Nitti, il profeta dimenticato

Una vita spesa in lotte generose per la redenzione del Mezzogiorno e la modernizzazione dell’Italia. Con un mix tra intervento statale e logica imprenditoriale che anticipa il New Deal roosveltiano. Un saggio di Giovanni Vetritto su Francesco Saverio Nitti, liberaldemocratico radicale e battagliero, ci aiuta a recuperare il ricordo di una figura culturale e politica ingiustamente dimenticata ma ancora attuale.

di Pierfranco Pellizzetti 

«Si nasce con un destino, e il mio non fu
lieto; fui sempre condannato a lottare,
mai ho avuto il riposo e la pace. E perciò

che qualcosa della mia aspra natura
rimane in me
»[1].
Francesco Saverio Nitti

«Il pensiero più maturo in questo momento
storico fu quello di Nitti, che tuttavia mancò
di tatto e di elasticità diplomatica per far

prevalere nel momento opportuno le formule
chiarificatrici… Nitti è liberale in quanto non

vede soluzioni possibili fuori di una politica di
emigrazione e di pace. La sua democrazia di

compromesso, il suo collaborazionismo avevano
il merito di realizzare le premesse unitarie non

ancora compiute
»[2].
Piero Gobetti

Giovanni Vetritto è un alto dirigente della Pubblica Amministrazione, nato in una famiglia di Commis d’État;oltre che un gentiluomo meridionale. Proprio per la particolare biografia, il suo è un profilo di liberale consapevole del ruolo di regia e regolazione cui è chiamato lo Stato nella complessità (post)moderna; dunque impermeabile alle fisime ideologiche tendenti al fondamentalistico della vague NeoLib che ha imperversato nei lunghi decenni thatcheriani/reaganiani (ma anche dell’opportunismo terzaviario della Sinistra), ora finita nella risacca. Si potrebbe dire “un liberale critico e di sinistra”; intimamente simpatizzante per ilgentleman John Maynard Keynes; per nulla sedotto dagli ideologismi mercatistici del parvenu Hayek.

Con Vetritto ho scritto anni fa un libro a quattro mani sul deficit di capacità organizzative e gestionali che affligge l’Italia, quale chiave di lettura di croniche inadeguatezze [3]. Nella divisione dei compiti che avevamo pattuito, sulla base delle reciproche competenze, a me spettava affrontare il côté privatistico, a lui quello pubblico. Ci scambiavamo così i rispettivi testi, sicché ricordo di avere notato già da allora una particolare attenzione del mio coéquipier per un personaggio che all’epoca mi diceva poco e niente: Francesco Saverio Nitti (Melfi 1868 – Roma 1953). Quello che avevo sempre considerato uno dei tanti busti al Pincio dell’Italia pre-fascista, emergeva dalle bozze come una sorta di eroe: “l’eroe di Giovanni”, con un qualche (forse inconsapevole) tratto di identificazione.

Tra le tante prove citate a conferma della sua eccezionalità nel panorama del tempo, spicca la ferma opposizione alla regalia giolittiana – sotto forma di statalizzazione delle ferrovie – ai capitalisti privati ansiosi di liquidizzare l’investimento fatto nel settore; mentre, da «liberale lungimirante, polemicamente avvertiva che la nazionalizzazione necessaria era ormai quella dell’energia elettrica».[4]

Ora Vetritto dedica al suo eroe un compendioso profilo; scritto per conto – appunto – della Fondazione Nitti di Melfi, della quale è segretario scientifico. Un’occasione per recuperare il ricordo di una vicenda culturale e politica ingiustamente dimenticata; una vita spesa in lotte generose per la redenzione del Mezzogiorno e la modernizzazione dell’Italia, per la riforma della macchina amministrativa statuale e – al tempo stesso – per il radicamento di una vocazione industriale inceppata da vincoli strutturali, in primo luogo il deficit energetico. In una sintesi culturale a dir poco sorprendente tra impostazioni antagonistiche, che – ancora nelle polemiche degli scorsi anni (non ancora funestati dai crolli bancari e dal discredito della finanza di rapina) – si sarebbero chiamate statalistica e liberistica.

Difatti, in anticipo di almeno due decenni rispetto al New Deal roosveltiano e allesintesi keynesiane, il Nostro ipotizza un mix tra intervento statale e logica imprenditoriale quale volano per attivare sviluppo nelle zone e nei contesti affetti da depressione economica e sociale. Tesi messe alla prova già nel 1900 con l’istituzione dell’Ente Volturno e poi – dodici anni dopo – con la creazione dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (INA): l’idea di organismi amministrativi autonomi ed economicamente autosufficienti i quali – sulla scia del Monopolio Tabacchi (Ente a cui Vetritto ha già rivolto le sue attenzioni di studioso nel 2005) – si autofinanziavano sul mercato e offrivano servizi sociali senza gravare la popolazione di ulteriori balzelli fiscali.

Per fare questo occorreva allevare una generazione di nuovi funzionari pubblici di taglio eminentemente manageriale: nulla a che fare col vieto e patetico modello del Monsü Travet, sottopagato e declassato ma anche deresponsabilizzato, che costituiva il paradigma dominante nella piemontesizzazione post-Unitaria della macchina amministrativa. L’idea innovativa è quella di creare task-force in grado di assumere iniziative rapide e puntuali, senza i condizionamenti di una torpida ed elefantiaca macchina burocratica, interessata soltanto all’immortale filosofia delquieta non movere. Al contrario, seppure non esplicitato, fa capolino un principio che diventerà linea guida del re-inventing government solo alla fine del XX secolo: la priorità assegnata al problem solving (al raggiungimento dei risultatirispetto alla cultura degli adempimenti (l’immobilistica prevalenza delle regole formalistiche, nella totale indifferenza al raggiungimento o meno dei risultati attesi).

Sicché il Nitti-ministro seleziona personaggi di taglio totalmente diverso, valorizzandoli negli organigrammi pubblici; e che – per una coincidenza del destino – diventeranno gli “ambasciatori del nittismo” proprio nel nascente regime fascista, contribuendo a inserire l’Italia, seppure all’interno di un contesto totalitario, in quella rivoluzionaria adozione di criteri programmatori e interventistici pubblici che John Maynard Keynes indicava come la nuova frontiera delle democrazie occidentali: «le forze che ci stimolano a pensare alla pianificazione provengono da due fonti diverse… Il piano quinquennale russo ha assalito e catturato l’immaginazione del mondo… E vi è una seconda forza che proviene dall’esempio: il Fascismo italiano che, nell’affrontare lo stesso problema con una mentalità opposta, sembra aver salvato l’Italia dal caos e stabilito un ragionevole livello di prosperità materiale in un paese povero e sovrappopolato»[5].

Il più chiaro prodotto della “rivoluzione antropologica” nittiana è quell’Alberto Beneduce cui Mussolini affiderà il salvataggio della Grande Industria nazionale, incapace di affrontare la riconversione post-bellica, attraverso l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI). Ma l’identico taglio è riconoscibile in tutto il riformismo amministrativo dell’epoca; non solo in ambito economico (all’IRI si affianca l’Istituto Mobiliare Italiano, IMI), ma anche nella sfera previdenziale (Istituto Nazionale Fascista per la Previdenza Sociale, INPS; Istituto Nazionale Assistenza Infortuni sul Lavoro, INAIL; Opera Nazionale Maternità e Infanzia, ONMI).

Una struttura che sopravviverà alla caduta del Regime, costituendo il tratto significativo del “caso italiano” del dopoguerra: quell’economia mista che farà da cornice al Miracolo Economico e che nel 1953 fornirà a Enrico Mattei il modello di riferimento per far nascere l’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI); nel 1962 guiderà l’istituzione dell’ENEL. Difatti l’idea che sovrintende la politica di nazionalizzazione dell’energia elettrica è – ancora una volta – riconducibile alle pionieristiche battaglie di Francesco Nitti. Questo strano tipo di profeta, che mentre si avventura nelle visioni del futuro si porta appresso le zavorre del mondo antico da cui proviene. E che il profilo tracciato da Giovanni Vetritto non nasconde: un personaggio umorale e non di rado sprezzante, un bastian contrario non si sa bene se per arroganza intellettuale o partito preso. Per protagonismo. Difatti – di volta in volta – Nitti polemizzerà proprio con gli interlocutori che sarebbero naturalmente della sua parte, ma che potrebbero ingombrare la scena dell’intellettuale lucano: Salvemini, De Viti De Marco e Rosselli, La Malfa e Dorso.

Dunque, un one-man-show, il cui eclettismo scade talvolta nel nomadismo politico più insensato e autolesionistico: l’uomo che cooperò al fallimento del governo di Ferruccio Parri (e ai successivi insuccessi del Partito d’Azione, che lo condannarono alla scomparsa), è lo stesso che nel 1952, in un’Italia ormai dominata dalla Democrazia Cristiana, capeggia il blocco socialcomunista alle elezioni amministrative di Roma.

Insomma, quello che viene raccontato è lo strano connubio in un forte carattere di antico e moderno, di radicalismo orientato a politiche social-popolari ma che debbono essere guidate verticisticamente dalle élite illuminate; nella totale incomprensione del notabile, imprigionato nel sistema relazionale interpersonale e selettivo del parlamentarismo di vertice, nei riguardi della forma-partito di massa che andava imponendosi. La stessa miscela di antico e moderno nel concepire la modernizzazione del Mezzogiorno attraverso l’industrializzazione in una visione schematica e – tutto sommato – provinciale, che concepisce di promuovere solo i “settori di base”, a prescindere dalla loro metabolizzabilità da parte delle culture e degli ambienti in cui andavano a essere calati, ovviamente “dall’alto”.

Quell’errore di prospettiva che condurrà i Pasquale Saraceno a progettare la redenzione del Sud attraverso la siderurgia, i cui fallimenti si tradussero in quelle “cattedrali del deserto” che offrirono fior di argomenti ai denigratori preconcetti del ruolo propulsivo dello Stato in economia; poi daranno la stura a quelle operazioni di svendita le cui malefatte ben sono visibili nelle recenti ed inqualificabili vicende dell’Ilva di Taranto.

Ma non di questo sarebbe giusto fare carico Nitti. Che resta l’esempio di un liberaldemocratico radicale battagliero e generoso. Uno di quegli “antitaliani” condannati a una vita di straniero in patria; personalità divise anche perché intimamente “arcitaliani”. Comunque un uomo di frontiera, che pose problemi e cercò di risolverli con tutte le sue forze. Sicché appare condivisibile il bilancio che ne stila Vetritto: «nell’Italia entrata con difficoltà nell’Europa, e che ha tuttora il serio problema di far suoi gli strumenti per restarci, la figura di Nitti incarna gran parte di ciò che resta da fare; nelle sue opere possiamo trovare tesori di entusiasmo e saggezza da portare con noi».

Giovanni Vetritto, Francesco Saverio Nitti, un profilo, Rubbettino, Soneria Mannelli 2013

Fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/nitti-il-profeta-dimenticato/

NOTE

[1] F. S. Nitti, Discorsi parlamentari, vo. V pag. 2470
[2] P. Godetti, La rivoluzione liberale, Einaudi, Torino 1964 pag. 59
[3] P. Pellizzetti e G. Vetritto, Italia disorganizzata, Dedalo, Bari 2006
[4] ivi pag. 38
[5] J. M. Keynes, discorso radiofonico del 14 marzo 1932 in come uscire dalla crisi, Laterza, Bari 2004 pag. 59

La crisi al Sud e la retorica degli sprechi

I luoghi comuni sul mezzogiorno italiano sono duri a morire. Ma una analisi attenta dei dati indica che non è vero che il Sud è inondato di risorse pubbliche e che l’incidenza dell’evasione fiscale è più alta al Nord. Il mezzogiorno è in realtà vittima della crescente concentrazione geografica del capitale e delle devastanti politiche di austerità.

di Guglielmo Forges Davanzati

Gli ultimi rapporti SVIMEZ fanno registrare un declino dell’economia meridionale che appare, allo stato dei fatti, pressoché inarrestabile, con un’evidenza empirica che molto assomiglia a un bollettino di guerra. Nel 2012, le regioni meridionali nel loro complesso hanno subìto una contrazione del PIL nell’ordine del -3,2%, superiore di oltre un punto percentuale rispetto al resto del Paese. Il 2012 è stato il quinto anno consecutivo in cui il tasso di crescita nel Sud è risultato negativo: dal 2007 si è ridotto di oltre il 10%, quasi il doppio della flessione registrata nel Centro-Nord. Ciò a ragione della caduta dei consumi delle famiglie (-4,2% al Sud, a fronte del -2,8% al Centro-Nord), del crollo degli investimenti (-11% circa, a fronte del -5,4% al Centro-Nord), della riduzione delle esportazioni – soprattutto quelle indirizzate ai Paesi dell’Unione Monetaria Europea – e, non da ultimo, della riduzione della spesa pubblica. La spesa in conto capitale della pubblica amministrazione, a fronte di un obiettivo dichiarato del 45% sul totale nazionale, si è ridotta dal 40,4% nel 2001 al 35,4% nel 2007, giungendo al minimo storico del 31,1% nel 2011. Quest’ultimo dato è significativo giacché smentisce, con ogni evidenza, la visione dominante secondo la quale il Sud è inondato da risorse pubbliche.

SVIMEZ registra anche che, nel 2013, a fronte di una previsione di riduzione del PIL nazionale nell’ordine dell’1,9%, il Mezzogiorno farà registrare una caduta del prodotto interno lordo pari al 2,5% contro il -1,7% del Centro-Nord. Le previsioni più ottimistiche indicano che, a fronte, di un modesto aumento del tasso di crescita in Italia nel 2014 (+0,7%), esso dovrebbe risultare nullo per il complesso delle regioni meridionali.

E’ molto diffusa la convinzione stando alla quale l’arretratezza del Mezzogiorno dipende dalla sua scarsa dotazione di capitale sociale: elevata propensione alla corruzione, criminalità diffusa, scarsa attitudine al rispetto delle norme, elevata diffusione dell’evasione fiscale. Si tratta di tesi che non pienamente convincenti e comunque meno robuste di quanto si vuol far intendere. Per due ragioni:

1) Allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, esistono al più tentativi di misurazione del “capitale sociale”. In assenza di una sua misurazione oggettiva, è sostanzialmente impossibile – se non per pura congettura – stabilire che il Mezzogiorno ha una bassa dotazione di capitale sociale ed ancor più difficile è stabilire una correlazione fra capitale sociale e crescita. Inoltre, se anche la tesi dominante fosse vera, risulterebbe molto arduo stabilire in quale direzione si muove il nesso di causalità: se, cioè, è il capitale sociale un prerequisito per la crescita o viceversa. Vi è di più. In quanto categoria per sua natura disomogenea, il capitale sociale non si presta neppure a una definizione univoca.

2) Su fonte Banca d’Italia, si calcola che a fronte del fatto che, al Nord, in media, l’evasione fiscale e contributiva ammonta a circa 2500 euro pro-capite, nel Mezzogiorno l’imposto si assesta, su base annua, a circa 900 euro a testa. In termini percentuali, il tasso di evasione è del 14,8 al Nord e del 7,9 per cento al Sud. L’obiezione secondo la quale al Sud si evade meno perché il reddito pro-capite è più basso può essere ribaltata stabilendo che ci si aspetterebbe semmai maggiore evasione proprio dove i redditi sono più bassi. Né vale l’ulteriore obiezione secondo la quale l’evasione fiscale è relativamente bassa nel Mezzogiorno perché è maggiore l’occupazione nel pubblico impiego. E’ un’obiezione smentita dagli ultimi dati prodotti dalla Ragioneria Generale dello Stato, secondo la quale la maggiore incidenza dell’occupazione pubblica, fra le regioni italiane, si ha in Lombardia e in tutte le regioni meridionali il numero di occupati nella pubblica amministrazione è inferiore a quella del Centro-Nord. Incidentalmente, viene anche rilevato che, nelle regioni meridionali, è maggiore l’occupazione precaria nel settore pubblico.

Il crescente impoverimento del Mezzogiorno può essere fondamentalmente imputato a due cause.

a) Vi è innanzitutto da considerare un meccanismo spontaneamente generato da un’economia di mercato deregolamentata, che ha a che vedere con quelli che vengono definiti effetti di causazione cumulativa. In altri termini, data una condizione iniziale di concentrazione dei capitali in determinate aree, i capitali collocati nelle aree periferiche trovano conveniente spostarsi in aree nelle quali – attraverso l’operare di economie di agglomerazione e di economie di scala (per le quali al crescere della quantità prodotta si riducono i costi di produzione) – possono ottenere maggiori profitti, perché è più alta la produttività del lavoro. Evidentemente, possono più facilmente migrare imprese di grandi dimensioni che, peraltro, trovano conveniente farlo in quanto competono innovando, e, per farlo, hanno bisogno di operare in ambienti nei quali sussistono le condizioni più favorevoli per generare flussi di innovazione: facile accesso al credito, esistenza di esternalità positive derivanti dall’attività di ricerca attuata da imprese già presenti in loco, presenza di Istituti di ricerca scientifica, ampia disponibilità di manodopera qualificata. Questa dinamica determina crescenti divergenze regionali: in alcune aree si producono beni ad alta intensità tecnologica, nelle aree periferiche (Mezzogiorno incluso) le imprese – di norma di piccole dimensioni e poco esposte alla concorrenza internazionale – competono mediante compressione dei costi, e dei salari in primo luogo. La crescente concentrazione geografica dei capitali si associa a crescenti flussi migratori, che interessano prevalentemente giovani con elevato livello di istruzione. In tal senso, la ripresa dei flussi migratori dal Mezzogiorno è da leggersi come un trasferimento netto di produttività verso le aree centrali dello sviluppo capitalistico.

b) Negli ultimi anni, il fenomeno è stato accentuato dalle politiche di austerità. La riduzione della spesa pubblica (soprattutto nel Mezzogiorno) e l’aumento dell’imposizione fiscale su famiglie e imprese hanno ristretto i mercati di sbocco, generando riduzione dei profitti e fallimenti. L’aumento del tasso di disoccupazione e la riduzione dei salari sono state le ovvie conseguenze di queste scelte.

L’inversione di rotta – come, peraltro, invocato da SVIMEZ – richiederebbe ingenti investimenti pubblici nelle aree meridionali, ovvero fare politica industriale (si osservi che la minore divergenza del PIL pro-capite fra Nord e Sud si è avuta negli anni nei quali era operativa la vituperata “Cassa del Mezzogiorno”). E’ difficile aspettarsi che i soli flussi turistici – peraltro localizzati in poche aree del Mezzogiorno e, per loro natura, estremamente volatili – possano, da soli, contribuire significativamente a ridurre il dualismo.

(20 settembre 2013)

Scintille di delirio per il Sud

Articolo di Franco Arminio
Vito Teti. Maledetto Sud

Non amo i libri che parlano del Sud per grandi astrazioni. I libri sulla questione meridionale hanno molto spesso questo difetto, libri che parlano del Sud raccontato in altri libri, i quali prendono le mosse da altri libri sul Sud e così via.

 

Il libro di Vito TetiMaledetto Sud (Einaudi), pur essendo un libro che propone un’analisi generale del Sud, riesce ad avere un bell’equilibrio tra la riflessione generale e i casi particolari. Teti vive e lavora in Calabria e ha scritto un libro che unisce l’infiammazione della residenza e la distanza di un professore colto e attento.
Forse un libro come questo si sarebbe potuto chiamare anche Maledetta Calabria. In Italia, prima ancora che un problema meridionale, esiste un problema calabrese. Reggio Calabria è molto lontana da Lecce. E Vibo Valentia non è come Matera. Al Nord dell’Italia c’è un’idea standard del Sud ed è un’idea che ha influenzato enormemente la percezione di se stessi dei meridionali. Teti ovviamente si lamenta di questa situazione, ma si lamenta anche dello stereotipo di segno opposto, quello che parla di un Sud ricco e glorioso, vittima delle angherie dello Stato piemontese.

 

 

Il suo libro è utilissimo, anche perché il professore non procede per slogan giornalistici ma argomenta con rigore le sue affermazioni. Allora questo libro confligge con chi esalta troppo il Sud e con chi troppo lo detesta. E lo fa con un lingua affabile, lontana da semplificazioni e tecnicismi. Alla fine della lettura viene fuori la convinzione che i luoghi del Sud hanno bisogno di intimità e lontananza. Catanzaro non si salva da Roma o da Milano e non si salva neppure facendo appello alle sole energie locali. Ci vuole una visione che unisca scrupolo e utopia, gli ambulanti del futuro e i nostalgici del passato. Il punto di forza della posizione di Teti è proprio questo suo rifuggire le analisi a effetto, il suo paziente attenersi alle scene reali che il Sud e specialmente la Calabria offrono a chi non ha ansie preordinate di denuncia o di compiacimento.

 

La verità è che il Sud è bipolare, sta guarendo e sta morendo, esalta e avvilisce. Chi sta nelle regioni meridionali ogni giorno è sulle montagne russe, ogni giornata è una cronaca di inadempienze, di paesaggi non valorizzati, di energie che deperiscono. Non volendo, forse in qualche punto del suo libro Teti sembra più severo contro gli entusiasti cantori di una rinascita meridionale che non contro gli scoraggiatori militanti sempre attivi in ogni contrada. È un punto su cui sarebbe utile una discussione e non solo tra meridionali. Forse questo libro poteva avere anche un altro titolo: Maledetta Italia, e perfino Maledetto Mondo.

 

Non bisogna mai dimenticare che il Sud vero oggi è più sotto, è sull’altra sponda del Mediterraneo, e ancora più giù dove dilaga il suddissimo del terzo mondo. La cosa interessante dell’Italia meridionale in questo momento storico è che in fondo non appartiene né all’Europa né al suddissimo. È un luogo di frontiera, un luogo di frizione tra lo sfinimento della ricchezza e quello della povertà. Ecco, siamo ricchi e poveri, abbiamo modernità e arcaismo. E proprio questo ultimo aspetto meriterebbe studi approfonditi. Quando una volta si studiavano riti e superstizioni della mente contadina lo si faceva con l’idea che fosse un mondo in via di sparizione. Oggi ci siamo accorti che la mente digitale ha più vicinanze con la mente contadina di quante ne abbia la mente storicista, basata sulla logica causa effetto.

 

Forse il problema non è quello che accade tra Nord e Sud dell’Italia ma tra Nord e Sud del mondo. Non ha senso dirci che il Nord ci ha negato lo sviluppo, quanto capire che questo sviluppo si è rivelato venefico e che occorre assolutamente trovare un altro modo di stare al mondo, un modo in cui il sogno e la ragione lavorino assieme. Da questo punto di vista il Sud Italia sembra in realtà un luogo dove si può fondare qualcosa di realmente nuovo, per l’Italia e per il mondo. Non so, non l’ho capito se Teti possiede questa fiducia, questo slancio. È come se il suo approccio mancasse di quel pizzico di delirio che oggi serve alla teoria e alla prassi delle classi dirigenti politiche e intellettuali. Non è un rimprovero. Non si può chiedere tutto a una sola persona. Teti sta facendo benissimo il suo lavoro. Spero che in futuro trovino spazio tanti giovani intellettuali meridionali, tanti focolai di  poesia e impegno civile che si stanno accendendo grazie a qualche scintilla di delirio.

La scarsità di capitale sociale non spiega il ritardo del Sud

Sono i meridionali, con i loro comportamenti, la causa del ritardo economico del Sud. È, questa, un’argomentazione antica, vecchia almeno quanto la «Questione meridionale» stessa. Ma è dagli anni Novanta del secolo scorso che, con termini e metodologie nuove, la tesi secondo la quale il divario Nord-Sud dipende da fattori culturali, sociali e, lato sensu, istituzionali si è ampiamente affermata tra gli studiosi e nella pubblica opinione.

Nel Mezzogiorno, e specialmente in alcune aree, la criminalità organizzata rappresenta un fortissimo vincolo agli investimenti e al libero svolgimento dell’attività d’impresa. Sin dai primi anni post-unitari, clientelismo politico e corruzione sono stati indicati come fenomeni diffusi, in grado di distorcere l’allocazione delle risorse pubbliche. Familismo amorale, scarsità di relazioni fiduciarie, di reti di cooperazione, hanno storicamente caratterizzato le regioni meridionali.

Si dice che il Sud manca il «capitale sociale». Ma cos’è esattamente, e come si misura, il capitale sociale? Generalmente, il capitale sociale viene definito come un bene relazionale con particolare riferimento alle relazioni di tipo fiduciario e cooperativistico[1]. Per misurare la «dotazione» di capitale sociale sono stati utilizzati diversi indicatori: numero di donatori di sangue, partecipazione elettorale, numero di associazioni o cooperative, grado di fiducia intersoggettiva (desunto da sondaggi), tassi di litigiosità e criminalità e altri indicatori semplici o compositi. Come è stato osservato, l’enorme successo del concetto di capitale sociale si deve anche al fatto che nessuna scienza sociale è riuscita a darne una definizione precisa[2].

L’esistenza di un legame tra fattori socio-istituzionali e sviluppo economico è, comunque, sostenuto da un’ampia letteratura internazionale. Se il legame è accertato, la spiegazione del perché questi fattori differiscano tra nazioni e regioni, e come concretamente influenzino lo sviluppo economico di lungo periodo appare, però, non del tutto convincente.

Per quali ragioni i meridionali difettano di senso civico? Esiste una qualche loro connaturata propensione a violare le leggi? La mancanza di fiducia o di cooperazione è, forse, insita nell’indole meridionale?

Le risposte a queste domande sono riconducibili a due possibili ordini di cause.

Le storiche: le istituzioni e la cultura persistono nel tempo, e le modalità comportamentali si trasmettono attraverso i secoli e le generazioni. Carenze istituzionali e sociali hanno le radici nella storia del Sud: l’antico assetto latifondistico; la dominazione normanna; il regno borbonico; la mancanza di forme di autogoverno locale nel Medioevo, l’assenza di vescovi nell’anno 1000 e di città con origini etrusche[3].

Le antropologiche: i comportamenti degli italiani del Sud differiscono da quelli degli italiani del Nord a causa di differenze genetiche: a causa di antiche mescolanze con popolazioni africane e mediorientali, i meridionali hanno un quoziente d’intelligenza minore dei settentrionali[4]. Una tesi scandalosa.

Se fosse così l’arretratezza del Sud sarebbe un ineluttabile destino. Ma è davvero così?

Per decenni, sin dall’Unità nazionale, Abruzzo e Basilicata sono state tra le regioni più povere del Paese. Nel 1951, il loro Pil pro capite era, rispettivamente, il 60 e il 50% di quello medio italiano. Del resto, si tratta di due regioni che non hanno avuto “città-stato” medievali, né esiste alcuna testimonianza della presenza etrusca nei loro confini. Fu in Basilicata che, negli anni ’50, un giovane Edward Banfield coniò la categoria di «familismo amorale». Le stime mostrano come, nel 1871, Abruzzo e Basilicata avessero la dotazione di capitale sociale più bassa d’Italia[5], con tassi di scolarità bassissimi. Erano sì regioni povere ma, come Sardegna, Molise e (fino a pochi decenni fa) Puglia, non presentavano forme storicamente radicate di criminalità organizzata.

Ammettiamo che vi sia prova delle carenze nel capitale sociale e del familismo amorale. Tuttavia, Abruzzo e Basilicata − e analogo ragionamento potrebbe essere fatto per il Molise − hanno in parte colmato la loro condizione di ritardo. Certo, sono ancora relativamente meno avanzate di altre regioni. Oggi, tuttavia, il reddito pro capite dell’Abruzzo è l’84 % di quello medio nazionale, mentre quello della Basilicata il 70 %. Quanto al capitale sociale, è andata ancora meglio: la dotazione dell’Abruzzo è superiore alla media nazionale, e non dissimile da quella della Liguria e del Piemonte, mentre quella della Basilicata, di poco inferiore alla media, è simile a quella del Lazio.

In passato, anche il Veneto era una regione in ritardo di sviluppo. È noto: alla fine dell’Ottocento, dal Veneto partirono le prime grandi ondate migratorie transoceaniche e, fino agli anni del miracolo economico, l’emigrazione veneta verso le città industriali del Nord Ovest fu consistente. A differenza dell’Abruzzo e Basilicata, il Veneto conobbe l’esperienza dei comuni medioevali. Come l’Abruzzo, non ha avuto forme di criminalità organizzata, ma in compenso presentava carenze nel capitale sociale. Secondo le stime, nel 1871, la sua dotazione di capitale sociale era inferiore a quella di Puglia e Sicilia e non dissimile da quella della Sardegna del «codice barbaricino». Eppure, ciò sembra non aver avuto alcun effetto sulla crescita economica. Dagli anni sessanta, uno spettacolare sviluppo industriale ha reso il Veneto una tra le regioni tra più sviluppate d’Europa.

Fuori dai confini nazionali esistono dei divari che, in molti casi, hanno un’entità maggiore di quella riscontrabile oggi in Italia. Utilizzando, per semplicità, la classificazione NUTS 2, si osserva come la differenza nel Pil pro capite tra Amburgo e Meclemburgo-Pomerania A. sia, oggi, di 60 punti percentuali, quella tra Catalogna e Andalusia di 35 punti, per non parlare dei drammatici divari interni esistenti in Grecia o in Romania, Polonia, Bulgaria.

C’è chi ha sostenuto che la causa di tali divari sia un deficit di capitale sociale, una carenza istituzionale, una diversità culturale. Ma siccome le storie di queste regioni – e, tanto per rimanere in tema, i caratteri culturali e “antropologici” e “genetici” delle popolazioni che ci vivono − sono differenti, sfugge quali possano essere le cause storiche, istituzionali dei loro deficit di capitale sociale. Assenza di città-stato? Latifondi? Dominazioni di tipo ispano-borbonico? Assenza di vescovi nell’anno 1000 o di insediamenti etruschi?

È più opportuno concentrarsi sugli aspetti economici che accomunano le regioni in ritardo. Come mostrano recenti ricerche, l’evoluzione delle ineguaglianze regionali è strettamente legata al processo d’industrializzazione[6]: in una prima fase dello sviluppo nazionale, l’industria tende a concentrarsi in alcune aree che godono di un qualche vantaggio iniziale. Queste aree attraggono lavoro, capitale e altre industrie, che traggono vantaggi dall’agglomerazione geografica, in un processo cumulativo. Nel paese, il reddito medio cresce, ma anche i divari regionali aumentano. In una fase successiva, possono agire forze centrifughe che favoriscono la diffusione geografica delle attività economiche: l’industrializzazione si diffonde e le regioni convergono. L’esito finale non è, tuttavia, scontato. L’esperienza mostra come sia l’ineguaglianza, non l’uguaglianza, a caratterizzare la distribuzione regionale delle attività economiche e del reddito.

Come osservò J. Williamson in un pioneristico articolo, e come evidenziato da un recente studio della Banca Mondiale, l’andamento dei divari regionali presenta tipicamente una forma ad U rovesciata, legata al grado di concentrazione geografica delle attività economiche[7]. Questo andamento caratterizza, con alcune specificità, le traiettorie di sviluppo di molti paesi. Il grado di concentrazione industriale (misurato dall’occupazione nell’industria a livello regionale) e l’evoluzione dei divari regionali mostrano, anche in Italia, un andamento molto simile[8].

Concentrazione industriale e divari regionali

Concentrazione industriale e divari regionali

Nota: Il grado di concentrazione è misurato dall’indice Ellison-Glaeser considerando l’occupazione industriale regionale; i divari sono misurati dalla deviazione standard del Pil pro capite regionale rispetto all’indice Italia = 1. Fonte: Daniele, V., Malanima, P. Falling disparities and persisting dualism: Regional development and industrialisation in Italy, 1891–2001. Investigaciones de Historia Económica – Economic History Research (2013).

 

In alcuni casi, il processo di divergenza/convergenza può modificare la graduatoria regionale dei redditi: regioni più avanzate possono retrocedere; altre in ritardo prendere il loro posto. Nel 1891, il Pil pro capite della provincia belga di Hainaut era il 136 % della media nazionale, quello di Anversa il 91%. Oggi, la situazione si è invertita: il reddito pro capite di Hainaut è il 61 di quello belga, quello di Anversa il 117 %[9]. Sembra difficile che il capitale sociale possa aver avuto un ruolo in questi cambiamenti. Così come sembra difficile che il capitale sociale possa spiegare le fasi di convergenza regionale, inclusa quella verificatasi in Italia negli anni Sessanta del secolo scorso.

In una prospettiva di lungo periodo, lo sviluppo economico regionale appare influenzato da forze economiche fondamentali. La localizzazione industriale è determinata dalla dimensione e dall’accessibilità dei mercati, da differenziali di costo, dalla disponibilità di risorse naturali[10]. E’ vero che, nella complessità del mondo reale, anche altri fattori possono imprimere un vantaggio a un’area: le politiche economiche possono incentivare la localizzazione industriale; le infrastrutture migliorare l’accesso ai mercati e ridurre i costi di trasporto; la qualità del capitale umano favorire l’innovazione; la criminalità scoraggiare gli investimenti.

Gli studi sul nesso tra capitale sociale e sviluppo economico regionale e nazionale sono ormai innumerevoli. Naturalmente, l’impatto che il capitale sociale ha avuto sulla formazione dei divari regionali italiani merita di essere indagato. Non solo per la sua potenziale capacità euristica, ma anche per fugare il dubbio che il concetto di capitale sociale non sia «l’equivalente intellettuale di una bolla finanziaria»[11].

Vittorio Daniele, Università Magna Graecia di Catanzaro

http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/la-scarsita-di-capitale-sociale-non-spiega-il-ritardo-del-sud/#.UzhPhPl_uSo

[1] Per una rassegna delle definizioni e per alcune applicazioni al caso italiano si vedano, tra gli altri, Pedrana M., 2012. Le dimensioni del capitale sociale. Un’analisi regionale. Giappichelli. Sabatini, F. 2009. Il capitale sociale nelle regioni italiane: un’analisi comparata. Rivista di Politica Economica 99 (2), 167-220.
[2] Durlauf S. N., Fafchamps M., 2004. Social Capital, CSAE Working Paper Series 2004-14, Centre for the Study of African Economies, University of Oxford.
[3] Putnam R., 1994. La tradizione civica nelle regioni italiane. Mondadori, Milano. Banfield E. C., 1976. Le basi morali di una società arretrata, il Mulino, Bologna. Guiso L., Sapienza, P., Zingales, L., 2008. Long-term Persistence. NBER Working Paper n. 14278.
[4] Per l’antropologia, i riferimenti sono a Lombroso, Niceforo, Sergi. Si veda: Teti V. 2011. La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale. Manifestolibri 2011. Sull’ipotesi genetica: Lynn, R., 2010. In Italy, North–South differences in IQ predict differences in income, education, infant mortality, stature, and literacy. Intelligence 38, 93–100. Per una critica: Daniele V., Malanima P., 2011. Are people in the South less intelligent than in the North? IQ and the North–South disparity in Italy, The Journal of Socio-Economics, Volume 40, 6, 844-852. Una lucida analisi sul ruolo dei fattori sociali nello sviluppo del Sud è contenuta in: Viesti G., 2013. “Il Sud vive sulle spalle dell’Italia che produce” Falso!. Laterza, Roma-Bari.
[5] Si veda Felice E., 2012. Regional convergence in Italy, 1891–2001: testing human and social capital. Cliometrica, 6(3), Page 267-306. Dati dettagliati sono contenuti in: Nuzzo G., 2006. Un secolo di statistiche sociali: persistenza o convergenza tra le regioni italiane? Banca d’Italia, Quaderni dell’ufficio ricerche storiche, n. 11.
[6] Badia-Miró, M., Guilera J., Lains, P. 2012. Regional incomes in Portugal: industrialisation, integration and inequality, 1890-1980. Revista de Historia Económica 30(2), 225-44. Combes, P. P., Lafourcade, M., Thisse, J-F., Toutain, J.-C., 2011. The rise and fall of spatial inequalities in France: A long-run perspective. Explorations in Economic History 48 (2), 243-271. Enflo K., Ramón-Rosés, J. 2012. Coping with regional inequality in Sweden: structural change, migrations and policy, 1860-2000. European Historical Economics Society (EHES), Working paper, n. 29. Kim, S., 1998. Economic Integration and Convergence: U.S. Regions, 1840-1987.  Journal of Economic History 58 (3), 659-83. Rosés, J. R., Martínez-Galarraga, J., Tirado, D. A., 2010. The Upswing of Regional Income Inequality in Spain (1860-1930). Explorations in Economic History 47 (2), 244-257.
[7] Williamson, J. G., 1965. Regional Inequality and the Process of National Development; a Description of the Patterns. Economic Development and Cultural Change 13 (4), 3-84. World Bank, 2009. Reshaping Economic Geography, World Development Report, World Bank: Washington.
[8] Daniele, V., Malanima, P., 2011. Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011. Rubbettino, Soveria Mannelli. Daniele, V., Malanima, P. 2013. Falling disparities and persisting dualism: Regional development and industrialisation in Italy, 1891–2001Investigaciones de Historia Económica – Economic History Research.
[9] Buyst, E., 2011. Continuity and change in regional disparities in Belgium during the twentieth century. Journal of Historical Geography 37 (3), 329-37.
[10] Krugman, P., 1991. Increasing Returns and Economic Geography. The Journal of Political Economy 99 (3), 483-99.
[11] Durlauf S. N., 1999. The case “against” social capital. University of Wisconsin-Madison, Institute for Research on Poverty, Focus, 20 (3), 1-5.

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Luttwak e il Mezzogiorno, tra secessione, rapporti Nord-Sud e mafia.

Proponiamo alcuni brani tratti da “Dove va l’Italia”, un lungo dialogo tra il giornalista Gianni Perrelli, giornalista per l’Espresso e Il Fatto Quotidiano, e il noto politologo Edward Luttwak, esperto di problemi italiani. Sebbene datata 1997, questa intervista affronta temi ancora attuali nel merito e anzi resi più gravi nella loro misura a seguito della crisi recente. Leggere quest’intervista significa anche gettare un occhio sulla situazione del Mezzogiorno Italiano più di 15 anni fa e rendersi conto che in questo periodo la politica italiana è rimasta impotente di fronte a problemi economici e sociali che ancora oggi appaiono ben lontani dall’essere risolti. L’analisi lucida di Lutwak è ancor più preziosa, in quanto l’autore stesso ha vissuto i primi anni dell’infanzia a Palermo (città scelta come dimora nel dopoguerra dalla sua agiata famiglia). Luttwak rivela i cambiamenti che la città di Palermo e il Sud Italia hanno vissuto negli ultimi decenni e le ipotesi di sviluppo di tali scenari, non escludendo ipotesi di secessione e affrontando in modo strategico il discorso sulla dicotomia Nord-Sud e il ruolo che ha giocato la Mafia nel Sud d’Italia a partire dal secondo dopoguerra.

dal capitolo “Secessione”

P: In caso di decentramento, o al peggio di separazione, che ne sarebbe del Sud? Verrebbe sempre più abbandonato o, potendo produrre a più bassi costi, rifiorirebbe?

Luttwak: È evidente che il sistema Italia, negli ultimi 50 anni, ha favorito il Nord molto piú del Sud. Regalando un mercato protetto, quello appunto meridionale, dove si possono vendere macchinette scassate a alto prezzo. È vero che lo Stato ha anche assicurato massicci trasferimenti di soldi dal Nord al Sud, ma quando l’oro estratto al Nord viene filtrato attraverso una rete politica di clientele ciò che arriva a destinazione è soltanto acido corrosivo, peggio fango: perché anziché favorire lo sviluppo provoca un ulteriore deperimento. Un meccanismo malefico che ha scoraggiato gli imprenditori meridionali dall’assumere rischi, e li ha trasformati in clientes, collettori di quei fondi settentrionali che in cambio di consenso politico Roma smistava al Sud. Quindi è logico pensare che se il Sud venisse lasciato a sé stesso, e per sopravvivere fosse quindi obbligato a sfruttare le proprie risorse, le cose per i meridionali andrebbero molto meglio. Sono convinto che un Sud indipendente, abbandonato dalla Padania, riuscirebbe a camminare bene con le sue gambe. Progredirebbe anzi molto piú del Nord.

P: E che succederebbe del debito pubblico nazionale? Sono due milioni di miliardi. Una montagna di soldi. Verrebbe equamente diviso tra Nord e Sud? Non sorgerebbero altre controversie?

Luttwak: Il debito pubblico è liquidabile con grande facilità. Si può eliminarlo direttamente con l’inflazione, come ha fatto la Russia federale con quello sovietico. SI possono stangare i Bot, diminuendone ulteriormente il valore effettivo. I sistemi possono essere vari. È solo questione di fantasia.

P: E i mercati internazionali assisterebbero imperturbabili allo scollamento?

Luttwak :Conoscendo la psicologia degli operatori internazionali, si sprecherebbero le interpretazioni ironiche. Si parlerebbe di spirito di da operetta. Ma, al fondo, l’enfasi dei discorsi cadrebbe sulle continuità. Sulla certezza che la proprietà sarebbe salvaguardata. Dopotutto l’Italia è forse l’unico paese in Europa che non ha mai conosciuto rivoluzioni, dove ancora molta gente nasce, vive e muore nella stessa città, se non addirittura nella stessa casa degli antenati. Certo, come avviene in tutti i cambiamenti, ci sarebbe uno scotto da pagare. Ma non sarebbe troppo alto. Se si pensa che negli ultimi anni, prima di Romano Prodi, l’Italia non ha avuto governi democratici ma tecnocratici, eppure la lira si è svalutata solo del 10-15 per cento per poi tornare rapidamente in quota, appare chiaro che nessun avvenimento politico che vi riguarda è giudicato con gravità dai mercati internazionali.

P: Non è bizzarro che tutto questo terremoto sia stato provocato da un movimento culturalmente rozzo come la Lega? Non è singolare che il Nord evoluto e superindustrializzato non abbia mai saputo dotarsi di una leadership politica affidabile, in grado di rappresentare autorevolmente gli interessi del decentramento?

Luttwak: Gli imprenditori italiani non sono mai diventati una élite politica perché non avevano sufficienti incentivi. Si accontentavano di sfruttare le debolezze dello Stato, evadendo il fisco ed eludendo tutti i controllo – tipo la normativa anti-trust, le leggi in difesa dei consumatori – a cui dovevano sottoporsi i loro concorrenti europei. Un orizzonte di piccolo cabotaggio, che garantiva però una vita prospera e tranquilla. Ma che ha impedito agli industriali di far proprio il messaggio di Einaudi e di assumere la guida del Nord Italia.

P: Negli Stati Uniti come è considerata la prospettiva della secessione?

Luttwak: La manifestazione di Venezia e l’occupazione del campanile di San Marco hanno creato abbastanza rumore da essere seguite da quasi tutti i media americani, notoriamente disattenti sulle vicende italiane. Basti pensare che alla visita di Prodi a Washington i giornali non hanno dedicato una riga. Ma la copertura ha messo in evidenza piú che altro gli aspetti folcloristici. Si è capito perfettamente che non sarà Bossi a mettere in crisi l’unità d’Italia. Perché preferisce anteporre sé stesso alle sue idee. La Lega, sotto la sua guida, continuerà a scivolare. E lui sarà costretto a ritirarsi come Garibaldi. Ma se il governo non decentra sorgeranno altre Leghe meno ridicole del Governo Serenissimo. Il federalismo è una bandiera che non può essere ammainata.

Dal Capitolo “Nord e Sud”

P: Il Nord è otto volte piú ricco del Sud. Al di là dei dibattiti sul federalismo e delle sue virtú terapeutiche a lungo raggio, cosa si può fare al momento per ridurre queste abissali distanze?

Luttwak: Sul concetto di Sud bisogna intendersi. Conosco molti italiani che sono stati in mezzo mondo e non si sono mai spinti in Sicilia e Calabria. Uno dei luoghi comuni piú classici, quando si parla della Sicilia, è di chiamare in causa la lupara. Se chiedi cos’è mai questa lupara, la risposta è: un fucile per cacciare i lupi. Invece la lupara è una munizione. Ma non lo sa nessuno. E a nessuno interessa neanche saperlo. E poi, cosa si intende per Sicilia della lupara? Quella orientale è ben differente da quella occidentale. Con queste generalizzazioni, il concetto di Sud è diventato un’astrazione che non tiene assolutamente conto della realtà. Ci sono zone in Puglia, per esempio, che come capacità produttiva e livello di reddito competono con le aree del Nord. E allora? Un fatto è assodato. La Sicilia, la Calabria, la Campania e la Lucania sono le regioni italiane che hanno ricevuto il massimo dei sussidi statali e che quindi hanno patito di piú le degenerazioni del sistema politico. L’aver creato artificiosamente leggi di impiego e norme per la tutela del lavoro ha condannato queste aree alla disoccupazione. Perché impiantare una fabbrica in Calabria, una zona cosí periferica rispetto al baricentro economico del paese, ha costi di trasporto esorbitanti. Per rendere la fabbrica competitiva, bisognerebbe abbassare i salari dei dipendenti. L’avere per legge fissato, invece, un minimo salariale uniforme in tutto il paese è stata la dannazione del Sud. E l’ironia è che chi si è battuto per questo salario uniforme passa per difensore dei lavoratori. Il primo provvedimento da prendere era quello di adeguare le paghe alle reali condizioni economiche di ciascuna zona. Sarebbe bastata quasta misura per far decollare la competività.

P: Il governo ha già fissato condizioni di flessibilità per i livelli dei compensi e per la durata dei contratti nelle aree piú disagiate. Imoltre ha deciso di creare per decreto 100mila posti di lavoro per i giovani attraverso contratti di apprendistato e di formazione.

Luttwak: Creare posti di lavoro per decreto è solo una forma di assistenzialismo mascherato. Si ricade nel vecchio vizio dello statalismo italiano. Per amor di boutade, si potrebbe dire che la Usl di Caltanissetta, provincia che detiene il record nazionale della disoccupazione giovanile, è l’istituzione piú costosa del mondo insieme con il Louvre e il Pentagono. L’introduzione della flessibilità è invece un provvedimento tardivo, ma sacrosanto. Sarà anche una banalità, ma è meglio lavorare anche solo un poco che rimanere disoccupati. Il salario unico, per un paese vario come l’Italia, è un meccanismo artificiale troppo rigido. Una dichiarazione di guerra contro i giovani, che sopravvivono con il piatto di minestra allungato dalla famiglia ma non trovano sistemazioni. UN giovane scapolo che risiede in un paesino del Sud ha bisogno per vivere di molti meno soldi di un suo collega piú anziano che a Milano deve mantenere moglie e figli. Il primo campa benissimo con due milioni al mese, il secondo con quella cifra muore di fame. Ignorare questa enorme differenza è solo un gioco malvagio. Rifiutare i bassi salari in nome di un’astratta equità significa solo condannare i giovani alla disoccupazione.

[…]

P: Ma il numero dei ricchi al Nord è enormemente superiore. E questo squilibrio determina il fiorire di contrapposti egoismi. Il Nord si lagna perché non gli va di mantenere il Sud pagando molte tasse. Il Sud si lamenta perché è costretto a vivere di puro assistenzialismo. Chi ha ragione?

Luttwak: Hanno ragione tutti. Il meccanismo perverso dell’assistenzialismo ha messo in difficoltà gli uni e gli altri. Quando un lombardo doveva versare 50 lire di tasse, Roma gliele dirottava subito al Sud, barattando il sostegno alle aree depresse col consenso politico. A volte di quelle 50 lire ne arrivavano a destinazione solo 20. E comunque in una maniera cosí distorta da impedire all’imprenditore di fare il suo mestiere. L’unico a trarne un tornaconto era il politico che gestiva il passaggio.

[…]

P: C’è una corrente della cultura italiana, il meridionalismo, che ha prodotto fior di dibattiti accademici. È mai possibile che tutti queti intellettuali non abbiano mai partorito un’idea valida?

Luttwak: La riforma piú importante e piú originale attuata in Italia è stata quella fiscale in Lombardia, alla fine del VIII secolo. Nel Settecento la Lombardia aveva conosciuto un rapido declino a causa dei pesanti balzelli imposti dal sistema spagnolo. Rimaneva in piedi un po’ di industria, ma l’agricoltura era stata messa in ginocchio, le terre venivano sempre piú abbandonate. Caduto il governo spagnolo, i francesi hanno ingaggiato un gruppo di intellettuali napoletani per rimettere le cose a posto. E sono stati questi napoletani di grande ingegno a fare una riforma patrimoniale che nella sua semplicità era a dir poco geniale. Ogni cittadino doveva pagare le tasse solo sul valore della sua proprietà. Se avevi un pezzo di terra pagavi un tot. Se poi ne miglioravi la coltivabilità, investendo in nuovi sistemi di irrigazione, pagavi sempre la stessa tassa. Lo Stato non veniva a chiederti quanti chili di grano in piú avevi prodotto. Quindi c’era un grande incentivo a investire e produrre. E questo portò all’accumulazione di capitali che rese possibile la nascita di una grande industria. Pose insomma le premesse per la prosperità della Milano di oggi. Quato dimostra che l’ingegno meridionale ha avuto felici applicazioni fuori dal Sud. Ma lo Stato non ha mai permesso che trovasse sbocchi in casa propria. Le idee rimanevano frasi sterili. Lo Stato non aveva alcun interesse a valorizzarle, perché il progresso avrebbe distrutto la rete del clientelismo e gli avrebbe quindi impedito di controllare il territorio. Un vero impernditore non ha mai bisogno della protezione politica. Vuole solo un’amministrazione pulita ed efficiente.

P: Ma perché allora i fallimenti vengono imputati anche alla presunta pigrizia delle popolazioni meridionali?

Luttwak: Stupidaggini. Personalmente mi sento legatissimo al Sud da tre ordini di ragioni. La prima è che a livello turistico trovo il Sud molto piú interessante del Nord. Poi c’è una causa sentimentale. Palermo è la città dove i miei genitori decisero di trasferirsi nel dopoguerra. Appartenevano all’alta borghesia europea, avevano grandi mezzi, e potevano scegliere. Optarono per Palermo perché in quegli anni — e mi rendo conto che oggi sarebbe inimmaginabile — Palermo era una città che poteva attrarre gente colta e facoltosa. Era una delle mete della grande borghesia: come Taormina, Venezia, la Costa Azzurra. Deauville nei mesi piú caldi. C’è infine un motivo politico. Tutte le problematiche italiane piú affascinanti sono concentrate al Sud. È lí che crollano gli alibi della Prima repubblica. È proprio lí, dove lo Stato ha cercato di essere piú attivo, che anziché il progresso si è prodotto il massimo dello scempio.

P: Sull’arretramento ha però influito anche la prepotente espansione della malavita.

Luttwak: Prima c’è il sistema di corruzione politica e poi c’è la malavita. I vermi arrivano dopo che il dottore ha ucciso il paziente. Se il corpo è sano, i parassiti possono invece esercitare addirittura una funzione positiva. Come avviene in Giappone a OSaka, che ha per le strade piú malavita organizzata di Napoli. La polizia le permette di prendere il pizzo sui bordelli, sui night club, sui casinò, a patto però che tenga fuori dalla fascia urbana la droga. In Italia la delinquenza organizzata è solo il frutto dell’abbandono dello Stato. Ripeto, quando nel ’48 i miei dovettero lasciare l’Europa orientale perché in seguito agli eventi bellici avevano perso il 75 per cento delle loro proprietà, la scelta fu tra Venezia e Palermo. E andarono in Sicilia, che a loro avviso garantiva una qualità di vita superiore. Sí, c’era anche molta povertà. Ma dal punto di vista culturale Palermo era una perla. Si andava all’opera, io stesso a 5 anni ho assistito a un concerto di violino di Yeudi Menuhin che aveva molti estimatori in Sicilia. C’erano scrittori che producevano buoni libri. E la quotidianità era serena. Si passeggiava, si andava al mare, la sera si prendeva il gelato. La mafia era ancora confinata nelle campagne. C’era il bandito Giuliano nelle colline. Ma la malavita non aveva ancora distrutto l’ambiente cittadino, non aveva demoralizzato la società palermitana.

[…]

Dal Capitolo “Mafia”

P: Lo Stato sgangherato, di cui abbiamo passato in rassegna i principali difetti, sta mettendo a segno successi significativi nella lotta contro la mafia.

Luttwak: La supermafia emersa negli anni Settanta era il risultato degli equilibri politici. Spadroneggiava perché sapeva di poter contare su complicità ad alto livello. Finite queste protezioni, sparisce. Il fenomeno si ridimensiona. E il suo grado di pericolosità dipende ora da un lato dall’efficacia degli interventi dello Stato, dall’altro dalla presenza o assenza di opportunità economiche sul territorio in cui si muove. Oggi, però, c’è la novità del pentitismo: in grimaldello che ha permesso appunto di mettere a segno buoni colpi.

[…]

P: Ma perché in tutta l’Europa occidentale si è formato solo in Italia un fenomeno di grande criminalità come la mafia?

Luttwak: Perché si produca questo tipo di criminalità è necessario che ci sia una popolazione economicamente arretrata, in una zona dallo sviluppo bloccato. Se però in altre aree della nazione c’è prosperità, il delinquente cercherà di fare il predatore nelle regioni piú ricche. La mafia nasce in Sicilia, ma da tempo il suo raggio di azione si è esteso a Roma e Milano. Ma non è un fenomeno esclusivo dell’Italia. Lo stesso avviene in Colombia, dove la grande criminalità nasce in periferia ma si alimenta del dinamismo e della crescita economica del paese. Lo stesso avviene in Giappone, dove la Yakuza ha origini rurali ma opera sulle piazze di Tokyo e Osaka. E, su scala piú ridotta, lo stesso avviene in Francia, dove i criminali provenienti dalla Corsica prendono di mira per le loro azioni il territorio metropolitano.

P: Per molti versi, in Sicilia e in Calabria lo Stato è stato sostituito dalla mafia e dalla ndrangheta che si sono trasformate in datori di lavoro. Si è cosí creata un’economia sotterranea che dà da vivere e allontana sempre piú i suoi adepti dalle istituzioni. COme si fa a restituire a questi cittadini la fiducia nello Stato?

Luttwak: La fiducia lo Stato finora non se l’è proprio meritata. La sua presenza in Sicilia e Calabria era puramente di facciata. La sua macchina era arrugginita. Pretendeva che venisse riconosciuta la sua autorità ma in cambio non dava servizi e infrastrutture. Non incoraggiava lo sviluppo dell’imprenditoria onesta e permetteva indirettamente alle organizzazioni criminali di crescere. Lo Stato, in sostanza, era assente. Con una sola eccezione. I carabinieri. Che erano però a loro volta bloccati dagli ordini provenienti dall’alto. Sapevano dove si nascondevano i boss. Conoscevano le loro ville. Vedevano gli scagnozzi fare la guardia davanti ai loro rifugi, muniti di telefonino. Ma non potevano arrestarli perché avevano protezioni politiche. E questo accentuava ancor piú la perdita di rispetto di uno Stato che veniva manipolato da governanti corrotti. Oggi quindi le cose da fare sono due: rendere decenti i servizi forniti dallo Stato e cercare di ristabilire in fretta la sua reputazione.

[…]

P: Se ben gestito, insomma, il Sud dell’Italia diventerebbe la Florida d’Europa.

Luttwak: La Florida è piatta, ha una brutta spiaggia e un pantano pieno di alligatori. Non rende onore alla bellezza dell’Italia meridionale un paragone con la Florida. Ma la FLorida ha successo perché le sue autorità locali riescono a massimizzare tutto grazie al piú completo liberismo. Per ottenere una licenza di ristorante o di motel, ci vogliono cinque minuti e una decina di dollari. Ed ecco che i ristoranti e i motel spuntano come funghi. In Italia avviene esattamente il contrario. Vengono sabotati perfino i santuari del turismo. Prendiamo l’Hôtel San Domenico Palace di Taormina. Per me è l’albergo piú bello dell’intero pianeta. Eppure la proprietà non lo cura come meriterebbe e resiste all’idea di venderlo a chi potrebbe gestirlo meglio. Prendiamo un altro caso: Piazza Armerina. Ci sono dei mosaici romani, come in tanti altri posti del Mediterraneo. Ma quando hai visto quelli ti puoi scordare di tutti gli altri. Bene, se Piazza Armerina fosse in Florida, avrebbe un aeroporto internazionale, con voli ogni tre minuti, almeno trecento hotel e registrerebbe un viavai continuo per dodici mesi all’anno. Con le comunicazioni che ci sono oggi, con il livello di integrazione che c’è in Europa, nelle regioni meridionali non dovrebbero esserci disoccupazione, semmai carenza di manodopera.

P: È piú facile forse per lo State diventare virtuoso che cancellare una criminalità con profonde radici e con un livello di brutalità e di primitività intaccato anche nell’era del computer.

Luttwak: Quando da bambino vivevo a Palermo vidi la prima trasformazione dei mafiosi. Non piú paesani che andavano in giro con il gilè, la coppola e lo schioppo. Ma gagà che con la pistola in tasca bazzicavano intorno al mercato della frutta fasciati da camicie di nylon, che erano molto di modo all’epoca. La polizia non riusciva a tenerli alla larga. Era nata la nuova mafia. Il vero salto di qualità in Sicilia è avvenuto però un po’ piú tardi, quando gli americani si allearono con i francesi per stroncare il business dell’eroina a Marsiglia. Il mercato della droga si è allora trasferito in Sicilia. È aumentato a dismisura il volume degli affari. E per agire indisturbati i mafiosi hanno avuto bisogno della protezione politica che scambiavano con i voti.

[…]

P: Quanto pesa, nel giudizio che gli americani hanno di noi, la brutalità e l’inestirpabilità della piovra?

Luttwak: Posso rispondere con la mia esperienza personale. Da bambino ho fatto le elementari a Palermo. Frequentavo un’ottima scuola, dove la metà dei bambini venivano in classe scalzi. Ma in America oggi se lo sognano di avere maestri cosí preparati come quelli che mi hanno insegnato a leggere e a scrivere. Mia madre nel ’48, prima di andare al concerto, prendeva il tè e conversava in inglese con le amiche siciliane. Ebbene, quando racconto che da bambino ho vissuto a Palermo scorgo subito uno sguardo di compatimento nell’interlocutore. La Sicilia, nella sua mente, evoca automaticamente l’idea di mafia.

Brani tratti da “Dove va l’Italia?” – Intervista a Edward Luttwak, di Gianni Perelli Newton & Compton, 1997

Il Meridione vive e soffre. Il meridionalismo è morto.

Intervento di Marco Vitale all’incontro di approfondimento “Per una «logica industriale» meridionalista” del 9 Aprile 2013 presso Fondazione Edison.

Il 21 marzo 2013 il Sole 24 Ore intitolava a quattro colonne: “Un divario da colmare. La crescente distanza Nord-Sud rallenta la ripresa di tutta l’area”. Si riferiva  però al divario tra il Nord e il Sud dell’Unione Europea. Questa è la nuova cornice nella quale va inquadrata anche la problematica del Mezzogiorno. Il problema non è più cosa farà la Calabria ma cosa farà l’Italia e cosa faranno Italia, Spagna, Grecia, Portogallo nei confronti del Nord Europa e dell’euro. Sopravvivremo come paese autonomo, democratico, partecipe dell’UE e dell’euro? La risposta che nessuno può dare, è diventata dubbia.

La Cassa per il Mezzogiorno

La Cassa per il Mezzogiorno

Nel dicembre del 1901, in uno spirito di solennità e di severo impegno morale, in linea con la veneranda figura del  presidente del consiglio Giuseppe Zanardelli, si svolse alla Camera la prima discussione generale sul problema del Mezzogiorno e questo avvenimento fu interpretato come il primo riconoscimento ufficiale del problema. Dopo 112 anni quella stagione, che ha visto tante diverse fasi, è definitivamente chiusa. L’Italia è diventata tutto Mezzogiorno. Con questo non voglio dire che non dobbiamo più interessarcene. Al contrario intendo dire che mai come ora il problema è generale e comune, ma non ci sono più spazi per piagnistei e rivendicazioni. Dobbiamo tirare su le maniche e lavorare insieme ai problemi veri che non sono finanziari ma politici e culturali. Il Mezzogiorno vive e soffre, come noi (ovviamente questo è il punto di vista di Marco Vitale,  noi diremmo ad alta voce “più di voi” basando tale giudizio su dati eloquenti)  ed è problema comune italiano ed europeo. Il meridionalismo è morto.

Anche l’ultima fase del meridionalismo,  quella iniziata nel secondo dopoguerra, con profeta principale Pasquale Saraceno, si è conclusa. E questa si è conclusa con un grande successo strategico, se per successo strategico intendiamo coerenza riuscita tra obiettivi e risultati.  Nel 1952 Pasquale Saraceno scriveva:

“In un paese sovrappopolato, nel quale la popolazione non occupata prende coscienza del suo stato di minorità[1] rispetto alla popolazione restante, l’iniziativa privata non può avere che una funzione complementare rispetto all’iniziativa pubblica… Ora il fatto che il problema economico italiano risulta dalla combinazione di un ristagno industriale nel Nord e di uno stato di sovrappopolazione agricola nel Sud addita, di per sé, una linea direttiva per la soluzione dei nostri problemi: una politica di larghi investimenti al Sud crea infatti quella più larga base di mercato interno che si richiede per una piena utilizzazione industriale del Nord e per una sua estensione al Sud… Una politica di spesa a favore del Mezzogiorno rappresenta una forma di intervento a favore dell’industria (del Nord) e in particolare di quella meccanica, tra le più efficaci… “Obiettivo centrato in pieno.

C’era una strategia alternativa ed è quella illustrata da Giorgio Amendola nel corso della discussione parlamentare del disegno di legge concernente l’”Istituzione di una cassa per le opere straordinarie di pubblico interesse nell’Italia meridionale. Nel suo, straordinario, lucidissimo ed appassionato discorso alla Camera (1950), Amendola disse:

Il Mezzogiorno non può essere considerato come una zona depressa. Per superficie e popolazione, esso è un terzo di tutto il paese. La sua popolazione si accresce con continuità dal 1861 ad oggi, anche se non riesce a trovare un impiego nella produzione. E le regioni meridionali hanno dietro di sé una storia millenaria. Esso respinge, pertanto, il concetto di colonizzazione, che è intimamente legato a quello di area depressa. Ed invece il termine area depressa è usato non a caso nella relazione governativa.

La via per la soluzione della questione meridionale non è quella di un intervento dall’esterno o dall’alto, a mezzo di un ente speciale che, sotto la copertura di un’azione tecnica, aprirebbe la strada all’espansione di gruppi monopolistici anche stranieri. La via è un’altra: quella di permettere alle stesse popolazioni meridionali di operare il rinnovamento e il progresso economico di quelle regioni e promuovere lo sviluppo delle forze produttive rimuovendo, con una svolta della politica dello Stato italiano verso il Mezzogiorno, ma non solo con l’esecuzione di determinate opere pubbliche, le cause di carattere politico e sociale che hanno, dal 1860 in poi, determinato il formarsi di una questione meridionale. Questa, del resto, è la via indicata dalla Costituzione, che afferma la necessità delle riforme di struttura e che invita le stesse popolazioni interessate, attraverso l’autogoverno regionale, ad essere le protagoniste del processo di valorizzazione e di sviluppo economico di cui esse dovranno anche essere le beneficiarie….”

Si è preferito seguire un’altra via ed è oggi inutile piangere sul latte versato anche perché la via scelta ha centrato i suoi obiettivi ed ha dato quello che poteva dare. Si è seguita la via che Amendola chiamava della colonizzazione, che è lo stesso termine usato da James Shikwati, giovane e brillante economista africano di statura internazionale (creatore dell’Istituto Interregion Economic Network a Nairobi, editorialista di importanti giornali occidentali) che alla domanda: “Professor Shikwati, il G8 sta per aumentare gli aiuti per lo sviluppo dell’Africa, che ne pensa?” ha risposto: “ Per l’amor di Dio, per favore fermateli. Io voglio  bene alla mia terra. Con questi aiuti vengono finanziate le enormi burocrazie, e promosse corruzione e compiacenza; gli africani imparano a essere mendicanti e non a essere indipendenti”. Ed ha sviluppato il suo pensiero affermando in successione: alla mia terra serve meno carità e più responsabilità; con questi aiuti di colonizzazione si agisce senza incentivare le produzioni tipiche locali; quel denaro va a finanziare burocrazie e corruzione; gli interventi promuovono gli interessi di Paesi donatori; si crea una mentalità pigra e non politiche lungimiranti.

Altri economisti africani hanno detto le stesse cose e questo è sostanzialmente anche il pensiero di Lino Cardarelli, che è da tre anni il Senior  Deputy Secretary General  dell’Union for the Mediterrean, che riunisce circa 43 paesi  africani e dell’area di influenza turca[2]. In questa importante responsabilità, che si accinge a lasciare tra pochi giorni, Cardarelli ha acquisito una grande esperienza relativa allo sviluppo dei paesi dell’area mediterranea, che sarebbe bene utilizzare a livello nazionale. Pochi giorni fa mi diceva che nei loro progetti lo strumento dei contributi e dei “grant” è bandito, anche perché la maggior parte dei paesi che partecipano all’Unione, sono più interessati a trasferimenti di know how, a partnership imprenditoriali, a collaborazioni paritetiche piuttosto che a contributi finanziari.

Anche se ci limitiamo ad inquadrare il nostro Mezzogiorno nell’ambito della sola area mediterranea, dobbiamo dunque cambiare registro. La maggior parte dei paesi del Nord Africa e dell’area turca (l’ex impero ottomano) corrono ad una velocità molto maggiore del nostro Mezzogiorno e questa può essere non una minaccia ma una nuova grande opportunità.

Ho invitato Cardarelli a partecipare al dibattito odierno, ma essendo impossibilitato a partecipare gli ho chiesto di farmi avere un appunto con le riflessioni che derivano dalla sua esperienza. In estrema sintesi le sue idee di fondo sono le seguenti:

–       dobbiamo vedere il nostro Mezzogiorno inserito non tanto in Italia, quanto, assieme all’intero paese, nel Nord  Africa ed in tutta l’area mediterranea;

–    dobbiamo dedicare le nostre energie e la nostra intelligenza diplomatica perché  l’Europa veda nel Mediterraneo qualcosa di molto più importante del fastidio (paura) che oggi provoca; l’Europa dovrebbe essere consapevole della ricchezza che apportano agli europei: 15 milioni di migranti dell’area mediterranea;

–        il termine “logica industriale meridionalista”, contenuta nel programma odierno, evoca approcci antichi che rischiano di ignorare che i sistemi produttivi sono oggi molto diversi dal passato. Il Mezzogiorno italiano ha bisogno di più Stato efficiente dotato di una visione strategica e di competenti strutture amministrative;

–       il Nord Africa con i suoi 180 milioni di abitanti rappresenta circa il 18% delle popolazioni e il 35% del GDP del Continente Africano; è la zona di maggior traffico del mondo del trasporto delle materie prime energetiche (vi transita 1/3 del traffico petrolifero mondiale); è la zona dove esportiamo 60 miliardi di euro ( più di quello che esportiamo in USA o Giappone o Cina); è uno dei maggiori mercati turistici del mondo; è uno dei luoghi più ambiti per lo sviluppo di energie alternative (sole e vento); dispone di  mano d’opera giovane, potente, desiderosa di emergere, più preparata di quanto si dice, giovani che non chiedono “soldi” ma dignità, mobilità, education;

–       Il Mezzogiorno deve essere sempre più cerniera tra Europa del Nord e Mediterraneo e diventare parte di un più ampio disegno di sviluppo.

Oggi non c’è più per fortuna nel Mezzogiorno la miseria avvilente e spesso subumana e la rabbia sociale che guidavano i contadini siciliani nel primo decennio del dopoguerra quando andavano a occupare le terre incolte dei feudi con le bandiere rosse ma sempre appaiate al tricolore, a segnare che la loro era una lotta condotta non solo per se stessi ma per la Nazione. Ha detto molto bene, con efficacia e passione, Rosario Amodeo, consigliere delegato e socio di Engineering, siciliano e patriota, in una recente lezione ai licei riuniti di Mazara del Vallo:

Qual è oggi la situazione? Quella condizione di miseria – miseria nera – per la scarsezza del cibo, per la difficoltà delle cure mediche, per le abitazioni, più tuguri che case, quella miseria oggi per fortuna non c’è più. Purtroppo, però, è subentrato un crogiolarsi nel minimo vitale raggiunto per una notevole parte della popolazione. Decenni di maldestro assistenzialismo hanno consentito di sanare le piaghe più purulenti. Tale assistenzialismo non era congiunto a un’illuminata prospettiva di sviluppo, ma piuttosto a “comprare” una pace sociale mediante la distribuzione di risorse disponibili in un momento di grande crescita dell’economia nazionale. In effetti riuscì nell’obiettivo di conseguire una qualche forma di pace sociale che, assieme al progressivo affermarsi di principi e metodi democratici, viene attestata tra l’altro dalla fine delle manifestazioni di piazza con esito sanguinoso. Chi oggi percorresse le strade che collegano i nostri paesi e le nostre cittadine resterebbe sorpreso dalla scarsezza del traffico. I commerci e gli scambi languono, le attività economiche quindi ristagnano, ma, dentro i paesi, le pensioni, i lavori inventati, i contributi a vario titolo, i rimboschimenti fasulli e tante altre attività precarie, l’espandersi vergognoso della burocrazia pubblica, tutto ciò consente a quasi tutti il minimo vitale che permette persino la pizza e la birra con la famiglia la sera del sabato. E così si aspetta che qualcosa o qualcuno venga dall’esterno a buttare una pietra nello stagno e a rimettere in movimento le acque. Un circolo vizioso dal quale non è facile uscire. Ma qui è la sfida. La sfida non solo e non tanto per la dirigenza politica, ma anche, e forse soprattutto, per un risveglio civile dei cittadini, i soli in grado di stimolare e condizionare chi ci governa.

Io non ho toccasana. Neanche una improvvisa cospicua immissione sul mercato di denaro fresco (peraltro oggi quasi impossibile) darebbe necessariamente agli investitori la spinta sufficiente per riprendere. C’è una efficace espressione del gergo economico: il cavallo non beve. Si dice quando, pur in presenza di risorse disponibili, le medesime non si usano, o si usano poco. E così si torna al presupposto: qualunque rilancio richiede milioni di comportamenti individuali attivamente finalizzati allo sviluppo e alla crescita”.

Non c’è più la miseria nera per fortuna. Ma non c’è neanche la rabbia sociale, che si  manifesta solo con l’astensionismo elettorale. Ma anche questo è meglio di niente, se qualcuno lo sa leggere ed interpretare. Dunque quello che possiamo, forse, fare è ricominciare da Giorgio Amendola, con 62 anni di ritardo, peraltro non tutti buttati via, perché qualcosa, sia pure nel modo più sbagliato, è stato fatto. Forse oggi Antonio Gramsci non scriverebbe più che: “L’Italia meridionale è una grande disgregazione sociale” come scrisse nel 1926. Oppure potremmo anche ricominciare dal vibrante discorso sulla questione meridionale che Luigi Sturzo tenne a Napoli il 18 gennaio 1923, un testo organico di grande attualità. Ma, in ogni caso, ficchiamoci bene in testa queste parole di Albert Einstein: “I problemi non si possono risolvere con il modello di pensiero che li ha originariamente provocati”.

Come Fondo d’Investimento Italiano, coerentemente alla missione che ci è stata assegnata, noi abbiamo cercato di seguire più la via indicata da Amendola e Sturzo che quella indicata da Saraceno. Come sapete la missione del fondo è di fornire capitale di rischio, in posizione minoritaria, e supporto professionale a imprese di medie dimensioni che abbiano progetti di sviluppo per far crescere il tessuto imprenditoriale locale.

Sul piano nazionale, in due anni di attività, abbiamo concluso interventi, diretti ed indiretti in 56 imprese per un totale di fatturato di oltre 3 miliardi di euro e più di 21.000 dipendenti. Gli investimenti approvati dal consiglio ammontano a 660 milioni di euro, pari al 61% del capitale disponibile. Purtroppo nel Sud (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna) siamo riusciti a realizzare solo 2 investimenti (uno in Sicilia ed uno in Campania) per un totale di 24 milioni di euro, su 196 dossier esaminati. Abbiamo poi assunto un commitment per un investimento di 15 milioni di euro in Vertis Capitale, un fondo con sede a Napoli ed uno dei pochi fondi specializzati in investimenti nel Centro-Sud. Ritornando agli investimenti diretti abbiamo in esame, ad uno stadio avanzato,  altri 15 dossier del Sud e ci auguriamo di poter concludere altre operazioni per alzare la media. Allo stato attuale gli investimenti realizzati nel Sud sono, infatti, deplorevolmente pochi e personalmente ne sono molto dispiaciuto. Tra le cause di ciò mettiamo pure una nostra inadeguatezza e scarsa esperienza nel Sud. Ma sarebbe sbagliato limitarci a questa lettura. La situazione, infatti, segnala anche lo scarso spessore imprenditoriale di queste regioni e la mentalità di molti imprenditori e dei loro professionisti schiacciati in una dimensione culturale di assistenzialismo finanziario, opportunismo e familismo. La materia che più scarseggia è, dunque, una mentalità imprenditoriale contemporanea, all’altezza dei tempi. Forse qui si può lavorare per creare una rete di tutor e delle partnership, capaci di guidare l’imprenditoria locale, fuori dalle sabbie mobili dell’assistenzialismo finanziario e del familismo. Ma anche questo è più facile a dirsi che a farsi.

Fonte: “Il Meridione vive e soffre. Il meridionalismo è morto. Intervento di Marco Vitale all’incontro di approfondimento presso Fondazione Edison”. RESET

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[1] Sottolineatura aggiunta

[2] L’Unione per il Mediterraneo è Istituzione Multilaterale di 43 paesi operativa da tre anni con sede a Barcellona per la realizzazione di progetti di sviluppo dei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Ne fanno parte i paesi dell’Unione Europea e della Lega Araba e riunisce 830 milioni di persone ed il 35% del Pil del  Continente africano.

Spesa Pubblica eccessiva nel Mezzogiorno. Una mezza verità?

Visto il ruolo fondamentale giocato dal Patto di Stabilità Europeo nelle politiche nazionali è di fondamentale importanza dare uno sguardo complessivo alla Spesa Pubblica Nazionale. Qui di seguito proveremo a descrivere le caratteristiche della spesa pubblica Italiana in un ottica territoriale. Questo articolo prova a risponder a domande che sorgono naturali, ma a cui i media spesso non danno risposte coerenti e precise.

La Spesa pubblica dedicata alle regioni del Mezzogiorno è eccessiva rispetto a quella riservata alle regioni del Centro-Nord? E di conseguenza possiamo ritenere fondate le polemiche sugli eccessivi flussi di denaro pubblico diretti verso le regioni meridionali? Inoltre qual è il tipo di Spesa Pubblica da destinare alle regioni meno sviluppate per sostenere processi di convergenza economica?

 Prima di affrontare il tema della distribuzione territoriale della Spesa Pubblica è importante capire come essa è strutturata. La Spesa pubblica sostanzialmente si divide in tre grandi categorie 1) Spesa Corrente, 2) Spesa in Conto Capitale, 3) Interessi Passivi.

Spesa Corrente:  necessaria all’ordinaria conduzione della struttura statale. Le spese correnti concernono:

  • i movimenti finanziari relativi alla produzione ed al funzionamento dei servizi dello Stato (spese per il personale sia in servizio sia a riposo, spese per l’acquisto di beni di consumo ecc.);
  • i movimenti inerenti alla redistribuzione dei redditi attuata dallo Stato a favore di particolari categorie di soggetti in base a determinate linee di politica economico-sociale (sovvenzioni, contributi, sussidi, pensioni di guerra ecc.);
  • gli ammortamenti di beni patrimoniali, che hanno un rilievo puramente economico e non finanziario.

Spesa in Conto Capitale: detta anche di investimento, è quella parte di spesa con la quale lo Stato mira a svolgere una politica attiva nell’ambito economico nazionale. Le spese in conto capitale comprendono:

  • le spese per investimenti, sia diretti che indiretti (attuati questi ultimi mediante assegnazioni di fondi ad altri soggetti);
  • le spese per l’acquisizione di partecipazioni, azioni, per conferimenti e per concessioni di crediti per finalità produttive, ecc.

Esse rappresentano, in definitiva, il contributo che lo Stato dà alla formazione del capitale produttivo del paese.

Interessi Passivi: La spesa per gli interessi passivi è la quota della spesa pubblica destinata al pagamento degli interessi ai sottoscrittori di titoli pubblici. Questa voce ha assunto una crescente importanza nel bilancio dello stato a causa dell’eccessivo indebitamento effettuato dai governi in passato.

Il grafico sottostante evidenzia quanto ognuna delle tre categorie sopra elencate influisce sulla Spesa Totale (Fonte: http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=975&Itemid=44).

Si nota pertanto come circa il 90% della spesa pubblica è di natura corrente, e meno del 10% è destinata a investimenti e politiche di sviluppo industriale ed economico. Il decremento della Spesa in Conto Capitale risponde certamente ad esigenze di finanza pubblica legate al piano di stabilizzazione post 1992 e alla necessità di aderire all’euro, ma quello che colpisce è la ripartizione dell’aggiustamento tra spesa in CC e spesa corrente. Il volume complessivo della spesa pubblica italiana in termini di PIL è allineato ai valori medi degli altri paesi dell’Unione Europea. La quota della spesa pubblica complessiva della Pubblica Amministrazione sul PIL nel periodo 2001-2010 è pari al 48,9 per cento (Eurostat) a fronte del 47,7 per cento degli altri paesi che hanno adottato la moneta unica. Il Dipartimento per le Politiche di Sviluppo conferma che, nonostante l’allineamento ai valori medi internazionali, l’allocazione della spesa risulta squilibrata soprattutto a causa di un eccessivo peso della spesa corrente rispetto a quella in conto capitale e di una distribuzione territoriale che non rispecchia i bisogni dell’area meridionale (fonte DPS: Dipartimento per le politiche di sviluppo).

Qual è la distribuzione territoriale della spesa della Pubblica Amministrazione? Il grafico sottostante risponde a tale domanda.

 

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare la Spesa della Pubblica Amministrazione è nettamente più elevata nelle regioni Settentrionali. La media degli ultimi 15 anni mostra uno squilibrio in termini di spesa pro capite tra Centro-Nord e Sud con una media pro capite rispettivamente di 9.208 € e di 7.549€.  Ma a cosa è imputabile tale differenza di spesa?

 La maggior parte dell’effetto di differenziazione territoriale tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno è imputabile alla Spesa Corrente che costituisce circa il 90,6 per cento del bilancio pubblico. La spesa corrente è molto influenzata dalle spese previdenziali (e pensionistiche), che rappresentano circa il 40% delle spese correnti totali. Ma a tale voce di spesa c’è da aggiungere la Sanità, l’Educazione e altri settori che non stiamo qui a specificare. Per dare un’idea della spesa pro-capite settoriale basti guardare il grafico sottostante. Si nota come nell’ambito della sanità la spesa procapite è più elevata nel Centro-Nord, in quello dell’educazione è più alta nel Mezzogiorno (anche a causa di differenze nella struttura demografica: la popolazione meridionale più giovane in media rispetto a quella centro-settentrionale).

Sarebbe interessante analizzare in maniera più approfondita la spesa settoriale, in questo articolo tuttavia ci limitiamo a descrivere e quantificare la spesa pubblica procapite in valori aggregati.

Altra componente della Spesa Pubblica è la Spesa Pubblica in Conto Capitale. Quali sono i valori procapite di tale voce di spesa nelle due macro-aree italiane? La Spesa in Conto Capitale (circa il 9% della Spesa Pubblica Totale) è più elevata nelle regioni meridionali, come il grafico sottostante evidenzia (seppure con un trend in continua diminuzione a Sud ed in aumento nel Centro-Nord). La Spesa in Conto Capitale (fondamentale per la crescita di lungo periodo di una determinata economia) sembra assumere pertanto una funzione di riequilibrio. Tuttavia non riesce a controbilanciare i livelli di spesa corrente più elevati a Nord.

Il quadro della distribuzione territoriale della spesa pubblica cambia notevolmente però se all’analisi della sola Spesa della Pubblica Amministrazione in senso stretto (PA) si aggiunge quella della Spesa delle Aziende a partecipazione Statale (come Ferrovie dello Stato, ANAS, ENEL etc, il cosiddetto Settore Pubblico Allargato). È sul Settore Pubblico Allargato (SPA) che risulta di estrema rilevanza approfondire le analisi riguardo la dinamica della spesa in conto capitale. La funzione di riequilibrio a favore del Mezzogiorno della spesa in conto capitale,  terminata per la PA a partire dal 2007 (cfr. Figura III.3) termina molto prima nel settore pubblico allargato.

Sin dal 2001, infatti, la spesa in conto capitale del SPA  risulta essere molto più alta nelle regioni settentrionali. La maggior parte di tali Enti del SPA (Ferrovie, ENI; ENEL; Poste, Aziende ex-IRI ) risulta infatti lontano dal perseguimento dell’obiettivo di assicurare al Mezzogiorno il 45 per cento della propria spesa in conto capitale (cfr. Tavola III.3). Sia pure con qualche miglioramento negli ultimi anni per alcuni di essi, la quota di spesa destinata alle regioni meridionali è nettamente inferiore a quella destinata al Centro-Nord. ANAS è l’unica azienda pubblica a destinare circa il 50% della sua spesa in conto capitale alle regioni meridionali. Ferrovie dello Stato riserva una spesa per investimenti nel Sud molto ridotta rispetto al resto della nazione (solo 22% nel 2009), mentre ENEL arriva ad una quota del 23%. Questa scarsa attenzione agli investimenti nelle regioni meridionali si traduce in una dotazione infrastrutturale carente, come è stato più volte sottolineato da Svimez e altri istituti di ricerca.

A questo scenario si deve aggiungere il dato sconcertante, confermato dal DPS 2010, secondo cui c’è una   riduzione costante della quota della spesa totale destinata all’area meridionale in rapporto a quella nazionale: 32,1 per cento nel 2006, 30,2 nel 2007, 29,7 nel 2008, 28,7 nel 2009.

Il fatto sconcertante è che l’obiettivo dichiarato delle politiche di sviluppo è quello di sostenere l’aumento della spesa in conto capitale nelle aree sottoutilizzate. A quanto pare questo obiettivo viene continuamente mancato.

Se continuiamo ad analizzare la Spesa in Conto Capitale in maniera più approfondita, è necessario precisare che quest’ultima presenta due voci differenti di spesa. La spesa in CC si divide in Spesa Diretta per Investimenti, e Spesa per Incentivi e Trasferimenti alle Imprese. La teoria economica e il DPS stesso sono concordi nell’affermare che il contributo della prima componente alla crescita di un’area sia maggiore e più immediato rispetto a quello garantito dalla spesa per incentivi e contributi agli investimenti.                                                                                                                                                      Esistono differenze nell’allocazione territoriale di questi due tipi di spesa? Ebbene si. La Spesa per investimenti diretti è maggiore al Centro-Nord. Per di più, a fronte di una totale stabilità dei due aggregati nel Mezzogiorno nel biennio 2008-2009, il Centro-Nord segnala una crescita consistente sia della spesa di investimenti diretti che della spesa per trasferimenti di capitale (pag. 136  Rapporto Annuale DPS 2010 sulle aree sottoutilizzate).  Il grafico sottostante evidenzia una maggiore spesa “virtuosa” nelle regioni centro-settentrionali rispetto a quelle meridionali (dati medi dal 2001 al 2009).

Tutto ciò appare sconcertante e mostra una mancanza di una vera e propria  politica con cui affrontare il problema storico della questione meridionale. Tuttavia non si avrebbe una visione completa sulla distribuzione territoriale della Spesa Pubblica in conto capitale se non si analizzasse la fonte e la natura dei fondi utilizzati per tali spese.

Contrariamente alla Spesa Corrente, interamente di natura ordinaria, la Spesa in CC è costituita sia da risorse ordinarie sia da risorse “straordinarie” aggiuntive (pag. 129 Rapporto Annuale DPS 2010 sulle aree sottoutilizzate). Le risorse aggiuntive provengono di norma dai cosiddetti fondi FAS (Fondi Aree Sottoutilizzate, destinate dallo Stato per sole politiche di sviluppo territoriale) e dai Fondi Strutturali Europei (messi a disposizione dall’UE).                                                                                                                           Se analizziamo la struttura della Spesa in Conto Capitale secondo queste due fonti di finanziamento, si nota come le risorse “straordinarie” hanno svolto una funzione essenziale di sostegno allo sviluppo nel Mezzogiorno, rappresentando circa il 50 % delle risorse in conto capitale complessive. Ciò vuol dire in termini pro capite che, in assenza delle risorse aggiuntive, gli 877 euro pro capite, di cui ha usufruito il cittadino del Mezzogiorno tra il 1998 e il 2007, si ridurrebbero a 427, pari a meno del 50 per cento, mentre i 796 del cittadino del Centro-Nord rimarrebbero sostanzialmente invariati (cfr. Figura III.5).

Appare evidente che manchi in Italia la voglia di affrontare la Questione Meridionale come una vera priorità dell’agenda economica nazionale. Senza le politiche di sostegno dell’Unione Europea lo scenario economico del Mezzogiorno sarebbe ancor più desolante.  Affermare che il Mezzogiorno riceva flussi di denaro pubblico eccessivi appare alla luce di questi dati una mezza verità.