Perchè la società salariale ha bisogno di nuovi servitori

Tratto dal cortometraggio "le syndrome du larbin"

Tratto dal cortometraggio “le syndrome du larbin”

Dall’inizio dell’era moderna, una domanda non ha mai cessato di porsi all’Occidente: in quale misura la razionalità economica è compatibile con quel minimo di coesione sociale di cui una società ha bisogno per sopravvivere? Questo interrogativo si pone oggi sotto aspetti nuovi, con accresciuta attualità ed acutezza. Si è fortemente colpiti dal contrasto tra la realtà e il discorso lenitivo dell’ideologia dominante.

La quantità di ricchezza prodotta nel complesso dei paesi capitalisti europei è triplicata o quadruplicata rispetto a trentacinque anni fa; una produzione che tuttavia richiede molto meno del triplo di ore di lavoro.

Nella Repubblica Federale Tedesca, dal 1955 il volume annuo del lavoro è diminuito del 30%; in Francia è sceso del 15% in 30 anni e del 10% in sei anni. Le conseguenze di questi aumenti di produttività sono state così riassunte da Jacques Delors: se nel 1946 un lavoratore ventenne doveva aspettarsi di passare al lavoro un terzo della sua vita da adulto, nel 1975 questa proporzione era ridotta a un quarto, e oggi è scesa al disotto di un quinto; un dato che oltre tutto prende in considerazione solo il settore dei rapporti di lavoro non stagionali e a tempo pieno, e non contempla gli aumenti di produttività a venire. Sempre secondo Jacques Delors, i francesi di età superiore ai quindici anni dedicheranno meno tempo al lavoro che a guardare la TV.

Uscire a ritroso

La nostra stampa, non diversamente dai nostri rappresentanti politici e dalla nostra civiltà in genere, preferisce evitare di guardare in faccia la realtà espressa da queste cifre, e rifiuta di rendersi conto che non viviamo più in una civiltà del lavoro, in una società di gente che produce. Il lavoro non ha più un ruolo primario come fattore di coesione sociale e principale veicolo di socializzazione, e non è neppure la principale occupazione dei singoli, né la prima fonte di ricchezza e di benessere, né il significato e il centro delle nostre vite. Stiamo uscendo dalla civiltà del lavoro, ma ne usciamo a ritroso, e sempre a ritroso entriamo in una società del tempo liberato; siamo incapaci di vederla e di volerla, e quindi di civilizzare il tempo liberato di cui ci troviamo a disporre, di fondare una cultura delle attività liberamente scelte per integrare e completare le culture tecniche e professionali che dominano la scena. Nei nostri discorsi domina tuttora la preoccupazione dell’efficienza, del rendimento, della massima prestazione, o in altri termini la preoccupazione di ottenere il maggior risultato possibile nel tempo più breve e con il minimo di lavoro. E sembriamo ben decisi a ignorare che i nostri sforzi di efficienza e razionalizzazione hanno come conseguenza principale proprio questo risultato, che la razionalità economica non sa valutare né riempire di significato: liberarci dal lavoro, liberare il nostro tempo, affrancarci dal dominio della stessa razionalità economica.

Quest’incapacità delle nostre società di fondare una civiltà del tempo liberato conduce a una distribuzione assurda e scandalosamente ingiusta del lavoro, del tempo disponibile e delle ricchezze. La nostra attenzione si fissa innanzitutto sulle nuove carriere aperte dalla rivoluzione microelettronica e sulle conseguenti, fondamentali trasformazioni nella natura del lavoro industriale, in particolare per quanto riguarda la condizione dei lavoratori. Si dice che i compiti ripetitivi e puramente esecutivi tendono a scomparire dall’industria; che questo lavoro tende a divenire avvincente, responsabile, diversificato, organizzato autonomamente, per cui esige dagli individui l’autonomia, la capacità di prendere iniziative, di comunicare, di apprendere, di acquisire competenze in varie discipline intellettuali e manuali. Si assicura che un nuovo artigianato è in procinto di subentrare alla vecchia classe operaia per realizzare un antico sogno: i produttori detengono il potere nei luoghi di produzione e vi organizzano sovranamente il loro lavoro. E a chi chiede quale sia la proporzione dei lavoratori ammessi a questa nuova condizione si risponde con irritazione, tanto la domanda è incongrua: per il momento, solo il 5-10% degli operai nell’industria; ma domani saranno più del 25%, e arriveranno anche al 40 o 50% nel settore metallurgico. Il lavoro potrà tornare ad essere, come per gli artisti, tanto appassionante da confondersi con la vita stessa.

Bisogna proprio essere animati dalle peggiori intenzioni per insistere con ulteriori domande: cosa ne sarà di quel 50-60% di operai metallurgici che non troveranno posto nella suddetta invidiabile condizione? E che fine farà quel 75% dei lavoratori dell’industria in generale che ne saranno esclusi? E soprattutto: questi cambiamenti non andranno di pari passo con rapidissimi aumenti di produttività del 10% l’anno nell’industria automobilistica ad esempio, o del 100% in cinque anni nell’industria delle macchine utensili?

Quando Thomson modernizzò il suo stabilimento di impianti di refrigerazione per renderlo competitivo e assicurare alla totalità delle maestranze l’accesso a qualifiche professionali sempre più elevate, questa trasformazione tanto decantata non è stata accompagnata dal taglio di 10.000 posti di lavoro? La proporzione della popolazione attiva occupata nell’industria non è scesa dal 40% circa di vent’anni fa al 30% attuale, e non si prevede che calerà ancora, fino a meno del 20% tra una decina d’anni? Che ne sarà dunque dei lavoratori…”liberati”, per così dire, dall’industria, per trattenere solo quei preziosi professionisti polivalenti che lusinga con un trattamento e uno status privilegiati? Conosciamo bene la risposta a queste domande: per quasi metà della popolazione attiva, l’ideologia del lavoro è diventato uno scherzo di cattivo gusto. L’identificazione con il lavoro è ormai impossibile, dato che il sistema economico non ha bisogno, se non forse sporadicamente, della loro capacità di produrre.

Ecco la realtà che si tenta di dissimulare attraverso l’esaltazione della “risorsa umana”: il posto di lavoro fisso, a tempo pieno, per tutta la durata dell’anno e della vita attiva, sta divenendo il privilegio di una minoranza. Per quasi metà della popolazione attiva il lavoro cessa di essere un mestiere in quanto fattore di integrazione in una società produttiva, di definizione del proprio ruolo in questa società. Ciò che il padronato chiama “flessibilità” si traduce in precarietà per i lavoratori.

A questo riguardo, la situazione in Francia non ha nulla di eccezionale. Nella Repubblica Federale Tedesca, metà delle assunzioni sono a tempo parziale e a titolo precario, e un terzo della popolazione attiva occupa posti di lavoro temporanei o a orario e salario ridotto. E se le statistiche indicano un calo del numero dei disoccupati, non è sempre il caso di concludere che l’economia richiede nuovamente un maggior volume di lavoro. Si può anche ridurre il tasso di disoccupazione aumentando la proporzione di posti di lavoro a tempo e salario parziali, a discapito di quelli a tempo pieno. È ciò che sta avvenendo in Francia, nella Repubblica Federale Tedesca e soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. In questi due ultimi paesi, i disoccupati e le persone assunte per lavori precari o a tempo parziale rappresentano, sommati insieme, più del 45% della popolazione attiva. In Gran Bretagna, per il 50% delle donne e il 25% degli uomini, vale a dire il 36% della popolazione occupata, i rapporti di lavoro sono anomali; e sempre in Gran Bretagna il 90% dei posti di lavoro creati in 5 anni sono precari e/o a tempo parziale. Negli Stati Uniti, il 60% dei posti di lavoro creati nel corso degli anni 80 sono remunerati con salari inferiori alla soglia di povertà; il reddito tipo della famiglia americana in cui il coniuge di sesso maschile ha meno di 25 anni è oggi inferiore del 43% al livello del 1973.

In conclusione, una percentuale compresa tra il 35% e il 50% della popolazione attiva britannica, francese, tedesca o americana, vive ai margini della nostra sedicente civiltà del lavoro, della sua scala di valori e della sua etica del rendimento e del merito. Il sistema sociale si scinde, dando vita a quella che viene correntemente definita “società duale”, con la conseguente, rapidissima disintegrazione del tessuto sociale. Ai gradi più elevati della piramide è in atto una competizione sfrenata per la conquista dei pochi posti di lavoro stabili con possibilità di carriera. È ciò che un ripugnante slogan pubblicitario esalta come “rabbia di vincere”, con il sottinteso che a ogni vincente corrisponde una folla di perdenti, e che i vincitori non hanno alcun obbligo verso coloro che hanno schiacciato. La società viene così presentata secondo un modello da sport agonistico, con un vocabolario militare e con immagini guerresche. Chi non è vittorioso o vincente si trova respinto ai margini di una società dalla quale non deve aspettarsi nulla; e la sua violenza suscita risposte violente, disaffezione, nostalgie aggressivamente regressive o reazionarie.

Questa disintegrazione pone un problema di fondo: come concepire una società nella quale il lavoro a tempo pieno di tutti i cittadini non è più necessario, e neppure economicamente utile? Quali dovrebbero essere le priorità, al di là di quelle economiche, affinché tutti possano beneficiare degli aumenti di produttività e del risparmio di ore di lavoro? Come ridistribuire al meglio tutto il lavoro socialmente utile perché ciascuno possa essere attivo lavorando di meno e meglio, e ricevendo la sua parte delle ricchezze socialmente prodotte? Si tende per lo più a eludere questo genere di domande e a porre il problema in senso opposto: come riuscire, nonostante gli aumenti di produttività, a far consumare all’economia la stessa quantità di lavoro che richiedeva in passato? Come fare perché le nuove attività remunerate vadano ad occupare quel tempo che su scala della società gli aumenti di produttività hanno liberato? A quali nuovi ambiti di attività si possono estendere gli scambi mercantili per sostituire in qualche modo i posti di lavoro soppressi nell’industria e nei servizi industrializzati?

Una logica diversa dal passato

Conosciamo la risposta: la via è stata già indicata dagli Stati Uniti e dal Giappone. Il solo campo nel quale esiste, in un’economia liberale, la possibilità di creare un gran numero di posti di lavoro è quello dei servizi alle persone. Qui lo sviluppo dell’occupazione potrebbe essere illimitato, se si arrivasse a trasformare in servizi retribuiti le attività cui finora ciascuno ha provveduto per proprio conto. Gli economisti parlano al riguardo di “nuova crescita ad alta intensità di manodopera”, di “terziarizzazione” dell’economia, di una “società dei servizi” che dovrebbe subentrare alla “società industriale”.

Ma questa concezione del salvataggio della società salariale pone problemi e presenta contraddizioni che meriterebbero di essere posti al centro del pubblico dibattito e della riflessione politica. In effetti, qual è il contenuto, quale il senso di gran parte delle attività di cui si invoca attualmente la trasformazione in servizi professionalizzati e monetarizzati? Si può facilmente dimostrare che la loro professionalizzazione non risponde più alla stessa logica del precedente sviluppo economico. In passato, il motore fondamentale della crescita era ciò che si definisce “sostituzione produttiva”: incombenze che da secoli ciascuno svolgeva per proprio conto, nella sfera domestica, venivano progressivamente trasferite alle industrie produttive e a quelle dei servizi, che potevano dotarsi di macchine ben più efficienti di quelle di cui avrebbe potuto disporre una famiglia. L’autoproduzione domestica è stata così sostituita dalla produzione industriale e dai servizi industrializzati. Nessuno più fila la lana in casa o tesse da sé le lenzuola, o confeziona gli abiti o fa il pane, dato che tutte queste cose sono prodotte in meno tempo e forse meglio dalle industrie, grazie all’opera di lavoratori salariati. E dato che l’industrializzazione consente di produrre con minor dispendio di tempo e magari con risultati migliori, ciascuno può finalmente, con l’equivalente del salario di un’ora di lavoro, acquistare beni e servizi in quantità molto maggiore rispetto a ciò che sarebbe in grado e capace di produrre in un’ora per conto proprio. L’industrializzazione ha permesso a tutti di lavorare meno, e questo tempo di lavoro è stato in gran parte riutilizzato nell’economia per produrre quella ricchezza in più che solo l’industrializzazione consente di concepire e di creare.

Ma i nuovi posti di lavoro creati nei servizi alle persone rispondono ancora al modello della sostituzione produttiva? E servono veramente ad assicurare in maniera più efficace, vale a dire più rapidamente e meglio, i servizi ai quali finora si provvedeva per conto proprio? Basta esaminare la grande maggioranza di posti di lavoro creati in quest’ultimo decennio negli Stati Uniti per rendersi conto che le cose non stanno affatto così. Nella maggioranza dei casi, la loro funzione si presenta piuttosto in questi termini: per le due, tre o quattro ore che fino a quel momento si dedicavano a tagliare l’erba del prato, a portare a spasso il cane, a fare la spesa e i lavori domestici, a comprare il giornale o a badare ai bambini si ingaggia, a pagamento, un prestatore di servizi. Poco importa che ciascuno possa benissimo fare tutto questo da sé. Semplicemente, libera due o quattro ore del proprio tempo permettendosi di acquistare due o quattro ore del tempo altrui. Gli economisti chiamano questo genere di trasferimento “sostituzione equivalente”. Già Adam Smith insisteva sulla sua natura economicamente “improduttiva”. Comprare il tempo di qualcuno per avere a disposizione più tempo libero, o più comodità, non è altro in effetti che comprare lavoro servile. La maggioranza dei posti di lavoro creati negli Stati Uniti, ma anche una forte proporzione di quelli che spiegano il basso tasso di disoccupazione in Giappone, sono posti di colf. Ma chi ha interesse, e chi ha i mezzi, per offrirsi le prestazioni dei nuovi servitori? Ecco una serie di domande imbarazzanti, evitate da tutti coloro – compresi i sindacalisti – per i quali la creazione di posti di lavoro è fine a se stessa.

Supponiamo per un attimo che i nuovi servitori siano a un livello di parità con i loro padroni, e che la loro opera debba essere retribuita in misura equivalente, a parità di tempo, al guadagno del datore di lavoro. Da un punto di vista economico sarebbe allora razionale lavorare un’ora di meno e farsi carico delle proprie incombenze domestiche, sia individualmente, sia nell’ambito di una cooperativa di scambi di servizi tra vicini. Forse, si risponderà, non è determinante solo l’aspetto economico: anche se un’ora di lavoro di un servitore costa l’equivalente di ciò che guadagna nello stesso lasso di tempo il datore di lavoro, quest’ultimo può essere disposto a pagare quel prezzo per liberarsi da ogni sorta di incombenze gravose. Ma se così fosse, egli rivendicherebbe il privilegio di scaricare su un altro queste incombenze, e affermerebbe implicitamente che vi devono essere persone buone giusto per fare ciò che lo annoia o gli ripugna, gente il cui mestiere è servire. Di grado inferiore, insomma. Ma perché? In quali condizioni sociali vi sono persone pronte ad assumersi, oltre a quelli che sbrigano per sé, i compiti più sgradevoli per conto altrui, a titolo professionale per così dire? E da dove viene il potere d’acquisto aggiuntivo che consente di adibire un numero crescente di lavoratori a quantità crescenti di servizi personali?

Automazione e costo salariale

La risposta della maggior parte degli economisti, e anche di alcuni sindacalisti, è la seguente: l’automazione fa scendere i prezzi relativi di una quantità di prodotti. Questo calo dei prezzi fa aumentare il potere d’acquisto, e consente alle persone di pagarsi i “servizi di prossimità”. Un ragionamento impeccabile, ma che trascura un aspetto essenziale: da dove viene il calo dei prezzi dovuto all’automazione? Risposta: viene dal fatto che le imprese automatizzate hanno ridotto il “costo salariale”, cioè il volume dei salari che distribuiscono. E lo hanno diminuito riducendo il numero dei dipendenti. Dispongono dunque di un potere d’acquisto aggiuntivo solo coloro che conservano un posto di lavoro permanente, spesso meglio qualificato, relativamente ben pagato. Sono i soli a potersi permettere i nuovi servizi mercantili, grazie ai quali milioni di persone dovrebbero trovare lavoro.

Viene così alla luce il vero significato dello sviluppo dei servizi personali, che sono suscettibili di creare un così gran numero di posti di lavoro solo perché nella maggioranza dei casi chi si fa carico dei lavori domestici – uomini o donne – guadagna molto meno, a parità di tempo, dei propri datori di lavoro. I servizi personali possono svilupparsi grazie alla pauperizzazione di una fascia crescente della popolazione: un fenomeno constatato sia nell’America del Nord che in Europa occidentale, come hanno dimostrato gli studi dell’Ires e del Cerc. Il divario sociale ed economico tra chi presta i servizi personali e chi li richiede è divenuto il motore di sviluppo dell’occupazione. Uno sviluppo fondato su un’accentuata dualizzazione della società, su una sorta di “sudafricanizzazione”, come se il modello coloniale avesse preso piede nel cuore stesso delle aree metropolitane.

Vediamo così ricostituirsi nell’epoca post-industriale, condizioni che erano diffuse agli inizi dell’era industriale, in un periodo in cui il livello di consumi era dieci volte più basso, quando non esistevano ancora né il suffragio universale né la scolarizzazione obbligatoria. Anche allora, mentre l’economia di mercato si liberava di ogni vincolo, un sesto della popolazione era ridotto a servire nelle case dei ricchi, mentre un quarto sussisteva alla meno peggio prestandosi a lavoretti saltuari. Ma si trattava allora di rurali non scolarizzati e di artigiani rovinati. Nei fatti non esisteva ancora né la repubblica né la democrazia, come non esisteva il diritto all’istruzione e alle pari opportunità.

Oggi stiamo vivendo un paradosso esplosivo: da un lato, i nostri governi vogliono che l’80% dei giovani prosegua gli studi fino alla maturità; e dall’altro, in virtù dell’ideologia del posto di lavoro per il posto di lavoro, si sviluppa un’enorme sottoclasse di servitori, per rendere più piacevole la vita e il tempo libero delle fasce solvibili. Cos’altro si fa, in effetti, quando si riducono le tasse sui redditi più elevati con il pretesto che gli esoneri concessi ai ricchi creeranno posti di lavoro, diversamente dagli sgravi fiscali in favore dei più poveri? Questi ultimi, in effetti, quando dispongono di maggiori risorse, non fanno altro che consumare più prodotti e servizi correnti, di tipo industrializzato, con scarso apporto di manodopera, mentre incrementando il reddito disponibile dei ricchi si favorisce il consumo di prodotti di lusso e soprattutto di servizi personali, con elevato contenuto di manodopera, ma con un livello bassissimo o nullo di razionalità economica su scala sociale.

In altri termini, la creazione di posti di lavoro dipende ormai principalmente non dall’attività economica, bensì da quella anti-economica; non dalla sostituzione produttiva del lavoro di autoproduzione privata con lavoro salariato, ma dalla sua sostituzione improduttiva. Non si creano più posti di lavoro in funzione dell’economia di ore di lavoro su scala sociale, ma del loro spreco al servizio degli agi di una minoranza facoltosa. Non ci si pone più l’obiettivo di ridurre la quantità di lavoro per unità di prodotto o di servizio massimizzando la produttività, bensì di ridurre la produttività e di massimizzare la quantità di lavoro attraverso lo sviluppo di un terziario privo di utilità sociale.

Certo, immensi bisogni restano insoddisfatti, mentre una diversa distribuzione delle risorse consentirebbe di creare milioni di posti di lavoro nei servizi non mercantili, ad esempio nel campo dell’aiuto alla maternità, della puericultura, dell’assistenza agli anziani, delle cure a domicilio, oltre che del tempo libero, del turismo, della cultura, dell’istruzione… Tutto questo è possibile in effetti, a condizione che si tratti di servizi non mercantili, volti a soddisfare bisogni non necessariamente solvibili, con prestazioni non condizionate alla redditività. In altri termini, servizi non rispondenti a una logica e a una razionalità economiche, che dovrebbero essere finanziati attraverso il prelievo fiscale, e di conseguenza restringerebbero la sfera dell’economia mercantile anziché allargarla.

Ripartizione equa del lavoro domestico

Ma ci si scontra allora con il problema che abbiamo già posto: in quale misura, entro quali limiti è un bene sostituire con servizi professionali remunerati incombenze alle quali ciascuno di noi può benissimo provvedere da sé? In altri termini, in quale misura i bisogni ai quali questi servizi rispondono non risultano dall’attuale mancanza di tempo? In quale misura una politica di redistribuzione del lavoro, di tutto il lavoro, compreso quello domestico, non ridurrebbe, con la durata del lavoro, il bisogno di ricorrere a servizi mercantili o meno? Una settimana lavorativa di 5 giorni e di 30 ore per tutti – e in prospettiva di ventotto o di ventiquattro ore – con un’equa ripartizione dei lavori domestici tra uomini e donne – non permetterebbe l’auto-organizzazione in reti di servizi nei quartieri, nei caseggiati e nei comuni, o l’auto-organizzazione in gruppi di aiuto reciproco, fondati non sul pagamento in denaro ma sullo scambio di tempo?

A forza di monetarizzare, di professionalizzare, di trasformare in posti di lavoro le poche attività di autoproduzione e servizi cui ancora provvediamo da soli, non si riduce, fino ad annientarlo, lo spazio in cui ciascuno prende cura di sé, e la capacità stessa di farlo, minando così non solo le fondamenta dell’autonomia esistenziale, ma anche quelle della stessa socialità vissuta e del tessuto relazionale?

Infine, e soprattutto: se la classe dirigente si pone, secondo la tendenza attuale, la creazione di posti di lavoro come principale obiettivo, dove si fermerà questa trasformazione di ogni attività in lavori retribuiti, motivati dalla remunerazione e miranti al massimo rendimento? Per quanto tempo potranno ancora resistere i fragili sbarramenti che ancora impediscono di professionalizzare la maternità e la paternità, la procreazione commerciale di embrioni, la vendita dei bambini e il commercio di organi? Non abbiamo già incominciato a monetarizzare, professionalizzare e vendere non più soltanto gli oggetti e i servizi che produciamo, ma persino ciò che siamo, senza poterlo produrre a volontà, né distaccarlo da noi? Non stiamo trasformando in merci noi stessi, e trattando la vita come un mezzo tra tanti, e non come il fine supremo cui tutti i mezzi devono servire?

Il problema di fondo che ci troviamo davanti è l’esigenza di andare oltre l’economia, o in altri termini, al di là del lavoro remunerato. La razionalizzazione economica libera tempi di vita, e continuerà a liberarne; e di conseguenza non è più possibile far dipendere il reddito dei cittadini dalla quantità di lavoro di cui l’economia ha bisogno. E neppure è possibile continuare a vedere nel lavoro remunerato il principale riferimento dell’identità e del senso della vita di ognuno di noi.

È compito della sinistra – se una sinistra deve esserci – trasformare questa liberazione del tempo in una libertà nuova, in nuovi diritti. Il diritto di ciascuno e di ciascuna è di guadagnarsi la vita con il lavoro: ma lavorando sempre meno e sempre meglio, e ricevendo per intero la propria parte della ricchezza socialmente prodotta. Ma è anche il diritto di lavorare in maniera discontinua, intermittente, senza dover rinunciare a parte del proprio reddito durante gli intervalli del lavoro, per poter aprire ampi spazi alle attività senza fini economici. A queste attività non finalizzate alla remunerazione vanno riconosciuti un valore e una dignità eminenti, sia per gli individui che per la stessa società.

Fonte: “Pourquoi la société salariale a besoin de nouveaux valets”, Andrè Gorz, Le Monde Diplomatique, Giugno 1990

Traduzione de “Il manifesto, Nuove servitù” 1994.

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Reddito minimo garantito. L’insegnamento di Karl Polany

Il passato non troppo remoto ci svela gli effetti nefasti e allo stesso tempo positivi che una sbagliata implementazione del reddito minimo garantito possa avere sulla società. La Speenhamland Law del XVIII secolo, così come Karl Polany ci descrive, ne è un esempio, ma il reddito di base proposto da Milton Friedman e dai liberali negli anni 1960 nasconde le stesse insidie.  

Skurktur en Noruega

Negli ultimi mesi in Italia, così come in Europa, il reddito minimo garantito è ormai sulla bocca di tutti (vedi Movimento 5 stelle e SEL durante le ultime elezioni politiche), o almeno lo era. Infatti Il reddito di cittadinanza, o reddito incondizionato di base, soldi per campare dignitosamente o come si voglia chiamarlo, invece di esser messo al centro della discussione politica, ahimè, è rimasto un semplice strumento di propaganda politica, sia a causa dei ben noti eventi politici degli ultimi mesi, sia a causa della mancanza irrimediabile di profondità intellettuale della classe politica nostrana.

Sta di fatto che la sorte del reddito di base per tutti sembra essere una brutta copia di quella toccata al progetto di reddito minimo proposto da James Tobin negli Stati Uniti degli anni 70’: cavallo di battaglia della campagna elettorale repubblicana, abbandonato subito dopo la sconfitta subita da Nixon.

Un serio dibattito sul reddito minimo garantito è stato alimentato da reti e associazioni di cittadini, questo è vero,  ma pochi hanno tirato in ballo le esperienze passate del reddito incondizionato di base. Molti cercano di tirare degli spunti costruttivi dall’esperienza Indiana o da quella dei minima sociaux francesi, ma raramente si fanno discorsi o analisi concrete su modi, pratiche ed eventuali conseguenze che l’implementazione di tale sistema potrebbe determinare. Il dibattito risulta essere monco, appena accennato e poco esaustivo. L’effetto che è capace di suscitare è molto simile a quello che proverebbe una ragazza d’altri tempi che, udendo dei sassolini lanciati contro la sua finestra, si affaccia con impeto e scorge già lontano il suo corteggiatore che corre a gambe levate: insomma delusione e amaro in bocca… (…)

Forse confrontare gli scombussolamenti emotivi  causati dalla timidezza del corteggiatore d’altri tempi con quelli dovuti all’illusorietà del dibattito sul reddito minimo garantito non è proprio un paragone felice, e magari chi legge comincerà a porsi dei dubbi …  Quello che forse è più certo è che possano aumentare i nostri dubbi sul reddito minimo garantito, soprattutto se si da uno sguardo alle esperienze passate: la Speenhamland Law.

La Speenhamland Law: esperienza di reddito minimo garantito nel XVIII secolo

Nel diciottesimo secolo, in Inghilterra, patria del capitalismo moderno, la società resisteva inconsciamente a qualunque tentativo di venir trasformata in una mera appendice del mercato. Non era concepibile un’economia di mercato che non includesse un mercato del lavoro, ma fondare un mercato del genere particolarmente nella civiltà rurale inglese significava niente meno che la distruzione totale del tessuto tradizionale della società.

Durante il periodo più attivo della rivoluzione industriale dal 1795 al 1834 in Inghilterra la Speenhamland Law fu capace di impedire la creazione di un mercato del lavoro.

Il mercato del lavoro fu infatti l’ultimo dei mercati ad essere organizzato sotto il nuovo sistema industriale: In Inghilterra la mobilità sia della terra sia della moneta fu raggiunta prima della mobilità del lavoro. A quest’ultimo si impediva di formare un mercato nazionale con severe restrizioni legali alla sua mobilità fisica poiché il lavoratore era praticamente legato alla sua parrocchia. L’Act of Settlment del 1662 che regolava le cosiddette servitù locali fu liberalizzato soltanto nel 1795. Questa misura avrebbe reso possibile la formazione di un mercato nazionale del lavoro se non fossero stati introdotti nello stesso anno la Speenhamland Law o il “sistema dei sussidi”. La tendenza di questa legge era opposta, era diretta cioè ad una vigorosa riattuazione del sistema paternalistico dell’organizzazione del lavoro quale era stato ereditato dai Tudor e dagli Stuart.  I magistrati del Berkshire riuniti al Pelikan Inn a Speenhamland presso Newbury, il 6 maggio 1975, in un periodo di gravi difficoltà, decisero che i sussidi da aggiungere ai salari avrebbero dovuto essere attribuiti secondo una scala dipendente dal prezzo del pane, in modo da assicurare un reddito minimo ai poveri indipendente dai loro guadagni. (…) Questa era intesa come misura di emergenza e fu introdotta in modo informale; anche se fu comunemente chiamata “legge”, questa scala non fu mai espressa attraverso una legge, tuttavia molto presto essa si diffuse nella maggior parte delle regioni rurali ed anche in molti distretti manifatturieri.  Essa introduceva un innovazione sociale ed economica come quella del “diritto di vivere” e fino a che non fu abolita nel 1834 essa impedì l’istituzione di un mercato del lavoro.

Due elementi però rovesciarono le aspettative del reddito minimo garantito: da una parte la classe media si era aperta la via al potere proprio per rimuovere quest’ostacolo alla nuova economia capitalistica, dall’altra il “diritto di vivere” appena sancito si rivelò una trappola mortale.

Perché il reddito minimo garantito si dimostrò una trappola?

Prima dell’introduzione della Speenhamland Law in Inghilterra vigevano le cosiddette Poor Laws. Con quest’ultime i poveri erano costretti  a lavorare per qualunque salario essi potessero ottenere e soltanto coloro che non potevano ottenere lavoro avevano diritto al sussidio; un sussidio come integrazione del salario non fu né pensato né dato. Con la Speenhamland Law un individuo veniva aiutato anche se aveva un lavoro fintantoché il suo salario ammontava a meno del reddito famigliare che gli era assegnato dalla scala. Visto che per di più nelle zone rurali il padrone poteva procurarsi il lavoro quasi con qualunque salario, quest’ultimo risultava sistematicamente più basso rispetto a quello assegnatogli dalla Speenhamland Law. Nessun lavoratore aveva quindi alcun interesse materiale nel soddisfare il suo datore di lavoro, il suo reddito essendo lo stesso qualunque fosse il salario che egli guadagnava. Nel giro di pochi anni la produttività del lavoro cominciò a sprofondare al livello del lavoro per gli indigenti (disoccupati obbligati a lavorare nelle workhouses) fornendo ai datori di lavoro un’altra ragione per non aumentare i salari al di sopra della scala.

Nessuna misura fu mai più universalmente popolare della Speenhamland law. I genitori venivano liberati dal peso economico dei loro figli e i figli non erano più dipendenti dal peso economico dei genitori; i datori di lavoro potevano ridurre i salari a volontà (essi erano incentivati ad abbassare al minimo i salari sapendo che il pubblico sarebbe comunque intervenuto a sostegno dell’indigente) e i lavoratori erano al sicuro dalla fame sia che lavorassero sia che non lavorassero.  Quanto ai contribuenti, essi furono lenti nel rendersi conto di ciò che sarebbe successo per i contributi in un sistema che proclamava il diritto di vivere sia che un uomo si guadagnasse un salario o no. Alla lunga il risultato fu agghiacciante.  Per quanto occorresse del tempo prima che il rispetto di sé dell’uomo comune cadesse così in basso da preferire il sussidio per i poveri al salario, i salari che venivano integrati per mezzo di fondi pubblici erano in numero illimitato tanto da spingerlo a sostenersi ad essi. In poche parole il sistema del salario minimo condusse ad un circolo vizioso che spinse ovviamente i salari al ribasso e la gente, soprattutto nelle campagne, a cadere in miseria.

Se i lavoratori fossero stati liberi di unirsi per il perseguimento dei loro interessi, il sistema dei sussidi avrebbe potuto naturalmente avere un effetto contrario sul livello dei salari che al contrario scendevano gradualmente verso lo zero, portando il loro peso interamente sulle spalle della comunità . L’azione delle trade-union e le loro capacità di negoziazione ne avrebbero tratto beneficio. Questa era forse dunque una delle ragioni chiave delle ingiuste Anti-Combinations Laws del 1799-1800, che appunto impedivano ai lavoratori di unirsi in associazioni di rappresentanza: vale a dire limitare le rivendicazioni salariali.  Se non fossero state approvate le Anti-Combination Laws la Speenhamland Law avrebbe potuto avere l’effetto di far crescere i salari invece che abbassarli. Esse non furono revocate per un quarto di secolo e il sistema venutosi a creare condusse all’ironico risultato che il “diritto di vivere” finanziariamente affermato finì con il rovinare la gente che esso era evidentemente destinato a soccorrere. Speenhamland era destinato a prevenire la proletarizzazione della gente comune o almeno a rallentarla. Il risultato fu semplicemente l’impoverimento delle masse che nel processo quasi persero la loro forma umana.

Né i governanti, né i governati dimenticarono mai la lezione di quel paradiso degli sciocchi. Nel 1834 il “diritto di vivere” fu abolito e nacque così in Inghilterra un mercato concorrenziale del lavoro. Il Reform Bill del 1832 e il Poor Law Amendment del 1834 furono comunemente considerati come il punto di partenza del capitalismo moderno. Ora ci si aspettava che da un momento all’altro la gente si sostenesse da sola, il lavoratore era privo di un suo rifugio nella società. Il mercato del lavoro avrebbe causato lo sradicamento delle persone dalle proprie terre (visto che anche il sistema di lavoro legato alle parrocchie locali si era sgretolato) e avrebbe assoggettato la società del XIX secolo alle atrocità delle workhouses. Si passò quindi da un opposto all’altro ed il punto di partenza di tutto ciò fu la Speenhamland Law.

Ovviamente tutto ciò non basta a mettere in cattiva luce l’istituzione di un reddito minimo garantito. Quello che si evince è che, da una parte il sistema era stato fondato su un principio difettoso, quello dell’aggiunta di contributi pubblici ai salari (e qui potrebbe magari nascere uno spunto di riflessione su come oggi gli incentivi statali all’impiego, sottoforma di sgravi fiscali alle imprese, possano influenzare al ribasso il livello medio di salari), dall’altra il potere politico della classe medio – alta era riuscito ad impedire ogni tipo di rivendicazione della classe lavoratrice (le trade unions furono riconosciute solo alla fine del secolo, 1870, quando ormai i danni della creazione di un mercato del lavoro concorrenziale erano già stati fatti).

Imposta negativa. La nuova Speenhamland Law proposta da Milton Friedman?

I fatti sopra descritti e tratti dal capitolo VIII del “La grande trasformazione” di Karl Polany costituiscono uno spunto di riflessione sulle varie forme di reddito garantito che potrebbero essere implementate. Gli errori commessi nell’implementare tale sistema  fanno sorgere dubbi su come oggi si voglia mettere in pratica un reddito di base. Oggi la letteratura economica, e non la politica, discute molto sul metodo di pagamento (continuo o una tantum), sull’ammontare (sotto la soglia della sussistenza o in linea con essa), e sugli individui che dovrebbero trarne beneficio (c’è chi sostiene un reddito garantito solo per i più poveri, e vede in ciò il metodo giusto se non si vuol percorrere la via dello spreco di risorse; c’è chi sostiene un reddito garantito incondizionato per tutti i cittadini, come avviene già in Alaska, e vede in ciò un elemento chiave per snellire il sistema della pubblica  amministrazione). Tutti i vari sistemi propositi nascondono degli elementi positivi o negativi a seconda del punto di vista ideologico da cui si guarda l’argomento. Non voglio fare qui una rassegna di tali metodi – che però è possibile trovare in rete (ad es.: Basic Income Worldwide – Horizons of reforms, M.C. Murray e C. Pateman) – ma un modello di reddito che potrebbe avere effetti nefasti sulla società così come la Speenhamland law del 1795 fece, è il Negative Income Tax (NIT).

Quest’ultimo è il sistema di reddito minimo garantito proposto dai liberali. Esso prende il nome di Imposta Negativa (Negative Income Tax, NIT), e viene così descritto da Milton Friedman nel suo “Capitalismo e libertà” (1962): sotto un sistema NIT, se il reddito di un individuo non raggiunge un determinato livello, l’individuo riceve attraverso il sistema fiscale nazionale, un credito (negative tax), anziché pagare imposte al governo.  Non notate voi una certa somiglianza di principio tra l’imposta negativa e la Speenhamland Law? In entrambi i sistemi vi è una sorta di incentivo statale, una sorta di addizzionalità di risorse pubbliche a redditi che non raggiungono una determinata soglia di sussistenza. Non si correrebbe quindi il rischio di rivedere la stessa corsa al ribasso dei salari già vissuta nell’Inghilterra del XVIII secolo, soprattutto considerando il tasso di liberalizzazione del mercato del lavoro statunitense?

E’ possibile aspettarsi oggi un effetto positivo sul livello dei salari in seguito all’implementazione di un reddito minimo garantito?

Le limitazioni alle rivendicazioni delle classi lavoratrici esistono ancora e mentre nel 1799 erano rappresentate dalle Anti-Combination laws, oggi esse sono rappresentate dall’eccessiva capacità delle aziende a delocalizzare i loro impianti produttivi in paesi in cui i costi salariali sono infinitamente più bassi (risultato evidente di tale fenomeno è il processo di deindustrializzazione europeo degli ultimi 30 anni). Un altro freno alle rivendicazioni salariali, che renderebbe nullo l’effetto del salario minimo garantito sulle rivendicazioni salariali è il “vincolo esterno” dovuto all’unione monetaria europea; oggi uno Stato europeo per poter recuperare la sua competitività non potendo disporre di sovranità monetaria, ha una sola soluzione: ridurre i salari (come sta accadendo oggi nei paesi del sud d’europa, e come ahimè succede anche in Germania; per approfondimenti: “Il Tramonto dell’euro”, Alberto Bagnai, 2012).

Pertanto ci sembra chiaro come il reddito minimo garantito necessità oggi di una discussione più approfondita, un vero dibattito sui metodi di implementazione, sugli effetti che esso causerebbe soprattutto in una situazione economica in cui gli interessi delle classi medio-basse continuano ad essere fortemente limitati da politiche di austerità appannaggio delle classi dominanti.

L’austerità è di destra, titola Emiliano Brancaccio nel suo libro omonimo; purtroppo – aggiungerei io – essa viene anche professata da forze politiche di sinistra. Ecco perché oggi quando si parla di reddito minimo garantito bisogna far ben attenzione non solo a chi lo professa ma anche a come vorrebbe implementarlo. Karl Polany ci insegna che il reddito minimo incondizionato ha portato a sconvolgimenti nefasti nella società inglese prima, ed europea poi. Quindi attenti al reddito minimo garantito friedmaniano!!!

Per fortuna però Polany ci ispira un leggero ottimismo. La Speenhamland Law fu il punto di partenza dello sconvolgimento sociale vissuto dalla nascita del mercato del lavoro concorrenziale. Ma grazie a questo si formò la nostra coscienza sociale e nacque un processo di auto protezione della società: nacquero leggi sulle fabbriche, una legislazione sociale e sorse un movimento politico e sindacale della classe lavoratrice.

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Fonti:

La grande trasformazione“, Karl Polany, 1944

Capitalismo e Libertà“, Milton Friedman, 1962

Immaginare un reddito minimo garantito per tutti

Il reddito minimo garantito permette “di lasciare la gente libera per una volta. Di non pensare al loro posto, di non preparargli un’ideologia che essi sarebbero poi condannati a seguire“. Il cambiamento della società sarà tutto tranne che facile: e “spero veramente che le persone possano avere male alla testa, al cuore, allo stomaco e che tutto il loro metabolismo sia sconvolto per il solo fatto che esse debbano riflettere a cosa abbiano veramente voglia di fare nella vita! D’altronde come potrebbe essere altrimenti quando per anni e anni siamo andati come un turbine senza neanche porci delle domande?

Reddito minimo garantito

Reddito minimo garantito

Inventare un’altra vita, altri rapporti sociali, può sembrare fuori luogo in periodi di crisi ma è in realtà più che mai necessario.  In Europa, America latina e in Asia l’idea di un reddito di cittadinanza riscuote un certo successo.

Si lavora, e grazie al lavoro svolto, si percepisce denaro. Tale logica è così ben radicata nello spirito della gran parte degli individui, che la prospettiva d’instaurare un sistema basato sul reddito di cittadinanza, vale a dire quella di versare ad ognuno una somma di denaro sufficiente a vivere indipendentemente dalla sua attività lavorativa remunerata, appare come un’aberrazione.  Siamo ancora convinti che i mezzi della nostra sussistenza individuale debbano essere strappati ad una natura  arida e ingrata. La realtà è però piuttosto differente.

Borse di studio, congedi di maternità, pensioni, allocazioni e assistenza alle famiglie, indennità di disoccupazione, sistema di sostegno ai lavoratori dello spettacolo (sistema vigente in Francia che permette a chi lavora nell’ambito culturale di disporre di un reddito minimo nei periodi “morti” esistenti tra due progetti di produzione artistica), i “minima sociaux” (letteralmente “minimi sociali”, anch’essi sono un sistema di aiuti tipici dello stato sociale francese capaci di sostenere coloro che non riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro): sono questi strumenti che riescono a dissociare il reddito dal lavoro. Seppur minacciati costantemente dai governi attuali, e seppur insufficienti questi dimostrano che quella del reddito minimo garantito è un’utopia che esiste già. In Germania ad esempio solo il 41% del reddito della popolazione deriva direttamente dal lavoro, come ci segnalano Daniel Hani e Enno Schmidt nel loro film “le Revenu de base” (2008, “il reddito di base”). In Francia nel 2005 il reddito della popolazione dipendeva per circa il 30% da allocazioni sociali di diverso tipo. (…). E non sarebbe poi così difficile adoperarsi affinché a ognuno possa uscire dallo stato di bisogno.

La messa in atto di un reddito di base ha innanzitutto come obiettivo principale quello di far sparire l’idea negativa associata alla disoccupazione, spesso intesa come problema, sia dal punto di vista della società nel suo insieme sia dal punto di vista dell’angoscia individuale. Per di più si risparmierebbe, tanto per cominciare, il denaro necessario al raggiungimento dell’obiettivo della piena occupazione. Nulla più giustificherebbe i regali che per molto tempo sono fatti alle imprese sotto forma di incentivi e bonus per le assunzioni. Non dimentichiamo che in Francia le politiche di esonero o riduzione dei contributi sociali a favore delle imprese, sono passate da un totale di 1,9 miliardi nel 1992 a 30,7 miliardi nel 2008. (…) D’altro canto il reddito minimo garantito, se versato a tutti, sia ai poveri che ai ricchi (ovviamente a quest’ultimi si chiederebbe il rimborso tramite imposte) permetterebbe persino di risparmiare il costo della macchina amministrativa che dovrebbe occuparsi del controllo dei beneficiari.

Tuttavia cerchiamo di essere più precisi, spiegando cosa si voglia dire esattamente quando si parla di reddito minimo garantito. Questo strumento è stato raccomandato e proposto negli anni 1960 da economisti di diversa estrazione politica e ideologica: da James Tobin, fautore del progetto di tassazione delle transazioni finanziarie, così come dal liberale Milton Friedman, il che deve ispirarci una certa perplessità. Questa grande differenza ideologica persiste ancora oggi. Basta guardare alla Francia dove il reddito di base proposto da Christine Boutin (Partito democristiano), non è lo stesso  che viene difeso da Yves Cochet (ecologista) o dal Movimento utopia (trasversale ai Verdi e al partito di sinistra).

Il reddito di base proposto dai liberali è troppo basso per potersi permettere di restare senza un qualsiasi impiego. Esso funziona quasi come un sostegno alle imprese e si iscrive in una logica di smantellamento delle protezioni sociali: è la teoria dell’imposta negativa di Milton Friedman.

Al contrario il reddito minimo proposto dalla sinistra deve essere sufficiente per vivere, seppur la definizione di “sufficiente” sia una questione abbastanza spinosa.  Ovviamente non lo si concepisce senza una difesa congiunta dei servizi pubblici e delle prestazioni sociali (pensioni, indennità di disoccupazione, sanità pubblica). E va da sé che si considerino anche altre caratteristiche: il reddito di base deve essere versato ogni mese ad ogni individuo, dalla nascita alla morte (ai minori andrebbe una somma inferiore rispetto a quella versata agli adulti) e non ad ogni famiglia; nessuna condizione o contropartita potrà esser richiesta in cambio; ed esso sarà cumulabile con il reddito da lavoro.

Così ognuno potrà scegliere cosa fare della propria vita, continuare a lavorare o dedicarsi il tempo libero accontentandosi di un livello di consumo modesto, oppure alternare periodi di lavoro a periodi di inattività. Si finirà col guardar con sospetto i periodi di inattività, visto che il lavoro salariato cesserà di essere la sola forma di attività riconosciuta. Coloro che sceglieranno di vivere del loro reddito di base potranno avere la libertà di dedicarsi a qualsiasi attività possa veramente appassionarli e/o che sia socialmente utile.

Il progetto scommette infatti sulle possibilità di libera associazione che esso aprirebbe. Uno studio fatto nel 2004 da alcuni ricercatori dell’Università cattolica di Louvain, cercava di scoprire gli effetti che un reddito di base potrebbe avere sulle persone, analizzando i comportamenti dei vincitori del gioco belga Win for Life (che assicura un reddito mensile a vita). Il saggista Baptiste Mylondo però fa notare che esiste un’enorme differenza su cui dovremmo concentrarci: “mentre il beneficiario di un reddito minimo garantito è circondato da altri beneficiari, il vincitore del Lotto resta isolato. Il valore del tempo libero cresce con il numero di persone con le quali è possibile condividerlo”. Il reddito minimo garantito modificherebbe quindi il rapporto che le persone avranno con il lavoro, con il tempo, con il consumo e con gli altri, compresi coloro  che hanno scelto l’impiego remunerato. Esso riscriverebbe quasi certamente le regole di socializzazione.

Dalla campagna elettorale dei democratici Statunitensi del 1972 al Belgio degli anni 80′

E’ negli Stati Uniti che è apparso per la prima volta l’idea di un reddito minimo garantito di stampo progressista. Nel 1972 durante la campagna elettorale democratica, James Tobin, allora consigliere del candidato alla presidenza George McGovern, fa inserire nel programma di governo la proposta del reddito di base grazie anche ad un appella firmato assieme a Paul Samuelson, John Kenneth Galbraith e altri mille e duecento economisti. Il progetto sarà poi abbandonato a causa della vittoria di Richard Nixon.

Esso poi si affaccia in Europa, dapprima in Olanda negli anni 80′. In Belgio un gruppo di ricercatori e sindacalisti crea nel 1984, attorno alla figura centrale dell’economista e filosofo Philippe Van Parjis, il Collettivo Charles Fourier. Un colloquio organizzato nel 1986 all’Università cattolica di Louvain da la nascita al Network europeo per il salario di base (Basic Income European Network, BIEN), che diverrà in mondiale nel 2004 (Basic Income Earth Network). Uno dei suoi fondatori Guy Standing, economista dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (ILO), partecipa all’esperienza del reddito minimo garantito lanciata in India nel 2011.

Francia e Germania. L’idea germoglia nei movimenti studenteschi e dei disoccupati

In Germania l’idea del reddito di base ha riscosso un successo importante negli ultimi anni, grazie alla campagna portata avanti da Susanne Wiest, che ha vissuto per circa dodici anni in una roulotte per risparmiare il costo dell’affitto e per semplice voglia di libertà. Le difficoltà per arrivare alla fine del mese e la riforma fiscale che prevedeva l’aggiunta delle allocazioni famigliari alla base del reddito imponibile andranno ad alimentare la sua esasperazione. Il suo incontro con Hani e Schmidt, fondatori del network Initiative Grundeinkommen (iniziativa per il reddito di base) nella Svizzera tedesca, la converte alle loro posizioni ideologiche. Susanne lancia così una petizione pubblica che riscuote un successo inaspettato e che finisce per dar vita ad un dibattito parlamentare nel 2010, dando tralatro una grande visibilità al film di Hani e Schmidt Le revenue de base.

In Francia l’idea del reddito di base si è solidificata durante le manifestazioni di protesta contro il progetto del governo Balladur (1994) di istituire un contratto di inserimento professionale (CIP), poi sfociato nella creazione del Collettivo di agitazione per il reddito garantito ottimale (Cargo) presto integratosi al movimento Agir ensemble contre le chomage (agire assieme contro la disoccupazione, AC!). Tale movimento è poi risorto negli anni 1997-1998; in questo stesso periodo il filosofo ecolgista Andrè Gorz aderisce al movimento, che troverà un importante appoggio nel movimento no global in piena costituzione. Anche Alain Caillè, fondatore del movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali (Mauss) ne diventerà militante.

(…)

All’interno della sinistra radicale però, il progetto del reddito di base non trova un consenso unanime soprattutto per quanto riguarda i metodi di implementazione. Per di più esso ha diversi elementi di divergenza con i progetti della sinistra anti-capitalista. Si è comunque concordi su alcuni aspetti riguardanti il reddito di base: esso può in qualche maniera fornire a tutti un minivo vitale, stimolare l’attività economica nei paesi in via di sviluppo, e ridurla leggermente altrove; nelle società occidentali esso offrirebbe la possibilità di sottrarsi al problema della disoccupazione, alla precarietà, alle abitazioni fatiscenti, alla povertà dei lavoratori, e per alcuni impiegati/operai la possibilità di fuggire quella sofferenza psico-fisica subita nei luoghi di lavoro. Nonostante tutto ciò il reddito di base non permetterebbe però di sconfiggere il capitalismo, e anche se alcuni professano la volontà di istituire un progetto di reddito massimo, esso non permetterebbe alle disuguaglianze di scomparire definitivamente.   (…)

unconditional income

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Un cambiamento che implica la fiducia nell’individuo

Piuttosto che rovesciare un ordine ingiusto e stabilire un sistema più equo, il reddito minimo garantito darebbe un forte impulso culturale alla società.  Esso darebbe un maggior riconoscimento ed un forte incoraggiamento alle attività “fuori mercato” in modo tale da generare una transizione verso una società di cui nulla si potrebbe predire. lasciando la scelta agli individui, tale sistema presuppone che gli si dia fiducia. Ovviamente la sinistra anti-capitalista non condivide affatto quanto affermato dal saggista liberale Nicolas Baverez secondo cui “per le classi sociali piu povere il tempo libero non è altro che alcolismo, il proliferare della violenza e della delinquenza”; tuttavia spesso essa il radicalismo dei progetti che essa difende sono spesso uguali ad una definizione monolitica della “buona vita”.

Il coautore della versione francese del film Le Revenu de base, Oliver Seeger afferma che:

il reddito minimo garantito permette “di lasciare la gente libera per una volta. Di non pensare al loro posto, di non preparargli un’ideologia che essi sarebbero poi condannati a seguire“. Il cambiamento della società sarà tutto tranne che facile: e “spero veramente che le persone possano avere male alla testa, al cuore, allo stomaco e che tutto il loro metabolismo sia sconvolto per il solo fatto che esse debbano riflettere a cosa abbiano veramente voglia di fare nella vita! D’altronde come potrebbe essere altrimenti quando per anni e anni siamo andati come un turbine senza neanche porci delle domande? Mi piacerebbe veramente tanto avere la fortuna di assistere di cosa potrebbe succedere.

Il reddito minimo garantito e i sindacati. Conflitto di valori o primo passo verso una maggiore emancipazione dei lavoratori?

Una critica che spesso viene fatta al progetto del reddito di base è che esso possa nel tempo minare la solidità della norma del lavoro. Storicamente i movimenti operai si sono organizzati attorno alla figura del “salariato”. Essi hanno forgiato i loro mezzi di resistenza allo sfruttamento ottenendo una serie di conquiste dalle ferie pagate alla protezione sociale, dimenticandosi però che la “scomparsa del salariato”, era tra gli obiettivi scritti dalla CGT (CIGL francese) nella carta d’intenti di Amiens del 1906…C’è però un altro elemento da considerare: per i gruppi sindacali e le forze politiche che ne sono vicine il lavoro è una fonte insostituibile di dignità e realizzazione personale.

Paradossalmente è la difesa del lavoro che motiva alcuni militanti del progetto del reddito minimo garantito. Essi vedono in tale progetto un mezzo per migliorare le condizioni di lavoro e risolvere l’ambiguità tra il “diritto al lavoro“, inscritto nella carta dei diritti dell’uomo, e “diritto a essere obbligati a fare qualcosa”. Con il reddito minimo garantito i salariati potranno scegliere di non esserlo più e i disoccupati potranno decidere se occupare di nuovo un posto di lavoro. Per di più il reddito di base aumentare il potere di negoziazione dei lavoratori, che non saranno più costretti ad accettare una qualsiasi remunerazione (tale aspetto potrebbe essere fondamentale per i lavoratori poco specializzati che svolgono mansioni faticose. Van Parjis e Yannick Vanderboroght invitano ugualmente a immaginare cosa rappresenterebbe un reddito minimo garantito nel caso in cui ci sia uno sciopero di lunga durata…

D’altro canto altri promotori dell’idea del reddito di base formulano una critica al lavoro salariato (ad esempio Mylondo e Utopia). La maggior parte degli impieghi, non procurano alcuna aumento dell’autostima e non danno neanche la sensazione di fare qualcosa di utile per la società o per l’interesse generale, al contrario essi provocano delle sensazioni completamente opposte. E per di più se si considera che il progresso tecnologico aumenterà la produttività del lavoro in maniera costante, nei prossimi anni sarà quasi impossibile trovare un impiego per ogni individuo.

Cicala spensierata, formica laboriosa o ape impollinatrice?

La corrente francese ispirata dall’Autonomia Operaia Italiana di Toni Negri, rappresentata da Yann Moulier-Boutang o dal cofondatore di Cargo, Laurent Guilloteau, appoggia la sua critica al concetto del general intellect di Karl Marx. Nelle Grundrisse, Marx prediceva che:

“Il sapere accumulato nel corso della storia dalla società intera sarà al cuore della creazione di valore”.

I suoi lettori direbbero che ormai ci siamo, visto l’avvento dell’economia dell’immateriale. E pertanto il capitalismo non può che diventare ancora più parassita e aggressivo: non fa nient’altro che appropriarsi delle competenze sviluppate al di fuori di esso e inseparabili dalle persone, le quali oltretutto non hanno nemmeno bisogno di questo per metterle in opera.

La parte essenziale della produzione di ricchezza e di valore si giocherebbe quindi proprio al di fuori dell’impiego. Tra le figure della cicala spensierata e della formica laboriosa, Moulier-Boutang ne interpone una terza, quella dell’ape: il suo lavoro d’impollinazione non crea alcun valore diretto, ma nessuna produzione potrebbe esistere senza di esso. Allo stesso modo ognuno con le sue attività quotidiane più insignificanti, partecipa indirettamente all’economia.

L’immagine dei beneficiari del reddito di base, dipinta dai demagoghi, è quella di assisti e nullafacenti che vivrebbero del lavoro degli altri. Andre Gorz aveva tempo fa capito che cercare di trovare la giustificazione al reddito minimo garantito è una trappola insidiosa:

“Si resta così sul piano di discussione del valore del lavoro e del Produttivismo”. “Il reddito di esistenza acquista un senso proprio se non esige nulla in cambio e non remunera nulla”: esso deve al contrario permettere la creazione “di ricchezze non monetizzabili”.

Ad ogni modo non c’è alcun bisogno di passare per la teoria Marxista del general intellect per poter giustificare un reddito minimo garantito. Il rivoluzionario anglo-americano Thomas Paine, uno dei primi promotore dell’idea del reddito di base, nel suo La Giustizia agraria del 1796 vedeva in esso un giusto indennizzo per l’appropriazione della terra da parte di pochi individui, terra che dovrebbe appartenere a tutti…

Fonte: Mona Chollet, Le Monde Diplomatique, Maggio 2013. Traduzione a cura di pensiero meridiano.

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Il reddito minimo garantito. Tutto quello che non si è mai detto

1. Italiani/europei. Quello che sto per raccontare potrebbe suonare a molti incredibile. In Gran Bretagna a partire dai 18 anni chi non ha un lavoro e non ha risparmi per più di 12.775 euro ha diritto all’ Income-based Jobseeker’s Allowance, a circa 300-350 euro mensili per un periodo di tempo illimitato . A questa cifra si devono aggiungere l’affitto dell’alloggio (Housing Benefit) e tutta una serie di assegni per i figli. In Francia, invece, per avere diritto al Revenu minimum d’insertion (Rmi) bisogna aver compiuto 25 anni (non si applica la condizione dei 25 anni per i disoccupati con figli). Il Rmi prevede (nel 2005) l’integrazione del reddito a 425,40 euro mensili per un disoccupato solo, che diventano 638,10 euro se in coppia (proprio così, laicamente: couple); 765, 72 se la coppia ha un figlio, 893,34 per due figli e 170, 16 euro in più per ogni altro figlio. Una coppia con tre figli arriva quindi ad avere più di 1.150 euro di Revenu minimum d’insertion.

Nel nostro paese non si è mai saputo bene che cosa sia nella realtà dei paesi europei il reddito minimo. Non siamo consapevoli di rappresentare (in compagnia della Grecia) un’eccezione in Europa. Se ci fosse stata una volontà di occultamento di questa realtà, essa non avrebbe potuto raggiungere meglio il suo obiettivo. Ciò che in Europa è il minimo, la base, il punto di partenza, da noi costituisce l’oggetto di indagini sociologiche: ciò che dovrebbe costituire il punto di partenza di un programma di sinistra (che voglia proporsi almeno di recuperare il tempo perduto) rimane ancora da noi una realtà avvolta nelle ombre di un iperuranio di provincia.
Il reddito minimo è un sussidio riconosciuto a tutti come diritto soggettivo: ne beneficiano coloro che non hanno un lavoro o hanno un reddito basso. In Germania la riforma restrittiva introdotta nel 2005 indica che tra 16 e i 65 anni si può disporre dell’Arbeitslosengeld II di 345,00 euro al mese. In più i costi dell’affitto e del riscaldamento (Miete und Heizkosten). Riporto un esempio preso direttamente da un fonte ufficiale tedesca. Una famiglia composta da due figlie di 12 e 14 anni, nella quale il padre è disoccupato e la madre ha uno stipendio da un lavoretto part-time di 750 euro lordi e le due figlie 308 euro al mese di Kindergeld (che è un versamento che riguarda i figli), è considerata dalla riforma bisognosa di un incremento di reddito. Fatti i dovuti calcoli, questa famiglia ottiene un’integrazione del salario che la porta a disporre complessivamente di 1665 euro al mese netti .
Se questi dettagli sono poco noti, più noto è invece il racconto del rovinoso tramonto dello stato sociale europeo. Anche perché legioni di novelli Oswald Spengler, vedendosi troppo stretti nel ruolo di giornalisti, non perdono occasione per dimostrare il loro straordinario orecchio per ogni possibile accenno di Untergang : di declino, di decadenza. Di nuovo però ci si limita a rimanere nel generico, ai grandi scenari, e si trascurano i dettagli. Che però sono interessanti. Ad esempio, dopo la riforma restrittiva del 2005, i disoccupati tedeschi di lungo periodo non hanno più – in aggiunta al normale sussidio – i soldi per i mobili e per i vestiti. Non potranno neanche più usufruire del sussidio all’estero senza una ragione attinente alla ricerca di un lavoro (non possono andare, in altre parole, in vacanza con il sussidio).
Di qui la domanda spontanea: disoccupazione e precarietà significano la stessa cosa in Francia (o in Portogallo) e in Italia?
In Italia non solo non c’è niente di simile, ma – fatto questo da non sottovalutare – qui da noi riesce a molti già difficile credere a quanto appena letto. Gli increduli non si rattristino, ci siamo passati tutti: questo è il genere di informazioni più trascurate in assoluto dai nostri media. Così ci riesce difficile credere che in Spagna Zapatero progetti di portare il salario minimo interprofessionale a 600 euro per 14 mensilità, ma non facciamo alcuna difficoltà a credere che da noi si possa lavorare «regolarmente» in un call center per soli 300 euro mensili (o addirittura, come dimostra un’inchiesta del Manifesto, per 100 euro). Come si è potuti arrivare a questo?
A proposito di telefoni: in Francia, se siete disoccupati, «vous bénéficierez de la réduction sociale téléphonique» . Réduction sociale téléphonique? La «riduzione sociale sul telefono». Cielo! Ma questo, non sfugge a nessuno, che è linguaggio da centro sociale, da no global: possibile che i francesi siano giunti a tanto? Il loro welfare prevede non solo il fatto, ma persino l’espressione «riduzione sociale». Che rozzezza! E pensare che noi li immaginavamo dediti ai profumi e alla moda. La giustificazione addotta è che il disoccupato non deve isolarsi: il telefono gli serve anche per trovare un lavoro. Cari amici francesi, vi prendete troppo sul serio!

2. Un ritardo surreale. Agli increduli si prepara però un nuovo colpo. Non è da oggi o solo da ieri che il reddito minimo garantito è una realtà per la Gran Bretagna, la Germania e i Paesi scandinavi. Basti dire che Eric Hobsbawm sostiene nel Secolo breve che il reddito minimo avrebbe avuto un ruolo nel rendere i soldati inglesi più attaccati alla loro patria e dunque anche più combattivi.
In forza di questa lunga tradizione, inoltre, e a dispetto del luogo comune del tramonto del welfare europeo, già nel lontano 24 giugno 1992 l’«Europa» aveva invitato gli Stati membri ad adottare il reddito minimo nei loro sistemi di welfare. Ma la questione, in Italia, non è mai assurta veramente alla dignità del pubblico dibattito. Questo fatto suscita stupore nello stupore. Una cosa infatti è nominare di sfuggita il reddito minimo d’inserimento, un’altra è spiegare bene che cosa è in Europa il reddito minimo d’inserimento. La raccomandazione 92/441 Cee sulla Garanzia minima di risorse impegnava già nel 1992 tutti gli stati membri ad adottare delle misure di garanzia di reddito come un elemento qualificante del modello di Europa sociale. Si apprende così che non c’è dunque solo Maastricht (e i fondi europei gestiti a pioggia). Ma vai a saperlo! Un’accelerazione di questa politica di sicurezza c’è stata nel 2000 con il vertice di Lisbona e di Nizza. Tanto per capire: anche il Portogallo e la Spagna hanno seguito la direttiva, mentre inadempienti sono rimaste l’Italia e la Grecia. E questo nonostante il fatto che, secondo un’indagine del Censis, ben il 93% degli italiani si dichiara favorevole ad «attivare un meccanismo di integrazione del reddito per disoccupati e percettori di bassi redditi» .
Molti non sanno che in Italia si è sperimentato una specie di reddito minimo d’inserimento in pochi comuni del Nord e in alcune zone della Campania. La sperimentazione ha avuto inizio con il governo Prodi, ed è stata interrotta dal governo Berlusconi. Solo in alcune zone della Campania è stata proseguita da Bassolino con i mezzi della Regione . Ma insomma, piccoli passi.
La Francia è arrivata molto in ritardo al reddito minimo rispetto all’Inghilterra o alla Germania: lo ha adottato “solo” a partire dal 1 dicembre 1988. Mitterand in persona ha presentato solennemente alla nazione francese l’adozione del Revenu minimum d’insertion social con una manifestazione alla Sorbonne, ad indicare il coinvolgimento del mondo intellettuale nella conquista di questo istituto . Da noi, quasi vent’anni dopo, se ne parla ancora tra addetti ai lavori. Un’inchiesta approfondita di carattere sociologico dovrebbe far luce sulle ragioni della perplessità italiana verso il reddito minimo. È possibile stilare una specie di casistica delle reazioni e delle obiezioni ricorrenti in Italia una volta che si sia posti di fronte a questa realtà. Dopo la meraviglia (la meraviglia davanti a una realtà condivisa da milioni di persone oltre le Alpi), la tendenza di solito è quella di ridurre l’ignoto al noto. Questa attitudine spontanea suggerisce sistematicamente di attribuire all’Italia una serie di difetti e problemi strutturali che renderebbero da noi impossibile qualcosa come il Rmi. Non ce lo meritiamo! Chi andrebbe più a lavorare? Oppure: aumenterebbe il lavoro nero! Ci dovrà pure essere, si pensa, una qualche Ragione Fondamentale che spieghi perché non si è adottato anche da noi il reddito minimo. È in sé, infatti, talmente poco credibile che possa non essere stata tenuta nel debito conto l’esperienza che hanno fatto gli altri paesi europei di problemi come la disoccupazione e la precarietà – che da noi sono gravissimi – che è comprensibile che si cerchi una Giustificazione.
Eppure, l’esperienza più che decennale degli altri paesi rimane come imbrigliata tra le vette alpine, e non riesce ad arrivare fin qui. Quello che si dice è poco, non ha colore né concretezza. L’idea che filtra da noi è che si tratti di misure dirette a contrastare la povertà, l’esclusione sociale. E qui immaginiamo, credo, delle situazioni limite: barboni, senza tetto. Per qualche oscura ragione non si distingue con chiarezza che il carattere universalistico di questi sussidi si rivolge per principio a tutti. Ma in Italia sembra quasi che solo con la giustificazione del soccorso dei poveri si possa accettare l’idea del reddito minimo. Le ragioni sono invece più complesse. Il reddito minimo è una delle ragioni che emancipa molto presto i figli dalle loro famiglie in molti paesi europei. I figli della mia padrona di casa in Inghilterra se ne andarono di casa raggiunti i 18 anni con il loro bravo reddito minimo. E la madre non se la passava affatto male: aveva un bel lavoro e una bella casa in uno dei migliori quartieri di Bristol. Certo, è vero, i suoi figli erano “poveri”, come sono “poveri” però la maggioranza dei diciottenni. Basterebbe riflettere sul fatto che hanno diritto al reddito minimo, in Gran Bretagna – come già detto – coloro che, oltre a non avere un lavoro, non superano i 12.775 euro di risparmi per capire che la parola “povertà” è equivoca. In Germania, come in Svezia, il 50% di coloro che ricevono il reddito minimo sono giovani sotto i 21 anni .
Una delle ragioni della freddezza italiana verso il reddito minimo è l’idea (diciamolo, detestabile e ridicola) che l’assistenza debba provenire dalla famiglia. In Inghilterra, invece, oltre al Child Benefit, «which is paid to parents», esiste l’Education Maintenance Allowance, il cui aspetto affascinante è di non essere un sussidio versato ai genitori ma ai figli, «direct into the students own bank account», nel loro conto bancario . In ogni caso, però, pur con tutta la nostra dedizione alla famiglia, noi spendiamo la metà di quanto spendono gli altri per la famiglia. In Francia le coppie (che lavorino o meno) con almeno due figli hanno diritto alle Allocations familiales: 115 euro al mese; con tre figli gli euro diventano 262 e se i figli sono più di tre a questa cifra vanno aggiunti 147 euro (per ogni figlio in più). Per quanto tempo? Fino al compimento del ventesimo anno di età. Come si ottiene il sussidio? Non occorre fare domande. Viene versato automaticamente. La Prestation d’accueil du jeune enfant (Paje) è invece un aiuto pensato per ogni nato, ma anche per ogni bimbo adottato o «accolto in vista dell’adozione»: varia da 138 a 211 euro. Per la baby sitter sono previsti altri soldi. Poi c’è la Allocation de rentrée scolaire: è concessa a chi non supera un certo reddito (16.726 euro l’anno per un figlio; 20.586 euro per due figli; 24.446 per tre figli). Ammonta a 257, 61 euro ed è versata a fine agosto per tutti i ragazzi che vanno a scuola. Serve per comprare libri, colori e quaderni. Anche per quanto riguarda l’affitto in Francia la condizione per usufruire dei contributi è che l’appartamento sia «decente e abbia una superficie minima, proporzionata al numero degli occupanti». Mancando queste condizioni, il disoccupato o chi ha un reddito basso, perde il diritto alla sovvenzione. Se poi si decide di ristrutturare il proprio alloggio, sia che si sia proprietari sia che si sia inquilini, si ha diritto al Prêt à l’amélioration de l’habitat, un prestito statale.
Persino con Margaret Thatcher al governo, il reddito minimo funzionava senza problemi. Questo lascia capire quanto bisogno abbiamo noi di “cose di sinistra”, se persino al tempo della Thatcher – almeno rispetto a queste questioni – gli inglesi stavano meglio di noi oggi. Non so quanti tra noi si rendano conto del fatto che la nostra situazione è imparagonabile a quella inglese, o francese, tedesca … perché è tra le peggiori in Europa: lo dice Eurostat. Da noi si trovano insieme questi fattori: maggior divario tra i redditi, maggior numero di disoccupati e precari, assenza totale di reddito minimo, affitti delle case alle stelle. Alla mancanza di un confronto positivo con gli altri sistemi europei ha contribuito anche un limite ideologico della sinistra italiana che si è trasformato in un limite cognitivo. La sinistra non poteva registrare dei fatti positivi in sistemi di cui si pensava comunque come alternativa. Ulteriore conseguenza è che, all’interno di queste analisi e delle relative categorie, tutte le vacche sono diventate nere: e si è persa l’individualità, l’assoluta specificità, del caso italiano.

3. Differenza tra indennità e reddito minimo d’inserzione sociale. Per non incorrere in equivoci e nelle trappole del gioco delle tre carte occorre distinguere indennità di disoccupazione e reddito minimo. Per il nostro discorso non interessa l’indennità di disoccupazione a favore di chi aveva un lavoro e lo ha perso, che esiste anche in Italia, ed è finanziata dai contribuiti sociali. Interessa, invece, il reddito minimo d’inserzione, che è finanziato nei paesi europei dalla fiscalità generale, e che in Italia non esiste.
La differenza è enorme. L’indennità di disoccupazione è un’assicurazione. Sicché, è vero che è prevista anche in Italia, ma attenzione: solo i lavoratori più «tipici» se la possono permettere, perché solo questi versano i contributi necessari. I precari, i lavoratori cosiddetti «atipici», coloro che ne avrebbero dunque più bisogno, non hanno, invece, alcuna indennità. Inoltre, l’indennità di disoccupazione dura (solo da pochissimo) un anno, dopo di che buona fortuna. Al contrario in Europa, il reddito minimo copre sia chi non ha ancora un lavoro sia chi ha perso il lavoro e non ha diritto all’indennità o perché l’ha esaurita o perché non ha versato i contributi. Nel Regno Unito la distinzione è chiara già nei nomi delle due diverse prestazioni: Contribution-based Jobseeker’s Allowance per l’indennità di disoccupazione e Income-based Jobseeker’s Allowance per reddito minimo garantito. Per la stessa ragione esiste l’Income support che è previsto, però, per chi lavora meno di 16 ore a settimana . Queste forme di sostegno del reddito, naturalmente, sono illimitate nel tempo.
Per avere l’indennità di disoccupazione in Italia occorrono almeno due anni di contributi, oppure 52 contributi settimanali negli ultimi due anni. In Francia per aver diritto all’indennità è necessario aver lavorato almeno 6 degli ultimi 22 mesi. L’ammontare dell’indennità viene stabilito con una media della retribuzione degli ultimi 12 mesi, secondo un sistema che salvaguarda i redditi più bassi. La durata dell’indennità varia da un minimo di 7 mesi ad un massimo di 60. A ciò si aggiungono circa 10 euro fissi al giorno, in determinate circostanze.
In Germania l’indennità di disoccupazione si chiama Arbeitslosenhilfe. Viene calcolata in base al netto dell’ultimo stipendio (il 60% e con figli il 67%), e non è una voce soggetta a tassazione. Fino al 2002 si aveva diritto alla sovvenzione dell’Arbeitslosenhilfe anche con un’occupazione di sole 12 ore alla settimana. Sarà sopravvissuta alla riforma restrittiva questa opportunità? Diciamo che per noi cambia veramente poco. La durata dell’indennità di disoccupazione varia dai 6 ai 32 mesi (per chi ha 57anni). Ma a partire dal 31.01 06 si porterà a 12 mesi con un massimo di 18 mesi per chi ha più di 55 anni. Dopo questi 12 mesi gli Arbeitslosen tedeschi dovranno accontentarsi dell’ Arbeitslosengeld II che di fatto è illimitata. Naturalmente, queste leggi si applicano anche agli stranieri che risiedono in Germania con regolare permesso di soggiorno. I siti ufficiali hanno immancabilmente apprestato delle spiegazioni per loro, traducendo la normativa in chiari punti in italiano, arabo, turco .
Un altro capitolo importante riguarda le condizione per ricevere il reddito minimo. Il disoccupato è aiutato a condizione che voglia lavorare in futuro. Ora c’è un problema che noi non ci poniamo. In Europa succede che il disoccupato possa ricevere delle offerte di lavoro addirittura dall’ufficio di collocamento. Non deve sfuggire un fatto essenziale: in queste nazioni imprevedibili e bizzarre, gli uffici di collocamento sono molto efficienti.
Ora la cosa essenziale è notare che il lavoro in ogni caso deve essere conforme alle qualifiche del lavoratore e può essere rifiutato senza perdere i vari sussidi qualora non rispondesse a queste qualifiche e se non rientrasse in determinati requisiti che sono definiti per legge. Ad esempio, se è troppo lontano dal proprio luogo di residenza. In Danimarca, a proposito di modello nordico, i disoccupati di lungo periodo hanno l’obbligo accettare il lavoro che l’ufficio di collocamento trova per loro, pena la progressiva diminuzione del sussidio.

4. Assenza dal dibattito pubblico. Lo si è detto, stupisce che una questione di grande rilevanza, come è, senza dubbio, quella del reddito minimo, non sia già da tempo un tema di pubblico dibattito e di pubblico dominio, ma rimanga un argomento confinato alle analisi sociologiche. Stupisce che la frase “il mercato del lavoro richiede oggi flessibilità” non si completi automaticamente con “e un reddito minimo garantito, come in tutti gli altri paesi europei”. Insomma, è un fatto politicamente rilevante che in Italia non sia abbia una rappresentazione adeguata di che cosa sia il reddito minimo in Europa. C’è poco da girarci intorno. È solo colpa dei mezzi di comunicazione di massa? Da quando, vent’anni fa, feci esperienza diretta di queste cose vivendo in Inghilterra, ho avuto sempre l’impressione che in Italia si vivesse chiusi in una sorta di realtà parallela incomunicante con il mondo circostante. Curiosamente, sappiamo tutto delle bizzarrie della monarchia inglese, grazie ai “gustosi” servizi dei tg nazionali: caccia alla volpe, monellate dei principotti, matrimoni e tradimenti, diari e scandali. Non interessa invece il fatto che, mentre disoccupazione e precarietà in Italia sono prive di una reale copertura che non sia la famiglia, in Inghilterra chi non lavora, chi ha un reddito basso, o anche solo un diciottenne con la chitarra in mano, viene spesato anche dell’affitto della casa.
Eppure, ben lungi dall’essere una fantasia di utopisti, il reddito minimo funziona piuttosto bene in Europa: tant’è vero che il problema della disoccupazione non è più, in queste remote nations of the world, quello dell’indigenza, ma quello di ridurre il rischio (comunque molto limitato) costituito dalla cosiddetta “trappola assistenziale” che spinge alcune persone a rimanere nell’assistenza piuttosto che a lavorare. Molti studi hanno però dimostrato l’ovvio, e cioè che in linea di massima rimangono nell’assistenza coloro che avrebbero avuto comunque bisogno di assistenza .
Ma il vero vantaggio del reddito minimo è che permette di ridurre il condizionamento della disoccupazione nella scelta del proprio futuro lavorativo. Il reddito minimo permette di guardare al lavoro sotto una prospettiva che è più legata alla scelta, che non alla necessità. Il problema del lavoro tende – in linea di massima – a riguardare più il ruolo sociale, l’aspirazione individuale che non la ricerca del pane quotidiano. Non è detto che una persona debba voler far il cameriere o l’operaio, a vita fino alla pensione. Una maggior mobilità unita a garanzie sicure può essere, almeno per qualcuno, un’occasione di migliorare la propria posizione. In Italia invece il mezzo (il lavoro) diventa il fine. Ed ecco la paradossale locuzione dei cosiddetti lavori “socialmente utili” oppure le più banali assunzioni clientelari. Il lavoro tende a confondersi con il welfare. È un errore dunque minimizzare l’assenza tutta italiana del reddito minimo come una banale diversità di interpretazione dello stato sociale. Questa mancanza sembra rivelare qualcosa di più importante, qualcosa che affonda le radici nell’impianto sociale e politico del nostro paese, ne rispecchia il carattere autoritario e clientelare, lontano da un modello anche solo “liberale”.
L’introduzione del reddito minimo non si scontra con insormontabili limiti economici. Lo dimostra il fatto che molti paesi lo adottano. Per certi versi (e sorvolando sulle differenze sul modo di intenderlo) il reddito minimo mette d’accordo economisti molto diversi tra loro. L’economista neoliberista e premio Nobel Milton Friedman ha sostenuto con forza negli Usa, oltre alla celebre «riduzione delle tasse», anche l’opportunità dell’introduzione del reddito minimo, portando dalla sua parte molti economisti. Dall’altra parte, però, sostenitore del reddito minimo è stato anche l’economista neokeynesiano, anch’egli premio Nobel, James Tobin. In Italia Tito Boeri è spesso intervenuto a sostegno dell’introduzione del reddito minimo nel nostro paese. Da un punto di vista filosofico Antonio Negri nel suo Impero ha sostenuto la fondatezza del reddito garantito in senso universale basandosi però ancora su un’idea di retribuzione (per un lavoro svolto ma non riconosciuto). Per il filosofo ed economista Philippe van Parijs (belga ma attualmente professore ad Harvard) e per il nutrito gruppo di economisti e intellettuali di ogni nazione europea riuniti nel BIEN, si dovrebbe andare addirittura oltre gli attuali sussidi di disoccupazione . Il Basic income, da riconoscersi a tutti, ricchi e poveri, occupati e disoccupati, vale semplicemente come principio di garanzia di libertà – della libertà di passare il tempo a fare il surf sulla spiaggia di Malibù come della libertà di lavorare. Per quanto possa sembrare strano, secondo van Parijs, questa soluzione costerebbe addirittura meno dell’attuale sussidio di disoccupazione ed eviterebbe il rischio della cosiddetta «trappola assistenziale», perché lavorare non significherebbe rinunciare al sussidio . La proposta del Basic income non può apparire nella sua giusta luce se non si tiene presente la realtà dei sussidi di disoccupazione in Europa. Il Basic income è per certi versi figlio dei sussidi di disoccupazione, ne rappresenta l’evoluzione, la radicalizzazione del principio. Si pensi per esempio al fatto che in Austria il reddito minimo è considerato chiaramente un diritto soggettivo . Naturalmente il dibattito teorico sul reddito minimo è molto ampio e complesso (ma qui non è questo che interessa): un altro punto di vista sulla questione è, ad esempio, quello di André Gorz .

5. L’etica protestante e lo spirito del welfare. L’idea dominante da noi è che in tema di welfare nessuno possa fare miracoli, con l’eccezione di alcuni paesi alieni, come la Danimarca, la Svezia, la Norvegia. Così, paradossalmente, l’esperienza scandinava ha avuto da noi l’effetto di nascondere tutto quello che avveniva nel resto d’ Europa. Gli scandinavi fanno miracoli, il resto del mondo è invece come noi. Proprio l’eccezionalità ha finito per suggerire che non sono paesi il cui esempio possa essere seguito. Sì è vero, hanno tante belle cose : ma sono pochi, hanno più risorse, sono protestanti e via discorrendo. Si tratta, come ricorda ad esempio Michele Salvati (MicroMega, 1/05 p. 48), di «paesi piccoli, socialmente molto omogenei, di cultura protestante, e con sindacati e partiti molto robusti, esempio di un modello ‘neo-corporativo’, (e dunque di élite colluse e autoreferenziali) di cui i politologi fecero un gran parlare alcuni anni addietro». Capisco il senso. Tuttavia, per autoreferenzialità neocorporative e collusioni partitiche noi non siamo da meno a nessuno, anche senza il welfare dei danesi. Il problema è che, indipendentemente dalla risposta che si possa dare al ruolo del protestantesimo nell’efficienza dello stato sociale, ad essere più avanti di noi non sono solo gli alieni scandinavi. L’Argomento demografico («sono pochi, dunque ricchi»); l’Argomento antropologico («i nordici sono rigidi, onesti e democratici per natura»); l’Argomento svizzero o elvetico («sono paesi chiusi che consumano in beata e piccina autarchia, misteriose risorse di cui solo loro dispongono») crollano di fronte alla Francia, alla Germania, alla Gran Bretagna, alla Spagna, al Portogallo, all’Austria. Crollano di fronte alle raccomandazioni inascoltate dell’Unione Europea. Anche l’Argomento autodenigratorio, semplice variante dell’Argomento antropologico («figurarsi in Italia che cosa succederebbe con il reddito minimo, nessuno lavorerebbe più o tutti lavorerebbero al nero»), vacilla se si considera che il reddito minimo è molto più trasparente delle pensioni di invalidità. E caso mai il discorso va rovesciato: proprio in un paese dove, come si dice, «la mafia trova lavoro», sarebbe opportuno asciugare il disagio sociale. Proprio in un paese disinibito al voto clientelare, sarebbe opportuno, contro le soluzioni discrezionali, fissare come diritto soggettivo il reddito minimo. Del resto è un discorso vecchio come il cucco. Il reddito minimo renderebbe gli individui meno dipendenti e più liberi: più liberi anche dai condizionamenti prodotti dalle nostre élite autoreferenziali a caccia di clientele e collusioni. Tra l’Eccezione nordica e l’Italia c’è un terreno intermedio: ed è a questo terreno intermedio che fa riferimento Jeremy Rifkin a proposito del Sogno europeo.
Nonostante si sia disposti a credere il contrario, l’Italia spende meno degli altri paesi in welfare. Non sempre i sistemi dei diversi paesi sono comparabili, ma un’idea generale i numeri la danno comunque. Secondo Eurostat l’Italia è tra i paesi Ue che dedicano meno risorse alla protezione sociale. In media, nel 2001 i Quindici dedicavano il 26,5% del proprio prodotto interno lordo (Pil) alle spese per la protezione sociale; percentuale che in Italia scende al 24,5% (undicesimo posto nell’Ue a 15). Il livello massimo si registra in Svezia (30,3%) ed il minimo in Irlanda (14,6%). L’Italia è in assoluto il paese che dedica la maggior parte delle risorse destinate alla protezione sociale alle pensioni (62,2% contro il 46,5% della media europea), ed è invece nelle ultime posizioni per la percentuale di risorse assegnate alle famiglie (4,1% contro 8%), ai disoccupati (1,6% contro 6,3%) e alle due funzioni alloggio ed esclusione sociale (complessivamente, 0,3% contro 3,6%).
Quante volte si è chiacchierato del problema del costo degli alloggi? Qui veramente i numeri parlano da soli. L’Italia spende un ridicolo 0,1%, mentre la Francia spende il 3,1% e l’Inghilterra il 5,5. Potrebbe far riflettere che a Portici c’è una densità di 13.322 abitanti per chilometro quadrato mentre a Hong Kong è di 6.314 . Proviamo a indovinare dov’è il problema?
Una società più giusta funziona anche meglio. Non è meno competitiva, ma più competitiva. Più giustizia (meglio che la Giustizia) coincide con più libertà. Lo dimostra anche il reddito minimo. In Europa chi non lavora temporaneamente può permettersi di aspettare, di cercare, di studiare e alla fine di trovare un lavoro più gratificante di quello che ha perduto. Il reddito minimo prefigura in questi paesi un rapporto con il lavoro diverso da quello a cui siamo stati abituati. La precarietà diventa anche un modo per guardarsi intorno e per scegliere. È una realtà della quale potrei portare molti esempi di amici e amiche francesi o inglesi … C’è chi con il reddito minimo ha potuto investire del tempo per la preparazione del concorso per insegnare nella scuola; chi ha potuto affrontare le incertezze della precarietà che comporta la carriera accademica. «Le Rmi» non ha permesso un periodo di vita nel lusso, ha però concesso loro il lusso di scegliere la propria vita. Al contrario, potrei fare il caso di una giovane studiosa italiana di manoscritti medievali, molto promettente, che oggi lavora come vigile urbano. A 28 anni, Guido partì per l’Inghilterra con alle spalle un corso di laurea in lettere non terminato e davanti il modesto progetto di imparare l’inglese per poi, forse, tornare in Italia. A 28 anni le opportunità gli sembravano (a torto) ristrettissime. Dopo aver studiato l’inglese in un bel college, pagando una quota ridotta del 75% in quanto disoccupato, si iscrisse all’università di Bristol. Gli riuscì poi di fare quello che in Italia non era riuscito a fare: laurearsi. E non solo. Lo lasciai che studiava l’inglese, lo ritrovai 15 anni dopo che insegnava all’università.

Fonte: di Gianni Perazzoli, da MicroMega 3/2005

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