Perchè la società salariale ha bisogno di nuovi servitori

Tratto dal cortometraggio "le syndrome du larbin"

Tratto dal cortometraggio “le syndrome du larbin”

Dall’inizio dell’era moderna, una domanda non ha mai cessato di porsi all’Occidente: in quale misura la razionalità economica è compatibile con quel minimo di coesione sociale di cui una società ha bisogno per sopravvivere? Questo interrogativo si pone oggi sotto aspetti nuovi, con accresciuta attualità ed acutezza. Si è fortemente colpiti dal contrasto tra la realtà e il discorso lenitivo dell’ideologia dominante.

La quantità di ricchezza prodotta nel complesso dei paesi capitalisti europei è triplicata o quadruplicata rispetto a trentacinque anni fa; una produzione che tuttavia richiede molto meno del triplo di ore di lavoro.

Nella Repubblica Federale Tedesca, dal 1955 il volume annuo del lavoro è diminuito del 30%; in Francia è sceso del 15% in 30 anni e del 10% in sei anni. Le conseguenze di questi aumenti di produttività sono state così riassunte da Jacques Delors: se nel 1946 un lavoratore ventenne doveva aspettarsi di passare al lavoro un terzo della sua vita da adulto, nel 1975 questa proporzione era ridotta a un quarto, e oggi è scesa al disotto di un quinto; un dato che oltre tutto prende in considerazione solo il settore dei rapporti di lavoro non stagionali e a tempo pieno, e non contempla gli aumenti di produttività a venire. Sempre secondo Jacques Delors, i francesi di età superiore ai quindici anni dedicheranno meno tempo al lavoro che a guardare la TV.

Uscire a ritroso

La nostra stampa, non diversamente dai nostri rappresentanti politici e dalla nostra civiltà in genere, preferisce evitare di guardare in faccia la realtà espressa da queste cifre, e rifiuta di rendersi conto che non viviamo più in una civiltà del lavoro, in una società di gente che produce. Il lavoro non ha più un ruolo primario come fattore di coesione sociale e principale veicolo di socializzazione, e non è neppure la principale occupazione dei singoli, né la prima fonte di ricchezza e di benessere, né il significato e il centro delle nostre vite. Stiamo uscendo dalla civiltà del lavoro, ma ne usciamo a ritroso, e sempre a ritroso entriamo in una società del tempo liberato; siamo incapaci di vederla e di volerla, e quindi di civilizzare il tempo liberato di cui ci troviamo a disporre, di fondare una cultura delle attività liberamente scelte per integrare e completare le culture tecniche e professionali che dominano la scena. Nei nostri discorsi domina tuttora la preoccupazione dell’efficienza, del rendimento, della massima prestazione, o in altri termini la preoccupazione di ottenere il maggior risultato possibile nel tempo più breve e con il minimo di lavoro. E sembriamo ben decisi a ignorare che i nostri sforzi di efficienza e razionalizzazione hanno come conseguenza principale proprio questo risultato, che la razionalità economica non sa valutare né riempire di significato: liberarci dal lavoro, liberare il nostro tempo, affrancarci dal dominio della stessa razionalità economica.

Quest’incapacità delle nostre società di fondare una civiltà del tempo liberato conduce a una distribuzione assurda e scandalosamente ingiusta del lavoro, del tempo disponibile e delle ricchezze. La nostra attenzione si fissa innanzitutto sulle nuove carriere aperte dalla rivoluzione microelettronica e sulle conseguenti, fondamentali trasformazioni nella natura del lavoro industriale, in particolare per quanto riguarda la condizione dei lavoratori. Si dice che i compiti ripetitivi e puramente esecutivi tendono a scomparire dall’industria; che questo lavoro tende a divenire avvincente, responsabile, diversificato, organizzato autonomamente, per cui esige dagli individui l’autonomia, la capacità di prendere iniziative, di comunicare, di apprendere, di acquisire competenze in varie discipline intellettuali e manuali. Si assicura che un nuovo artigianato è in procinto di subentrare alla vecchia classe operaia per realizzare un antico sogno: i produttori detengono il potere nei luoghi di produzione e vi organizzano sovranamente il loro lavoro. E a chi chiede quale sia la proporzione dei lavoratori ammessi a questa nuova condizione si risponde con irritazione, tanto la domanda è incongrua: per il momento, solo il 5-10% degli operai nell’industria; ma domani saranno più del 25%, e arriveranno anche al 40 o 50% nel settore metallurgico. Il lavoro potrà tornare ad essere, come per gli artisti, tanto appassionante da confondersi con la vita stessa.

Bisogna proprio essere animati dalle peggiori intenzioni per insistere con ulteriori domande: cosa ne sarà di quel 50-60% di operai metallurgici che non troveranno posto nella suddetta invidiabile condizione? E che fine farà quel 75% dei lavoratori dell’industria in generale che ne saranno esclusi? E soprattutto: questi cambiamenti non andranno di pari passo con rapidissimi aumenti di produttività del 10% l’anno nell’industria automobilistica ad esempio, o del 100% in cinque anni nell’industria delle macchine utensili?

Quando Thomson modernizzò il suo stabilimento di impianti di refrigerazione per renderlo competitivo e assicurare alla totalità delle maestranze l’accesso a qualifiche professionali sempre più elevate, questa trasformazione tanto decantata non è stata accompagnata dal taglio di 10.000 posti di lavoro? La proporzione della popolazione attiva occupata nell’industria non è scesa dal 40% circa di vent’anni fa al 30% attuale, e non si prevede che calerà ancora, fino a meno del 20% tra una decina d’anni? Che ne sarà dunque dei lavoratori…”liberati”, per così dire, dall’industria, per trattenere solo quei preziosi professionisti polivalenti che lusinga con un trattamento e uno status privilegiati? Conosciamo bene la risposta a queste domande: per quasi metà della popolazione attiva, l’ideologia del lavoro è diventato uno scherzo di cattivo gusto. L’identificazione con il lavoro è ormai impossibile, dato che il sistema economico non ha bisogno, se non forse sporadicamente, della loro capacità di produrre.

Ecco la realtà che si tenta di dissimulare attraverso l’esaltazione della “risorsa umana”: il posto di lavoro fisso, a tempo pieno, per tutta la durata dell’anno e della vita attiva, sta divenendo il privilegio di una minoranza. Per quasi metà della popolazione attiva il lavoro cessa di essere un mestiere in quanto fattore di integrazione in una società produttiva, di definizione del proprio ruolo in questa società. Ciò che il padronato chiama “flessibilità” si traduce in precarietà per i lavoratori.

A questo riguardo, la situazione in Francia non ha nulla di eccezionale. Nella Repubblica Federale Tedesca, metà delle assunzioni sono a tempo parziale e a titolo precario, e un terzo della popolazione attiva occupa posti di lavoro temporanei o a orario e salario ridotto. E se le statistiche indicano un calo del numero dei disoccupati, non è sempre il caso di concludere che l’economia richiede nuovamente un maggior volume di lavoro. Si può anche ridurre il tasso di disoccupazione aumentando la proporzione di posti di lavoro a tempo e salario parziali, a discapito di quelli a tempo pieno. È ciò che sta avvenendo in Francia, nella Repubblica Federale Tedesca e soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. In questi due ultimi paesi, i disoccupati e le persone assunte per lavori precari o a tempo parziale rappresentano, sommati insieme, più del 45% della popolazione attiva. In Gran Bretagna, per il 50% delle donne e il 25% degli uomini, vale a dire il 36% della popolazione occupata, i rapporti di lavoro sono anomali; e sempre in Gran Bretagna il 90% dei posti di lavoro creati in 5 anni sono precari e/o a tempo parziale. Negli Stati Uniti, il 60% dei posti di lavoro creati nel corso degli anni 80 sono remunerati con salari inferiori alla soglia di povertà; il reddito tipo della famiglia americana in cui il coniuge di sesso maschile ha meno di 25 anni è oggi inferiore del 43% al livello del 1973.

In conclusione, una percentuale compresa tra il 35% e il 50% della popolazione attiva britannica, francese, tedesca o americana, vive ai margini della nostra sedicente civiltà del lavoro, della sua scala di valori e della sua etica del rendimento e del merito. Il sistema sociale si scinde, dando vita a quella che viene correntemente definita “società duale”, con la conseguente, rapidissima disintegrazione del tessuto sociale. Ai gradi più elevati della piramide è in atto una competizione sfrenata per la conquista dei pochi posti di lavoro stabili con possibilità di carriera. È ciò che un ripugnante slogan pubblicitario esalta come “rabbia di vincere”, con il sottinteso che a ogni vincente corrisponde una folla di perdenti, e che i vincitori non hanno alcun obbligo verso coloro che hanno schiacciato. La società viene così presentata secondo un modello da sport agonistico, con un vocabolario militare e con immagini guerresche. Chi non è vittorioso o vincente si trova respinto ai margini di una società dalla quale non deve aspettarsi nulla; e la sua violenza suscita risposte violente, disaffezione, nostalgie aggressivamente regressive o reazionarie.

Questa disintegrazione pone un problema di fondo: come concepire una società nella quale il lavoro a tempo pieno di tutti i cittadini non è più necessario, e neppure economicamente utile? Quali dovrebbero essere le priorità, al di là di quelle economiche, affinché tutti possano beneficiare degli aumenti di produttività e del risparmio di ore di lavoro? Come ridistribuire al meglio tutto il lavoro socialmente utile perché ciascuno possa essere attivo lavorando di meno e meglio, e ricevendo la sua parte delle ricchezze socialmente prodotte? Si tende per lo più a eludere questo genere di domande e a porre il problema in senso opposto: come riuscire, nonostante gli aumenti di produttività, a far consumare all’economia la stessa quantità di lavoro che richiedeva in passato? Come fare perché le nuove attività remunerate vadano ad occupare quel tempo che su scala della società gli aumenti di produttività hanno liberato? A quali nuovi ambiti di attività si possono estendere gli scambi mercantili per sostituire in qualche modo i posti di lavoro soppressi nell’industria e nei servizi industrializzati?

Una logica diversa dal passato

Conosciamo la risposta: la via è stata già indicata dagli Stati Uniti e dal Giappone. Il solo campo nel quale esiste, in un’economia liberale, la possibilità di creare un gran numero di posti di lavoro è quello dei servizi alle persone. Qui lo sviluppo dell’occupazione potrebbe essere illimitato, se si arrivasse a trasformare in servizi retribuiti le attività cui finora ciascuno ha provveduto per proprio conto. Gli economisti parlano al riguardo di “nuova crescita ad alta intensità di manodopera”, di “terziarizzazione” dell’economia, di una “società dei servizi” che dovrebbe subentrare alla “società industriale”.

Ma questa concezione del salvataggio della società salariale pone problemi e presenta contraddizioni che meriterebbero di essere posti al centro del pubblico dibattito e della riflessione politica. In effetti, qual è il contenuto, quale il senso di gran parte delle attività di cui si invoca attualmente la trasformazione in servizi professionalizzati e monetarizzati? Si può facilmente dimostrare che la loro professionalizzazione non risponde più alla stessa logica del precedente sviluppo economico. In passato, il motore fondamentale della crescita era ciò che si definisce “sostituzione produttiva”: incombenze che da secoli ciascuno svolgeva per proprio conto, nella sfera domestica, venivano progressivamente trasferite alle industrie produttive e a quelle dei servizi, che potevano dotarsi di macchine ben più efficienti di quelle di cui avrebbe potuto disporre una famiglia. L’autoproduzione domestica è stata così sostituita dalla produzione industriale e dai servizi industrializzati. Nessuno più fila la lana in casa o tesse da sé le lenzuola, o confeziona gli abiti o fa il pane, dato che tutte queste cose sono prodotte in meno tempo e forse meglio dalle industrie, grazie all’opera di lavoratori salariati. E dato che l’industrializzazione consente di produrre con minor dispendio di tempo e magari con risultati migliori, ciascuno può finalmente, con l’equivalente del salario di un’ora di lavoro, acquistare beni e servizi in quantità molto maggiore rispetto a ciò che sarebbe in grado e capace di produrre in un’ora per conto proprio. L’industrializzazione ha permesso a tutti di lavorare meno, e questo tempo di lavoro è stato in gran parte riutilizzato nell’economia per produrre quella ricchezza in più che solo l’industrializzazione consente di concepire e di creare.

Ma i nuovi posti di lavoro creati nei servizi alle persone rispondono ancora al modello della sostituzione produttiva? E servono veramente ad assicurare in maniera più efficace, vale a dire più rapidamente e meglio, i servizi ai quali finora si provvedeva per conto proprio? Basta esaminare la grande maggioranza di posti di lavoro creati in quest’ultimo decennio negli Stati Uniti per rendersi conto che le cose non stanno affatto così. Nella maggioranza dei casi, la loro funzione si presenta piuttosto in questi termini: per le due, tre o quattro ore che fino a quel momento si dedicavano a tagliare l’erba del prato, a portare a spasso il cane, a fare la spesa e i lavori domestici, a comprare il giornale o a badare ai bambini si ingaggia, a pagamento, un prestatore di servizi. Poco importa che ciascuno possa benissimo fare tutto questo da sé. Semplicemente, libera due o quattro ore del proprio tempo permettendosi di acquistare due o quattro ore del tempo altrui. Gli economisti chiamano questo genere di trasferimento “sostituzione equivalente”. Già Adam Smith insisteva sulla sua natura economicamente “improduttiva”. Comprare il tempo di qualcuno per avere a disposizione più tempo libero, o più comodità, non è altro in effetti che comprare lavoro servile. La maggioranza dei posti di lavoro creati negli Stati Uniti, ma anche una forte proporzione di quelli che spiegano il basso tasso di disoccupazione in Giappone, sono posti di colf. Ma chi ha interesse, e chi ha i mezzi, per offrirsi le prestazioni dei nuovi servitori? Ecco una serie di domande imbarazzanti, evitate da tutti coloro – compresi i sindacalisti – per i quali la creazione di posti di lavoro è fine a se stessa.

Supponiamo per un attimo che i nuovi servitori siano a un livello di parità con i loro padroni, e che la loro opera debba essere retribuita in misura equivalente, a parità di tempo, al guadagno del datore di lavoro. Da un punto di vista economico sarebbe allora razionale lavorare un’ora di meno e farsi carico delle proprie incombenze domestiche, sia individualmente, sia nell’ambito di una cooperativa di scambi di servizi tra vicini. Forse, si risponderà, non è determinante solo l’aspetto economico: anche se un’ora di lavoro di un servitore costa l’equivalente di ciò che guadagna nello stesso lasso di tempo il datore di lavoro, quest’ultimo può essere disposto a pagare quel prezzo per liberarsi da ogni sorta di incombenze gravose. Ma se così fosse, egli rivendicherebbe il privilegio di scaricare su un altro queste incombenze, e affermerebbe implicitamente che vi devono essere persone buone giusto per fare ciò che lo annoia o gli ripugna, gente il cui mestiere è servire. Di grado inferiore, insomma. Ma perché? In quali condizioni sociali vi sono persone pronte ad assumersi, oltre a quelli che sbrigano per sé, i compiti più sgradevoli per conto altrui, a titolo professionale per così dire? E da dove viene il potere d’acquisto aggiuntivo che consente di adibire un numero crescente di lavoratori a quantità crescenti di servizi personali?

Automazione e costo salariale

La risposta della maggior parte degli economisti, e anche di alcuni sindacalisti, è la seguente: l’automazione fa scendere i prezzi relativi di una quantità di prodotti. Questo calo dei prezzi fa aumentare il potere d’acquisto, e consente alle persone di pagarsi i “servizi di prossimità”. Un ragionamento impeccabile, ma che trascura un aspetto essenziale: da dove viene il calo dei prezzi dovuto all’automazione? Risposta: viene dal fatto che le imprese automatizzate hanno ridotto il “costo salariale”, cioè il volume dei salari che distribuiscono. E lo hanno diminuito riducendo il numero dei dipendenti. Dispongono dunque di un potere d’acquisto aggiuntivo solo coloro che conservano un posto di lavoro permanente, spesso meglio qualificato, relativamente ben pagato. Sono i soli a potersi permettere i nuovi servizi mercantili, grazie ai quali milioni di persone dovrebbero trovare lavoro.

Viene così alla luce il vero significato dello sviluppo dei servizi personali, che sono suscettibili di creare un così gran numero di posti di lavoro solo perché nella maggioranza dei casi chi si fa carico dei lavori domestici – uomini o donne – guadagna molto meno, a parità di tempo, dei propri datori di lavoro. I servizi personali possono svilupparsi grazie alla pauperizzazione di una fascia crescente della popolazione: un fenomeno constatato sia nell’America del Nord che in Europa occidentale, come hanno dimostrato gli studi dell’Ires e del Cerc. Il divario sociale ed economico tra chi presta i servizi personali e chi li richiede è divenuto il motore di sviluppo dell’occupazione. Uno sviluppo fondato su un’accentuata dualizzazione della società, su una sorta di “sudafricanizzazione”, come se il modello coloniale avesse preso piede nel cuore stesso delle aree metropolitane.

Vediamo così ricostituirsi nell’epoca post-industriale, condizioni che erano diffuse agli inizi dell’era industriale, in un periodo in cui il livello di consumi era dieci volte più basso, quando non esistevano ancora né il suffragio universale né la scolarizzazione obbligatoria. Anche allora, mentre l’economia di mercato si liberava di ogni vincolo, un sesto della popolazione era ridotto a servire nelle case dei ricchi, mentre un quarto sussisteva alla meno peggio prestandosi a lavoretti saltuari. Ma si trattava allora di rurali non scolarizzati e di artigiani rovinati. Nei fatti non esisteva ancora né la repubblica né la democrazia, come non esisteva il diritto all’istruzione e alle pari opportunità.

Oggi stiamo vivendo un paradosso esplosivo: da un lato, i nostri governi vogliono che l’80% dei giovani prosegua gli studi fino alla maturità; e dall’altro, in virtù dell’ideologia del posto di lavoro per il posto di lavoro, si sviluppa un’enorme sottoclasse di servitori, per rendere più piacevole la vita e il tempo libero delle fasce solvibili. Cos’altro si fa, in effetti, quando si riducono le tasse sui redditi più elevati con il pretesto che gli esoneri concessi ai ricchi creeranno posti di lavoro, diversamente dagli sgravi fiscali in favore dei più poveri? Questi ultimi, in effetti, quando dispongono di maggiori risorse, non fanno altro che consumare più prodotti e servizi correnti, di tipo industrializzato, con scarso apporto di manodopera, mentre incrementando il reddito disponibile dei ricchi si favorisce il consumo di prodotti di lusso e soprattutto di servizi personali, con elevato contenuto di manodopera, ma con un livello bassissimo o nullo di razionalità economica su scala sociale.

In altri termini, la creazione di posti di lavoro dipende ormai principalmente non dall’attività economica, bensì da quella anti-economica; non dalla sostituzione produttiva del lavoro di autoproduzione privata con lavoro salariato, ma dalla sua sostituzione improduttiva. Non si creano più posti di lavoro in funzione dell’economia di ore di lavoro su scala sociale, ma del loro spreco al servizio degli agi di una minoranza facoltosa. Non ci si pone più l’obiettivo di ridurre la quantità di lavoro per unità di prodotto o di servizio massimizzando la produttività, bensì di ridurre la produttività e di massimizzare la quantità di lavoro attraverso lo sviluppo di un terziario privo di utilità sociale.

Certo, immensi bisogni restano insoddisfatti, mentre una diversa distribuzione delle risorse consentirebbe di creare milioni di posti di lavoro nei servizi non mercantili, ad esempio nel campo dell’aiuto alla maternità, della puericultura, dell’assistenza agli anziani, delle cure a domicilio, oltre che del tempo libero, del turismo, della cultura, dell’istruzione… Tutto questo è possibile in effetti, a condizione che si tratti di servizi non mercantili, volti a soddisfare bisogni non necessariamente solvibili, con prestazioni non condizionate alla redditività. In altri termini, servizi non rispondenti a una logica e a una razionalità economiche, che dovrebbero essere finanziati attraverso il prelievo fiscale, e di conseguenza restringerebbero la sfera dell’economia mercantile anziché allargarla.

Ripartizione equa del lavoro domestico

Ma ci si scontra allora con il problema che abbiamo già posto: in quale misura, entro quali limiti è un bene sostituire con servizi professionali remunerati incombenze alle quali ciascuno di noi può benissimo provvedere da sé? In altri termini, in quale misura i bisogni ai quali questi servizi rispondono non risultano dall’attuale mancanza di tempo? In quale misura una politica di redistribuzione del lavoro, di tutto il lavoro, compreso quello domestico, non ridurrebbe, con la durata del lavoro, il bisogno di ricorrere a servizi mercantili o meno? Una settimana lavorativa di 5 giorni e di 30 ore per tutti – e in prospettiva di ventotto o di ventiquattro ore – con un’equa ripartizione dei lavori domestici tra uomini e donne – non permetterebbe l’auto-organizzazione in reti di servizi nei quartieri, nei caseggiati e nei comuni, o l’auto-organizzazione in gruppi di aiuto reciproco, fondati non sul pagamento in denaro ma sullo scambio di tempo?

A forza di monetarizzare, di professionalizzare, di trasformare in posti di lavoro le poche attività di autoproduzione e servizi cui ancora provvediamo da soli, non si riduce, fino ad annientarlo, lo spazio in cui ciascuno prende cura di sé, e la capacità stessa di farlo, minando così non solo le fondamenta dell’autonomia esistenziale, ma anche quelle della stessa socialità vissuta e del tessuto relazionale?

Infine, e soprattutto: se la classe dirigente si pone, secondo la tendenza attuale, la creazione di posti di lavoro come principale obiettivo, dove si fermerà questa trasformazione di ogni attività in lavori retribuiti, motivati dalla remunerazione e miranti al massimo rendimento? Per quanto tempo potranno ancora resistere i fragili sbarramenti che ancora impediscono di professionalizzare la maternità e la paternità, la procreazione commerciale di embrioni, la vendita dei bambini e il commercio di organi? Non abbiamo già incominciato a monetarizzare, professionalizzare e vendere non più soltanto gli oggetti e i servizi che produciamo, ma persino ciò che siamo, senza poterlo produrre a volontà, né distaccarlo da noi? Non stiamo trasformando in merci noi stessi, e trattando la vita come un mezzo tra tanti, e non come il fine supremo cui tutti i mezzi devono servire?

Il problema di fondo che ci troviamo davanti è l’esigenza di andare oltre l’economia, o in altri termini, al di là del lavoro remunerato. La razionalizzazione economica libera tempi di vita, e continuerà a liberarne; e di conseguenza non è più possibile far dipendere il reddito dei cittadini dalla quantità di lavoro di cui l’economia ha bisogno. E neppure è possibile continuare a vedere nel lavoro remunerato il principale riferimento dell’identità e del senso della vita di ognuno di noi.

È compito della sinistra – se una sinistra deve esserci – trasformare questa liberazione del tempo in una libertà nuova, in nuovi diritti. Il diritto di ciascuno e di ciascuna è di guadagnarsi la vita con il lavoro: ma lavorando sempre meno e sempre meglio, e ricevendo per intero la propria parte della ricchezza socialmente prodotta. Ma è anche il diritto di lavorare in maniera discontinua, intermittente, senza dover rinunciare a parte del proprio reddito durante gli intervalli del lavoro, per poter aprire ampi spazi alle attività senza fini economici. A queste attività non finalizzate alla remunerazione vanno riconosciuti un valore e una dignità eminenti, sia per gli individui che per la stessa società.

Fonte: “Pourquoi la société salariale a besoin de nouveaux valets”, Andrè Gorz, Le Monde Diplomatique, Giugno 1990

Traduzione de “Il manifesto, Nuove servitù” 1994.

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Assommons les Pauvres! Sfiniamo i Poveri!

Eat the rich - Bansky - London 2009

Eat the rich – Bansky – London 2009

Assommons les Pauvres!  Sfiniamo i Poveri!

Un’espressione in particolare ossessiona la nuovalingua di oggi: “le riforme strutturali”. Bisogna pur credere che esitano altre riforme, più insignificanti, ma che non saremmo in grado di scherzare con le riforme strutturali, cosi’ profonde, vitali e senza dubbio dolorose. La litote serve a designare le misure destinate ad accrescere la flessibilità del lavoro, ritardare l’età pensionabile, diminuire le prestazioni sociali, ridurre la spesa pubblica, tagliare tasse e salari.

“Sfiniamo i poveri!”, intimava crudelmente Charles Baudelaire nel Le Spleen de Paris (1869). In questa fiaba grottesca  scritta tra il 1864 ed il 1865, Baudelaire non proponeva di sfinirli per sbarazzarsene, quanto piuttosto per salavarli. Il suo personaggio, “venuto dalle promesse di un periodo ottimista“, si mette a riempire di botte un vecchio mendicante, invece di fargli l’elemosina. Sorpresa! “La vecchia carcassa” si ribella, e contrattacca in maniera così convincente che l’aggressore decide di condividere volentieri i suoi beni. Baudelaire ci ha indicato forse la via migliore per uscire dalla miseria?

Sfinire i poveri, la soluzione non è sembrata tanto assurda ai politici che portano avanti le loro riforme strutturali, questi nuovi “imprenditori della felicità pubblica”. Ogni giorno essi assicurano, attraverso sondaggi e sermoni, che l’accumulazione privata della ricchezza è il metodo migliore per garantire lavoro ai poveri, e di partecipare all’arricchimento collettivo. Si burlano delle resistenze e delle paure, vani tentativi di andar contro alla necessità. Dopo una tale orgia di argomenti, come fanno i poveri a non accettare di essere sfiniti e trattati male per il loro bene? Cosi come un tempo l’inquisizione prometteva ai peccatori un compenso futuro (il paradiso o la prosperità) al prezzo del sacrificio presente, cosi’ oggi si comanda ai poveri di fare un sacrificio per ottenere domani qualche beneficio.

Messi davanti alla scelta di agire o morire, finalmente dominati, questi assistiti, questi truffatori, ecco che se la cavano con l’iniziativa ed il coraggio! Così parlano gli avversari della redistribuzione: disoccupati? Create la vostra azienda. Disoccupati? Lavorate.

La guerra dei poveri?

Il narratore del piccolo poema in prosa,  ingannato per anni dai mercanti di illusioni appartenenti a due categorie – “quelli che consigliano a tutti i poveri di farsi schiavi, e quelli che li persuadono di essere tutti dei re detronizzati” – sembra essere poco meno povero di quel mendicante con cui se la prende. Gli sarebbe ancora più facile condividere quel poco che possiede. Entrambi sono stati ingannati, entrambi condividono una stessa violenza nella miseria, ennesima illustrazione del proverbio popolare secondo cui i miserabili si battono tra di loro anziché prendersela con i ricchi. La favola di Baudelaire è tutto sommato realista e pessimista, quando invece ci si stupisce oggi di una mancanza di reazione alla crisi. La messa in discussione degli aiuti sociali, dell’immigrazione, del parassitismo sociale, non sono essi dei comodi specchi per le allodole che conducono i poveri a prendersela con in poveri? Più grande è la paura del declassamento, più grande è l’odio nei confronti di coloro che danno l’impressione di poter vivere un’imminente caduta o che vivono un lento declino. Quanto alla realtà dei ricchi, essa è ben lontana… ed ha almeno il vantaggio di offrire sogni per occupare le notti ed i giochi.

A meno che questa fiaba non sia forse paradossalmente ottimista? Dopo tutto i suoi poveri protagonisti si accordano tra loro per reagire alla loro miseria. Sono certamente venuti alle mani, ma la violenza agisce su di loro come una rivelazione. Cosa ci vorrebbe perché la verità della spoliazione esca fuori dall’apatia? Senza dubbio i disastri della storia hanno guarito molte illusioni rivoluzionarie, ma non è forse peggio sopportare la violenza conoscendone la causa? Questo potrebbe essere il messaggio della favola e la sua lezione per la nostra epoca, proprio quando tutto ciò che riguarda la violenza, l’arricchimento dei più ricchi e l’impoverimento dei più poveri non è mai stato così chiaro. La crisi giustifica gli sforzi ed i sacrifici, si ode proferire dagli apostoli ed dai fautori delle riforme strutturali. Quello che non si dice è che questo appello è implicitamente lanciato ai poveri. Si legge poi, dalle classifiche Forbes e Fortune, che il numero dei miliardari aumenta ogni anno, così come le loro fortune individuali; si viene a sapere che le azioni delle aziende quotate in borsa sperimentano aumenti ben superiori al loro fatturato, che le remunerazioni e le indennità dei dirigenti aumentano anche quando i risultati aziendali sono negativi, e gli appelli alla moderazione restano ormai senza eco. Forse i ricchi non sono così numerosi o così ricchi da poter condividere il loro fardello, la loro ricchezza non avrebbe dunque nulla a che vedere con l’impoverimento degli altri? Chiedere sacrifici ai meno abbienti lasciando liberi i benestanti ha in sé qualcosa di sconcertante.

Baudelaire, che aveva vissuto le esperienze del 1848, attorniato da questi “libri dove si discute dell’arte di rendere i popoli felici, saggi e ricchi in ventiquattro ore”, fu egli stesso sfinito dalle giornate del giugno 1848 che videro l’armata della Repubblica Francese massacrare gli operai. Poi ci fu il colpo di stato del dicembre 1851. Innanzi all’interminabile sottomissione il suo umore era a metà tra la rivolta e lo spleen (umore nero). Scriveva allora nel suo diario che si era ormai completamente allontanato dalla politica. In realtà non lo era, a meno che non si possa mai essere definitivamente depoliticizzati.

Fonte: “Assommons les Pauvres!” di Alain Garrigou, Le Monde Diplomatique, 11 Juin 2013

Alain Garrigou è professore di Scienze Politiche presso l’Università di Paris Ouest Nanterre e direttore dell’Observatoire des sondages.

Traduzione a cura di pensiero meridiano

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La Lotta di classe nel XXI Secolo – Parte terza

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Quali possibilità per la classe operaia?

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The Making of the Chinese New Working Class,” 2011. Installation view at Ludlow 38, New York (organized by the Culture and Art Mu­seum of Migrant Workers Beijing)

The Making of the Chinese New Working Class,” 2011. Installation view at Ludlow 38, New York (organized by the Culture and Art Mu­seum of Migrant Workers Beijing)

Il tempo in cui la classe lavoratrice era vista come la protagonista dei movimenti futuri di sviluppo sociale potrebbe apparire molto vicino, ma un suo ritorno é oggigiorno piuttosto improbabile. L’apice del capitalismo industriale europeo e nordamericano é stato capace di rinforzare la forza sociale che ad esso si opponeva, la classe lavoratrice appunto, proprio come Marx aveva previsto. Questo periodo storico é ormai andato. Le economie più sviluppate stanno vivendo ormai da trent’anni un fenomeno imponente di deindustrializzazione, e le loro classi lavoratrice appaiono divise, sconfitte e demoralizzate. Il testimone é ormai passato alla Cina, centro emergente di produzione industriale. I suoi lavoratori sono ancora in gran parte immigrati nel loro stesso paese a causa del persistente sistema hukou, che impedisce il libero spostamento dei cittadini cinesi da una regione all’altra e soprattutto da regioni rurali a quelle urbane. Anche in Cina si sta verificando quello stesso fenomeno di rafforzamento graduale delle masse operaie che ha avuto luogo in Europa nel 20° secolo: manifestazioni di protesta sono sempre più frequenti ed i salari medi stanno pian piano aumentando. Non é da escludere che nel prossimo futuro la Cina possa vivere in maniera molto più marcata il conflitto per la distribuzione della ricchezza tra classi sociali. Le autorità cinesi sono ovviamente consapevoli dei possibili scenari di conflitto, la legislazione cinese del lavoro cerca di tenere a freno gli aspetti più aggressivi del capitalismo: uno degli esempi più rappresentativi in tal senso é la Legge sul Contratto di lavoro del 2008. Contemporaneamente associazioni locali e centri di aiuto alle classi lavoratrici stanno nascendo in ogni angolo del paese, molti dei quali sostenuti da finanziamenti stranieri. Ad ogni modo la nuova legislazione del lavoro, l’eredità Comunista e il diffondersi dei media digitali sembrano poter offrire un più ampio margine di manovra alle organizzazioni autonome dei lavoratori, che probabilmente non cambierà la situazione sociale cinese nel breve periodo, ma permetterà ai lavoratori di beneficiare di un miglior quadro normativo. I lavoratori manuali costituiscono una forza sociale importantissima nell’attuale Cina urbana, sebbene sia oggi difficile riuscire a individuare le cifre esatte attorno alle quali costruire studi e ricerche precise. Sta di fatto che i dati più affidabili su cui si possa contare oggi sembrano dirci che la forza lavoro manuale rappresenti circa un terzo della popolazione registrata. Tuttavia i migranti senza permesso di residenza rappresentano più di un terzo della popolazione che vive in centri urbani; essi lavorano soprattutto nel settore industriale, manifatturiero, delle costruzioni e del catering. Sommando tali cifre si può arrivare ad una stima approssimativa del numero di lavoratori manuali che lavorino nelle zone urbane: da una buona metà a circa i due terzi della popolazione. Tali stime danno immediatamente l’idea della forza potenziale di tale classe sociale nel caso in cui possa cominciare a richiedere in massa un miglioramento delle proprie condizioni di vita. La possibilità di dare il via ad un vero cambiamento però non sembra molto probabile al giorno d’oggi.

Altrove, le trasformazioni politiche dovute alle rivendicazioni dei sindacati rappresentanti delle classi operaie sembrano ancora più improbabili. Le classi industriali in India sono più piccole in numero rispetto a quelle cinesi: poco più di un sesto della forza lavoro totale contro un quarto in Cina. Imprese famigliari e lavoro autonomo giocano ancora un ruolo molto importante. Sebbene tra questi una gran parte (38% del totale) aderisce alle unioni sindacali, essi restano molto divisi tra loro: esistono in India circa 12 sindacati, e quelli più grandi sono legati ai maggiori partiti politici. L’apice di potere raggiunto dalle unioni sindacali é stato raggiunto in India, così come in Europa, negli anni 80’, ma ha sofferto importanti sconfitte nel tempo sia nei distretti industriali, sia nei centri di produzione tessile (Bombay) e della juta (Calcutta). E’ chiaro come i sindacai indiani non siano riusciti a dar vita ad un punto di riferimento per le masse povere.

Sin dalla caduta di Suharto, in Indonesia c’é stato un ritorno alla ribalta dei sindacati. Questi pero si sono caratterizzati per le loro dimensioni piccole (soprattutto differenziati per impianto industriale), per la loro concentrazione nel settore formale (la forza lavoro legale e non sommersa, conta per circa un terzo della forza lavoro total) e per la loro tendenza a rappresentare soprattutto i cosiddetti “colletti bianchi” (white collar: impiegati di banca per esempio). I diritti dei lavoratori che fanno parte del settore formale si sono rafforzati ultimamente, soprattutto grazie al Manpower Act del 2003. Tuttavia il lavoro come fattore produttivo é ancora lungi dall’esser considerato un elemento preponderante del sistema, che bisognerebbe tutelare e persino nel settore formale la percentuale di lavoratori  sindacalizzati é molto bassa (circa un decimo). Ci sono stati anche dei tentativi di creazione di un partito dei lavoratori, senza alcun risultato. Il primo Maggio 2012 é stato celebrato da circa 9.000 lavoratori, fiancheggiati però da circa 16.000 poliziotti. Questo la dice tutta sulla forza attuale della classe lavoratrice in Indonesia.

In Corea del Sud la situazione non é migliore. Seppure il Paese sia uno dei pionieri dello sviluppo economico assieme a Cina, India ed Indonesia, é molto difficile che si riesca a riprodurre qui un movimento sociale comparabile ai movimenti operai europei del 20° secolo, sebbene i sindacati abbiano qui un ruolo importante. Lo sfruttamento dei lavoratori subito ad opera dei regimi totalitari durante il periodo della Guerra Fredda, é stato sfruttato pienamente dalle forze democratiche negli anni 80’, che sono riuscite ad imporsi a livello politico. Da allora però il Paese vive un costante processo di de-industrializzazione dovuto alla crescita dell’occupazione nel settore dei servizi. C’é da dire comunque che una delle associazioni dei lavoratori riesce oggigiorno ad essere rappresentata in parlamento.

La classe lavoratrice russa, protagonista della Rivoluzione del 1917 é stata in gran parte schiacciata a causa della guerra civile degli anni successivi; le masse lavoratici riacquisirono nuovamente peso durante il periodo Sovietico, ma furono nuovamente messe da parte dal ritorno del capitalismo negli anni 90’. I grandi scioperi del 1989 e 1991 furono in grado di indebolire la Russia Sovietica, e contribuirono alla caduta di Gorbachev; tuttavia la Russia post-Soviet non si é mostrata capace di offrire alle classi lavoratrici più di quanto i vecchi regimi non avessero fatto. Al contrario la speranza di vita é caduta drasticamente negli anni dell’avvento del capitalismo. Nonostante ciò il Partito Comunista non é riuscito a riproporre una strategia di svolta che segui ideali progressisti, resta invece piuttosto ancorato a vecchi ideali di nazionalismo e ottiene il supporto di una parte della popolazione nostalgica dei fasti del passato. Nessuna forza social-democratica é stata capace di affermarsi e i sindacati stessi, seppur ben radicati nel tessuto sociale, han fatto pochissimo negli interessi dei lavoratori.

Il movimento sindacale costituito dai lavoratori del settore industriale ha dato vita nella città di San Paolo un veicolo di successo politico, il partito dei lavoratori (PT) il cui candidato è riuscito nel 2002 dopo quattro tentativi a farsi eleggere come presidente del Brasile. Il PT è riuscito a trasformare il panorama sociale del paese, riducendo l’estrema povertà, aumentando la scolarizzazione dei meno abbienti, e portando molti più lavoratori nella legalità (permettendo quindi l’accesso a migliori condizioni di lavoro). Il PT è però da sempre una coalizione di movimenti sociali differenti tra loro, ed i suoi presidenti ed esponenti regionali hanno spesso dovuto tessere relazioni impregnate di clientelismo e corruzione. Il Brasile è comunque oggi l’unico grande paese con una coalizione di governo di sinistra così forte. Ciò alimenta le più forti speranze di cambiamento sociale dei giorni nostri.

Il Sud Africa è un’altro paese che vive un forte processo di sviluppo economico e che abbia allo stesso tempo un movimento dei lavoratori forte e ben organizzato (parte integrante della coalizione che ha lottato contro l’apartheid). Tuttavia l’ANC (African National Congress), partito che è stato alla guida del paese sin dagli anni 90’ durante la transizione verso la democrazia, ha alimentato le elites economiche nere: un esempio di tale processo è l’ex leader dei minatori sudafricani, Cyril Ramaphosa, che è oggi un benestante uomo d’affari. Nonostante una sostanziosa riduzione della povertà, nel 2009 le disuguaglianze erano probabilmente più forti rispetto al periodo di lotta contro l’apartheid. Il grande sciopero dei minatori, iniziato nell’Agosto 2012 è stato sostenuto da una nuova forza sindacale, fuori dalla sfera di influenza politica dell’ANC: i modi in cui tale sciopero è stato contrastato son ben noti (strage di lavoratori e utilizzo delle vecchie leggi risalenti al periodo dell’apartheid contro i manifestanti). Qualunque sia l’esito di tale onda di scioperi, l’egemonia della classe operaia in Sud Africa non sembra avere rosee prospettive. Restando sempre nel continente africano, è da sottolineare il tentativo della federazione dei lavoratori di dar vita ad un partito politico in Nigeria nel 2002 con il supporto dell’UE e della fondazione tedesca Friedrich Ebert. Il tentativo non ha portato i frutti sperati: il partito non è riuscito mai a radicarsi veramente tra i membri dei sindacati e i suoi leader hanno sin da subito mostrato di preferire le forme più tradizionali di politica clientelare.

Nello scenario politico sociale di oggi è difficile assistere a marce di lavoratori che rispettino la definizione classica a cui ci si è stati abituati, soprattutto nel 20° secolo europeo, sebbene ci siano diversi tentativi su fronti e territori più disparati. Possiamo aspettarci che la classe lavoratrice possa aumentare le proprie pretese dinnanzi alla forza rappresentata dai nuovi gruppi industriali transnazionali, e che possa diventare più ambiziosa nel tempo ed in grado di organizzarsi in maniera più efficace.

Sebbene sia difficile immaginarsi un cambiamento della società dovuto alla Piccola Dialettica Marxista della lotta di classe, l’espansione del capitalismo e l’aumento delle disuguaglianze non farà sicuramente passare la classe lavoratrice in secondo piano nel 21° secolo.

Le prospettive del Socialismo Latino-americano

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La bandiera rossa è oggi passata dall’Europa all’America Latina. Quest’ultima è l’unica regione del mondo in cui oggi il socialismo è all’ordine del giorno, e in cui le forze politiche al governo (Venezuela, Ecuador e Bolivia) cominciano a parlare di “Socialismo del 21° secolo”. L’America Latina è anche l’unica regione in cui i governi di centro sinistra hanno una stabile posizione di potere, grazie al peso non trascurabile di due grandi economie emergenti come Brasile ed Argentina, ed è anche l’unica regione in cui le disuguaglianze si riducono sempre più, seppur partendo da livelli esorbitanti. Il socialismo di Morales, Correa e Chavez è un nuovo fenomeno politico che, si distacca in maniera netta dai modelli della sinistra euroasiatica del 20° secolo, ed è allo stesso tempo un fenomeno piuttosto eterogeneo. Esso ottiene il supporto da disparate strati della società: i poveri residenti nelle zone urbane (abitanti degli slums, lavoratori occasionali e venditori ambulanti); cittadini di origine africana o indigena; elementi progressisti della classe media (professionisti e colletti bianchi). I lavoratori del settore industriale non giocano un ruolo di primo piano in tale fenomeno socialista latino-americano: mentre ciò che resta della classe proletaria delle mine boliviane si sono uniti ai coltivatori di coca per sostenere Morales, il principale sindacato venezuelano ha appoggiato il colpo di stato del 2002 contro il governo presieduto da Chavez. I governi di centro sinistra del Cono Sud hanno una base sociale diversa rispetto a quella dei paesi andini: dato il grado di industrializzazione superiore (soprattutto in Brasile e Argentina) in questi paesi la forza lavoratrice tradizionale ed i suoi sindacati giocano un ruolo più importante.

Le ideologie che sottendono le forze progressiste in America Latina sono però caratterizzate da correnti differenti. Hugo Chavez ad esempio si ispira al nazionalismo di sinistra del Perù e vede Fidel Castro come mentore inamovibile, sebbene abbia sviluppato uno stile di populismo democratico tutto suo, rifacendosi alla figura di Simon Bolivar. Morales dal canto suo è un leader indigeno che deve le sua spiccate capacità di negoziazione al periodo di militanza nei sindacati dei coltivatori di coca, e che lavora sempre al fianco dell’indigenista veterano Alvaro Garcia Linera, suo vice-presidente. Rafael Correa invece, presidente dell’Ecuador, è un economista influenzato dalla Teologia della Liberazione, sostenuto da una serie di giovani pensatori ispirati da ideali che vanno dal nazionalismo di centro sinistra al Marxismo. I movimenti politici che girano attorno alle figure di Dilma Rousseff, Cristina Fernández de Kirchner e José Mujica si collocano più o meno sulle stesse posizioni di coloro che abbiamo appena menzionato. In Messico, il movimento capeggiato da Andrés Manuel López Obrador (sconfitto due volte alle elezioni), combina aspetti tipici dell’austerità repubblicana a elementi di politica social-democratica.

Sebbene questo “socialismo latino-americano” potrebbe non essere un modello politico esportabile nel resto del mondo, é sicuro che se ci saranno radicali trasformazioni sociali negli anni a venire, essi avranno molti più elementi in comune con i fenomeni politici dell’America Latina che con i fenomeni di rivoluzione sociale dovuti alle rivendicazioni delle masse operaie, come avvenuto nel 20° secolo in Europa (la classe operaia é infatti oggigiorno una minoranza, soprattutto se si considera l’Africa e l’Asia). Nonostante l’aumento del tasso di alfabetizzazione e nonostante i nuovi mezzi di comunicazione i movimenti delle classe popolari si scontrano oggi a grandi ostacoli: divisioni tra etnie, correnti religiose e natura del settore lavorativo. Solo le organizzazioni ed i programmi che prendono in considerazione tali aspetti, andando oltre ogni tipo di “inutile” divisione, potranno mettere assieme i vari strati sociali proletari.

Su scala locale non è difficile trovare iniziative basate su tale unione di differenti categorie sociali. I cocaleros boliviani, abili nel dar vita a movimenti di lotta, si sono untiti all’esperienza dei minatori disoccupati formando un’unica forza politica. In Mozambico uno dei sindacati dei lavoratori ha unito le sue forze a quelle dei venditori ambulanti, così come è successo in Sud Africa – sede dell’Associazione internazionale dei venditori ambulanti (StreetNet) – in Messico – nella cui capitale essi sono riusciti a far valere le proprie istanze. Le lavoratrici indiane che fan parte della forza lavoro sommersa, hanno fondato le proprie organizzazioni di sostegno reciproco in città come Mumbai, Chennai e Ahmedabad, e sono riuscite a creare un proprio organo di rappresentanza, il SEWA (Self-Employed Women’s Association). I sindacati dei lavoratori hanno per di più partecipato alle rivolte tunisine contro il presidente Ben Ali. Un altro esempio di unione tra sindacati e altri movimenti della società civile è quello della campagna per il “salario minimo” nell’industria dell’abbigliamento in Asia (Asian Floor Wage), un’iniziativa trans-nazionale emersa dal World Social Forum di Mumbai e appoggiata non solo dai sindacati ma anche dalle organizzazioni per i diritti delle donne e da numerose ONG. La coscienza di classe diventa in questo contesto una bussola che serve ad orientare verso un’unione degli sfruttati, degli oppressi e dei meno abbienti, a prescindere dalle loro origini, dalle loro credenze religiose o categorie lavorative. Le alleanze sociali tra questi strati eterogenei facenti parte della stessa classe di ”sfruttati” non hanno ancora preso forma ed è impossibile oggi riuscire ad indicare chi prenderà il ruolo guida dei movimenti sociali, che basati su tali principi, possano portare ai cambiamenti futuri. Senza una coscienza di classe forte, senza quella bussola che dovrebbe orientare verso la solidarietà tra poveri e sfruttati, anche i più forti movimenti sociali non riusciranno a sconfiggere e ridurre le disuguaglianze strutturali del capitalismo moderno.

Secondo uno sguardo da sociologo è possibile quindi identificare quattro prospettive future: un consumismo globale guidato dalla classe media; una ribellione politica delle classi medie; movimenti di lotta delle classi industriali nell’Est asiatico, che diano forse il via a nuovi compromessi sociali; oppure eterogenee mobilitazioni delle classi popolari. Le classi sociali avranno un importanza fondamentale nei processi di cambiamento del 21° secolo seppure non si è in grado di capire quale possa essere il carattere sociale preponderante.

La nuova geopolitica della Sinistra

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La scomparsa del socialismo industriale eurocentrico ha delle implicazioni di vasta portata, non solo per la costituzione delle forze sociali ma anche per la loro organizzazione. Il partito inteso come forma politica ha perso gran parte della sua attrattiva, soprattutto se si considera sia l’esempio della Social-Democrazia Tedesca e quello del Partito Comunista Italiano (entrambi partiti che hanno raccolto i voti di milioni di elettori). I sindacati al di fuori dell’Europa hanno intuito i limiti di tale forma partitica e provano a costruire relazioni molto più solide con i movimenti della società civile e con le ONG. L’organizzazione formale però sembra essere ancora molto importante per poter ottenere una certa influenza politica. Basti pensare all’esempio dell’Argentina: nel 2001 le rivolte popolari trovarono una rappresentanza politica organizzata (la sinistra del movimento Peronista), al contrario degli indignados spagnoli, incapaci di ottenere una qualsiasi rappresentanza in parlamento. Stesso discorso può esser fatto se si considera la Primavera Araba del 2011 in Egitto: il partito dei Fratelli Musulmani è riuscito ad ottenere successo politico al contrario dei movimenti laici e radicali della popolazione, incapaci di darsi una struttura organizzativa adeguata. Non dobbiamo quindi farci distogliere troppo dalla capacità dei social network di mobilizzare i cittadini; è necessario che queste mobilitazioni possano sfociare in una forza politica stabile.

Dato ciò, una nuova forte dinamica si è tuttavia messa in luce negli ultimi anni. Abbiamo assistito alla nascita di network e movimenti decentralizzati e poco gerarchici, quasi piatti nella loro struttura organizzativa: dai militanti di al-Qaida al Tea party, da Occupy ai movimenti di protesta della Primavera Araba. Le organizzazioni senza leader, in America spesso chiamate “starfish organization” sono ormai sempre più oggetto di discussione nella letteratura del Management. Il carattere non gerarchico di tali network non è di per sé democratico, ne progressista, come gli esempi sopracitati mostrano; tuttavia la partecipazione collettiva al dibattito ed l’autonomia individuale sono un’eredità vitale del ’68 che deve assolutamente essere parte di un qualsiasi progetto futuro di sinistra.

Ideologicamente i nuovi movimenti sono stati alimentati e trainati da una miscela di indignazione e pragmatismo. L’indignazione ed il rigetto ha mobilitato migliaia di persone nonostante gli obiettivi di tali movimenti cambino in maniera abbastanza evidente: gli insulti alla fede islamica hanno ispirato molte proteste in numerosi paesi arabi; la riduzione degli interessi sui prestiti e l’assistenza sanitaria ai meno abbienti ha provocato la rabbia dei sostenitori del tea Party americano; il movimento Occupy sfrutta la rabbia popolare contro i salvataggi delle banche e contro il costante abbassamento degli standard di vita della popolazione sotto un cronico programma capitalista. Il sentimento di rifiuto e indignazione anima il coraggio e l’attivismo di tali movimenti, creando così una dinamica di conflitto con quelle istituzioni che si oppongono ai valori del movimento. Il loro pragmatismo invece li porta a mostrare una certa flessibilità tattica e ad evitare scontri dottrinali. Dopo la scomparsa del socialismo europeo dell’epoca industriale sarà interessante capire come i movimenti di sinistra possano convogliare tali forze sociali, ma sicuramente essi si opporranno alle disuguaglianze ed all’arroganza imperialista.

La classe operaia del 20° secolo è perlopiù una creazione europea. Essa è emersa all’interno del sistema sociale europeo basato sulla famiglia, caratterizzata da legami con la parentela di secondo/terzo grado piuttosto deboli e da una certa autonomia dei giovani, i quali formano le loro proprie famiglie senza alcun tipo di obbligazione nei confronti dei loro predecessori. Questi elementi caratteristici della società europea hanno facilitato un adattamento rapido e massiccio a nuove idee e pratiche sociali. Il percorso dell’Europa verso la modernità ha dato vita ad un spazio sociale : nel 20° secolo gran parte degli Stati europei ha vissuto conflitti interni tra classi sociali e allo stesso tempo il ruolo solido della religione è stato indebolito a causa della sua manifesta associazione agli ormai passati e decaduti “anciens regimes”. Lo sviluppo del capitalismo ha dato vita ad una classe operaia che poteva contare su un grado medio di istruzione piuttosto elevato (derivante dal periodo pre-industriale) e sulle corporazioni di arti (guild organization) basate sula divisione dei mestieri. A causa della posizione di egemonia dell’Europa, il suo modello di politiche di classe si è diffuso negli altri continenti: grazie a canali imperialisti di educazione (i paesi arabi ad esempio pullulano di scuole private francesi), grazie ai flussi migratori verso l’Oceania e le Americhe, e grazie anche al modello Sovietico anti-imperialista. Il modello di studio e ricerca sulle politiche sociali ed economiche legate alle classi si è così diffusa un po’ dappertutto, in ogni angolo del mondo, adattandosi ovviamente alle realtà locali. Il movimento delle classi operaie è stato un dono europeo al mondo interno. Esso ha ispirato numerose forze socio-politiche: dai partiti laburisti e egli agricoltori nel Nord America, al socialismo indo americano di Mariategui in Perù, dai tentativi di creare un socialismo di stampo arabo o africano, alle mobilitazioni degli agricoltori cinesi e vietnamiti spinti dai partiti comunisti locali. Quest’eredità storica non è stata erosa dal tempo, ma è pur vero che oggi l’Europa non sembra poter essere il precursore di una prospettiva globale di emancipazione, sviluppo e giustizia. Sembra che l’Europa non sia capace nemmeno di assicurare una tale prospettiva ai suoi stessi popoli.

La sinistra del 20° secolo aveva due importanti fonti di ispirazione. Una era legata all’Europa Occidentale: in particolare la Francia della Rivoluzione e la Germania dei movimenti Marxisti dei lavoratori. Questa sinistra ha rappresentato le fondamenta del futuro politico sociale di gran parte dei paesi più sviluppati. Essa ha fornito anche un determinante appoggio pratico alle forze di sinistra extra-europee: basti pensare al ruolo svolto dalla Francia, sempre disponibile ad accogliere esiliati radicali provenienti da qualsiasi paese; il movimento dei lavoratori tedesco, rafforzato dall’esperienza e ben strutturato in termini organizzativi ha sostenuto il finanziamento dei “compagni” più poveri ( la Friedrich Ebert Stiftung continua a farlo). L’altra fonte di ispirazione viene dalla periferia del potere e della ricchezza, viene dai paesi in cui le rivoluzioni popolari che hanno cambiato il loro destino sono state sostenute da correnti politiche ispirate al Marxismo Europeo. Parlo ovviamente dell’Unione Sovietica, seguita nelle sue trasformazioni da Cina e Cuba. Questi paesi hanno sostenuto l’ascesa al potere in di forze politiche di sinistra o anti-imperialiste in numerosi paesi, sia in termini politici che finanziari.

Oggigiorno l’America Latina, con tutta la sua eterogeneità sociale, con il suo  mosaico ideologico, è la regione mondiale che più si avvicina al concetto di fulcro mondiale della sinistra. E’ molto probabile però che la sinistra del 21° secolo sia caratterizzata da un fenomeno geograficamente decentrato, e l’America Latina è forse troppo piccola per poter illuminare la sinistra mondiale, sebbene le riforme in atto in questa regione siano molto estreme e radicali. Perché si possa assistere ad un fenomeno globale significativo di ascesa al potere della nuova sinistra, è necessario che radici più profonde siano messe in Asia.

Siamo oggi testimoni della nascita di una nuova era: nuove relazioni tra classi sociali e nazioni, tra ideologie, identità e politiche di sinistra stanno prendendo forma. La fine della Guerra Fredda non ha portato ad alcun “peace dividend” (così come Bush e Tatcher avevano promesso) ma semplicemente a nuovi cicli di guerre. Il trionfo del capitalismo occidentale non ha portato ad un benessere diffuso, ma ad un incremento delle disuguaglianze e a numerose crisi economiche susseguitesi a poca distanza tra loro: Est Asia, Russia, Argentina, ed oggi Europa. Le classiche fonti di preoccupazione per la sinistra, quali lo sfruttamento capitalista, l’imperialismo, le discriminazioni di sesso o etnia, continueranno a caratterizzare anche il 21° secolo. La battaglia andrà avanti, di questo siamo sicuri. Ma chi sarà il protagonista di tale lotta? La classe media o le classe popolari?

Parte Seconda 

La Lotta di classe nel XXI secolo – Parte seconda

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Nazioni, classi sociali e aumento delle disuguaglianze    

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Felicità e Consumismo

Felicità e Consumismo

E in qualche modo ironico il fatto che oggi si consideri il 20° secolo come il secolo della classe operaia. Bisogna sottolineare che sebbene esso sia stato il secolo delle diminuzioni delle disuguaglianze all’interno delle nazioni, come risultato delle lotte operaie, esso ha visto le disuguaglianze tra nazioni toccare livelli mai visti. Tra la fine del 19° secolo e gli inizi del 20° abbiamo assistito allo “sviluppo del sottosviluppo”; le disuguaglianza tra gli esseri umani erano in gran parte determinate dal luogo in cui si viveva. Sino al 2000 si è stimato che circa l’80% delle disuguaglianze di reddito poteva essere attribuito al Paese di residenza. Il 21° secolo sta già mostrando una tendenza diversa: le nazioni convergono tra di loro in termini di reddito ma le disuguaglianze tra classi all’interno di ogni paese incrementano in maniera costante.

L’ultimo ventennio ha mostrato la straordinaria crescita economica delle nazioni che durante il 20° secolo erano ai margini dell’economia mondiale. Nazioni come Cina, India e i membri dell’ Associazione delle nazioni del Sud-Est Asiatico, hanno un ritmo di crescita del PIL due volte superiore rispetto alla media mondiale. Dal 2001 anche i Paesi dell’Africa Sub-Sahariana stanno crescendo a ritmi superiori rispetto alle “economie avanzate”. I paesi dell’America Latina registrano performance importanti sin dal 2003. Con l’eccezione dei paesi del’Est europeo e dell’ex Unione Sovietica, i paesi emergenti hanno attutito il duro colpo della crisi del sistema bancario anglosassone meglio dei paesi ricchi. Si sta vivendo oggi un cambiamento storico non solo in termini di geopolitica ma anche in termini di disuguaglianze. Le disuguaglianze trans-nazionali si stanno riducendo, ma le disuguaglianze all’interno di ogni nazione stanno, nel complesso, aumentando sebbene in maniera irregolare. Non si può comunque parlare di cambiamento che segua la logica universale della globalizzazione o del cambio tecnologico; così facendo si distorcerebbe il senso dei fatti.

Ciò che si sta delineando è un ritorno prepotente della classe come determinante di ineguaglianza. Questo trend ha cominciato ad affermarsi durante gli anni 90’, quando in Cina e nei paesi dell’ex Unione Sovietica le disuguaglianze di reddito aumentarono vertiginosamente, mentre la debole tendenza verso l’eguaglianza nelle zone rurali dell’India si fermò e riprese il fenomeno opposto. In America Latina, Messico e Argentina soffrivano gli shock delle politiche economiche neo-liberali. Uno studio del FMI mostra come su scala mondiale l’unico gruppo che abbia aumentato il proprio reddito durante gli anni 90’ sia stato il più ricco quantile (5%) della popolazione, sia in paesi ad alto reddito che in paesi a baso reddito. La parte restante della popolazione ha solo perso terreno. I cambiamenti più importanti si sono registrati all’apice della piramide sociale. Dal 1981 al 2006 negli USA lo 0,1% più ricco della popolazione ha incrementato la propria quota di reddito di sei punti; la parte restante dell’1% più ricco l’ha incrementata di quattro punti. Il 9% che segue ha mantenuto pressoché invariata la propria quota mentre il restante 90% della popolazione è restata indietro aumentando il distacco dai più ricchi. Il 93% dell’incremento totale di reddito (income gains) registratosi negli USA nel 2008-2009, anno di leggera ripresa economica, era in realtà nelle mani dell’1% più ricco della popolazione.

Gli stessi trend di aumento delle diseguaglianze si sono registrati in Cina ed India, sebbene la quota di ricchezza accumulate dall’1% più ricco é molto più bassa che negli Stati Uniti:10% in India e 6% in Cina (before taxes). Il miracolo economico indiano non ha migliorato di molto la condizione dei bambini più poveri (I due terzi del 25% dei bambini più poveri era sottopeso nel 2009, cosi come nel 1995). La rapida crescita economica che ha caratterizzato I Paesi del “terzo mondo” agli inizi del 21° secolo ha cambiato poco la condizione di miseria e fame delle popolazioni: il numero di persone denutrite é aumentato da 618 milioni a 637 tra il 2000 e il 2007, e la corsa al rialzo dei prezzi alimentari non sembra arrestarsi. Forbes sottolinea invece i record raggiunti dall’altro estremo della piramide: i miliardari, più numerosi che mai – 1.226 (di cui 425 Americani, 95 Cinesi e 96 Russi) detengono una ricchezza pari a 4.6 Triliardi di dollari, cifra che supera il PIB  della Germania. Non dovremmo tuttavia pensare che tali dati siano espressione di una condizione economico-sociale inevitabile. L’America Latina ad esempio, dopo esser stata la zona del pianeta con i più forti divari di ricchezza tra classi, é oggi l’unica regione del pianeta in cui si registri una forte riduzione delle disuguaglianze. Questo grazie alle politiche socialiste che sono state messe in atto per contrastare il neoliberismo violento dei regimi militari.

Un altro modo di confrontare le classi sociali all’interno dei confini nazionali é quello di misurare l’indice de Sviluppo Umano (Human Development Index) che include reddito, aspettativa di vita ed educazione. Sebbene sia questo un indice complesso e aperto a frequenti errori, esso da un’utile visone delle diseguaglianze mondiali. Il quantile (5%) più povero della popolazione americana ha un livello di sviluppo umano più basso del quantile più ricco dei cittadini di Bolivia, Indonesia e Nicaragua; più basso del 40% della popolazione brasiliana e peruviana, e allo stesso livello del 4° quantile di Colombia, Guatemala e Paraguay. L’importanza delle classi sociali ritorna oggetto di discussione non solo a causa dei fenomeni sopracitati di incremento delle disuguaglianze economiche. Un elemento importante da cui ci si é allontanati di recente é la questione del razzismo e del sessismo. In Sud Africa ad esempio, nonostante i successi della lotta all’Apartheid, i fenomeni di polarizzazione delle classi risulta essere ancora estremamente elevato. Basti pensare che il coefficiente di Gini, che a livello mondiale (per le famiglie) é attorno allo 0.65/0.7, si attesta nella sola città di Joannesburg a 0.75. Una sola città presenta in maniera molto più marcate le stesse disuguaglianze che é possibile trovare a livello mondiale.

La classe ed i conflitti di classe si svilupperanno durante il 21° secolo seguendo due nuovi percorsi e configurazioni, che vedranno come protagonisti i Paesi meridionali della NATO e che saranno a carattere non-europeo. Il primo sarà probabilmente spinto dalle speranze, dallo scontento e dalle rivendicazioni della classe media. Il secondo affonderà le sue radici nelle classe operaie e in quelle popolari in tutte le sue diversità (centrato soprattutto sulla classe “plebea” (plebeians) piuttosto che su quella del proletariato).

La classe media protagonista del 21° secolo?

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L’idea che il 21° secolo veda la classe media giocare un ruolo da protagonista sta sempre più prendendo forma. I lavoratori che avevano alimentato i movimenti per i diritti sociali nel 20° secolo sono ormai svaniti dalla nostra memoria; il progetto di emancipazione universale trainato dalla classe operaia e dal proletariato sembra essere sostituito dall’aspirazione universale allo status della classe media. Dilma Rousseff, l’ex guerriera che ha preso il posto di Lula alla presidenza del Brasile ha dichiarato la sua ferma volontà di “trasformare il Brasile in una popolazione di appartenenti alla classe media”. Nella sua indagine sulle prospettive per il 2012, l’OCSE ha sottolineato la necessità “di sostenere la classe media emergente”, mentre Nancy Birdsall, del Centro per lo Sviluppo Mondiale ha parlato di classe media “indispensabile” e ha sottolineato l’importanza di un passaggio dalle politiche di sostegno dei poveri a quelle di sostegno alla classe media.

Le definizioni di tale strato sociale variano molto nonostante la sua sedicente centralità. Prendiamo in considerazione qui di seguito tre tentativi di identificazione della classe media, ognuno dei quali non è assolutamente definitivo ma in un certo senso illuminante. Martin Ravaillon della Banca Mondiale definisce la classe media dei Paesi in via di sviluppo come quella fascia di popolazione che guadagna tra i 2$ ai 13$ al giorno (il primo rappresenta la soglia di povertà stabilita dalla Banca Mondiale, il secondo invece la soglia di povertà negli Stati Uniti). Ravaillon ha analizzato un’esplosione della classe media così definita, che è passata dal rappresentare un terzo della popolazione mondiale in via di sviluppo nel 1990 a quasi la metà nel 2005 (vale a dire un aumento di circa 1.2 Miliardi in termini assoluti). Questo strato sociale include quasi due terzi dei cinesi ma solo un quarto della popolazione sud asiatica e dell’Africa sub-sahariana. Nancy Birdsall invece guarda alla classe media come ad un agente politico liberale e alza il limite minimo di reddito giornaliero a 10$, inoltre il reddito non deve collocarsi tra il 5% più ricco dei propri connazionali. Secondo questa misurazione la Cina rurale non possiede una vera e propria classe media; stessa cosa per quanto riguarda India, Pakista, Bangladesh e Nigeria. Nelle zone urbane della Cina solo il 3% della popolazione rientra in questa categoria, in Sud Africa l’8%; 19% per il Brasile, 28% per il Messico e 91% negli Stati Uniti.

Due importanti economisti da sempre concentrati sulla tematica della povertà, Abhijit Banerjee e Esther Duflo, offrono una prospettiva basata su un analisi delle famiglie in 13 Stati (includendo Tanzania, Pakistan ed Indonesia), concentrandosi su quelle con reddito compreso tra i 2$ e i 10$ al giorno, chiedendo cosa rappresenti per loro la classe media. Il risultato più sorprendente di questo studio è che coloro che fan parte della classe media non hanno un comportamento molto differente rispetto a coloro che hanno un reddito al di sotto dei 2$. Essi non hanno un approccio più imprenditoriale nella loro gestione dei risparmi. Il tratto distintivo della classe media sembra essere quello di avere un lavoro più stabile rispetto ai più poveri. In Brasile l’attenzione che si da alla classe media che rischia di cadere nella povertà, è molto importante. La stessa cosa non avviene però in Asia, soprattutto nell’Est asiatico.

In Cina quello della classe media è divenuto un tema di discussione sempre più acceso sia in ambito accademico che sui media tradizionali, sin dagli ultimi anni ’90. Prima tale tipo di dibattiti era proibito e molti sono coloro che denunciano ancora forti pressioni ideologiche che contrastano la legittimità di una presa di coscienza generalizzata della classe media.

Gli accademici cinesi tendono oggi ad idealizzare la classe media, disegnandola secondo lo stereotipo americano e senza affrontare una vera discussione critica su tale tema. La classe è vista oggi come il target potenziale dei media cinesi, il cui approccio è anch’esso ispirato dalle pubblicazioni americane come Vogue o Business Week (oggi molto diffuse in Cina). Essa è considerata oggi come il baluardo della stabilità politica e della moderazione negli anni a venire. Alcuni perspicaci commentatori, giornalisti e ricercatori hanno però fatto notare che la nascita di questa classe media è in realtà accompagnata da un aumento interno delle disuguaglianze: la Cina è oggi il Paese con maggiori disparità, il suo coefficiente di Gini è passato da un valore di 0.21 negli anni ’60 sino a 0.46 dei giorni nostri. Anche l’India, in seguito a ondate di liberalizzazioni, vive un fenomeno di aumento dei consumi della classe media, ben rappresentato dallo slogan elettorale “India Shining” dell’Hindu Rights del 2004. Al contrario di quello che avviene in Cina però, questo fenomeno di emancipazione indiano è molto più complesso. Il movimento dell’Hindu Rights è stato tacciato di eccessivo materialismo e di insensibilità sociale; questa manifesta emancipazione consumistica si è rivolta contro il movimento stesso ed il Congresso è ritornato al governo.

La classe media: Consumismo o democrazia?

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In un mondo in cui la modernità della classe operaia e del socialismo sono state dichiarate obsolete, la classe media è divenuta il simbolo dell’alternativa futura. I paesi sviluppati occidentali hanno fondato i loro credo politici sull’emancipazione della classe media, in Nord America in maniera più marcata rispetto all’Europa. Il cuore di tale utopia è quella di un consumismo senza limiti, il consumismo di una classe media che occupa la terra e ne prende possesso comprando auto, case, elettrodomestici etc. Mentre questo fenomeno ispira gli incubi degli ambientalisti, fa venire l’acquolina alla bocca agli uomini d’affari. Il consumo della classe media ha un grande vantaggio: essere utile e compiacente ai privilegi dei ricchi da una parte, e rappresentare l’aspirazione principale delle classi popolari dall’altra. Il lato negativo del consumerismo è invece il suo esclusivismo: coloro che non possono permettersi l’acquisto di beni materiali e semplicemente non fanno parte ne della classe media ne dei ricchi, restano semplicemente esclusi, identificati come “perdenti” e considerati come classe inferiore. Nei paesi in via di sviluppo la “pulizia” degli spazi pubblici è l’indicatore di tale sinistra tendenza, a tal punto che i poveri si trovano esclusi dalle spiagge, dai parchi dalle strade e dalle piazze. Un esempio piuttosto sconcertante di tale “esclusione” è la recinzione della Piazza dell’Indipendenza di Giacarta, che è diventata una sorta di parco a tema riservato alla classe media e che ha privato i poveri di uno dei pochi luoghi ricreativi e d’incontro.

I media liberali guardano all’emancipazione della classe media come l’avanguardia della democrazia. Tuttavia i dibattiti accademici riguardo la classe media asiatica hanno un’opinione meno visionaria del suo ruolo politico. Un’importante ricerca conclude che la classe media è piuttosto indecisa e senza posizioni ideologiche precise riguardo la democrazia e le riforme. Il disgusto per la classe politica, ha provocato in India un fenomeno piuttosto insolito: il tasso di partecipazione elettorale è molto più basso nelle classi sociali medio – alte rispetto a quello che si registra tra i Dalits (o intoccabili) e i poveri. Nel 2004 il tasso di partecipazione elettorale dei Dalits fu del 63,3%, mentre quello delle caste più alte di solo 57,7%. L’America Latina invece ha già fatto esperienza del basso livello democratico della propria classe media. Basti pensare a come quest’ultima sia stata connivente con i regimi dittatoriali o si sia palesemente opposta alla democrazia in Argentina (1955-82), in Cile (1973) ed in Venezuela (2002).

Esiste tuttavia un altro scenario possibile (leggendo gli scritti di Birdsall), secondo cui la classe media, nel caso in cui ci si trovi in situazioni di conflitto tra ricchi ed il resto della popolazione, sembri schierarsi dalla parte di quest’ultima. Come lo studente di Hong Kong Alvin SO, ci ha fatto notare, nell’Est Asiatico la classe media seppur leggermente “situazionale” in termini di presa di posizione rispetto a specifiche riforme, è sempre stata attiva nelle proteste e nelle manifestazioni antigovernative, senza menzionare le innumerevoli manifestazioni contro il FMI e le politiche militari statunitensi. La scesa in campo delle classi medie assieme alle masse popolari fu un segno distintivo dei moti del 1848, il cui eco può essere oggi udito nella Primavera araba del 2011. Dal Cairo a Tunisi, da Barcellona a Madrid, professionisti ed impiegati di mezza età sono scesi in campo al fianco di studenti e giovani disoccupati. Spesso i genitori hanno manifestato assieme ai propri figli, un fenomeno di solidarietà inter-generazionale che non ha precedenti, e che i radicali del 1968 non hanno vissuto.

Mentre da una parte la classe media influisce sulla mancanza di democrazia, ci sono occasioni in cui quest’ultima sia stata decisiva contro lo sradicamento di regimi autoritari. Il più importante esempio del ruolo svolto dalla classe media in mobilitazioni di massa è quello della rivoluzione egiziana del 2011. Quest’ultima, molto importante a causa delle dimensioni del paese, non è stata causata dalla crisi economica importata dai paesi occidentali, ma è piuttosto derivata dai moti rivoluzionari Tunisini. Così come nel resto del nord africa, i movimenti hanno visto come protagonisti donne e uomini istruiti, seppur composti da disoccupati e giovani disoccupati. Diciamo pure che la rivoluzione egiziana non è stata trainata dalla Bildungsbürgertum (come nella Germania del 18° secolo), ma il ruolo di universitari e intellettuali è stata fondamentale per la sua formazione.  

Per di più il regime egiziano non dava alcuna prospettiva di crescita ai nuovi laureati e neanche ai loro parenti sottopagati. Le politiche neoliberali di Gamal Mubarak, figlio di Hosni Mubarak, hanno portato ad un vero e proprio distacco della classe media dal regime, visto che ormai quello che rimaneva dell’eredità di Nasser (imprese, industrie e grandi gruppi nazionali) era ormai solo nelle mani dei grandi magnate egiziani. Al contempo, così come in Europa nel 1848, anche le masse popolari hanno preso parte al processo rivoluzionario sebbene non come forza preponderante (il ricordo del grande sciopero, di El Mahalla El Kobra del 2008, represso dalle forze dell’ordine, ha contribuito alla mobilitazione). La rivoluzione egiziana viene spesso confrontata con gli eventi del “18° Brumaio”: il passato insegna come la parte più radicale della popolazione, di norma concentrata nelle città, debba far fronte al forte conservatorismo tipico delle zone rurali di dimensioni molto più grandi. La Sinistra radicale egiziana infatti ha subito una forte sconfitta durante le elezioni, tuttavia ciò non cancellerà completamente i passi avanti fatti dalla rivoluzione, così come le vittorie di Napoleone III non cancellarono i risultati raggiunti dalle rivoluzioni del 1848. Quanto sopra descritto serve a sottolineare la debolezza delle ribellioni sostenute dalla classe media anche nelle loro forme più vigorose e radicali.

Il consumismo globale della classe media è arrivato, così come una visita ad un qualsiasi centro commerciale di Lima, Nairobi o Giacarta potrà testimoniare. Ciò nonostante, i sogni di consulenti marketing e accademici liberali sul consumismo come fondamento dell’emancipazione della classe media e della stabilità politica che esso ne comporta, sono ormai solo proiezioni future spesso rimesse in discussione vista la maggiore partecipazione delle classi medie alle rivolte. Il modo in cui però tale spirito di emancipazione si manifesta varia nella sua forma e nell’ideologia: le rivoluzioni del Nord Africa, la campagna di Anna Hazare contro la corruzione della politica Indiana, il Tea Party negli Stati Uniti, il supporto della classe media ai movimenti studenteschi in Cile. Addirittura è possibile trovarsi nella situazione in cui dalla classe media nascano due movimenti con ideologie diametralmente opposte, come è avvenuto in Tailandia dove le Camicie Gialle (conservatori) sfidano le Camicie Rosse (sinistra rurale). Non dovremmo quindi restare sorpresi se ci trovassimo di fronte ad altri sconvolgimenti, visto che le classi medie, arrabbiate e desiderose di affermare i propri diritti, possono dar vita a scenari imprevedibili.

Parte prima   Parte terza

La Lotta di classe nel XXI Secolo – Parte prima

Consumismo globale guidato dalla classe media; ribellione politica delle classi medie; movimenti di lotta delle classi operaie nell’Est asiatico; oppure eterogenee mobilitazioni delle classi popolari. Al di là dei quattro scenari individuati da Göran Therborn, le dinamiche tra le classi sociali avranno un’importanza fondamentale nei processi di cambiamento socio-economici del 21° secolo, nonostante sia prematuro identificare quale possa essere il carattere sociale preponderante. 

Traduzione e adattamento a cura di Pensiero Meridiano dell’articolo “Class in the 21st century” di Göran Therborn, New Left Review, Dicembre 2012

ndr: Articolo pubblicato in tre parti per agevolarne la lettura.

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Il 20° secolo: l’era della classe operaia

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Il XX Secolo: l'era della classe operaia

Il XX Secolo: l’era della classe operaia

Tra le tante etichette plausibili coniate per definire il 20° secolo, in termini di storia sociale, quella che gli si addice di più è senza dubbio quella di esser stata “l’era della classe operaia”. Per la prima volta, i lavoratori, esclusi dalla proprietà divennero una forza politica di primo piano. Questa rottura venne annunciata dal Papa Leone XIII – capo della più antica e più grande organizzazione sociale al mondo – nella sua enciclica Rerum Novarum, nel 1891. Il Papa notò che il progresso dell’industria aveva portato ad una “accumulazione di ricchezza presso pochi e alla miseria presso tanti”; tuttavia, questo periodo  è stato anche caratterizzato da “una maggiore fiducia in sé stessi e una più stretta coesione” dei lavoratori. Su scala globale, i sindacati si assicurarono una presenza stabile presso le maggiori imprese industriali, e non solo. I partiti operai divennero forze elettorali di primo piano in Europa e nelle sue propaggini Australi. La Rivoluzione d’Ottobre in Russia fornì un modello di organizzazione politica e cambiamento sociale per la Cina e il Vietnam. L’India di Nehru si pose l’obiettivo dichiarato di perseguire un “percorso socialista di sviluppo”, come ha fatto la maggior parte degli stati post-coloniali. In molti paesi africani si è affrontata la discussione di costruire partiti operai, in un contesto in cui essi potevano vantare un numero di proletari appena sufficienti a riempire qualche stanza.

La celebrazione della festa dei lavoratori, il Primo di Maggio, ebbe luogo per la prima volta nelle strade di Chicago nel 1886, e fu celebrata a La Havana e in altre città Latino Americane già nel 1890.  Il lavoro organizzato ha dimostrato di essere una forza importante in America, anche se è stato solitamente tenuto in una condizione di subordinazione. Il New Deal negli USA ha segnato un punto d’incontro tra liberalismo illuminato e classe operaia industriale. Quest’ultima è riuscita infatti ad organizzarsi durante gli anni della grande depressione, attraverso lotte eroiche (uno dei suoi simboli è Samuel Gompers, sindacalista e formidabile negoziatore, persino onorato con un monumento a Washington, un onore mai concesso a nessun capo operaio a Parigi, Londra o Berlino).

La classe operaia Messicana sebbene non fosse un attore di primo piano nella Rivoluzione, non può  nemmeno esser considerata una comparsa. L’importanza assunta dagli operai è dimostrata dagli sforzi dell’élite post-rivoluzionaria per assorbire le organizzazioni operaie all’interno del proprio sistema di potere. Il primo presidente della Rivoluzione, Venustiano Carranza, aveva una base elettorale operaia  (grazie al patto con gli operai anarco-sindacalisti di Città del Messico – la Casa del Obrero Mundial), e successivamente negli anni 1930 Lazaro Cardenas diede alle strutture del proprio ordinamento un orientamento esplicitamente “operaista”. Quanto fatto da Getúlio Vargas e dal suo “Estado Novo” in Brasile, non può essere forse paragonato a quanto di buono fatto da Carranza e Cardenas, ma fondamentale è la serie di leggi sul lavoro progressiste da lui emanate. In Argentina, è stata la mobilitazione della classe operaia, sotto la regia di militanti trotskisti, che ha portato al potere Juan Perón, garantendo al movimento sindacale argentino (o almeno alla sua leadership) una voce importante nel movimento peronista. I minatori Boliviani svolsero un ruolo centrale nella rivoluzione del 1952, e quando la produzione di stagno crollò nel 1980, la capacità organizzativa di costoro, costretti a cercare lavoro altrove, permise ad Evo Morales e ai suoi coltivatori di coca, di aumentare l’esperienza e la stabilità dei loro movimenti.

Forse il più grande omaggio alla classe operaia nell’ultimo secolo è stato reso però proprio dai più fanatici nemici dei movimenti indipendenti dei lavoratori, i Fascisti. L’idea di ‘corporativismo’ era di vitale importanza per l’Italia di Mussolini: la pretesa di unire idealisticamente i due fattori produttivi, lavoro e capitale, in realtà non faceva altro che costringere il lavoro a subire la supremazia del capitale e dello Stato. Il movimento di Hitler si definì “Partito Nazional-Socialista dei Lavoratori Tedeschi”, e la sua Germania è diventato il secondo paese al mondo – subito dopo l’Unione Sovietica, ma prima della Svezia – a rendere il primo di maggio come giorno festivo, il ‘Giorno del Lavoro tedesco’. Nei primi 80 anni del 20° secolo, i lavoratori non possono essere licenziati. Se non sei con loro, devi averli sotto stretto controllo.

I lavoratori divennero eroi o modelli, non solo per gli artisti della sinistra d’avanguardia, da Brecht a Picasso, ma anche per i i personaggi più conservatori, come lo scultore belga Constantin Meunier -autore di diverse statue raffiguranti lavoratori di diverse professioni, e di un ambizioso ‘monumento al  lavoro, eretto postumo a Bruxelles in presenza del re. In Germania, l’ufficiale-scrittore prussiano Ernst Jünger scrisse un apprezzato saggio, Il Lavoratore, nel 1932, nel quale prevedeva la fine della Herrschaft (dominio) del terzo stato e la sua sostituzione con la Herrschaft del lavoratore, e della democrazia liberale con la democrazia del lavoro.

Il secolo della classe operaia ha lasciato in eredità conquiste durature. Il modello politico democratico, la violazione del quale prevede procedimenti giudiziari speciali, ne costituisce un esempio. Il movimento laburista, di stampo Social Democratico, è stato un fondamentale fautore delle riforme democratiche, seguendo l’esempio del precedente movimento Cartista. Prima del 1918, la maggioranza dei liberali e la totalità dei conservatori erano convinti che la democrazia fosse incompatibile con la conservazione della proprietà privata, e domandavano severe restrizioni del diritto di voto e alla libertà dei parlamenti. La sconfitta del Fascismo per mano di un’alleanza intercontinentale di Comunisti, Liberali, Social Democratici e Conservatori come Churchill e De Gaulle, la caduta graduale delle dittature militari contro-rivoluzionarie; la fine del razzismo istituzionale in Sud Africa e negli Stati Uniti hanno assicurato la validità dei diritti umani nel mondo. Il diritto dei lavoratori salariati di organizzazione e di contrattazione collettiva ha costituito un altro enorme risultato del dopoguerra. A seguito di questi progressi recenti, il potere delle forze conservatrici è stato intaccato negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ma nel frattempo il loro raggio d’azione si è diffuso in tutto il mondo, ai settori economici formali in Africa e in Asia; inoltre, rimane forte in America Latina e in gran parte dell’Europa.

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Il 20° secolo e le due grandi rivoluzioni Russa e Cinese

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Il 20° secolo non può essere ben compreso senza una completa comprensione delle sue grandi rivoluzioni: quella Russa e Cinese, con le loro profonde ripercussioni sulle società dell’Est Europa, dei Caraibi e di una buona parte dell’Asia Centro-orientale, senza dimenticare la loro influenza sui movimenti operai e sulle politiche sociali in Europa Occidentale. La loro valutazione resta tuttavia politicamente controversa, da un punto di vista accademico, e alquanto prematura. Senza ombra di dubbio queste rivoluzioni diedero vita a fenomeni di repressione brutale e episodi di moderna e arrogante crudeltà, sfociati poi in casi di sofferenza estrema, come i periodi di carestia durante i governi di Stalin e Mao. I risultati geopolitici di tali rivoluzioni sono incontrovertibili, sebbene questo possa essere difficilmente un criterio di performance di sinistra. La Russia, decadente e arretrata, sconfitta dai Giapponesi nel 1905 e dai tedeschi nel 1917, divenne poi URSS: uno Stato capace di sconfiggere Hitler e affermarsi come seconda potenza mondiale, e apparire come un serio oppositore della politica dominante statunitense. La Rivoluzione Cinese invece mise fine a 150 anni di declino ed umiliazioni vissute dall’”Impero di Mezzo”, dando alla Cina la possibilità di ritornare con forza sulla scena politica mondiale prima che il suo progresso di stampo capitalista ne facesse la seconda potenza economica mondiale.

Le rivoluzioni del 20° secolo hanno lasciato al mondo al meno quattro eredità di stampo progressista. Per primo, le sfide da esse rappresentate hanno avuto un impatto cruciale sulle riforme del dopoguerra all’interno del mondo capitalista: redistribuzione delle terre in Giappone, Taiwan e Corea del Sud; sviluppo dei diritti sociali e civili in Europa Occidentale; e le riforme dell’”Alleanza per il Progresso” in America Latina; tutte queste riforme furono ispirate dalla minaccia comunista. Secondo: la presenza di un blocco di Stati rivali con la loro propria ideologia contribuì non poco all’indebolimento del sentimento razzista e delle politiche coloniali Europee e americane (Eisenhower non avrebbe inviato truppe federali in Arkansas al fine di accelerare il processo di abolizione di segregazione razziale, se non fosse preoccupato dalla battaglia propagandistica con la Russia). Due decadi dopo l’esercito cubano aiutò l’Angola a contrastare l’invasione da parte delle truppe sudafricane, ed il regime dell’apartheid non avrebbe potuto esser isolato e sconfitto in maniera così efficace senza l’ombra fatta dall’Unione Sovietica sullo scacchiere politico mondiale.

Terzo: al di là di ogni critica che possa esser mossa nei confronti della forma di autoritarismo spietato dei propri leader, il movimento Comunista produsse in ogni angolo del mondo un numero sterminato di militanti scrupolosamente impegnati e pronti al sacrificio. La loro adulazione per Stalin o Mao era mal indirizzata, ma molto spesso erano i migliori, se non gli unici, amici dei poveri e degli oppressi. Tale impegno quotidiano merita il rispetto di tutti i progressisti. Per finire, esiste un eredità organizzativa, un fattore non trascurabile. I paesi delle due grandi rivoluzioni non avranno più la stessa forza piena di speranza che avevano il secolo scorso, ma esse sono essenziali alla conservazione del pluralismo geopolitico (inclusa la Russia post-comunista). Il fatto che dopo il 1989-91 esistano ancora Paesi governati da forze politiche comuniste indica che la possibilità che possa affermarsi una forza socialista sia ancora viva. Se comunque i dirigenti della Repubblica Popolare ritornassero a credere che la Cina dovesse aver bisogno di una base economica socialista per rafforzare la propria posizione, o che la via del capitalismo possa minare la coesione sociale, ha pur sempre ancora il potere di cambiare rotta.

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Esistono ancora i Partiti Comunisti?

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I partiti comunisti o le forze politiche che ne hanno ereditato lo spirito politico, hanno ancora un piede d’appoggio in molti paesi. Il comunismo ha una presenza significativa nella scena politica indiana sebbene sia diviso in due correnti concorrenti: da una parte la corrente Maoista che persegue una strategia di guerrilla nelle regioni rurali, dall’altra il partito Comunista Indiano (marxista), che prova a riprendersi dalla dura sconfitta subita dopo le esperienze di governo negli stati del Kerala e del Bengala Ovest. Ci sono partiti abbastanza forti in Grecia, Portogallo, Giappone, Cile e Repubblica Ceca. In particolare i partiti comunisti portoghese e greco hanno giocato un ruolo importante nelle mobilitazioni di massa durante la crisi economica che ha colpito l’Eurozona: Syriza (partito greco capeggiato da esponenti del fronte comunista europeo) ha sfiorato addirittura la vittoria durante le ultime elezioni di giugno 2012. Un altro frutto importante della tradizione comunista europea è il partito tedesco Die Linke, nato dall’incontro di comunisti riformisti e ala sinistra dei socialdemocratici. Ci sono inoltre disparate formazioni politiche post-comuniste degne di cronaca, come il Partito di Sinistra Svedese e AKEL, partito al governo di Cipro.

Il Partito Comunista sud africano è parte integrante della coalizione di governo capeggiata dall’ANC; il partito comunista brasiliano ha un ruolo minore nella coalizione di governo, in maniera simile a quello indiano. I comunisti sono ritornati ad occupare seggi del parlamento cileno dopo 40 anni di assenza totale in seguito al colpo di stato di Pinochet. La Primavera Araba del 2011 ha permesso a formazioni politiche tendenti a sinistra e legate alla tradizione comunista di riaffacciarsi sul nuovo palcoscenico della politica, seppur in maniera marginale. Il ritorno alla democrazia in Indonesia invece non ha permesso la rinascita vera e propria di quel partito che fu distrutto nel 1965 da uno dei più tragici massacri politici del secolo (probabilmente più grande, in termini relativi, delle purghe staliniste del 1937-38). Altrove invece è facile notare quanto rapidamente siano svaniti i partiti di tradizione comunista dopo il 1989: i partiti hanno scelto la via del nazionalismo conservatore, in paesi come la Russia e le repubbliche dell’Asia centrale, o della social-democrazia di destra, in paesi come la Polonia e l’Ungheria. In Italia invece si è considerato l’aggettivo “social” troppo a sinistra, si è preferito quindi eliminarlo da ogni denominazione di partito. E’ nato così il Partito Democratico, emulazione dei democratici Americani.

L’onda riformista operaia del 20° secolo ha lasciato una forte eredità politica: i movimenti sindacali, che tutt’oggi supportano i maggiori partiti politici di sinistra in Europa. Il movimento sindacale ha oggi una portata mondiale, cosa impensabile un secolo fa, sebbene la sua penetrazione al di fuori dei confini europei è piuttosto limitata ad eccezione di paesi come il Brasile, l’Argentina ed il Sud Africa nei quali i sindacati sono molto forti. I partiti laburisti e social-democratici possono contare oggi su una base elettorale molto più forte rispetto agli inizi del Novecento. Altri nuovi territori sono stati “conquistati” in America Latina ed in Africa. Tuttavia l’Internazionale Socialista ha spesso acquisito nuovi aderenti a discapito di una vera politica basata sulla coerenza di linee politiche, esempi di tale discrepanza sono due improbabili progressisti come Laurent Gbagbo in costa d’Avorio e Mubarak in Egitto, i cui movimenti politici sono stati accolti nel movimento socialista internazionale, senza che essi ne rappresentino veramente i suoi principi fondatori.

La moderna social-democrazia di centro sinistra può essere considerata oggi una forza progressista in alcuni ambiti, supportando i diritti delle donne, dei bambini e degli omosessuali. Ma i suoi partiti hanno spesso capitolato sotto l’influenza liberale nell’ambito delle politiche economiche. La sua base elettorale originaria, vale a dire quella operaia, è stata politicamente marginalizzata nel tempo ed erosa dal cambiamento sociale. Durante l’attuale crisi economica europea la performance dei partiti social-democratici è stata piuttosto mediocre e caratterizzata da una perdita d’orientamento non trascurabile. Il cosidetto Welfare State,che è stato il più importante risultato raggiunto dall’onda riformista nel 20° secolo, è oggi sotto attacco e debolmente difesa. Un tema costante della campagna elettorale di Romney negli Stati Uniti è stato l’attacco ai programmi assistenziali di stampo europeo. Il Partito Conservatore e il New Labour Party in Gran Bretagna minacciano continuamente lo stato sociale britannico, sebbene ci vorranno decenni per poter indebolire tale “fortezza”. Nei paesi Nato i vari Welfare States sono costretti oggi ad ingoiare bocconi amari, soprattutto in quei paesi dove esso non era così solido. C’è però da considerare il fatto importante che i principi dello Stato Sociale stanno pian piano espandendo la loro influenza in paesi come la Cina e altre nazioni asiatiche, e consolidando le proprie istituzioni nei paesi dell’America Latina. Sembra ad esempio che Cina ed Indonesia possano riuscire a mettere in piedi un sistema sanitario nazionale molto prima degli Stati Uniti.

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Le ragioni della sconfitta 

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I risultati raggiunti dal movimento progressista del 20° secolo perdurano ancora quindi, ma le sconfitte subite dalla sinistra negli ultimi anni devono essere interpretate e comprese. La scuola di pensiero dominante di stampo Euro-Americano non può spiegare le ragione del successo raggiunto dalla controrivoluzione capitalista. Marx aveva predetto lo scontro tra le forze ed i fattori di produzione (una di carattere sociale l’altra privata e capitalista) e il suo acutizzarsi nel tempo. Questa era la Grande Dialettica di Marx che, privata dei suoi fronzoli apocalittici, è stata confutata dal passare del tempo. Comunicazioni, trasporti, energia e risorse naturali strategiche sono uscite dalla sfera della gestione privata e poste sotto il controllo di Stati e regolamentazioni pubbliche. Le sfumature ideologiche possono aver dato vita a processi di statalizzazione differenti, ma ciò non cambia il concetto di base. Gli investimenti pubblici nei settori dell’educazione e della ricerca sono diventati cruciali per la competitività economica tra paesi (che negli Stati Uniti è stata raggiunta grazie ad una sostenuta spesa militare, che a portato tra l’altro alla nascita di GPS e Internet).

Gli anni 70 sono stati testimoni dell’apice raggiunto dal movimento operaio del ventesimo secolo: organizzazioni sindacali e militanza politica (periodo in cui i minatori britannici furono capaci di far cadere il governo di Edward Heath); penetrazione estesa di idee radicali (dai fondi dei lavoratori proposti dalla Social Democrazia Svedese sino al programma Comune della sinistra francese con i suoi programmi di nazionalizzazione e rottura con il capitalismo. Pochi comunque si resero conto che si era arrivati a toccare l’apice prima della caduta. Eric Hobsbawm fu uno dei pochi analisti ad essersi reso conto di ciò nella sua “The forward March of Labour Halted?” del 1978. I sigilli della nuova era politica non erano ancora stati apposti, ma non si aspettò molto: le vittorie elettorali della Thatcher e di Reagan nel 1979-80 furono seguite dalla capitolazione del governo Mitterand al neoliberismo nel 1983 e dall’abbandono del Meidner Plan dalla social-democrazia svedese.

La Grande Dialettica si era arrestata, se non addirittura rovesciata. Il trionfo del neoliberismo non era semplicemente una questione di ideologia; come i marxisti avrebbero anticipato, esso aveva una forte e stabile base materialista. La Finanziarizzazione (un insieme di riforme che includono la liberalizzazione dei flussi di capitale, l’espansione del credito, il trading digitale ed l’accumulazione di capitali in fondi pensione e assicurativi) ha generato un forte fenomeno di concentrazione di capitale privato (dall’estate del 2011 Apple detiene molto più capitale liquido del governo americano). La rivoluzione digitale ha permesso al management privato di poter funzionare anche a considerevoli distanze geografiche, dando vita a catene produttive di commodities che distruggevano definitivamente le vecchie economie di scala. In questo contesto ormai trasformato, fenomeni di privatizzazione e marketizzazione hanno rimpiazzato i processi di nazionalizzazione e regolamentazione, fagocitando anche le politiche economiche dei governi.

Accanto alla Grande Dialettica appare invece il fenomeno della Piccola Dialettica, che vedeva lo sviluppo capitalista come causa del consolidamento della classe operaia e dell’opposizione al capitale. Anche tale fenomeno venne rapidamente meno a causa della rapida de-industrializzazione dei paesi occidentali. Qui dobbiamo quindi riconoscere una trasformazione strutturale di epocale importanza: il peso dell’industria nei paesi sviluppati cominciò a ridursi poco prima dell’apice raggiunto dal movimento operaio. Il settore manifatturiero abbandonò gradualmente i paesi dell’Europa Occidentale e dell’America Settentrionale. Nei nuovi centri di produzione industriale (Asia dell’Est su tutti) la Piccola Dialettica non si è affermata in maniera efficace. Oggi tuttavia possiamo già tracciare le conseguenze di tale fenomeno, prima di tutto visibile nella Corea del Sud degli anni ’80 e in seguito in Cina; sebbene le manifestazioni e le proteste operaie siano spesso confinate localmente, i salari cinesi e le condizioni di lavoro degli operai sono migliorati in maniera costante. Dal 2002 la Cina annovera un numero di lavoratori nel settore dell’industria pari a quello di tutti gli Stati del G7 messi assieme.

Parte  Seconda