Vinicio Capossela racconta la crisi

Il rebetiko è la musica dei ribelli greci, raccontati da Andrea Segre e Vinicio Capossela nel documentario “Indebito”

Capossela racconta la crisi

Nasce sospeso sulle acque contese tra Grecia e Turchia, il genere musicale del rebetiko.

Nasce nei pescherecci su cui fugge da Smirne oltre un milione di greci dopo l’invasione delle truppe di Atatürk nel 1922.

“Una profuga, appena sbarcata ad Atene, cerca un bicchiere d’acqua per la sua bambina di sette mesi. Bussa, ma nessuno le apre. Questa è la tragedia dei greci di Smirne, respinti in patria. A cosa potevano aggrapparsi? Solo alla canzone”, spiega lo storico Giorgis Christofilakis nel documentario di Andrea Segre “Indebito”.

Rischiava il carcere chi suonava rebetiko negli anni Trenta. Lo stesso nome sembra derivare dalla parola turca ‘rebetes’, ribelle.

Sfidava la legge chi cantava di droga, di politica, o soltanto lamentava un amore finito. Era proibito condividere la propria sofferenza in luogo pubblico. I compositori di rebetiko, i mangas, lo facevano nascosti nelle taverne. “Costruivano un’identità basata sulla denuncia sociale e il bisogno di esprimere le proprie emozioni”, commenta Segre.

A fare il sopralluogo per il documentario è stato Vinicio Capossela, committente del film. Il musicista aveva realizzato nel 2007 il disco “Rebetiko Gymnastas”, prima che scoppiasse la crisi. “Vinicio voleva tornare in Grecia e voleva che io cogliessi, con le immagini, l’aspetto sociale di un fenomeno che aveva percepito a livello musicale. È la prima volta che lavoro sull’idea di un altro”, confida il regista padovano.

Capossela recita da comparsa, lasciando il ruolo da protagonista agli eredi della musica di Smirne. “La crisi attuale è soprattutto identitaria. Cosa rimane di noi quando smettiamo di essere consumatori?”, chiede Segre. Trova risposta nelle taverne greche, dove per i nuovi mangas il rebetiko è ancora urlo di appartenenza. “È una forma di memoria storica, la cui particolarità è l’apertura. I rebetes creano empatia: il dolore che cantano diventa il tuo dolore, senza scampo”, conclude il regista.

Già autore di “Dio era musicista” (2004), Segre definisce la musica una necessità cinematografica, presente anche quando è assente. Il rebetiko è il genere di una minoranza che cerca un riscatto. Si suona d’inverno, al chiuso. In strada, la Grecia scende sempre meno per protestare; stanca e disillusa, appare silenziosa. Parafrasando le parole di Segre, è anche questa una scelta musicale.

Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=gYhEcjbi1io

Gli appunti scritti da Capossela durante il viaggio tra Atene, Salonicco, Creta e Icaria sono diventati il libro “Tefteri”, edito da Il Saggiatore. Il musicista lo rileggerà il prossimo 29 settembre presso Villa Celimontana a Roma, in occasione del Festival della Letteratura di Viaggio.

Alcuni estratti del libro “Tefteri”  di Vinicio Capossela 2013, anch’esso sulla Grecia, sul rebetiko, sui rebet, sui ribelli:

/ Ci disse Sakis: “Perchè dovrei andare in posti dove la musica mi deve solo stordire? Farmi dimenticare chi sono, farmi confondere nel rumore?Scelgo di frequntare i posti dove si suona rebetiko perchè, spendendo quello che posso permettermi, bevo e ascolto una musica che mi fa sentire compreso”. 

/ Consumare il rebetiko vuol dire rischiare. Si spalancano voragini. Ora come ora mi iniziano ad arrivare pesi. La vecchiaia dei miei, i miei destini mancati, la solitudine. E’ pericoloso sedersi e ascoltare. Mettersi da soli a tiro di questa mareggiata. (…) 

/ Una parola che ricorre spesso nelle canzoni di rebetiko è meraklìs. Meraklìs è l’atteggiamento di un uomo che ha bisogno più degli altri di godersi le cose. Non per farsi vedere, ma per se stesso. Quelli che bevono caffè mettendoci tempo. Uno che non si veste solo con la giacca, ma che porta anche i gemelli. Che fa attenzione ai particolari. Agli accessori. Perchè li gode. Se beve il caffe lo fa succhiando, emettendo versi di soddisfazione. Non sta nel mezzo. E’ un modo di prendere il cibo, i vestiti, il caffè, la musica, la compagnia. Un modo di fare le cose con amore, non per usarle e basta. 

Il documentario “Indebito” è stato presentato fuori concorso all’ultima edizione del Festival del Cinema di Locarno e sarà distribuito nelle sale a partire dal 3 dicembre.

ripreso daValentina Vivona – Il Post Internazionale, con alcune modifiche.

 

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Grecia. Quando la crisi sfida il territorio

Breve analisi sociale e territoriale dei cambiamenti in atto in Grecia a causa della crisi economica e dell’austerità imposta senza diritto replica. Dallantiparoki,  sistema di micro capitalismo associativo, al sistema agricolo cooperativo del microfondo. La storia di un sistema economico fragile minacciato dall’austerità. 

François Hollande in Grecia -  Febbraio 2013

François Hollande in Grecia – Febbraio 2013

Il territorio greco molto frammentato, con le innumerevoli penisole ed isole che si incastrano tra di loro, disegna una geografia frattale, complessa, diremmo quasi balcanica. Dai golfi dell’Egeo alle baie ioniche, dalle cime del Pindo fino alla catena montuosa dei Rodopi, pianure, rilievi ed isole fanno di quello greco un territorio difficile, ostile. L’Unione Europea ha avuto per molti anni tra i suoi obiettivi principali quello di rendere più accessibile geograficamente la Grecia ai suoi stessi abitanti, migliorando la comunicazione territoriale tra le diverse aree del paese, grazie al finanziamento di opere infrastrutturali .

In periodi di crisi e di austerità però le barriere, gli ostacoli e le discontinuità territoriali, che si erano superate grazie agli investimenti dei fondi comunitari, e all’intervento pubblico, ritornano ad essere causa di isolamento ed esclusione. In due anni la privatizzazione dei trasporti nazionali, la cancellazione di otto collegamenti ferroviari cardine, la drastica riduzione delle sovvenzioni pubbliche destinate ad assicurare i collegamenti tra il continente e le isole, l’aumento dei prezzi dei ticket e della benzina, assieme alla violenta riduzione dei salari minacciano di accentuare le disuguaglianze territoriali.

All’imboccatura del Golfo di Corinto, una grande opera simboleggia il paradosso della situazione greca attuale. A Patrasso è stato costruito uno dei ponti più lunghi d’Europa allo scopo di unire il Peloponneso alla parte Nord del paese. Un’opera maestosa che prova la voglia e allo stesso tempo la capacità umana di superare le avversità naturali e poter facilitare lo scambio, la vicinanza e il contatto con ciò che è distante, a causa di una natura impervia. Poche sono però le auto che lo percorrono. Pochi son quelli che possono permetterselo. 26 euro il costo del pedaggio (andata e ritorno), quasi quanto il guadagno di una giornata di lavoro di un greco medio. Il ponte è stato costruito grazie allo Stato e ai finanziamenti della BEI (Banca Europei d’Investimento); esso è oggi gestito da una filiale del gruppo francese Vinci, titolare di una concessione di 42 anni. A Patrasso invece il porto è sempre affollato, centinaia di persone ogni giorno aspettano in coda. Il traghetto è l’unica soluzione.

Inesorabilmente l’austerità conduce a cambiamenti nelle strategie di gestione del territorio. L’Hellenic Republic Development Fund ha ormai già da tempo cominciato a liquidare le attività pubbliche. Acqua, elettricità, autostrade, porti, tutte le reti di trasporto sono svendute all’asta. Così come l’aereoporto di Helliniko. Nel 2004 era stato trasformato in centro olimpico e, prima che la crisi aprisse la strada alla svendita dei terreni, era prevista la nascita un grande parco pubblico. Da allora molte cose son cambiate e, nonostante il costo enorme dell’operazione sostenuta ai tempi  dallo Stato,  le strutture sportive esistenti verranno completamente distrutte per poter mettere in vendita l’area agli investitori.

L’antiparoki ad Atene. Sistema di micro capitalismo associativo 

In alcuni quartieri della città di Atene circa un terzo dei commercianti ha dovuto chiudere bottega a causa della drastica caduta dei consumi. Dietro le vetrine chiuse un silenzio polveroso ricopre gli oggetti venduti da un negozio di mobili, o le sedie della sala d’attesa di un barbiere. Sulle facciate dei palazzi tantissimi sono i cartelli rosso e giallo che propongono l’affitto o la vendita di migliaia di appartamenti deserti. La riduzione brutale dei redditi – i salari medi si sono ridotti del 45% tra il 2010 e il 2012 – e l’aumento della disoccupazione – dall’8,8% della popolazione attiva nel gennaio 2009 al 26,8% dell’ottobre 2012 – hanno costretto innumerevoli famiglie a riunirsi e vivere in un solo appartamento.

Certo lo scenario della crisi non è quello dei lotti completamente disabitati della periferia madrilena. La distribuzione del tessuto urbano sul territorio è più lenta e meno spettacolare dal punto di vista visivo. Il paesaggio urbano  è però privo di una struttura integrata e ciò è dovuto all’assenza di pianificazione urbana. La Grecia non ha mai avuto istituzioni finanziarie o promotori impegnati nell’ambito della progettazione e implementazione di spazi urbani, ne c’è mai stata una politica sociale per la casa degna di uno Stato: dalla dittatura di Metaxas (1936 – 41), a quella dei Colonnelli (1967 – 74), passando per la guerra civile (1946-49), che vide la sconfitta dei comunisti e l’ascesa al potere del governo di estrema destra di Caramanlis (1955-63), il movimento operaio, sempre represso e “domato”, non è mai riuscito ad imporre tale riforma.

Pertanto Atene si è sviluppata in termini di struttura urbana, soprattutto grazie “all’insieme di iniziative personali venute dal basso”. Con tale espressione Thomas Maloutas, professore di geografia sociale all’Università di Harokopio, vuole descrivere quel processo di costruzione urbana che raggiunse il suo culmine tra il 1950 ed il 1970, basato su una sorta di micro capitalismo associativo. Il proprietario del terreno mette a disposizione il suolo; l’imprenditore il suo savoir faire. La vendita anticipata degli appartamenti permette di finanziare la costruzione di 5/6 immobili. Questo sistema, cosiddetto antiparoki (letteralmente: compensazione), divenne in quest’arco di tempo il metodo di costruzione dominante, plasmando così gran parte del centro (il tutto basato sul risparmio). L’antiparoki ha così permesso ha migliaia di persone di divenire proprietarie, compensando l’assenza strutturale dello Stato, l’usura delle banche e la fluttuazione dell’economia. Questo fenomeno di cooperazione e di auto-imprenditoria, rischia sempre più di sparire a causa dei colpi inferti dalle politiche di austerità.

La minaccia al sistema cooperativo delle campagne greche

Dalle rive dell’Egeo sino alle catene montuose del Pindo, si estende la pianura agricola della Tessaglia, quasi come un mosaico, che prende i colori delle piantagioni di mais, grano e cotone. La presenza di industrie e sistemi di irrigazione, fanno della Tessaglia una regione agro-industriale. Ma a differenza di altre zone d’Europa ad agricoltura intensiva, essa si distingue per la sua alta densità di popolazione.

Dimitris Goussios, professore di geografia rurale all’Università di Tessaglia-Volos racconta che “agli inizi del 20° secolo, la Grecia ha conosciuto la riforma agraria più radicale d’Europa. Lo Stato distribuiva le terre secondo i bisogni delle famiglie ed in maniera assolutamente egualitaria. Lo scopo era quello di impedire ai grandi proprietari terrieri di avere la meglio sui piccoli nullatenenti. Nella Tessaglia la dimensione massima di un appezzamento di terra fu limitato ai 15 ettari. Sino ad oggi il microfondo ha dominato la struttura agricola di questa regione e la gestione delle terre è rimasta famigliare (la dimensione media di un appezzamento di terra sottoposto a coltivazioni in Grecia è di 5 ettari, contro i 52 ettari medi un terreno in Francia).

La riforma agricola fu una delle prime riforme fatte dalla neonata Repubblica Greca nel 1922 al fine di ridare una terra ai greci rimpatriati dall’Asia Minore, terra che apparteneva un tempo all’Impero Ottomano. Lo Stato vedeva in questa riforma il modo di affermare la propria legittimità. Le tasse sugli agricoltori restarono bassissime: il governo non avrebbe mai voluto perdere l’elettorato delle campagne. Il funzionamento del sistema agricolo però, anche dopo la seconda guerra mondiale, continuava a basarsi su forme di organizzazione produttiva e salariale poco soggetto a tassazione e a regole contabili, il chè ha permesso, sì la nascita di un sistema di cooperazione informale (scambio di merci e beni tra agricoltori), ma anche il fiorire dello sfruttamento di manodopera migrante, soprattutto di origine albanese”.

Dal 2001 però la situazione è leggermente cambiata. Lo Stato ha ristabilito l’assoggettamento degli agricoltori all’imposta sui redditi, abbassando la soglia di esenzione da 12.000 € a 5.000€. Ha sottoposto le attività agricole ad un rigido controllo contabile ed ha introdotto un delle misure per assoggettare i lavoratori delle campagne alle stesse norme del lavoro salariato vigenti in altri settori. Secondo Goussios così facendo lo Stato, con il pretesto di recuperare introiti fiscali, ha completamente distrutto il sistema cooperativo sul quale era organizzata la società contadina. Considerando che gli armatori navali son stati esonerati da ogni tipo di imposizione sino al 2013 (per approfondimenti sulle concessioni di gestione dei porti “Modèle social chinois au Pirée”, Pierre Rimbert, clicca qui) tale provvedimento ha l’aria di non rispettare in maniera egualitaria gli interessi di classe.

Il calo dei consumi interni, l’introduzione dell’imposta sui redditi e l’aumento delle tasse indirette (IVA in Grecia è passata dal 18% del 2008 al 23%) ha portato numerosi agricoltori ad essere espropriati delle loro terre. La dimensione ridotta dei terreni coltivati, l’invecchiamento dei lavoratori agricoli e la riduzione dei sovvenzionamenti all’agricoltura dell’UE (PAC)a causa dell’allargamento ad Est dei confini comunitari porteranno ad un peggioramento della situazione nelle campagne greche, e quasi sicuramente ad un concentrazione maggiore delle proprietà terriere, senza dimenticare il rischio d’abbandono di terre coltivate sulle zone montuose.

La deindustrializzazione: destino comune al futuro economico-sociale europeo?

L’entrata nel mercato unico europeo ha indubbiamente permesso al settore agricolo di ottenere importanti sovvenzionamenti, ma, allo stesso tempo, ha trasformato lo spazio ed i territori greci in maniera marcata già a partire dagli anni 80. La Grecia ha subito le conseguenze negative del fenomeno di divisione del lavoro accelerato dal mercato comune europeo: ogni regione si è specializzata in un settore economico ben preciso. A scapito della differenziazione economica alcune regioni greche si sono specializzate nel turismo, altre nell’industria. Altre nell’agricoltura.

Sino agli anni 80’ Patrasso è stata il centro industriale dell’intero Paese. Lungo il litorale sorgeva un moltitudine di aziende (settore tessile, pneumatici, mattatoi, cartiere etc) capace di dare occupazione a migliaia di lavoratori. Di questa storia operai oggi non resta nient’altro che delle rovine. La Grecia ha vissuto un fenomeno di deindustrializzazione costante, simile a quello che oggigiorno vivono Francia, Italia e Spagna (con la chiusura di impianti come Fiat, Renaut, Alcoa in Sardegna, Ilva nel Nord Italia e a Taranto, e gli esempi non finirebbero qui), anche se a partire da una situazione iniziale differente: l’Industria greca rispetto a quella Italiana o Francese è sempre stata meno stabile e forte, perché priva di settori (come quello del manifatturiero, meccanica di precisione, automobilistico etc) ad alta produttività e ad alto valore aggiunto.  I modi in cui l’industria greca ha sofferto il suo declino sono per contro del tutto simili a quelli che gran parte dei paesi occidentali a vecchia industrializzazione stanno vivendo: delocalizzazioni verso l’Est europeo (Romania, Bulgaria e Polonia su tutti); fine della guerra fredda. Il grande shock arriva nel 1993 con la chiusura della Peiraiki-Patraiki (la più grande azienda tessile della Grecia); migliaia di lavoratori restano senza lavoro. Da allora tutte le grandi aziende hanno chiuso i battenti tranne il birrificio Amstel e il cementificio Titan. Ovviamente le PMI hanno seguito a ruota.

Gli effetti della deindustrializzazione sono stati nascosti negli ultimi 10 anni, da elevati livelli di consumi (e quindi anche di PIL) dovuti sicuramente al maggior potere d’acquisto acquisito grazie all’euro, ma anche all’aumento vertiginoso del credito al consumo e quindi dell’indebitamento privato (il credito al consumo è aumentato in Grecia ad un tasso annuale del 24% dal 2002 al 2008). Quest’ultimo è uno dei fattori scatenanti della crisi europea (basti vedere i numerosi riferimenti fatti da Alberto Bagnai nel suo libro “Il Tramonto dell’euro” per farsi un idea del ruolo importantissimo giocato dal debito privato).  L’uscita dall’euro risulterebbe però troppo dolorosa per uno Stato che già oggi è costretto ad importare gran parte dei beni che consuma: l’uscita farebbe aumentare le esportazioni, ma il potere d’acquisto della Dracma sul mercato mondiale causerebbe un aumento dei costi (vedere Bagnai per approfondimenti).

Dublino II: per i migranti è più facile oggi entrare in Grecia che uscirne  

Il quadro socio economico è ulteriormente complicato dal regolamento comunitario Dublino II, secondo il quale un immigrato clandestino entrato dalla Grecia, che sia scoperto in un qualsiasi Stato dell’Unione Europea, viene  rispedito ad Atene. A Patrasso ormai ci sono più immigrati clandestini che operai e tutto ciò non ha fatto altro che facilitare la vita di quei movimenti politici capaci di prendere lo straniero come capro espiatorio. Nonostante il sempre maggior peso delle frange nazionaliste estreme, nella zona di Patrasso, così come in gran parte della Grecia, il partito di sinistra radicale, Syriza, è diventato uno dei partiti principali. La vera speranza è però nell’informazione. In Italia ed in Francia raramente si sente parlare di Grecia e di quello che sta succedendo in un paese civile e moderno. I media dovrebbero dare molta più importanza a quello che ha l’aria di essere uno dei più forti sconvolgimenti sociali europei dell’ultimo secolo.

Per approfondimenti su dati e fatti di cronaca: http://histologion.blogspot.gr/

Traduzione e adattamento da: Gatien Elie, Allan Popelard e Paul Vannier per “Le Monde Diplomatique” Febbraio 2013, pag 8/9.