delle elezioni a dopo il termine costituzionale del 2013 si parla già da un po’).

Che cosa pensi Monti dell’austerità e delle sue conseguenze economico-sociali resta un mezzo mistero: ad esempio nel suo libretto-intervista sull’Europa (Intervista sull’Italia in Europa, a cura di F. Rampini, Roma-Bari 1998), all’intervistatore che, rilevando la costante crescita della disoccupazione nei paesi che seguivano la politica imposta dal trattato di Maastricht, chiedeva: “l’austerità stile Maastricht è recessiva?” (p.73), Monti rispondeva negando un nesso austerità-recessione in modo ambiguo, attribuendo l’aumento della disoccupazione a scarsa flessibilità del mercato del lavoro – aggiungendo poi compiaciuto che le regole di Maastricht ci aiutavano a “fare dimagrire questo stato sociale, o almeno lo stato sociale in disavanzo”. “Disciplina macro e concorrenza micro” (cioè deflazione e flessibilità) è forse il modo più chiaro in cui Monti ha sintetizzato la sua posizione qualche anno fa, constatando una grande convergenza di consensi da parte degli economisti su questa posizione (Il Sole-24 Ore, 16 giugno 2005).

Si potrebbe dire che questi economisti ignorano (almeno nel senso che direttamente o indirettamente negano) che “la spesa di uno è il reddito di un altro”, come Keynes invece non si stancava di ripetere di fronte agli sfaceli dei primi anni trenta. Per Keynes “questa è la verità generale, da non dimenticare mai”. Che la spesa di uno sia il reddito di un altro nessuno forse negherebbe direttamente, ma nonostante ciò la conseguenza principale di questa verità – cioè che tagliando una spesa si taglia anche un reddito e quindi di per sé ci si impoverisce, e che questo porterà ad una spirale di ulteriori tagli di spesa e di reddito – viene negata da chiunque veda in provvedimenti di austerità (“disciplina macro”) il rimedio ad una crisi come quella in cui ci troviamo. L’idea che sta alla base di questa negazione è come sempre che il livello del reddito (e parallelamente quello della domanda complessiva) sia in qualche modo e per qualche ragione dato, e che al taglio del reddito (e quindi della domanda) di uno corrisponderà – per la miracolosa azione di qualche “mano invisibile” – l’aumento del reddito (e quindi della domanda) di qualcun altro.

Ai predicatori di economie in tempi di disoccupazione Keynes chiedeva se mai qualcuno, per il fatto di essere “in cattive acque” perché disoccupato, economizzerebbe su ciò che egli fa per se stesso, smettendo di farsi la barba o di pulire la propria casa perché “non se lo può permettere” per via del fatto che è disoccupato. Ovviamente quel “risparmio” sarebbe un’idiozia, eppure questa idiozia è proprio quello che una comunità considerata nel suo complesso fa, quando, in condizioni di disoccupazione, economizza su beni e servizi prodotti dai suoi membri per i suoi membri.

Ricette Liberiste e riduzione del Debito Pubblico

E’ innegabile che queste considerazioni di buon senso non sono chiare a tutti, specie agli economisti, e si susseguono dichiarazioni (in primis da parte del nostro governo) che la crescita è importante, ma che la politica di austerità non deve in nessun modo ammorbidirsi, e che comunque la crescita (invocata ormai da tutti, perché il paese rischia il collasso) non la si cercherà con “vecchie politiche keynesiane” – cioè con adeguati stimoli alla spesa (privata o pubblica che sia) – ma con “riforme strutturali”, cioè aumento della flessibilità, indebolimento delle difese dei lavoratori, ecc. (“concorrenza micro” per dirla con Monti) – cioè in ultima analisi essenzialmente con riduzioni dei salari, pertanto con ulteriori riduzioni di redditi e quindi di spesa.

Quale è dunque l’origine della “forza” di considerazioni che suonano come la ripetizione di tutte le assurdità dette da politici ed economisti di fronte alla crisi degli anni trenta? Naturalmente due elementi sono sempre presenti nell’influenzare le posizioni su problemi economici: uno è il fatto che non abbiamo tutti gli stessi interessi, nonostante gli sforzi degli economisti per negare questa semplice verità. La disoccupazione, pur deprecata a parole da tutti, attraverso i suoi effetti depressivi sul livello del salario favorisce le imprese, i cui margini di profitto si allargano, e questo può più che compensare l’effetto negativo sui profitti stessi derivante dalla riduzione di domanda – e quindi di produzione – che la riduzione dei salari può provocare (e nel decreto “Salva Italia” varato alla fine del 2011 non mancavano consistenti elargizioni alle imprese per sostenere i profitti). Un secondo elemento è la consueta confusione tra ciò che è vero a livello del singolo con ciò che è vero a livello aggregato. (Non possiamo ovviamente qui discutere quanto questi due elementi – gli interessi e la confusione – possano essere collegati.) La commistione tra livello singolo e livello aggregato è forse un elemento che nella situazione attuale “morde” più che in altre, perché – si dice – la causa delle politiche di austerità è l’“eccessivo” indebi-tamento pubblico, e chiunque si sia trovato ad essere troppo indebitato sa bene che per tirarsene fuori ha dovuto “tirare la cinghia” e ridurre la spesa, o alienare una parte del suo patrimonio. Naturalmente anche per il debito è fallace (come lo è quasi sempre) la trasposizione sic et simpliciter di ragionamenti validi per il singolo all’economia come un tutto, perché nella misura in cui un debito è interno (cioè dovuto a membri della stessa comunità) poiché ad ogni debito corrisponde un credito, nel complesso la comunità è in debito né più né meno di quanto non sia in credito: essa è in debito verso se stessa. In questo caso il debito è – per dirla con una frase celebre – un debito della mano destra verso la mano sinistra. Quando un debito sia interno, è bene forse ricordarlo, esso non può essere servito alla comunità per vivere “al di sopra dei suoi mezzi” (cioè godendo di beni e servizi in eccesso rispetto a quelli prodotti dai suoi membri): non ci si può sollevare tirandosi per i lacci delle proprie scarpe. Questo non vuol dire che il debito sia irrilevante, ma vuol dire che ciò che conta non è l’indebitamento in sé – la comunità nel complesso non è indebitata – ma il fatto che il debito (e in particolare l’onere di pagarne gli interessi) non è ripartito in misura eguale tra i suoi componenti, e che questi componenti non sono tutti eguali – in primis nella distribuzione del reddito e della ricchezza – anche indipen-dentemente dalla ineguale ripartizione del debito. In altri termini, la mano destra, che paga, non appartiene alla stessa persona cui appartiene la mano sinistra, che riceve il pagamento, anche se entrambi i soggetti fanno parte della stessa comunità.

Che funzione svolge un debito pubblico interno? Essenzialmente una funzione redistributiva: lo stato fornisce servizi alla collettività (ovviamente in misura diversa a gruppi diversi: normalmente più ai poveri e meno ai ricchi) più o meno gratuitamente, almeno nel senso che quello che i cittadini pagano (se pagano) per i servizi (diciamo il biglietto dell’autobus o le tasse scolastiche) non dovrebbe coprire (se non in piccola parte) il costo di produzione. I pagamenti che lo stato deve fare per fornire questi servizi (e anche per compiere i trasferimenti che sono un altro aspetto cruciale delle sue funzioni) vengono coperti dalle tasse che lo stato ha il potere di far pagare ai propri cittadini: una volta si diceva (e nella nostra Costituzione ancora si dice) che le tasse dovessero gravare maggiormente sulle fasce più ricche, e allo stesso tempo i servizi essere forniti maggiormente alle classi più povere. Questo era una garanzia di convivenza civile, che permetteva in qualche misura di rovesciare entrambi i termini del proverbio di Salomone: “Dives pauperibus imperat; et qui accipit mutuum, servus est foenerantis” (Il ricco è padrone del povero, e il mutuante è servo del mutuatario). In Italia (e praticamente dappertutto) di fatto ormai il proverbio di Salomone è invece tornato ad essere vero senza mitigazioni, anche grazie agli economisti liberisti che negli ultimi decenni si sono sbracciati a produrre “teoremi” che minano punti basilari della convivenza civile (su ciò si veda anche il contributo di Pivetti).

I Metodi per finanziare il costo dei Servizi Pubblici

In parte lo stato può scegliere di non coprire il costo dei servizi pubblici con tasse, ma con indebitamento, cioè in sostanza facendosi prestare dai suoi cittadini (essenzial-mente da una parte di essi, i ricchi: contrariamente a quello che generalmente si pensa, la distribuzione della proprietà del debito pubblico tra gli italiani è estremamente concentrata) ciò che a quello stesso gruppo avrebbe potuto esser chiesto di pagare come tasse. In Italia ciò è successo in misura eccezionale: contrariamente a quello che si crede il debito pubblico italiano non deriva da un eccesso di spesa, ma da una carenza di imposizione (cfr. A. Barba, ‘La redistribuzione del reddito nell’Italia di Maastricht’, in Un’altra Italia in un’altra Europa, a cura di L. Paggi, Roma 2011; vedi anche F. Cavazzuti, Il nodo della finanza pubblica, Bologna 1978). Lo “stato sociale in disavanzo”, che Monti vuol far dimagrire, è in disavanzo perché non si son fatte pagare e non si fanno pagare le tasse a chi le dovrebbe pagare, non perché la spesa sociale sia troppo alta. Naturalmente la carenza di imposizione ha poi generato un eccesso di spesa, ma di spesa per interessi (la spesa al netto degli interessi è invece stata e tuttora è più bassa in Italia rispetto ai paesi comparabili), che non è affatto un pagamento “necessario” alla produzione dei beni e servizi forniti dallo stato ai cittadini, ma semplicemente il risultato della rinuncia da parte dello stato a farsi pagare sotto forma di tasse l’esborso necessario a produrre i servizi pubblici. Con ciò potremmo dire che nonostante il debito sia interno esso ha permesso a qualcuno di vivere “al di sopra delle proprie possibilità”: a coloro che invece di essere tassati hanno prestato allo stato l’ammontare “sfuggito” alla tassazione (ovviamente tra questi soggetti rientrano anche gli evasori fiscali), così ricevendone un doppio beneficio – di patrimonio e di reddito (il prestito è fruttifero, e negli anni ottanta e novanta lo è stato in misura altissima). E oltre a ciò essi hanno anche usufruito in una certa misura dei servizi e beni prodotti dallo stato.

Un altro modo in cui uno stato potrebbe farsi fare credito (e un credito che non genera interessi) sarebbe quello di emettere moneta: ma prima con il “divorzio” della Banca d’Italia dal Tesoro, e poi con l’adesione all’euro, l’Italia si è resa impervia e poi si è sbarrata questa via.

Oggi però non si può far valere del tutto l’argomento che il debito pubblico sia un debito “interno”, poiché circa un terzo del debito pubblico italiano è un debito verso stranieri (o almeno, verso soggetti che si presentano come stranieri). Nella misura in cui il debito di una collettività sia dovuto a membri di un’altra collettività, esso è un debito “vero”, per ridurre il quale non si può sfuggire all’aspro dilemma cui non può sfuggire il singolo: ridurre la spesa o alienare (parte del) patrimonio.

Ma alcune importanti differenze tra il singolo ed una collettività permangono: se il singolo fa economie (riduce la sua spesa) per ripagare il debito, avrà motivo di pensare che le sue economie non avranno un effetto sul suo reddito, cioè avrà ragione a ritenere che il sacrificio che sta facendo, riducendo la sua spesa, non andrà perso, perché il suo proprio reddito non verrà toccato dal suo “fare economie”: il singolo è così piccolo che l’effetto di una riduzione della sua spesa sul reddito complessivo (e quindi anche sul suo) è trascurabile. Ma se si ragiona a livello macroeconomico, supponendo ad esempio che lo stato voglia ridurre il suo indebitamento aumentando le tasse, non si può trascurare che ciò farà ridurre la spesa complessiva, e conseguentemente la produzione ed il reddito. Questo tra l’altro significherà anche che il gettito fiscale, aumentato da un lato, si contrarrà dall’altro. Meglio che da qualsiasi ragionamento ciò è illustrato da quanto sta accadendo in Grecia, dove la fortissima stretta (tagli di spesa pubblica e aumenti di tassazione) ha provocato una riduzione tale del prodotto che il rapporto debito/prodotto è schizzato alle stelle. (Di fatto anche in Italia si inizia a registrare una riduzione delle entrate fiscali, conseguente alla contrazione del reddito provocata dalle politiche di austerità: la Grecia è vicina.) E’ del tutto calzante per queste cure di “austerità” il paragone con i salassi con cui i medici del settecento ritenevano di curare ogni malattia, e che acceleravano invece assai spesso la morte del paziente.

In altri termini, quando è un singolo a fare i “sacrifici” questi si traducono per lui in un pari “gruzzoletto” per ridurre il debito, ma quando si tratta di una collettività, e i sacrifici siano costituiti da economie di spesa per beni e servizi prodotti dalla collettività stessa, questi non generano alcun risparmio, anzi riducono il reddito e quindi il risparmio. Il lasciar disoccupati lavoro e attrezzatura produttiva riducendo la spesa non fa “risparmiare risorse”, ma semplicemente fa sì che queste “risorse” (e il reddito ad esse corrispondente) non vengano in esistenza. Prendendo a prestito il titolo di un spettacolo comico che va attualmente in onda (senza grande successo) si può dire: “Molto rigore per nulla”.

Un modo di ridurre l’indebitamento su cui il governo aveva messo la sordina, ma che sta per ritornare alla ribalta come fonte di “risorse” per ridurre l’indebitamento, è l’alienazione di patrimonio pubblico. Con il gettito proveniente dall’alienazione di patrimonio si può ridurre il “ricorso al mercato” da parte di uno stato indebitato – ricorso al mercato che deve essere tanto maggiore (a parità di debito) quanto più breve la vita del debito stesso (la vita media del debito italiano è circa 82 mesi, cioè meno di 7 anni). Ora, l’alienazione di patrimonio pubblico può essere fatta a cittadini dello stato o a stranieri. Nel primo caso essa funziona come un’imposta patrimoniale di pari gettito – con l’ovvia e importante differenza che i proprietari di patrimonio (la cui distribuzione in Italia è molto concentrata) invece di essere tassati, a fronte dei loro esborsi riceveranno un pari incremento di patrimonio. In fondo, sarebbe l’analogo, a livello patrimoniale, di quel mec-canismo che è in buona misura la causa della grande creazione di debito pubblico italiano negli anni ottanta e metà degli anni novanta. In questo periodo, come si è detto, i ricchi prestavano allo stato quello che (legalmente o illegalmente) evitavano di pagare in tasse; con l’acquisto di patrimonio pubblico invece essi pagherebbero quello che avrebbero pagato con la patrimoniale, ma ne avrebbero un pari corrispettivo – i beni da loro acquistati, che dal patrimonio pubblico passerebbero al loro patrimonio.

Naturalmente è sempre possibile l’alienazione del patrimonio pubblico a stranieri, e forse il governo ci penserà: in fondo, la vendita della Louisiana agli Stati Uniti da parte di Napoleone serviva (anche) a liberarsi di una parte del debito estero della Francia. Il governo Monti potrebbe vendere la Sicilia e la Sardegna alla Germania.

Problema del Debito Pubblico come problema della Bilancia dei Pagamenti

Questo ci porta ad un punto più serio: il fatto che il debito pubblico italiano sia emesso in una moneta (l’euro) su cui lo stato italiano non ha la sovranità, rende il problema del debito pubblico analogo ad un problema di bilancia dei pagamenti: lo stato italiano deve rinnovare debito e pagare interessi in una moneta che esso non ha la possibilità di emettere, ma che deve “guadagnare”, analogamente a come deve guadagnare la valuta per pagare le importazioni – tutto sommato, non è molto diverso dal caso in cui il debito fosse emesso in dollari o in altra valuta straniera. E anche la differenza che potrebbe sembrare esistere rispetto ad un debito emesso in valuta straniera, cioè che con un debito denominato in valuta propria non ci sarebbe rischio di cambio, non è vera: adesso che la possibilità di una uscita dall’euro si è fatta più concreta, si vede che uno dei “costi” maggiori per noi di tale uscita deriverebbe proprio da quella parte del debito (pubblico e privato) denominato in euro che non fosse ridenominato nella nuova valuta, il cui peso potrebbe aumentare consistentemente se una svalutazione della nostra nuova moneta nazionale non potesse essere impedita.

Tutto questo vuol dire certo che la situazione è grave e non ci sono vie d’uscita semplici. Ma anche che l’ostacolo principale al risolvere i problemi è nella stessa costruzione dell’euro, ed in particolare nell’assenza di una banca centrale che possa intervenire direttamente e senza limiti prefissati a sostenere il credito pubblico. Questo era visto fino all’altro ieri come uno dei punti di forza del sistema, perché avrebbe imposto la massima “disciplina fiscale” agli stati membri, ed era celebrato come la consacrazione finale del liberismo. In effetti, imporre la massima “disciplina fiscale” allo stato significava impedirgli il ruolo di redistribuzione che come abbiamo notato è una delle sue principali funzioni, oltre ad essere la pietra angolare della convivenza civile. Non stupisce che economisti come il nostro presidente del consiglio siano a favore di un pesante dimagrimento dello stato sociale, attuato con la sua assurda politica di “austerità”, ma stupisce che la sinistra – persino quella che molti chiamano “radicale” – sia di fatto muta quando non consenziente di fronte a questo scempio, e che il governo che lo sta compiendo abbia una delle più ampie maggioranze parlamentari dell’Italia repubblicana.

Articolo di Giancarlo de Vivo, “Oltre l’Austerità”