Per tutto l’oro del Perù: la capitolazione del governo difronte alle lobby minerarie.

Il 16 Novembre del 1532, Cajamarca fu teatro di un’importante sconfitta storica, quella di Atahualpa per mano di Francisco Pizarro. Sconfitta che avrebbe segnato il destino dell’intero popolo Inca e di tutta la regione andina. Oggi, dopo quasi mezzo millennio  Cajamarca si ritrova protagonista di una nuova battaglia, più lenta e atroce di quella vissuta da Athaualpa.  Quella contro le lobby minerarie ostinate nel voler perpetuare la condizione di sfruttamento di un popolo che da secoli continua ad essere spogliato di ogni ricchezza.

Cajamarca contro Yanacocha

Cajamarca contro Yanacocha

Articolo tradotto da pensiero meridiano, da “Pour tout l’or du Pérou” di Anna Bednik, Le Monde Diplomatique – Mars 2014.

Candidato di sinistra alle elezioni del 2011, il Presidente peruviano Ollanta Humala ha ormai una sola ossessione: soddisfare le lobby minerarie. A rischio di reprimere le mobilitazioni popolari, come a Cajamarca, nel Nord del Paese.

« Vi hanno chiesto la vostra opinione ? », 2 maggio 2011, piazza centrale di Bambamarca, sulla pianura andina peruviana. Microfono alla mano e poncho contadino sulle spalle, Ollanta Humala, ex-militare candidato al mandato supremo, urla allo scandalo : « Cos’é più importante: l’aqua o l’oro? Non bevete mica dell’oro, non mangiate mica dell’oro ! (…) E’ dall’acqua che viene la ricchezza. » No, Minas Conga non l’avrà vinta.

Minas Conga ? Un progetto di estrazione di rame e d’oro diretto da Yanacocha, consorzio formato dal gigante americano Newmont (51,35%) , il gruppo peruviano Buenaventura (43,65%) e la Società finanziaria internazionale, ramo appartenente alla Banca mondiale che si occupa del credito al settore privato (5%). Quattro laghi spariranno nel nulla. Durante i diciassette anni di sfruttamento previsti, circa novanta mila tonnellate di scorie cariche di metalli pesanti saranno riversate ogni giorno. Ci troviamo però in una zona di  ricarica delle falde acquifere, fonte di fiumi che alimentano i campi, le città ed i villaggi di tutta la regione.

Conosciuta per la sua produzione lattiera e per i suoi formaggi, la regione di Cajamarca a già visto molti laghi prosciugarsi per mano di Yanacocha. Dal 1993, la società sfrutta qui la più grande mina d’oro dell’America Latina. Per fare ciò essa è autorizzata a tirare fino a novecento litri d’acqua al secondo, una quantità circa tre/quattro volte superiore a quella della città-capitale di Cajamarca, che è obbligata a razionare l’acqua dei suoi duecentoottantaquattro mila abitanti. Le associazioni di difesa ambientale e le ronde contadine ritengono l’azienda responsabile del prosciugamento di alcuni corsi d’acqua e di numerose contaminazioni dovute a metalli pesanti, cianuro e altre sostanze tossiche. Pertanto, quando il candidato della coalizione nazionalista, Gana Perù promette di “rispettare la loro volontà riguardo l’industria mineraria”, sono in molti ad applaudire.

Humala vince le elezioni del 2011, dopo essersi alleato al secondo turno con l’ex-presidente centrista, Alejandro Toledo (2001-2006) che fornirà gran parte dei ministri presenti oggi nella coalizione governativa. Cinque mesi dopo l’elezione, Humala cambia la sua prospettiva:  «Noi rifiutiamo le posizioni estreme! (…) L’acqua o l’oro? Noi proponiamo una soluzione ragionevole: sia l’acqua che l’oro. »  Quando uno sciopero generale paralizza l’intera città di Cajamarca chiedendo l’abbandono del progetto, Humala adotta subito un comportamento degno dei suoi predecessori: dichiara lo stato d’emergenza e spiega tutte le sue forze armate. Nel Luglio del 2012, quando Huamala rinnova il suo sostegno a Yanacocha, le proteste che seguiranno saranno sempre represse con violenza: cinque morti ed una trentina di feriti.

Intitolato, “La grande trasformazione, il programma di Gana Perù, redatto nel 2010, si apriva con una requisitoria contro il modello neoliberale, denunciava il modello economico eccessivamente basato sulle esportazioni, e denunciava la mano onnipresente delle aziende straniere sulle risorse naturali. Nel Settembre 2013, alla chiusura del salone professionale Perumin, Huamala non cerca ormai più la rottura. «L’industria mineraria responsabile deve diventare una leva di sviluppo del Paese grazie all’investimento privato», dichiara il presidente del Perù. Il Paese sembra condannato allo sfruttamento minerario ormai dall’epoca coloniale.

Tra il 1993 ed il 2012, l’investimento privato nel settore delle estrazioni minerarie è aumentato di quaranta volte. Le riforme neoliberali degli anni 90, condotte da Alberto Fujimori (destra), e l’aumento vertiginoso dei prezzi dei principali metalli durante gli anni 2000 (aumento di più del 400% del prezzo dell’oro, del rame e dello stagno, 150% per lo zinco, 350% per il piombo e più del 550% per l’argento) hanno consolidato la forte dipendenza dell’economia nazionale  dal settore minerario. Quest’ultimo rappresenta la prima destinazione degli investimenti esteri nel Paese, rappresenta il 60% delle esportazioni, fornisce al Perù il 50% dei servizi e circa il 15% delle entrate fiscali. Conseguenze? Una debole diversificazione dell’economia ed una alta vulnerabilità alla fluttuazione delle quotazioni sui mercati internazionali.

Gli economisti ortodossi sottolineano il fatto che nel corso degli ultimi dieci anni, caratterizzati da un alto tasso di crescita economica, il tasso di povertà si è ridotto di ben 28 punti percentuali. Ciò nonostante, nelle regioni rurali delle Ande, principali regioni per l’installazione di impianti di estrazione, tale tasso si attesta ancora a livelli molto alti (58%) rispetto alle zone urbane (14% di Lima). Poco integrata all’economia locale, l’industria mineraria impiega direttamente solo l’1,3% della popolazione attiva e consuma in maniera smisurata le risorse naturali (acqua e terre) fondamentali per la sopravvivenza andamento dell’agricoltura familiare.

Con l’aiuto dell’esercito francese

Sotto la presidenza Humala, la revisione del regime fiscale a cui è sottoposta l’industria mineraria non ha fatto fuggire le imprese: il sovra-costo rappresentato dalle nuove tasse, deducibile dalle imposte sulle società, è stato piuttosto limitato, mentre il nuovo modello di calcolo dei prelievi fiscali – fondato sul risultato operativo, e non più sul valore globale del fatturato – corrisponde precisamente alla proposizione delle lobby minerarie.

Per di più, queste stesse lobby esigono dal governo ulteriori semplificazioni amministrative riguardo le procedure di prelievo. Questa sarebbe la condizione necessaria per migliorare il livello di competitività (e mantenere stabili i livelli di investimento), di fronte ad una congiuntura economica che vede i prezzi dei metalli perdere quota.  La scorsa primavera, un pacchetto di riforme approvato per decreto ha già modificato le condizioni di ottenimento dei permessi di scavo: la garanzia di protezione del patrimonio archeologico è stata quasi eliminata, il periodo di approvazione degli studi d’impatto ambientale è stato ridotto a cento giorni. Contemporaneamente, le comunità andine, a maggioranza quechua e aymara, sono state escluse dal perimetro di legge che obbliga le aziende a consultare le popolazioni indigene.

I permessi di esplorazione e sfruttamento dei giacimenti si moltiplicano, si estendono a nuovi territori (sino al 69% del territorio totale di alcune regioni), e l’industria minerarie diviene sempre più il primo motivo di conflitti sociali: 107 su 115 a settembre 2013. Superare i 30 miliardi di dollari di esportazioni nel 2016? Quest’obiettivo definito dall’esecutivo si scontra però ad un ultimo ostacolo: la resistenza delle popolazioni locali. Nel novembre 2013 , un anno dopo l’arrivo a Cajamarca di due ufficiali dell’esercito francese per formare i poliziotti antisommossa al controllo dei manifestanti, due accordi in materia di sicurezza e difesa sono stati stipulati con la Francia. Presto Parigi invierà a Lima altri formatori. Il “savoir-faire” francese, quello che Michele Alliot-Marie, allora ministro degli affari esteri ed europei offriva alla Tunisia prima della caduta di Ben Ali, avrà trovato forse un nuovo sbocco?

Articolo originale: “Pour tout l’or du Pérou” di Anna Bednik, Le Monde Diplomatique – Mars 2014.

Traduzione a cura di pensiero meridiano

Perchè la società salariale ha bisogno di nuovi servitori

Tratto dal cortometraggio "le syndrome du larbin"

Tratto dal cortometraggio “le syndrome du larbin”

Dall’inizio dell’era moderna, una domanda non ha mai cessato di porsi all’Occidente: in quale misura la razionalità economica è compatibile con quel minimo di coesione sociale di cui una società ha bisogno per sopravvivere? Questo interrogativo si pone oggi sotto aspetti nuovi, con accresciuta attualità ed acutezza. Si è fortemente colpiti dal contrasto tra la realtà e il discorso lenitivo dell’ideologia dominante.

La quantità di ricchezza prodotta nel complesso dei paesi capitalisti europei è triplicata o quadruplicata rispetto a trentacinque anni fa; una produzione che tuttavia richiede molto meno del triplo di ore di lavoro.

Nella Repubblica Federale Tedesca, dal 1955 il volume annuo del lavoro è diminuito del 30%; in Francia è sceso del 15% in 30 anni e del 10% in sei anni. Le conseguenze di questi aumenti di produttività sono state così riassunte da Jacques Delors: se nel 1946 un lavoratore ventenne doveva aspettarsi di passare al lavoro un terzo della sua vita da adulto, nel 1975 questa proporzione era ridotta a un quarto, e oggi è scesa al disotto di un quinto; un dato che oltre tutto prende in considerazione solo il settore dei rapporti di lavoro non stagionali e a tempo pieno, e non contempla gli aumenti di produttività a venire. Sempre secondo Jacques Delors, i francesi di età superiore ai quindici anni dedicheranno meno tempo al lavoro che a guardare la TV.

Uscire a ritroso

La nostra stampa, non diversamente dai nostri rappresentanti politici e dalla nostra civiltà in genere, preferisce evitare di guardare in faccia la realtà espressa da queste cifre, e rifiuta di rendersi conto che non viviamo più in una civiltà del lavoro, in una società di gente che produce. Il lavoro non ha più un ruolo primario come fattore di coesione sociale e principale veicolo di socializzazione, e non è neppure la principale occupazione dei singoli, né la prima fonte di ricchezza e di benessere, né il significato e il centro delle nostre vite. Stiamo uscendo dalla civiltà del lavoro, ma ne usciamo a ritroso, e sempre a ritroso entriamo in una società del tempo liberato; siamo incapaci di vederla e di volerla, e quindi di civilizzare il tempo liberato di cui ci troviamo a disporre, di fondare una cultura delle attività liberamente scelte per integrare e completare le culture tecniche e professionali che dominano la scena. Nei nostri discorsi domina tuttora la preoccupazione dell’efficienza, del rendimento, della massima prestazione, o in altri termini la preoccupazione di ottenere il maggior risultato possibile nel tempo più breve e con il minimo di lavoro. E sembriamo ben decisi a ignorare che i nostri sforzi di efficienza e razionalizzazione hanno come conseguenza principale proprio questo risultato, che la razionalità economica non sa valutare né riempire di significato: liberarci dal lavoro, liberare il nostro tempo, affrancarci dal dominio della stessa razionalità economica.

Quest’incapacità delle nostre società di fondare una civiltà del tempo liberato conduce a una distribuzione assurda e scandalosamente ingiusta del lavoro, del tempo disponibile e delle ricchezze. La nostra attenzione si fissa innanzitutto sulle nuove carriere aperte dalla rivoluzione microelettronica e sulle conseguenti, fondamentali trasformazioni nella natura del lavoro industriale, in particolare per quanto riguarda la condizione dei lavoratori. Si dice che i compiti ripetitivi e puramente esecutivi tendono a scomparire dall’industria; che questo lavoro tende a divenire avvincente, responsabile, diversificato, organizzato autonomamente, per cui esige dagli individui l’autonomia, la capacità di prendere iniziative, di comunicare, di apprendere, di acquisire competenze in varie discipline intellettuali e manuali. Si assicura che un nuovo artigianato è in procinto di subentrare alla vecchia classe operaia per realizzare un antico sogno: i produttori detengono il potere nei luoghi di produzione e vi organizzano sovranamente il loro lavoro. E a chi chiede quale sia la proporzione dei lavoratori ammessi a questa nuova condizione si risponde con irritazione, tanto la domanda è incongrua: per il momento, solo il 5-10% degli operai nell’industria; ma domani saranno più del 25%, e arriveranno anche al 40 o 50% nel settore metallurgico. Il lavoro potrà tornare ad essere, come per gli artisti, tanto appassionante da confondersi con la vita stessa.

Bisogna proprio essere animati dalle peggiori intenzioni per insistere con ulteriori domande: cosa ne sarà di quel 50-60% di operai metallurgici che non troveranno posto nella suddetta invidiabile condizione? E che fine farà quel 75% dei lavoratori dell’industria in generale che ne saranno esclusi? E soprattutto: questi cambiamenti non andranno di pari passo con rapidissimi aumenti di produttività del 10% l’anno nell’industria automobilistica ad esempio, o del 100% in cinque anni nell’industria delle macchine utensili?

Quando Thomson modernizzò il suo stabilimento di impianti di refrigerazione per renderlo competitivo e assicurare alla totalità delle maestranze l’accesso a qualifiche professionali sempre più elevate, questa trasformazione tanto decantata non è stata accompagnata dal taglio di 10.000 posti di lavoro? La proporzione della popolazione attiva occupata nell’industria non è scesa dal 40% circa di vent’anni fa al 30% attuale, e non si prevede che calerà ancora, fino a meno del 20% tra una decina d’anni? Che ne sarà dunque dei lavoratori…”liberati”, per così dire, dall’industria, per trattenere solo quei preziosi professionisti polivalenti che lusinga con un trattamento e uno status privilegiati? Conosciamo bene la risposta a queste domande: per quasi metà della popolazione attiva, l’ideologia del lavoro è diventato uno scherzo di cattivo gusto. L’identificazione con il lavoro è ormai impossibile, dato che il sistema economico non ha bisogno, se non forse sporadicamente, della loro capacità di produrre.

Ecco la realtà che si tenta di dissimulare attraverso l’esaltazione della “risorsa umana”: il posto di lavoro fisso, a tempo pieno, per tutta la durata dell’anno e della vita attiva, sta divenendo il privilegio di una minoranza. Per quasi metà della popolazione attiva il lavoro cessa di essere un mestiere in quanto fattore di integrazione in una società produttiva, di definizione del proprio ruolo in questa società. Ciò che il padronato chiama “flessibilità” si traduce in precarietà per i lavoratori.

A questo riguardo, la situazione in Francia non ha nulla di eccezionale. Nella Repubblica Federale Tedesca, metà delle assunzioni sono a tempo parziale e a titolo precario, e un terzo della popolazione attiva occupa posti di lavoro temporanei o a orario e salario ridotto. E se le statistiche indicano un calo del numero dei disoccupati, non è sempre il caso di concludere che l’economia richiede nuovamente un maggior volume di lavoro. Si può anche ridurre il tasso di disoccupazione aumentando la proporzione di posti di lavoro a tempo e salario parziali, a discapito di quelli a tempo pieno. È ciò che sta avvenendo in Francia, nella Repubblica Federale Tedesca e soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. In questi due ultimi paesi, i disoccupati e le persone assunte per lavori precari o a tempo parziale rappresentano, sommati insieme, più del 45% della popolazione attiva. In Gran Bretagna, per il 50% delle donne e il 25% degli uomini, vale a dire il 36% della popolazione occupata, i rapporti di lavoro sono anomali; e sempre in Gran Bretagna il 90% dei posti di lavoro creati in 5 anni sono precari e/o a tempo parziale. Negli Stati Uniti, il 60% dei posti di lavoro creati nel corso degli anni 80 sono remunerati con salari inferiori alla soglia di povertà; il reddito tipo della famiglia americana in cui il coniuge di sesso maschile ha meno di 25 anni è oggi inferiore del 43% al livello del 1973.

In conclusione, una percentuale compresa tra il 35% e il 50% della popolazione attiva britannica, francese, tedesca o americana, vive ai margini della nostra sedicente civiltà del lavoro, della sua scala di valori e della sua etica del rendimento e del merito. Il sistema sociale si scinde, dando vita a quella che viene correntemente definita “società duale”, con la conseguente, rapidissima disintegrazione del tessuto sociale. Ai gradi più elevati della piramide è in atto una competizione sfrenata per la conquista dei pochi posti di lavoro stabili con possibilità di carriera. È ciò che un ripugnante slogan pubblicitario esalta come “rabbia di vincere”, con il sottinteso che a ogni vincente corrisponde una folla di perdenti, e che i vincitori non hanno alcun obbligo verso coloro che hanno schiacciato. La società viene così presentata secondo un modello da sport agonistico, con un vocabolario militare e con immagini guerresche. Chi non è vittorioso o vincente si trova respinto ai margini di una società dalla quale non deve aspettarsi nulla; e la sua violenza suscita risposte violente, disaffezione, nostalgie aggressivamente regressive o reazionarie.

Questa disintegrazione pone un problema di fondo: come concepire una società nella quale il lavoro a tempo pieno di tutti i cittadini non è più necessario, e neppure economicamente utile? Quali dovrebbero essere le priorità, al di là di quelle economiche, affinché tutti possano beneficiare degli aumenti di produttività e del risparmio di ore di lavoro? Come ridistribuire al meglio tutto il lavoro socialmente utile perché ciascuno possa essere attivo lavorando di meno e meglio, e ricevendo la sua parte delle ricchezze socialmente prodotte? Si tende per lo più a eludere questo genere di domande e a porre il problema in senso opposto: come riuscire, nonostante gli aumenti di produttività, a far consumare all’economia la stessa quantità di lavoro che richiedeva in passato? Come fare perché le nuove attività remunerate vadano ad occupare quel tempo che su scala della società gli aumenti di produttività hanno liberato? A quali nuovi ambiti di attività si possono estendere gli scambi mercantili per sostituire in qualche modo i posti di lavoro soppressi nell’industria e nei servizi industrializzati?

Una logica diversa dal passato

Conosciamo la risposta: la via è stata già indicata dagli Stati Uniti e dal Giappone. Il solo campo nel quale esiste, in un’economia liberale, la possibilità di creare un gran numero di posti di lavoro è quello dei servizi alle persone. Qui lo sviluppo dell’occupazione potrebbe essere illimitato, se si arrivasse a trasformare in servizi retribuiti le attività cui finora ciascuno ha provveduto per proprio conto. Gli economisti parlano al riguardo di “nuova crescita ad alta intensità di manodopera”, di “terziarizzazione” dell’economia, di una “società dei servizi” che dovrebbe subentrare alla “società industriale”.

Ma questa concezione del salvataggio della società salariale pone problemi e presenta contraddizioni che meriterebbero di essere posti al centro del pubblico dibattito e della riflessione politica. In effetti, qual è il contenuto, quale il senso di gran parte delle attività di cui si invoca attualmente la trasformazione in servizi professionalizzati e monetarizzati? Si può facilmente dimostrare che la loro professionalizzazione non risponde più alla stessa logica del precedente sviluppo economico. In passato, il motore fondamentale della crescita era ciò che si definisce “sostituzione produttiva”: incombenze che da secoli ciascuno svolgeva per proprio conto, nella sfera domestica, venivano progressivamente trasferite alle industrie produttive e a quelle dei servizi, che potevano dotarsi di macchine ben più efficienti di quelle di cui avrebbe potuto disporre una famiglia. L’autoproduzione domestica è stata così sostituita dalla produzione industriale e dai servizi industrializzati. Nessuno più fila la lana in casa o tesse da sé le lenzuola, o confeziona gli abiti o fa il pane, dato che tutte queste cose sono prodotte in meno tempo e forse meglio dalle industrie, grazie all’opera di lavoratori salariati. E dato che l’industrializzazione consente di produrre con minor dispendio di tempo e magari con risultati migliori, ciascuno può finalmente, con l’equivalente del salario di un’ora di lavoro, acquistare beni e servizi in quantità molto maggiore rispetto a ciò che sarebbe in grado e capace di produrre in un’ora per conto proprio. L’industrializzazione ha permesso a tutti di lavorare meno, e questo tempo di lavoro è stato in gran parte riutilizzato nell’economia per produrre quella ricchezza in più che solo l’industrializzazione consente di concepire e di creare.

Ma i nuovi posti di lavoro creati nei servizi alle persone rispondono ancora al modello della sostituzione produttiva? E servono veramente ad assicurare in maniera più efficace, vale a dire più rapidamente e meglio, i servizi ai quali finora si provvedeva per conto proprio? Basta esaminare la grande maggioranza di posti di lavoro creati in quest’ultimo decennio negli Stati Uniti per rendersi conto che le cose non stanno affatto così. Nella maggioranza dei casi, la loro funzione si presenta piuttosto in questi termini: per le due, tre o quattro ore che fino a quel momento si dedicavano a tagliare l’erba del prato, a portare a spasso il cane, a fare la spesa e i lavori domestici, a comprare il giornale o a badare ai bambini si ingaggia, a pagamento, un prestatore di servizi. Poco importa che ciascuno possa benissimo fare tutto questo da sé. Semplicemente, libera due o quattro ore del proprio tempo permettendosi di acquistare due o quattro ore del tempo altrui. Gli economisti chiamano questo genere di trasferimento “sostituzione equivalente”. Già Adam Smith insisteva sulla sua natura economicamente “improduttiva”. Comprare il tempo di qualcuno per avere a disposizione più tempo libero, o più comodità, non è altro in effetti che comprare lavoro servile. La maggioranza dei posti di lavoro creati negli Stati Uniti, ma anche una forte proporzione di quelli che spiegano il basso tasso di disoccupazione in Giappone, sono posti di colf. Ma chi ha interesse, e chi ha i mezzi, per offrirsi le prestazioni dei nuovi servitori? Ecco una serie di domande imbarazzanti, evitate da tutti coloro – compresi i sindacalisti – per i quali la creazione di posti di lavoro è fine a se stessa.

Supponiamo per un attimo che i nuovi servitori siano a un livello di parità con i loro padroni, e che la loro opera debba essere retribuita in misura equivalente, a parità di tempo, al guadagno del datore di lavoro. Da un punto di vista economico sarebbe allora razionale lavorare un’ora di meno e farsi carico delle proprie incombenze domestiche, sia individualmente, sia nell’ambito di una cooperativa di scambi di servizi tra vicini. Forse, si risponderà, non è determinante solo l’aspetto economico: anche se un’ora di lavoro di un servitore costa l’equivalente di ciò che guadagna nello stesso lasso di tempo il datore di lavoro, quest’ultimo può essere disposto a pagare quel prezzo per liberarsi da ogni sorta di incombenze gravose. Ma se così fosse, egli rivendicherebbe il privilegio di scaricare su un altro queste incombenze, e affermerebbe implicitamente che vi devono essere persone buone giusto per fare ciò che lo annoia o gli ripugna, gente il cui mestiere è servire. Di grado inferiore, insomma. Ma perché? In quali condizioni sociali vi sono persone pronte ad assumersi, oltre a quelli che sbrigano per sé, i compiti più sgradevoli per conto altrui, a titolo professionale per così dire? E da dove viene il potere d’acquisto aggiuntivo che consente di adibire un numero crescente di lavoratori a quantità crescenti di servizi personali?

Automazione e costo salariale

La risposta della maggior parte degli economisti, e anche di alcuni sindacalisti, è la seguente: l’automazione fa scendere i prezzi relativi di una quantità di prodotti. Questo calo dei prezzi fa aumentare il potere d’acquisto, e consente alle persone di pagarsi i “servizi di prossimità”. Un ragionamento impeccabile, ma che trascura un aspetto essenziale: da dove viene il calo dei prezzi dovuto all’automazione? Risposta: viene dal fatto che le imprese automatizzate hanno ridotto il “costo salariale”, cioè il volume dei salari che distribuiscono. E lo hanno diminuito riducendo il numero dei dipendenti. Dispongono dunque di un potere d’acquisto aggiuntivo solo coloro che conservano un posto di lavoro permanente, spesso meglio qualificato, relativamente ben pagato. Sono i soli a potersi permettere i nuovi servizi mercantili, grazie ai quali milioni di persone dovrebbero trovare lavoro.

Viene così alla luce il vero significato dello sviluppo dei servizi personali, che sono suscettibili di creare un così gran numero di posti di lavoro solo perché nella maggioranza dei casi chi si fa carico dei lavori domestici – uomini o donne – guadagna molto meno, a parità di tempo, dei propri datori di lavoro. I servizi personali possono svilupparsi grazie alla pauperizzazione di una fascia crescente della popolazione: un fenomeno constatato sia nell’America del Nord che in Europa occidentale, come hanno dimostrato gli studi dell’Ires e del Cerc. Il divario sociale ed economico tra chi presta i servizi personali e chi li richiede è divenuto il motore di sviluppo dell’occupazione. Uno sviluppo fondato su un’accentuata dualizzazione della società, su una sorta di “sudafricanizzazione”, come se il modello coloniale avesse preso piede nel cuore stesso delle aree metropolitane.

Vediamo così ricostituirsi nell’epoca post-industriale, condizioni che erano diffuse agli inizi dell’era industriale, in un periodo in cui il livello di consumi era dieci volte più basso, quando non esistevano ancora né il suffragio universale né la scolarizzazione obbligatoria. Anche allora, mentre l’economia di mercato si liberava di ogni vincolo, un sesto della popolazione era ridotto a servire nelle case dei ricchi, mentre un quarto sussisteva alla meno peggio prestandosi a lavoretti saltuari. Ma si trattava allora di rurali non scolarizzati e di artigiani rovinati. Nei fatti non esisteva ancora né la repubblica né la democrazia, come non esisteva il diritto all’istruzione e alle pari opportunità.

Oggi stiamo vivendo un paradosso esplosivo: da un lato, i nostri governi vogliono che l’80% dei giovani prosegua gli studi fino alla maturità; e dall’altro, in virtù dell’ideologia del posto di lavoro per il posto di lavoro, si sviluppa un’enorme sottoclasse di servitori, per rendere più piacevole la vita e il tempo libero delle fasce solvibili. Cos’altro si fa, in effetti, quando si riducono le tasse sui redditi più elevati con il pretesto che gli esoneri concessi ai ricchi creeranno posti di lavoro, diversamente dagli sgravi fiscali in favore dei più poveri? Questi ultimi, in effetti, quando dispongono di maggiori risorse, non fanno altro che consumare più prodotti e servizi correnti, di tipo industrializzato, con scarso apporto di manodopera, mentre incrementando il reddito disponibile dei ricchi si favorisce il consumo di prodotti di lusso e soprattutto di servizi personali, con elevato contenuto di manodopera, ma con un livello bassissimo o nullo di razionalità economica su scala sociale.

In altri termini, la creazione di posti di lavoro dipende ormai principalmente non dall’attività economica, bensì da quella anti-economica; non dalla sostituzione produttiva del lavoro di autoproduzione privata con lavoro salariato, ma dalla sua sostituzione improduttiva. Non si creano più posti di lavoro in funzione dell’economia di ore di lavoro su scala sociale, ma del loro spreco al servizio degli agi di una minoranza facoltosa. Non ci si pone più l’obiettivo di ridurre la quantità di lavoro per unità di prodotto o di servizio massimizzando la produttività, bensì di ridurre la produttività e di massimizzare la quantità di lavoro attraverso lo sviluppo di un terziario privo di utilità sociale.

Certo, immensi bisogni restano insoddisfatti, mentre una diversa distribuzione delle risorse consentirebbe di creare milioni di posti di lavoro nei servizi non mercantili, ad esempio nel campo dell’aiuto alla maternità, della puericultura, dell’assistenza agli anziani, delle cure a domicilio, oltre che del tempo libero, del turismo, della cultura, dell’istruzione… Tutto questo è possibile in effetti, a condizione che si tratti di servizi non mercantili, volti a soddisfare bisogni non necessariamente solvibili, con prestazioni non condizionate alla redditività. In altri termini, servizi non rispondenti a una logica e a una razionalità economiche, che dovrebbero essere finanziati attraverso il prelievo fiscale, e di conseguenza restringerebbero la sfera dell’economia mercantile anziché allargarla.

Ripartizione equa del lavoro domestico

Ma ci si scontra allora con il problema che abbiamo già posto: in quale misura, entro quali limiti è un bene sostituire con servizi professionali remunerati incombenze alle quali ciascuno di noi può benissimo provvedere da sé? In altri termini, in quale misura i bisogni ai quali questi servizi rispondono non risultano dall’attuale mancanza di tempo? In quale misura una politica di redistribuzione del lavoro, di tutto il lavoro, compreso quello domestico, non ridurrebbe, con la durata del lavoro, il bisogno di ricorrere a servizi mercantili o meno? Una settimana lavorativa di 5 giorni e di 30 ore per tutti – e in prospettiva di ventotto o di ventiquattro ore – con un’equa ripartizione dei lavori domestici tra uomini e donne – non permetterebbe l’auto-organizzazione in reti di servizi nei quartieri, nei caseggiati e nei comuni, o l’auto-organizzazione in gruppi di aiuto reciproco, fondati non sul pagamento in denaro ma sullo scambio di tempo?

A forza di monetarizzare, di professionalizzare, di trasformare in posti di lavoro le poche attività di autoproduzione e servizi cui ancora provvediamo da soli, non si riduce, fino ad annientarlo, lo spazio in cui ciascuno prende cura di sé, e la capacità stessa di farlo, minando così non solo le fondamenta dell’autonomia esistenziale, ma anche quelle della stessa socialità vissuta e del tessuto relazionale?

Infine, e soprattutto: se la classe dirigente si pone, secondo la tendenza attuale, la creazione di posti di lavoro come principale obiettivo, dove si fermerà questa trasformazione di ogni attività in lavori retribuiti, motivati dalla remunerazione e miranti al massimo rendimento? Per quanto tempo potranno ancora resistere i fragili sbarramenti che ancora impediscono di professionalizzare la maternità e la paternità, la procreazione commerciale di embrioni, la vendita dei bambini e il commercio di organi? Non abbiamo già incominciato a monetarizzare, professionalizzare e vendere non più soltanto gli oggetti e i servizi che produciamo, ma persino ciò che siamo, senza poterlo produrre a volontà, né distaccarlo da noi? Non stiamo trasformando in merci noi stessi, e trattando la vita come un mezzo tra tanti, e non come il fine supremo cui tutti i mezzi devono servire?

Il problema di fondo che ci troviamo davanti è l’esigenza di andare oltre l’economia, o in altri termini, al di là del lavoro remunerato. La razionalizzazione economica libera tempi di vita, e continuerà a liberarne; e di conseguenza non è più possibile far dipendere il reddito dei cittadini dalla quantità di lavoro di cui l’economia ha bisogno. E neppure è possibile continuare a vedere nel lavoro remunerato il principale riferimento dell’identità e del senso della vita di ognuno di noi.

È compito della sinistra – se una sinistra deve esserci – trasformare questa liberazione del tempo in una libertà nuova, in nuovi diritti. Il diritto di ciascuno e di ciascuna è di guadagnarsi la vita con il lavoro: ma lavorando sempre meno e sempre meglio, e ricevendo per intero la propria parte della ricchezza socialmente prodotta. Ma è anche il diritto di lavorare in maniera discontinua, intermittente, senza dover rinunciare a parte del proprio reddito durante gli intervalli del lavoro, per poter aprire ampi spazi alle attività senza fini economici. A queste attività non finalizzate alla remunerazione vanno riconosciuti un valore e una dignità eminenti, sia per gli individui che per la stessa società.

Fonte: “Pourquoi la société salariale a besoin de nouveaux valets”, Andrè Gorz, Le Monde Diplomatique, Giugno 1990

Traduzione de “Il manifesto, Nuove servitù” 1994.

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Assommons les Pauvres! Sfiniamo i Poveri!

Eat the rich - Bansky - London 2009

Eat the rich – Bansky – London 2009

Assommons les Pauvres!  Sfiniamo i Poveri!

Un’espressione in particolare ossessiona la nuovalingua di oggi: “le riforme strutturali”. Bisogna pur credere che esitano altre riforme, più insignificanti, ma che non saremmo in grado di scherzare con le riforme strutturali, cosi’ profonde, vitali e senza dubbio dolorose. La litote serve a designare le misure destinate ad accrescere la flessibilità del lavoro, ritardare l’età pensionabile, diminuire le prestazioni sociali, ridurre la spesa pubblica, tagliare tasse e salari.

“Sfiniamo i poveri!”, intimava crudelmente Charles Baudelaire nel Le Spleen de Paris (1869). In questa fiaba grottesca  scritta tra il 1864 ed il 1865, Baudelaire non proponeva di sfinirli per sbarazzarsene, quanto piuttosto per salavarli. Il suo personaggio, “venuto dalle promesse di un periodo ottimista“, si mette a riempire di botte un vecchio mendicante, invece di fargli l’elemosina. Sorpresa! “La vecchia carcassa” si ribella, e contrattacca in maniera così convincente che l’aggressore decide di condividere volentieri i suoi beni. Baudelaire ci ha indicato forse la via migliore per uscire dalla miseria?

Sfinire i poveri, la soluzione non è sembrata tanto assurda ai politici che portano avanti le loro riforme strutturali, questi nuovi “imprenditori della felicità pubblica”. Ogni giorno essi assicurano, attraverso sondaggi e sermoni, che l’accumulazione privata della ricchezza è il metodo migliore per garantire lavoro ai poveri, e di partecipare all’arricchimento collettivo. Si burlano delle resistenze e delle paure, vani tentativi di andar contro alla necessità. Dopo una tale orgia di argomenti, come fanno i poveri a non accettare di essere sfiniti e trattati male per il loro bene? Cosi come un tempo l’inquisizione prometteva ai peccatori un compenso futuro (il paradiso o la prosperità) al prezzo del sacrificio presente, cosi’ oggi si comanda ai poveri di fare un sacrificio per ottenere domani qualche beneficio.

Messi davanti alla scelta di agire o morire, finalmente dominati, questi assistiti, questi truffatori, ecco che se la cavano con l’iniziativa ed il coraggio! Così parlano gli avversari della redistribuzione: disoccupati? Create la vostra azienda. Disoccupati? Lavorate.

La guerra dei poveri?

Il narratore del piccolo poema in prosa,  ingannato per anni dai mercanti di illusioni appartenenti a due categorie – “quelli che consigliano a tutti i poveri di farsi schiavi, e quelli che li persuadono di essere tutti dei re detronizzati” – sembra essere poco meno povero di quel mendicante con cui se la prende. Gli sarebbe ancora più facile condividere quel poco che possiede. Entrambi sono stati ingannati, entrambi condividono una stessa violenza nella miseria, ennesima illustrazione del proverbio popolare secondo cui i miserabili si battono tra di loro anziché prendersela con i ricchi. La favola di Baudelaire è tutto sommato realista e pessimista, quando invece ci si stupisce oggi di una mancanza di reazione alla crisi. La messa in discussione degli aiuti sociali, dell’immigrazione, del parassitismo sociale, non sono essi dei comodi specchi per le allodole che conducono i poveri a prendersela con in poveri? Più grande è la paura del declassamento, più grande è l’odio nei confronti di coloro che danno l’impressione di poter vivere un’imminente caduta o che vivono un lento declino. Quanto alla realtà dei ricchi, essa è ben lontana… ed ha almeno il vantaggio di offrire sogni per occupare le notti ed i giochi.

A meno che questa fiaba non sia forse paradossalmente ottimista? Dopo tutto i suoi poveri protagonisti si accordano tra loro per reagire alla loro miseria. Sono certamente venuti alle mani, ma la violenza agisce su di loro come una rivelazione. Cosa ci vorrebbe perché la verità della spoliazione esca fuori dall’apatia? Senza dubbio i disastri della storia hanno guarito molte illusioni rivoluzionarie, ma non è forse peggio sopportare la violenza conoscendone la causa? Questo potrebbe essere il messaggio della favola e la sua lezione per la nostra epoca, proprio quando tutto ciò che riguarda la violenza, l’arricchimento dei più ricchi e l’impoverimento dei più poveri non è mai stato così chiaro. La crisi giustifica gli sforzi ed i sacrifici, si ode proferire dagli apostoli ed dai fautori delle riforme strutturali. Quello che non si dice è che questo appello è implicitamente lanciato ai poveri. Si legge poi, dalle classifiche Forbes e Fortune, che il numero dei miliardari aumenta ogni anno, così come le loro fortune individuali; si viene a sapere che le azioni delle aziende quotate in borsa sperimentano aumenti ben superiori al loro fatturato, che le remunerazioni e le indennità dei dirigenti aumentano anche quando i risultati aziendali sono negativi, e gli appelli alla moderazione restano ormai senza eco. Forse i ricchi non sono così numerosi o così ricchi da poter condividere il loro fardello, la loro ricchezza non avrebbe dunque nulla a che vedere con l’impoverimento degli altri? Chiedere sacrifici ai meno abbienti lasciando liberi i benestanti ha in sé qualcosa di sconcertante.

Baudelaire, che aveva vissuto le esperienze del 1848, attorniato da questi “libri dove si discute dell’arte di rendere i popoli felici, saggi e ricchi in ventiquattro ore”, fu egli stesso sfinito dalle giornate del giugno 1848 che videro l’armata della Repubblica Francese massacrare gli operai. Poi ci fu il colpo di stato del dicembre 1851. Innanzi all’interminabile sottomissione il suo umore era a metà tra la rivolta e lo spleen (umore nero). Scriveva allora nel suo diario che si era ormai completamente allontanato dalla politica. In realtà non lo era, a meno che non si possa mai essere definitivamente depoliticizzati.

Fonte: “Assommons les Pauvres!” di Alain Garrigou, Le Monde Diplomatique, 11 Juin 2013

Alain Garrigou è professore di Scienze Politiche presso l’Università di Paris Ouest Nanterre e direttore dell’Observatoire des sondages.

Traduzione a cura di pensiero meridiano

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Le crociate dimenticate del cardinale Ratzinger

In America Latina a partire dagli anni 70’ la Santa Sede ha contrastato con forza le nascenti correnti cristiano-progressiste come i teologi della liberazione, di ispirazione marxista. Papa Wojtyla e papa Ratzinger hanno portato avanti vere e proprie crociate contro le fazioni più radicali rafforzando la tendenza conservatrice della Chiesa. Vista la tendenza a vedere l’America Latina come la culla del socialismo del 21° secolo, l’elezione di Papa Francesco non è forse il segno chiaro di una offensiva ancora più aspra nei confronti del consolidamento della sinistra nei paesi sud-americani?

Di Maurice Lemoine, Le Monde Diplomatique , marzo 2013.

Traduzione e adattamento a cura di Pensiero Meridiano.

Monsignor Oscar Arnulfo Romero, Il 24 marzo del 1980 Romero viene brutalmente assassinato mentre celebra messa. Non aderì mai alla Teologia della Liberazione, ma ne è considerato un’icona.

Monsignor Oscar Arnulfo Romero, Il 24 marzo del 1980 Romero viene brutalmente assassinato mentre celebra messa. Non aderì mai alla Teologia della Liberazione, ma ne è considerato un’icona.

Gran parte dei commenti sulle dimissioni del Papa Benedetto XVI sono caratterizzati da una opinione piuttosto comune: quella secondo cui, lasciando il suo trono con coraggio e maestria il sommo pontefice abbia semplicemente ceduto ai ritmi della vita moderna. Tuttavia in America Latina il ricordo lasciato dal’ex – cardinale Joseph Ratzinger è associato al passato.

Piccolo flash back, siamo nel 1960, epoca in cui don Helder Camara, arcivescovo di Recife, che incarna la coscienza dei cattolici progressisti del continente sud-americano, lascia ai posteri una frase che resterà ai posteri: “Quando do da mangiare ai poveri, mi danno del santo; quando invece chiedo perché essi siano poveri mi danno del comunista” . L’analfabetismo, l’emarginazione e le condizioni di miseria e povertà in cui annaspavano decine di milioni di abitanti, in questi anni, hanno alimentato un processo “radicalizzazione” (intesa come tendenza ad ideologie radicali) di un gran numero di cristiani così come di alcuni membri della gerarchia ecclesiastica. In un clima di aggiornamento dei valori della Chiesa, sotto il pontificato di Papa Giovanni XXIII e soprattutto a partire dal concilio Vaticano II (1962-65), l’enciclica Populorum progressio, porta nel marzo del 1967 un segnale di sostegno e approvazione da parte di Roma a quello che sta succedendo nei ranghi del clero brasiliano.

Dal 26 Agosto al 6 Settembre del 1968 viene inaugurata da papa Paolo VI la seconda conferenza episcopale latino-americana, che si riunisce a Medellin in Colombia. Durante la sua prima assemblea, un giovane teologo peruviano, Gustavo Gutierrez, presenta un rapporto sulla “teologia dello sviluppo”. Il documento ultimo che esprime i principi propri di tale ideologia, dopo aver affermato che il continente sud-americano è vittima del “neocolonialismo”, dell’”imperialismo internazionale del denaro” e del “colonialismo interno”, riconosce la necessità di “trasformazioni audaci, urgenti e profondamente rinnovatrici”(1). Questa professione di fede segna la nascita della cosiddetta “Teologia della Liberazione”. Procedendo ad una lettura critica ed impegnata del Vangelo, una delle convinzioni di tale teologia è che accanto al peccato individuale esista un peccato collettivo e strutturale: vale a dire un strutturazione della società e dell’economia che causa la sofferenza, la miseria e la morte di innumerevoli “fratelli e sorelle”. Nelle zone rurali, nei quartieri popolari e nelle bidonville, un intera generazione di membri del clero s’impegnano concretamente, e politicamente, schierandosi al fianco dei meno abbienti.

L’offensiva contro la sinistra clericale latino-americana

L’espressione dei vescovi conservatori, già di suo uggiosa, si fece ancora più triste. Tre poli di resistenza ai classici dettami della Chiese sorsero in America-Latina: in Argentina e Brasile, ai tempi controllati da regimi militari, in cui i prelati conservatori continuarono ad operare, ed in Colombia. Non stupisce il fatto che per affrontare i “sovversivi” di Medellin, venga messo in prima linea proprio un vescovo colombiano, Alfonso Lopez Trujillo. Il suo ruolo si consolida  quando, già vescovo ausiliario di Bogotà, viene eletto segretario generale del Consiglio Episcopale latino-americano (CELAM) nel novembre del 1972, per poi divenirne presidente e restare in carica sino al 1983. A partire dal 1973 i dirigenti del Celam denunciano un “infiltrazione marxista” nella Chiesa. Pertanto i teologi della liberazione l’hanno più volte ripetuto: del marxismo loro utilizzano solo i concetti che sembrano più pertinenti – la fede nel popolo considerato come artigiano della storia; alcuni elementi di analisi socio-economica; il funzionamento dell’ideologia dominante; la realtà del conflitto sociale (2). Monsignor Lopez Trujillo non si sforzerà neanche tanto per silurare questa nuova corrente, e riceverà presto un’importante supporto: l’aiuto del Vaticano.

Dopo la morte di Papa Paolo VI, è il cardinale polacco Karol Wojtyla, diventato Papa Giovanni Paolo II il 16 ottobre 1978, a presiedere la terza conferenza episcopale latino-americana di Puebla (Messico). Tutti i Paesi della regione, tranne quattro, sono in questo periodo sotto il controllo di regimi militari. Mentre i vescovi confermano la scelta prioritaria di “concentrarsi sulle condizioni dei poveri”, il nuovo Papa evita qualsiasi dichiarazione che riguardi le tensioni che attraversano in questo momento la Chiesa latino-americana. Allo stesso tempo però quest’ultimo si astiene dal fare dichiarazioni di denuncia nei confronti dei regimi dittatoriali. Marcato personalmente dalla sua esperienza di vita in un paese dell’Est Europa, vigoroso anticomunista, adotta una visione piuttosto semplicista degli eventi caratterizzanti la Chiesa sud-americana, e nel 1981 chiama a Roma un teologo tedesco con cui ha dei profondi legami personali: il cardinale Ratzinger, che diventa così prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, la vecchia Inquisizione.

Ratzinger l’inquisitore

Con tutta la sua esperienza sul campo ed un anno di vicariato in una parrocchia di Monaco, il nuovo ideologo di fresca nomina diventa la più solida spalla di Monsignor Lopez Trujillo (che lo raggiungerà, nel 1983, alla suddetta Congregazione). In un’atmosfera da guerra fredda, il Nicaragua diventa una sorta di “modello polacco”: la gerarchia ecclesiastica è chiamata a resistere apertamente contro il regime sandinista – di ispirazione cristiana e marxista allo stesso tempo – e viene a crearsi un sodalizio informale tra il Vaticano e gli Stati Uniti di Ronald Reagan, al fine di combattere tra l’altro, la minaccia comunista in America Latina.

Durante una conferenza tenutasi al Vaticano, nel settembre 1983, Ratzinger si lascia andare ad una violenta requisitoria: “L’analisi del fenomeno della Teologia della Liberazione sottolinea in maniera chiara la presenza di un pericolo fondamentale per la fede della Chiesa (3).” Denunciando un radicalismo “la cui gravità è spesso sottostimata perché tale teologia non rientra in nessuna categoria di eresia esistente oggigiorno”, egli osserva: “Il mondo viene qui interpretato secondo un’ottica di lotta di classe.(…) Il “popolo” diventa un concetto in opposizione a quello di “gerarchia” ed è allo stesso tempo antitetico rispetto a tutte le istituzioni considerate sempre più come forze di oppressione”. I termini vivi e vigorosi di una prima direttiva emanata dalla Congregazione il 3 settembre 1984,appaiono come una condanna a morte per la sinistra clericale latino-americana.

Tempo prima, il « grande inquisitore » aveva indirizzato all’episcopato peruviano un documento di analisi del lavoro di padre Gutierrez, prima di obbligarlo a “rivedere” le sue opere in un processo degno di quello vissuto da Galileo. Nel marzo del 1985 è sull’opera “Chiesa, carisma e potere” del frate francescano Leonardo Boff, che si abbatte la tempesta. Dopo esser stato atto fuori dalla casa editrice che lui stesso dirigeva,  a padre Boff gli si impedisce la libertà di insegnamento e di libera espressione di pensiero. In Brasile, appena uscito dal ventennio dittatoriale, tale sanzione provoca una forte indignazione (4).

Il rafforzamento del conservatorismo ecclesiastico ed i legami con le dittature

Dinnanzi all’amarezza provocata da tali diktat imposti dall’alto, Giovanni Paolo II prova a tenere sotto controllo l’incendio sul quale il “Panzerkardinal” getta benzina a fiotti. Parlando della teologia contestata, in una lettera del 9 aprile 1986 indirizzata all’episcopato brasiliano, il papa giudica che questa sia “non solamente opportuna ma anche utile e necessaria”. Addirittura il papa si spinge ancora più in là criticando l’ideologia dominate del capitalismo liberale. Malgrado tutto ciò Roma decide però di smantellare con forza  l’esperienza di Medellin. La nomina di vescovi conservatori e membri dell’Opus Dei (5), il peso crescente dato a nuovi movimenti come il neocatecumenismo, i Legionari di Cristo, il Rinnovamento carismatico (neo-pentecostalismo) fa si che il duo Wojtyla – Ratzinger rafforzi la tendenza conservatrice della Chiesa. Per ridurre l’influenza dei pastori considerati troppo radicali, alcune diocesi, come quella del cardinale Paulo Evaristo Arns, in Brasile, saranno sapientemente riorganizzate. Nel 1985, Monsignor Josè Cardoso, spinto dalla curia romana, rimpiazza don Helder Camara. Il nuovo arrivato comincia sin da subito a inimicarsi quasi tutto il clero e tutti i gruppi laici militanti.

Se i preti che appoggiano il governo sandinista sono condannati, questo non sarà il caso di quei preti che invece hanno collaborato con la giunta militare argentina. E difficilmente si dimenticherà il giorno in cui Giovanni Paolo II diede la comunione a Pinochet, durante una sua visita in America Latina. Si sa ancora meno delle negoziazioni portate avanti dal cardinale cileno Jorge Medina per favorire la liberazione di Pinochet ed il suo ritorno a Santiago, nel periodo in cui quest’ultimo era detenuto a Londra, tra il novembre 1998 e il marzo 2000. Bisogna dire che tali negoziazioni furono sostenute dalla Sanata Sede, grazie al sostegno dei cardinali Trujillo e Ratzinger. Meno fortunati di Pinochet sono stati i circa centoquaranta teologi che avevano tentato di mettere in pratica le aperture progressiste predicate dal concilio Vaticano II, i quali sono stati puniti durante il pontificato Giovanni Paolo II.

Diventato ormai papa Benedetto XVI, ricevendo un gruppo di prelati brasiliani il 5 dicembre 2009, l’ispiratore e teorizzatore delle misure conservatrici di Wojtyla imprecava così riferendosi alla teologia della liberazione: “I postumi più o meno visibili di tale comportamento, caratterizzati dalla ribellione, dalla divisione, dal disaccordo, dall’offesa e dall’anarchia, perdurano ancora, producendo nelle vostre comunità diocesane una grande sofferenza ed una grave perdita di forze vive (6)…” Si può essere San Pietro ed essere poco inclini al pentimento ed al perdono …

Grecia. Quando la crisi sfida il territorio

Breve analisi sociale e territoriale dei cambiamenti in atto in Grecia a causa della crisi economica e dell’austerità imposta senza diritto replica. Dallantiparoki,  sistema di micro capitalismo associativo, al sistema agricolo cooperativo del microfondo. La storia di un sistema economico fragile minacciato dall’austerità. 

François Hollande in Grecia -  Febbraio 2013

François Hollande in Grecia – Febbraio 2013

Il territorio greco molto frammentato, con le innumerevoli penisole ed isole che si incastrano tra di loro, disegna una geografia frattale, complessa, diremmo quasi balcanica. Dai golfi dell’Egeo alle baie ioniche, dalle cime del Pindo fino alla catena montuosa dei Rodopi, pianure, rilievi ed isole fanno di quello greco un territorio difficile, ostile. L’Unione Europea ha avuto per molti anni tra i suoi obiettivi principali quello di rendere più accessibile geograficamente la Grecia ai suoi stessi abitanti, migliorando la comunicazione territoriale tra le diverse aree del paese, grazie al finanziamento di opere infrastrutturali .

In periodi di crisi e di austerità però le barriere, gli ostacoli e le discontinuità territoriali, che si erano superate grazie agli investimenti dei fondi comunitari, e all’intervento pubblico, ritornano ad essere causa di isolamento ed esclusione. In due anni la privatizzazione dei trasporti nazionali, la cancellazione di otto collegamenti ferroviari cardine, la drastica riduzione delle sovvenzioni pubbliche destinate ad assicurare i collegamenti tra il continente e le isole, l’aumento dei prezzi dei ticket e della benzina, assieme alla violenta riduzione dei salari minacciano di accentuare le disuguaglianze territoriali.

All’imboccatura del Golfo di Corinto, una grande opera simboleggia il paradosso della situazione greca attuale. A Patrasso è stato costruito uno dei ponti più lunghi d’Europa allo scopo di unire il Peloponneso alla parte Nord del paese. Un’opera maestosa che prova la voglia e allo stesso tempo la capacità umana di superare le avversità naturali e poter facilitare lo scambio, la vicinanza e il contatto con ciò che è distante, a causa di una natura impervia. Poche sono però le auto che lo percorrono. Pochi son quelli che possono permetterselo. 26 euro il costo del pedaggio (andata e ritorno), quasi quanto il guadagno di una giornata di lavoro di un greco medio. Il ponte è stato costruito grazie allo Stato e ai finanziamenti della BEI (Banca Europei d’Investimento); esso è oggi gestito da una filiale del gruppo francese Vinci, titolare di una concessione di 42 anni. A Patrasso invece il porto è sempre affollato, centinaia di persone ogni giorno aspettano in coda. Il traghetto è l’unica soluzione.

Inesorabilmente l’austerità conduce a cambiamenti nelle strategie di gestione del territorio. L’Hellenic Republic Development Fund ha ormai già da tempo cominciato a liquidare le attività pubbliche. Acqua, elettricità, autostrade, porti, tutte le reti di trasporto sono svendute all’asta. Così come l’aereoporto di Helliniko. Nel 2004 era stato trasformato in centro olimpico e, prima che la crisi aprisse la strada alla svendita dei terreni, era prevista la nascita un grande parco pubblico. Da allora molte cose son cambiate e, nonostante il costo enorme dell’operazione sostenuta ai tempi  dallo Stato,  le strutture sportive esistenti verranno completamente distrutte per poter mettere in vendita l’area agli investitori.

L’antiparoki ad Atene. Sistema di micro capitalismo associativo 

In alcuni quartieri della città di Atene circa un terzo dei commercianti ha dovuto chiudere bottega a causa della drastica caduta dei consumi. Dietro le vetrine chiuse un silenzio polveroso ricopre gli oggetti venduti da un negozio di mobili, o le sedie della sala d’attesa di un barbiere. Sulle facciate dei palazzi tantissimi sono i cartelli rosso e giallo che propongono l’affitto o la vendita di migliaia di appartamenti deserti. La riduzione brutale dei redditi – i salari medi si sono ridotti del 45% tra il 2010 e il 2012 – e l’aumento della disoccupazione – dall’8,8% della popolazione attiva nel gennaio 2009 al 26,8% dell’ottobre 2012 – hanno costretto innumerevoli famiglie a riunirsi e vivere in un solo appartamento.

Certo lo scenario della crisi non è quello dei lotti completamente disabitati della periferia madrilena. La distribuzione del tessuto urbano sul territorio è più lenta e meno spettacolare dal punto di vista visivo. Il paesaggio urbano  è però privo di una struttura integrata e ciò è dovuto all’assenza di pianificazione urbana. La Grecia non ha mai avuto istituzioni finanziarie o promotori impegnati nell’ambito della progettazione e implementazione di spazi urbani, ne c’è mai stata una politica sociale per la casa degna di uno Stato: dalla dittatura di Metaxas (1936 – 41), a quella dei Colonnelli (1967 – 74), passando per la guerra civile (1946-49), che vide la sconfitta dei comunisti e l’ascesa al potere del governo di estrema destra di Caramanlis (1955-63), il movimento operaio, sempre represso e “domato”, non è mai riuscito ad imporre tale riforma.

Pertanto Atene si è sviluppata in termini di struttura urbana, soprattutto grazie “all’insieme di iniziative personali venute dal basso”. Con tale espressione Thomas Maloutas, professore di geografia sociale all’Università di Harokopio, vuole descrivere quel processo di costruzione urbana che raggiunse il suo culmine tra il 1950 ed il 1970, basato su una sorta di micro capitalismo associativo. Il proprietario del terreno mette a disposizione il suolo; l’imprenditore il suo savoir faire. La vendita anticipata degli appartamenti permette di finanziare la costruzione di 5/6 immobili. Questo sistema, cosiddetto antiparoki (letteralmente: compensazione), divenne in quest’arco di tempo il metodo di costruzione dominante, plasmando così gran parte del centro (il tutto basato sul risparmio). L’antiparoki ha così permesso ha migliaia di persone di divenire proprietarie, compensando l’assenza strutturale dello Stato, l’usura delle banche e la fluttuazione dell’economia. Questo fenomeno di cooperazione e di auto-imprenditoria, rischia sempre più di sparire a causa dei colpi inferti dalle politiche di austerità.

La minaccia al sistema cooperativo delle campagne greche

Dalle rive dell’Egeo sino alle catene montuose del Pindo, si estende la pianura agricola della Tessaglia, quasi come un mosaico, che prende i colori delle piantagioni di mais, grano e cotone. La presenza di industrie e sistemi di irrigazione, fanno della Tessaglia una regione agro-industriale. Ma a differenza di altre zone d’Europa ad agricoltura intensiva, essa si distingue per la sua alta densità di popolazione.

Dimitris Goussios, professore di geografia rurale all’Università di Tessaglia-Volos racconta che “agli inizi del 20° secolo, la Grecia ha conosciuto la riforma agraria più radicale d’Europa. Lo Stato distribuiva le terre secondo i bisogni delle famiglie ed in maniera assolutamente egualitaria. Lo scopo era quello di impedire ai grandi proprietari terrieri di avere la meglio sui piccoli nullatenenti. Nella Tessaglia la dimensione massima di un appezzamento di terra fu limitato ai 15 ettari. Sino ad oggi il microfondo ha dominato la struttura agricola di questa regione e la gestione delle terre è rimasta famigliare (la dimensione media di un appezzamento di terra sottoposto a coltivazioni in Grecia è di 5 ettari, contro i 52 ettari medi un terreno in Francia).

La riforma agricola fu una delle prime riforme fatte dalla neonata Repubblica Greca nel 1922 al fine di ridare una terra ai greci rimpatriati dall’Asia Minore, terra che apparteneva un tempo all’Impero Ottomano. Lo Stato vedeva in questa riforma il modo di affermare la propria legittimità. Le tasse sugli agricoltori restarono bassissime: il governo non avrebbe mai voluto perdere l’elettorato delle campagne. Il funzionamento del sistema agricolo però, anche dopo la seconda guerra mondiale, continuava a basarsi su forme di organizzazione produttiva e salariale poco soggetto a tassazione e a regole contabili, il chè ha permesso, sì la nascita di un sistema di cooperazione informale (scambio di merci e beni tra agricoltori), ma anche il fiorire dello sfruttamento di manodopera migrante, soprattutto di origine albanese”.

Dal 2001 però la situazione è leggermente cambiata. Lo Stato ha ristabilito l’assoggettamento degli agricoltori all’imposta sui redditi, abbassando la soglia di esenzione da 12.000 € a 5.000€. Ha sottoposto le attività agricole ad un rigido controllo contabile ed ha introdotto un delle misure per assoggettare i lavoratori delle campagne alle stesse norme del lavoro salariato vigenti in altri settori. Secondo Goussios così facendo lo Stato, con il pretesto di recuperare introiti fiscali, ha completamente distrutto il sistema cooperativo sul quale era organizzata la società contadina. Considerando che gli armatori navali son stati esonerati da ogni tipo di imposizione sino al 2013 (per approfondimenti sulle concessioni di gestione dei porti “Modèle social chinois au Pirée”, Pierre Rimbert, clicca qui) tale provvedimento ha l’aria di non rispettare in maniera egualitaria gli interessi di classe.

Il calo dei consumi interni, l’introduzione dell’imposta sui redditi e l’aumento delle tasse indirette (IVA in Grecia è passata dal 18% del 2008 al 23%) ha portato numerosi agricoltori ad essere espropriati delle loro terre. La dimensione ridotta dei terreni coltivati, l’invecchiamento dei lavoratori agricoli e la riduzione dei sovvenzionamenti all’agricoltura dell’UE (PAC)a causa dell’allargamento ad Est dei confini comunitari porteranno ad un peggioramento della situazione nelle campagne greche, e quasi sicuramente ad un concentrazione maggiore delle proprietà terriere, senza dimenticare il rischio d’abbandono di terre coltivate sulle zone montuose.

La deindustrializzazione: destino comune al futuro economico-sociale europeo?

L’entrata nel mercato unico europeo ha indubbiamente permesso al settore agricolo di ottenere importanti sovvenzionamenti, ma, allo stesso tempo, ha trasformato lo spazio ed i territori greci in maniera marcata già a partire dagli anni 80. La Grecia ha subito le conseguenze negative del fenomeno di divisione del lavoro accelerato dal mercato comune europeo: ogni regione si è specializzata in un settore economico ben preciso. A scapito della differenziazione economica alcune regioni greche si sono specializzate nel turismo, altre nell’industria. Altre nell’agricoltura.

Sino agli anni 80’ Patrasso è stata il centro industriale dell’intero Paese. Lungo il litorale sorgeva un moltitudine di aziende (settore tessile, pneumatici, mattatoi, cartiere etc) capace di dare occupazione a migliaia di lavoratori. Di questa storia operai oggi non resta nient’altro che delle rovine. La Grecia ha vissuto un fenomeno di deindustrializzazione costante, simile a quello che oggigiorno vivono Francia, Italia e Spagna (con la chiusura di impianti come Fiat, Renaut, Alcoa in Sardegna, Ilva nel Nord Italia e a Taranto, e gli esempi non finirebbero qui), anche se a partire da una situazione iniziale differente: l’Industria greca rispetto a quella Italiana o Francese è sempre stata meno stabile e forte, perché priva di settori (come quello del manifatturiero, meccanica di precisione, automobilistico etc) ad alta produttività e ad alto valore aggiunto.  I modi in cui l’industria greca ha sofferto il suo declino sono per contro del tutto simili a quelli che gran parte dei paesi occidentali a vecchia industrializzazione stanno vivendo: delocalizzazioni verso l’Est europeo (Romania, Bulgaria e Polonia su tutti); fine della guerra fredda. Il grande shock arriva nel 1993 con la chiusura della Peiraiki-Patraiki (la più grande azienda tessile della Grecia); migliaia di lavoratori restano senza lavoro. Da allora tutte le grandi aziende hanno chiuso i battenti tranne il birrificio Amstel e il cementificio Titan. Ovviamente le PMI hanno seguito a ruota.

Gli effetti della deindustrializzazione sono stati nascosti negli ultimi 10 anni, da elevati livelli di consumi (e quindi anche di PIL) dovuti sicuramente al maggior potere d’acquisto acquisito grazie all’euro, ma anche all’aumento vertiginoso del credito al consumo e quindi dell’indebitamento privato (il credito al consumo è aumentato in Grecia ad un tasso annuale del 24% dal 2002 al 2008). Quest’ultimo è uno dei fattori scatenanti della crisi europea (basti vedere i numerosi riferimenti fatti da Alberto Bagnai nel suo libro “Il Tramonto dell’euro” per farsi un idea del ruolo importantissimo giocato dal debito privato).  L’uscita dall’euro risulterebbe però troppo dolorosa per uno Stato che già oggi è costretto ad importare gran parte dei beni che consuma: l’uscita farebbe aumentare le esportazioni, ma il potere d’acquisto della Dracma sul mercato mondiale causerebbe un aumento dei costi (vedere Bagnai per approfondimenti).

Dublino II: per i migranti è più facile oggi entrare in Grecia che uscirne  

Il quadro socio economico è ulteriormente complicato dal regolamento comunitario Dublino II, secondo il quale un immigrato clandestino entrato dalla Grecia, che sia scoperto in un qualsiasi Stato dell’Unione Europea, viene  rispedito ad Atene. A Patrasso ormai ci sono più immigrati clandestini che operai e tutto ciò non ha fatto altro che facilitare la vita di quei movimenti politici capaci di prendere lo straniero come capro espiatorio. Nonostante il sempre maggior peso delle frange nazionaliste estreme, nella zona di Patrasso, così come in gran parte della Grecia, il partito di sinistra radicale, Syriza, è diventato uno dei partiti principali. La vera speranza è però nell’informazione. In Italia ed in Francia raramente si sente parlare di Grecia e di quello che sta succedendo in un paese civile e moderno. I media dovrebbero dare molta più importanza a quello che ha l’aria di essere uno dei più forti sconvolgimenti sociali europei dell’ultimo secolo.

Per approfondimenti su dati e fatti di cronaca: http://histologion.blogspot.gr/

Traduzione e adattamento da: Gatien Elie, Allan Popelard e Paul Vannier per “Le Monde Diplomatique” Febbraio 2013, pag 8/9.

Sorda Battaglia per il Tempo. Società malate di velocità.

La tecnologia avrebbe dovuto portare libertà e nuovi piaceri all’umanità, liberando l’uomo dal lavoro. Il ritmo della vita però ha seguito quello delle macchine, e ognuno, a proprio modo, si sente oppresso da ritmi di vita asfissianti. Ripartito e distribuito in maniera ineguale, il tempo è ormai una risorsa rara e contesa. per comprendere le ragione di una tale penuria, è necessario fare una piccola deviazione storica….

Gerald Murphy - Watch - 1925

Gerald Murphy – Watch – 1925

Economista e romanziere Spagnolo, Fernando Trias de Bes sa bene che la gente ha ormai pochissimo tempo per leggere, tanto meno per scrivere; ed ha per questo pubblicato un racconto molto breve e allo stesso tempo infarcito di abbreviazioni. Nel corso della narrazione ci si appassiona ai problemi ordinari vissuti da un personaggio ordinario soprannominato TC, che sta ad indicare “Tipo Comune” appunto. TC è impiegato in una multinazionale, per cui svolge un ruolo fondamentale: nascondere  in un armadio le fatture dei fornitori, allo scopo di obbligare gli stessi a re inviarle. L’attività lavorativa, assieme al problema del prestito bancario contratto per acquistare l’appartamento di famiglia, lo opprime e non lascia a TC abbastanza tempo (T) per dedicarsi alla sua passione segreta che risiede in lui sin dall’infanzia: studiare le formiche dalla testa rossa (Form Tst rss).

Un giorno, avendo calcolato che per ripagare il suo debito e ritornare alle sue Form Tst Rss sarebbero stati necessari altri trentacinque anni, TC decide di dimettersi e di fare fortuna. Un’idea geniale gli frullò per la testa: TC si metterà a vendere quello che i suoi contemporanei ricercano con più ardore, il Tempo. TC comincerà così con il proporre dei flaconi da cinque minuti, poi estenderà la gamma di prodotti offerti arrivando sino a scatole da 2 ore. Il suo genio commerciale causerà dei cambiamenti sociali e politici lontani da ogni previsione.

Il racconto di Trias de Bes ci ricorda molto il racconto fantastico di Micheal Ende pubblicato nel 1973, “Momo”. Entrambi hanno la capacità di risvegliare nel lettore quella sensazione di comprensione e vicinanza ad un tema fondamentale come quello del Tempo, la cui penuria o la cui sottrazione al controllo diretto dell’individuo rappresentano spesso l’elemento centrale del malessere delle moderne società occidentali. Tuttavia se in “Momo” notiamo lo sforzo dello scrittore nel farci riflettere sul significato di una vita spesa a “non sprecare” il tempo e a rendere il tempo sempre più produttivo, nel “Il venditore del tempo”, Trias de Bes mette in luce un aspetto oggi ancora molto più importante: il debito come furto del tempo (vedere anche Maurizio Lazzarato http://www.liberacittadinanza.it/articoli/il-debito-o-il-furto-del-tempo) e la cosiddetta fame di Tempo (Hartmut Rosa «Alienation et Acceleration. Vers une théorie critiques de la modernité tardive» : http://www.monde-diplomatique.fr/2012/05/POLLMANN/47720).

Oggigiorno  lo stile di vita frenetico e la critica ferrea al tempo impiegato in maniera improduttiva, hanno portato la società occidentale a sottostimare sempre più il valore del tempo a tal punto da degradarlo senza vergogna. Il sociologo tedesco Hartmut Rosa distingue tre tipi di accelerazione che si combinano nella società moderna e che contribuiscono ad aumentare il ritmo della vita quotidiana: l’accelerazione tecnologica (Internet, i treni ad alta velocità, i forni a micro-onde etc); l’accelerazione sociale (si cambia molto più spesso il posto di lavoro ed il proprio partner..); e l’accelerazione del ritmo di vita ( si dorme di meno, si parla più velocemente, si hanno meno scambi con le persone a noi vicine, si stira telefonando o guardando la televisione etc.).

L’accelerazione tecnologica avrebbe dovuto logicamente assicurare alla gente una vita più pacifica e languida, ma al contrario il fatto che tale accelerazione riduce la durata di un qualsiasi processo, essa ne moltiplica il numero. Il risultato quindi è una vita più frenetica in cui il numero di attività che è possibile fare in un determinato arco di tempo è considerevolmente aumentato. E’ molto più rapido scrivere un SMS o una mail piuttosto che una lettera, ma si scrivono molte più mail oggi di quante lettere si scrivevano in passato. L’esplosione del numero di stimoli e sollecitazioni a cui si è sottoposti – internet, tv, industria dei piaceri etc. – obbliga a fare delle scelte che ovviamente andranno ad influire sul consumo del nostro tempo.

L’Orologio, «Mulino del Diavolo»

Quello dell’accelerazione è , secondo Hartmut Rosa, un fenomeno tutto occidentale. Le società occidentali infatti la consideravano, e la considerano ancora, un elemento fondamentale per il progresso e l’autonomia. Tuttavia tale accelerazione avvelena le istituzioni e i quadri politici grazie ai quali ha potuto prendere piede nelle moderne società occidentali. Essa diventa una “forza totalitaria interna alla società moderna”, intesa come principio astratto e onnipresente al quale nulla e nessuno può sottrarsi. Nella vita quotidiana l’individuo ha l’impressione di dover sempre star a rincorrere qualcosa senza riuscire mai a prendere un certo distacco dalla propria esistenza. A livello collettivo invece le comunità politiche perdono sempre più il loro controllo sul proprio destino. Paradossalmente però tale rincorsa folle è accompagnata spesso da un sentimento di inerzia e di fatalismo.

Fatalismo crescente tra le classi sociali meno abbienti, che come spesso accade, sono costrette a soffrire in maniera più marcata i cambiamenti che la società impone. Il tempo diventa ormai una risorsa sempre più contesa, e come altre risorse, spesso è mal distribuita tra le differenti fasce sociali. Le classi medio – alte hanno più possibilità di accaparrarsi questa preziosa risorsa, rispetto a quelle meno agiate. Un caso esemplare è quello francese: la legge Aubry sulla riduzione dell’orario di lavoro, emanata nel 1998 e poi modificata nel 2000, concede una quantità oraria di ferie retribuite più consistente per i “quadri” aziendali e allo stesso tempo frammenta i ritmi di lavoro degli impiegati poco specializzati, che hanno visto imporsi una flessibilità più marcata.  Nascono continuamente agenzie che permettono di recuperare Tempo e liberarsi del fastidio causato da alcune attività “sconvenienti” come le pulizie di casa, il prendersi cura dei bambini, oppure fare la fila per pagare le bollette della luce etc. Ovviamente saranno le classi più agiate a permettersi tali servizi.

Se tuttavia il lavoro negli ultimi decenni si è intensificato e tende, per alcune categorie di lavoratori, a invadere sempre più la sfera personale, la sua durata ufficiale continua a diminuire sin dagli inizi dell’epoca moderna. Gli individui dovrebbero quindi disporre di maggior tempo libero rispetto al passato, ma il ritmo infernale della vita collettiva non sembra poter farci credere che tale tempo libero sia effettivamente libero.  Per di più la gente consacra questo tempo libero ad attività di poco valore ai suoi stessi occhi (come guardare la TV etc.): sembra quasi che la gente sia inibita e incapace di dedicarsi a ciò che veramente li appassiona.

Quanto detto fino a qui non dovrebbe stupirci più di tanto, visto che assieme al problema della quantità è sempre esistito quello della qualità. Non si è più capaci di abitare il nostro tempo libero, ne di “addomesticarlo” e controllarlo. L’idea del tempo a cui siamo abituati oggigiorno e l’uso che ne facciamo, sono stati forgiati dall’etica capitalistica di stampo protestante secondo cui il Tempo non è altro che una risorsa astratta che bisogna sfruttare al massimo in nome della produttività.

Le rivolte delle prime generazioni di operai  nacquero proprio quando videro imporsi orari di lavoro definiti dall’orologio e non più dal termine dell’attività da compiere (come riferisce lo storico britannico Edward Palmer Thompson). Con questa regolarità si perde l’abitudine di alternare periodi di lavoro intensi a periodi di ozio, ritmo naturale dell’essere umano. E’ la divisione rigida del tempo che permette di imporre la disciplina sul luogo di lavoro. Anche la scuola abitua i ragazzi ad una divisione del tempo molto rigida, l’obiettivo è quello di domare precocemente la futura classe lavoratrice:  nel 1775 a Manchester, il reverendo J. Clayton si preoccupa nel vedere “bambini inoccupati che non solamente perdono il loro tempo, ma che per di più prendono l’abitudine di giocare”. La dimensione repressiva dell’azienda invece appare chiaramente quando il teologo puritano Richard Baxter che, prima della diffusione degli orologi da tasca, suggeriva ai suoi seguaci di regolarsi sul proprio “orologio morale interiore”. In tempi più recenti, nel 2005 in Germania, il Ministro Cristiano-Democratico della giustizia nella regione di Hesse aveva suggerito di “mantenere un sguardo attento  sui disoccupati” e grazie a delle “manette elettroniche re-insegnarli a vivere ad orari normali”.

La logica della produttività, del profitto e della competitività si estende ormai a tutti gli ambiti della vita (“la concorrenza non dorme mai, il tempo è denaro”). Il tempo libero, ancora più prezioso in tempi in cui sembra più difficile procurarsene, deve essere gestito efficacemente; ma la riluttanza a correre il rischio di dilapidarlo ha delle conseguenze pesanti. Ne risulta così un handicap condiviso a larga scala, senza differenza di classe sociale: “lo sfruttato, così come lo sfruttatore, non ha la possibilità di dedicarsi incondizionatamente, alla pigrizia” scrive Raoul Vaneigem. “Sotto l’apparente languore del sogno si risveglia una coscienza che il martellamento quotidiano del lavoro esclude dalla sua realtà utilitarista”. Hartmut Rosa è in linea con tale riflessione: secondo lui se si vuole riprendere il controllo sul corso della storia individuale e collettiva, è necessario innanzitutto procurarsi del tempo importante per il gioco e l’ozio. E’ necessario re imparare a trascorrere “male” il tempo.

Ciò che bisogna riconsiderare, secondo Rosa, è la possibilità di “appropriarsi del mondo”; in mancanza  di ciò quest’ultimo diventa “silenzioso, freddo, indifferente e addirittura ostile”; lui parla di un “disastro dell’eco (resonance) della tarda modernità”. Anche la ricercatrice Alice Medigue identifica un fenomeno di disappropriazione che mantiene l’individuo contemporaneo in uno stato di estraneità al mondo e alla propria esistenza. Prima del regno dell’orologio – che i contadini della Cabilia (regione dell’Algeria) degli anni 1950, chiamavano “mulino del diavolo” (moulin du diable), secondo quanto riporta Pierre Bourdieu – i modi di misurare il tempo legavano naturalmente gli essere umani al loro corpo e all’ambiente reale e concreto in cui vivevano. I monaci Birmani, racconta Thompson, si svegliavano all’ora in cui “c’era abbastanza luce per vedere le vene della mano”; in Madagascar, il tempo si  contava in base “al tempo di frittura di una cavalletta”…

Visto che essa affonda le sue radici nel profondo della storia della modernità, la crisi del tempo non può risolversi con soluzioni superficiali. Per questa ragione bisogna guardare con una certa prudenza le iniziative del movimento Slow: Slow Food per la gastronomia, Slow Media per il giornalismo, Cittaslow per l’urbanismo….Negli Stati Uniti, Stewart Brand sopraintende nel deserto del Texas la costruzione di un “Orologio del Lungo Presente” che dovrebbe funzionare per dieci mila anni e dare all’umanità il senso de lungo periodo. Il progetto però perde tutto quel suo significato poetico quando si viene a sapere che tale progetto è finanziato da Jeff Bezos, fondatore di Amazon: sorge il dubbio che forse i suoi dipendenti, impegnati a pedalare per far funzionare gli ingranaggi di tale orologio, possano veramente trovare in tale opera un conforto esistenziale…

Fonte :

Libera traduzione e interpretazione dell’Articolo di Mona Chollet “Le Monde Diplomatique” – Dicembre 2012