Assommons les Pauvres! Sfiniamo i Poveri!

Eat the rich - Bansky - London 2009

Eat the rich – Bansky – London 2009

Assommons les Pauvres!  Sfiniamo i Poveri!

Un’espressione in particolare ossessiona la nuovalingua di oggi: “le riforme strutturali”. Bisogna pur credere che esitano altre riforme, più insignificanti, ma che non saremmo in grado di scherzare con le riforme strutturali, cosi’ profonde, vitali e senza dubbio dolorose. La litote serve a designare le misure destinate ad accrescere la flessibilità del lavoro, ritardare l’età pensionabile, diminuire le prestazioni sociali, ridurre la spesa pubblica, tagliare tasse e salari.

“Sfiniamo i poveri!”, intimava crudelmente Charles Baudelaire nel Le Spleen de Paris (1869). In questa fiaba grottesca  scritta tra il 1864 ed il 1865, Baudelaire non proponeva di sfinirli per sbarazzarsene, quanto piuttosto per salavarli. Il suo personaggio, “venuto dalle promesse di un periodo ottimista“, si mette a riempire di botte un vecchio mendicante, invece di fargli l’elemosina. Sorpresa! “La vecchia carcassa” si ribella, e contrattacca in maniera così convincente che l’aggressore decide di condividere volentieri i suoi beni. Baudelaire ci ha indicato forse la via migliore per uscire dalla miseria?

Sfinire i poveri, la soluzione non è sembrata tanto assurda ai politici che portano avanti le loro riforme strutturali, questi nuovi “imprenditori della felicità pubblica”. Ogni giorno essi assicurano, attraverso sondaggi e sermoni, che l’accumulazione privata della ricchezza è il metodo migliore per garantire lavoro ai poveri, e di partecipare all’arricchimento collettivo. Si burlano delle resistenze e delle paure, vani tentativi di andar contro alla necessità. Dopo una tale orgia di argomenti, come fanno i poveri a non accettare di essere sfiniti e trattati male per il loro bene? Cosi come un tempo l’inquisizione prometteva ai peccatori un compenso futuro (il paradiso o la prosperità) al prezzo del sacrificio presente, cosi’ oggi si comanda ai poveri di fare un sacrificio per ottenere domani qualche beneficio.

Messi davanti alla scelta di agire o morire, finalmente dominati, questi assistiti, questi truffatori, ecco che se la cavano con l’iniziativa ed il coraggio! Così parlano gli avversari della redistribuzione: disoccupati? Create la vostra azienda. Disoccupati? Lavorate.

La guerra dei poveri?

Il narratore del piccolo poema in prosa,  ingannato per anni dai mercanti di illusioni appartenenti a due categorie – “quelli che consigliano a tutti i poveri di farsi schiavi, e quelli che li persuadono di essere tutti dei re detronizzati” – sembra essere poco meno povero di quel mendicante con cui se la prende. Gli sarebbe ancora più facile condividere quel poco che possiede. Entrambi sono stati ingannati, entrambi condividono una stessa violenza nella miseria, ennesima illustrazione del proverbio popolare secondo cui i miserabili si battono tra di loro anziché prendersela con i ricchi. La favola di Baudelaire è tutto sommato realista e pessimista, quando invece ci si stupisce oggi di una mancanza di reazione alla crisi. La messa in discussione degli aiuti sociali, dell’immigrazione, del parassitismo sociale, non sono essi dei comodi specchi per le allodole che conducono i poveri a prendersela con in poveri? Più grande è la paura del declassamento, più grande è l’odio nei confronti di coloro che danno l’impressione di poter vivere un’imminente caduta o che vivono un lento declino. Quanto alla realtà dei ricchi, essa è ben lontana… ed ha almeno il vantaggio di offrire sogni per occupare le notti ed i giochi.

A meno che questa fiaba non sia forse paradossalmente ottimista? Dopo tutto i suoi poveri protagonisti si accordano tra loro per reagire alla loro miseria. Sono certamente venuti alle mani, ma la violenza agisce su di loro come una rivelazione. Cosa ci vorrebbe perché la verità della spoliazione esca fuori dall’apatia? Senza dubbio i disastri della storia hanno guarito molte illusioni rivoluzionarie, ma non è forse peggio sopportare la violenza conoscendone la causa? Questo potrebbe essere il messaggio della favola e la sua lezione per la nostra epoca, proprio quando tutto ciò che riguarda la violenza, l’arricchimento dei più ricchi e l’impoverimento dei più poveri non è mai stato così chiaro. La crisi giustifica gli sforzi ed i sacrifici, si ode proferire dagli apostoli ed dai fautori delle riforme strutturali. Quello che non si dice è che questo appello è implicitamente lanciato ai poveri. Si legge poi, dalle classifiche Forbes e Fortune, che il numero dei miliardari aumenta ogni anno, così come le loro fortune individuali; si viene a sapere che le azioni delle aziende quotate in borsa sperimentano aumenti ben superiori al loro fatturato, che le remunerazioni e le indennità dei dirigenti aumentano anche quando i risultati aziendali sono negativi, e gli appelli alla moderazione restano ormai senza eco. Forse i ricchi non sono così numerosi o così ricchi da poter condividere il loro fardello, la loro ricchezza non avrebbe dunque nulla a che vedere con l’impoverimento degli altri? Chiedere sacrifici ai meno abbienti lasciando liberi i benestanti ha in sé qualcosa di sconcertante.

Baudelaire, che aveva vissuto le esperienze del 1848, attorniato da questi “libri dove si discute dell’arte di rendere i popoli felici, saggi e ricchi in ventiquattro ore”, fu egli stesso sfinito dalle giornate del giugno 1848 che videro l’armata della Repubblica Francese massacrare gli operai. Poi ci fu il colpo di stato del dicembre 1851. Innanzi all’interminabile sottomissione il suo umore era a metà tra la rivolta e lo spleen (umore nero). Scriveva allora nel suo diario che si era ormai completamente allontanato dalla politica. In realtà non lo era, a meno che non si possa mai essere definitivamente depoliticizzati.

Fonte: “Assommons les Pauvres!” di Alain Garrigou, Le Monde Diplomatique, 11 Juin 2013

Alain Garrigou è professore di Scienze Politiche presso l’Università di Paris Ouest Nanterre e direttore dell’Observatoire des sondages.

Traduzione a cura di pensiero meridiano

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Immaginare un reddito minimo garantito per tutti

Il reddito minimo garantito permette “di lasciare la gente libera per una volta. Di non pensare al loro posto, di non preparargli un’ideologia che essi sarebbero poi condannati a seguire“. Il cambiamento della società sarà tutto tranne che facile: e “spero veramente che le persone possano avere male alla testa, al cuore, allo stomaco e che tutto il loro metabolismo sia sconvolto per il solo fatto che esse debbano riflettere a cosa abbiano veramente voglia di fare nella vita! D’altronde come potrebbe essere altrimenti quando per anni e anni siamo andati come un turbine senza neanche porci delle domande?

Reddito minimo garantito

Reddito minimo garantito

Inventare un’altra vita, altri rapporti sociali, può sembrare fuori luogo in periodi di crisi ma è in realtà più che mai necessario.  In Europa, America latina e in Asia l’idea di un reddito di cittadinanza riscuote un certo successo.

Si lavora, e grazie al lavoro svolto, si percepisce denaro. Tale logica è così ben radicata nello spirito della gran parte degli individui, che la prospettiva d’instaurare un sistema basato sul reddito di cittadinanza, vale a dire quella di versare ad ognuno una somma di denaro sufficiente a vivere indipendentemente dalla sua attività lavorativa remunerata, appare come un’aberrazione.  Siamo ancora convinti che i mezzi della nostra sussistenza individuale debbano essere strappati ad una natura  arida e ingrata. La realtà è però piuttosto differente.

Borse di studio, congedi di maternità, pensioni, allocazioni e assistenza alle famiglie, indennità di disoccupazione, sistema di sostegno ai lavoratori dello spettacolo (sistema vigente in Francia che permette a chi lavora nell’ambito culturale di disporre di un reddito minimo nei periodi “morti” esistenti tra due progetti di produzione artistica), i “minima sociaux” (letteralmente “minimi sociali”, anch’essi sono un sistema di aiuti tipici dello stato sociale francese capaci di sostenere coloro che non riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro): sono questi strumenti che riescono a dissociare il reddito dal lavoro. Seppur minacciati costantemente dai governi attuali, e seppur insufficienti questi dimostrano che quella del reddito minimo garantito è un’utopia che esiste già. In Germania ad esempio solo il 41% del reddito della popolazione deriva direttamente dal lavoro, come ci segnalano Daniel Hani e Enno Schmidt nel loro film “le Revenu de base” (2008, “il reddito di base”). In Francia nel 2005 il reddito della popolazione dipendeva per circa il 30% da allocazioni sociali di diverso tipo. (…). E non sarebbe poi così difficile adoperarsi affinché a ognuno possa uscire dallo stato di bisogno.

La messa in atto di un reddito di base ha innanzitutto come obiettivo principale quello di far sparire l’idea negativa associata alla disoccupazione, spesso intesa come problema, sia dal punto di vista della società nel suo insieme sia dal punto di vista dell’angoscia individuale. Per di più si risparmierebbe, tanto per cominciare, il denaro necessario al raggiungimento dell’obiettivo della piena occupazione. Nulla più giustificherebbe i regali che per molto tempo sono fatti alle imprese sotto forma di incentivi e bonus per le assunzioni. Non dimentichiamo che in Francia le politiche di esonero o riduzione dei contributi sociali a favore delle imprese, sono passate da un totale di 1,9 miliardi nel 1992 a 30,7 miliardi nel 2008. (…) D’altro canto il reddito minimo garantito, se versato a tutti, sia ai poveri che ai ricchi (ovviamente a quest’ultimi si chiederebbe il rimborso tramite imposte) permetterebbe persino di risparmiare il costo della macchina amministrativa che dovrebbe occuparsi del controllo dei beneficiari.

Tuttavia cerchiamo di essere più precisi, spiegando cosa si voglia dire esattamente quando si parla di reddito minimo garantito. Questo strumento è stato raccomandato e proposto negli anni 1960 da economisti di diversa estrazione politica e ideologica: da James Tobin, fautore del progetto di tassazione delle transazioni finanziarie, così come dal liberale Milton Friedman, il che deve ispirarci una certa perplessità. Questa grande differenza ideologica persiste ancora oggi. Basta guardare alla Francia dove il reddito di base proposto da Christine Boutin (Partito democristiano), non è lo stesso  che viene difeso da Yves Cochet (ecologista) o dal Movimento utopia (trasversale ai Verdi e al partito di sinistra).

Il reddito di base proposto dai liberali è troppo basso per potersi permettere di restare senza un qualsiasi impiego. Esso funziona quasi come un sostegno alle imprese e si iscrive in una logica di smantellamento delle protezioni sociali: è la teoria dell’imposta negativa di Milton Friedman.

Al contrario il reddito minimo proposto dalla sinistra deve essere sufficiente per vivere, seppur la definizione di “sufficiente” sia una questione abbastanza spinosa.  Ovviamente non lo si concepisce senza una difesa congiunta dei servizi pubblici e delle prestazioni sociali (pensioni, indennità di disoccupazione, sanità pubblica). E va da sé che si considerino anche altre caratteristiche: il reddito di base deve essere versato ogni mese ad ogni individuo, dalla nascita alla morte (ai minori andrebbe una somma inferiore rispetto a quella versata agli adulti) e non ad ogni famiglia; nessuna condizione o contropartita potrà esser richiesta in cambio; ed esso sarà cumulabile con il reddito da lavoro.

Così ognuno potrà scegliere cosa fare della propria vita, continuare a lavorare o dedicarsi il tempo libero accontentandosi di un livello di consumo modesto, oppure alternare periodi di lavoro a periodi di inattività. Si finirà col guardar con sospetto i periodi di inattività, visto che il lavoro salariato cesserà di essere la sola forma di attività riconosciuta. Coloro che sceglieranno di vivere del loro reddito di base potranno avere la libertà di dedicarsi a qualsiasi attività possa veramente appassionarli e/o che sia socialmente utile.

Il progetto scommette infatti sulle possibilità di libera associazione che esso aprirebbe. Uno studio fatto nel 2004 da alcuni ricercatori dell’Università cattolica di Louvain, cercava di scoprire gli effetti che un reddito di base potrebbe avere sulle persone, analizzando i comportamenti dei vincitori del gioco belga Win for Life (che assicura un reddito mensile a vita). Il saggista Baptiste Mylondo però fa notare che esiste un’enorme differenza su cui dovremmo concentrarci: “mentre il beneficiario di un reddito minimo garantito è circondato da altri beneficiari, il vincitore del Lotto resta isolato. Il valore del tempo libero cresce con il numero di persone con le quali è possibile condividerlo”. Il reddito minimo garantito modificherebbe quindi il rapporto che le persone avranno con il lavoro, con il tempo, con il consumo e con gli altri, compresi coloro  che hanno scelto l’impiego remunerato. Esso riscriverebbe quasi certamente le regole di socializzazione.

Dalla campagna elettorale dei democratici Statunitensi del 1972 al Belgio degli anni 80′

E’ negli Stati Uniti che è apparso per la prima volta l’idea di un reddito minimo garantito di stampo progressista. Nel 1972 durante la campagna elettorale democratica, James Tobin, allora consigliere del candidato alla presidenza George McGovern, fa inserire nel programma di governo la proposta del reddito di base grazie anche ad un appella firmato assieme a Paul Samuelson, John Kenneth Galbraith e altri mille e duecento economisti. Il progetto sarà poi abbandonato a causa della vittoria di Richard Nixon.

Esso poi si affaccia in Europa, dapprima in Olanda negli anni 80′. In Belgio un gruppo di ricercatori e sindacalisti crea nel 1984, attorno alla figura centrale dell’economista e filosofo Philippe Van Parjis, il Collettivo Charles Fourier. Un colloquio organizzato nel 1986 all’Università cattolica di Louvain da la nascita al Network europeo per il salario di base (Basic Income European Network, BIEN), che diverrà in mondiale nel 2004 (Basic Income Earth Network). Uno dei suoi fondatori Guy Standing, economista dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (ILO), partecipa all’esperienza del reddito minimo garantito lanciata in India nel 2011.

Francia e Germania. L’idea germoglia nei movimenti studenteschi e dei disoccupati

In Germania l’idea del reddito di base ha riscosso un successo importante negli ultimi anni, grazie alla campagna portata avanti da Susanne Wiest, che ha vissuto per circa dodici anni in una roulotte per risparmiare il costo dell’affitto e per semplice voglia di libertà. Le difficoltà per arrivare alla fine del mese e la riforma fiscale che prevedeva l’aggiunta delle allocazioni famigliari alla base del reddito imponibile andranno ad alimentare la sua esasperazione. Il suo incontro con Hani e Schmidt, fondatori del network Initiative Grundeinkommen (iniziativa per il reddito di base) nella Svizzera tedesca, la converte alle loro posizioni ideologiche. Susanne lancia così una petizione pubblica che riscuote un successo inaspettato e che finisce per dar vita ad un dibattito parlamentare nel 2010, dando tralatro una grande visibilità al film di Hani e Schmidt Le revenue de base.

In Francia l’idea del reddito di base si è solidificata durante le manifestazioni di protesta contro il progetto del governo Balladur (1994) di istituire un contratto di inserimento professionale (CIP), poi sfociato nella creazione del Collettivo di agitazione per il reddito garantito ottimale (Cargo) presto integratosi al movimento Agir ensemble contre le chomage (agire assieme contro la disoccupazione, AC!). Tale movimento è poi risorto negli anni 1997-1998; in questo stesso periodo il filosofo ecolgista Andrè Gorz aderisce al movimento, che troverà un importante appoggio nel movimento no global in piena costituzione. Anche Alain Caillè, fondatore del movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali (Mauss) ne diventerà militante.

(…)

All’interno della sinistra radicale però, il progetto del reddito di base non trova un consenso unanime soprattutto per quanto riguarda i metodi di implementazione. Per di più esso ha diversi elementi di divergenza con i progetti della sinistra anti-capitalista. Si è comunque concordi su alcuni aspetti riguardanti il reddito di base: esso può in qualche maniera fornire a tutti un minivo vitale, stimolare l’attività economica nei paesi in via di sviluppo, e ridurla leggermente altrove; nelle società occidentali esso offrirebbe la possibilità di sottrarsi al problema della disoccupazione, alla precarietà, alle abitazioni fatiscenti, alla povertà dei lavoratori, e per alcuni impiegati/operai la possibilità di fuggire quella sofferenza psico-fisica subita nei luoghi di lavoro. Nonostante tutto ciò il reddito di base non permetterebbe però di sconfiggere il capitalismo, e anche se alcuni professano la volontà di istituire un progetto di reddito massimo, esso non permetterebbe alle disuguaglianze di scomparire definitivamente.   (…)

unconditional income

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Un cambiamento che implica la fiducia nell’individuo

Piuttosto che rovesciare un ordine ingiusto e stabilire un sistema più equo, il reddito minimo garantito darebbe un forte impulso culturale alla società.  Esso darebbe un maggior riconoscimento ed un forte incoraggiamento alle attività “fuori mercato” in modo tale da generare una transizione verso una società di cui nulla si potrebbe predire. lasciando la scelta agli individui, tale sistema presuppone che gli si dia fiducia. Ovviamente la sinistra anti-capitalista non condivide affatto quanto affermato dal saggista liberale Nicolas Baverez secondo cui “per le classi sociali piu povere il tempo libero non è altro che alcolismo, il proliferare della violenza e della delinquenza”; tuttavia spesso essa il radicalismo dei progetti che essa difende sono spesso uguali ad una definizione monolitica della “buona vita”.

Il coautore della versione francese del film Le Revenu de base, Oliver Seeger afferma che:

il reddito minimo garantito permette “di lasciare la gente libera per una volta. Di non pensare al loro posto, di non preparargli un’ideologia che essi sarebbero poi condannati a seguire“. Il cambiamento della società sarà tutto tranne che facile: e “spero veramente che le persone possano avere male alla testa, al cuore, allo stomaco e che tutto il loro metabolismo sia sconvolto per il solo fatto che esse debbano riflettere a cosa abbiano veramente voglia di fare nella vita! D’altronde come potrebbe essere altrimenti quando per anni e anni siamo andati come un turbine senza neanche porci delle domande? Mi piacerebbe veramente tanto avere la fortuna di assistere di cosa potrebbe succedere.

Il reddito minimo garantito e i sindacati. Conflitto di valori o primo passo verso una maggiore emancipazione dei lavoratori?

Una critica che spesso viene fatta al progetto del reddito di base è che esso possa nel tempo minare la solidità della norma del lavoro. Storicamente i movimenti operai si sono organizzati attorno alla figura del “salariato”. Essi hanno forgiato i loro mezzi di resistenza allo sfruttamento ottenendo una serie di conquiste dalle ferie pagate alla protezione sociale, dimenticandosi però che la “scomparsa del salariato”, era tra gli obiettivi scritti dalla CGT (CIGL francese) nella carta d’intenti di Amiens del 1906…C’è però un altro elemento da considerare: per i gruppi sindacali e le forze politiche che ne sono vicine il lavoro è una fonte insostituibile di dignità e realizzazione personale.

Paradossalmente è la difesa del lavoro che motiva alcuni militanti del progetto del reddito minimo garantito. Essi vedono in tale progetto un mezzo per migliorare le condizioni di lavoro e risolvere l’ambiguità tra il “diritto al lavoro“, inscritto nella carta dei diritti dell’uomo, e “diritto a essere obbligati a fare qualcosa”. Con il reddito minimo garantito i salariati potranno scegliere di non esserlo più e i disoccupati potranno decidere se occupare di nuovo un posto di lavoro. Per di più il reddito di base aumentare il potere di negoziazione dei lavoratori, che non saranno più costretti ad accettare una qualsiasi remunerazione (tale aspetto potrebbe essere fondamentale per i lavoratori poco specializzati che svolgono mansioni faticose. Van Parjis e Yannick Vanderboroght invitano ugualmente a immaginare cosa rappresenterebbe un reddito minimo garantito nel caso in cui ci sia uno sciopero di lunga durata…

D’altro canto altri promotori dell’idea del reddito di base formulano una critica al lavoro salariato (ad esempio Mylondo e Utopia). La maggior parte degli impieghi, non procurano alcuna aumento dell’autostima e non danno neanche la sensazione di fare qualcosa di utile per la società o per l’interesse generale, al contrario essi provocano delle sensazioni completamente opposte. E per di più se si considera che il progresso tecnologico aumenterà la produttività del lavoro in maniera costante, nei prossimi anni sarà quasi impossibile trovare un impiego per ogni individuo.

Cicala spensierata, formica laboriosa o ape impollinatrice?

La corrente francese ispirata dall’Autonomia Operaia Italiana di Toni Negri, rappresentata da Yann Moulier-Boutang o dal cofondatore di Cargo, Laurent Guilloteau, appoggia la sua critica al concetto del general intellect di Karl Marx. Nelle Grundrisse, Marx prediceva che:

“Il sapere accumulato nel corso della storia dalla società intera sarà al cuore della creazione di valore”.

I suoi lettori direbbero che ormai ci siamo, visto l’avvento dell’economia dell’immateriale. E pertanto il capitalismo non può che diventare ancora più parassita e aggressivo: non fa nient’altro che appropriarsi delle competenze sviluppate al di fuori di esso e inseparabili dalle persone, le quali oltretutto non hanno nemmeno bisogno di questo per metterle in opera.

La parte essenziale della produzione di ricchezza e di valore si giocherebbe quindi proprio al di fuori dell’impiego. Tra le figure della cicala spensierata e della formica laboriosa, Moulier-Boutang ne interpone una terza, quella dell’ape: il suo lavoro d’impollinazione non crea alcun valore diretto, ma nessuna produzione potrebbe esistere senza di esso. Allo stesso modo ognuno con le sue attività quotidiane più insignificanti, partecipa indirettamente all’economia.

L’immagine dei beneficiari del reddito di base, dipinta dai demagoghi, è quella di assisti e nullafacenti che vivrebbero del lavoro degli altri. Andre Gorz aveva tempo fa capito che cercare di trovare la giustificazione al reddito minimo garantito è una trappola insidiosa:

“Si resta così sul piano di discussione del valore del lavoro e del Produttivismo”. “Il reddito di esistenza acquista un senso proprio se non esige nulla in cambio e non remunera nulla”: esso deve al contrario permettere la creazione “di ricchezze non monetizzabili”.

Ad ogni modo non c’è alcun bisogno di passare per la teoria Marxista del general intellect per poter giustificare un reddito minimo garantito. Il rivoluzionario anglo-americano Thomas Paine, uno dei primi promotore dell’idea del reddito di base, nel suo La Giustizia agraria del 1796 vedeva in esso un giusto indennizzo per l’appropriazione della terra da parte di pochi individui, terra che dovrebbe appartenere a tutti…

Fonte: Mona Chollet, Le Monde Diplomatique, Maggio 2013. Traduzione a cura di pensiero meridiano.

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La Lotta di classe nel XXI Secolo – Parte terza

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Quali possibilità per la classe operaia?

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The Making of the Chinese New Working Class,” 2011. Installation view at Ludlow 38, New York (organized by the Culture and Art Mu­seum of Migrant Workers Beijing)

The Making of the Chinese New Working Class,” 2011. Installation view at Ludlow 38, New York (organized by the Culture and Art Mu­seum of Migrant Workers Beijing)

Il tempo in cui la classe lavoratrice era vista come la protagonista dei movimenti futuri di sviluppo sociale potrebbe apparire molto vicino, ma un suo ritorno é oggigiorno piuttosto improbabile. L’apice del capitalismo industriale europeo e nordamericano é stato capace di rinforzare la forza sociale che ad esso si opponeva, la classe lavoratrice appunto, proprio come Marx aveva previsto. Questo periodo storico é ormai andato. Le economie più sviluppate stanno vivendo ormai da trent’anni un fenomeno imponente di deindustrializzazione, e le loro classi lavoratrice appaiono divise, sconfitte e demoralizzate. Il testimone é ormai passato alla Cina, centro emergente di produzione industriale. I suoi lavoratori sono ancora in gran parte immigrati nel loro stesso paese a causa del persistente sistema hukou, che impedisce il libero spostamento dei cittadini cinesi da una regione all’altra e soprattutto da regioni rurali a quelle urbane. Anche in Cina si sta verificando quello stesso fenomeno di rafforzamento graduale delle masse operaie che ha avuto luogo in Europa nel 20° secolo: manifestazioni di protesta sono sempre più frequenti ed i salari medi stanno pian piano aumentando. Non é da escludere che nel prossimo futuro la Cina possa vivere in maniera molto più marcata il conflitto per la distribuzione della ricchezza tra classi sociali. Le autorità cinesi sono ovviamente consapevoli dei possibili scenari di conflitto, la legislazione cinese del lavoro cerca di tenere a freno gli aspetti più aggressivi del capitalismo: uno degli esempi più rappresentativi in tal senso é la Legge sul Contratto di lavoro del 2008. Contemporaneamente associazioni locali e centri di aiuto alle classi lavoratrici stanno nascendo in ogni angolo del paese, molti dei quali sostenuti da finanziamenti stranieri. Ad ogni modo la nuova legislazione del lavoro, l’eredità Comunista e il diffondersi dei media digitali sembrano poter offrire un più ampio margine di manovra alle organizzazioni autonome dei lavoratori, che probabilmente non cambierà la situazione sociale cinese nel breve periodo, ma permetterà ai lavoratori di beneficiare di un miglior quadro normativo. I lavoratori manuali costituiscono una forza sociale importantissima nell’attuale Cina urbana, sebbene sia oggi difficile riuscire a individuare le cifre esatte attorno alle quali costruire studi e ricerche precise. Sta di fatto che i dati più affidabili su cui si possa contare oggi sembrano dirci che la forza lavoro manuale rappresenti circa un terzo della popolazione registrata. Tuttavia i migranti senza permesso di residenza rappresentano più di un terzo della popolazione che vive in centri urbani; essi lavorano soprattutto nel settore industriale, manifatturiero, delle costruzioni e del catering. Sommando tali cifre si può arrivare ad una stima approssimativa del numero di lavoratori manuali che lavorino nelle zone urbane: da una buona metà a circa i due terzi della popolazione. Tali stime danno immediatamente l’idea della forza potenziale di tale classe sociale nel caso in cui possa cominciare a richiedere in massa un miglioramento delle proprie condizioni di vita. La possibilità di dare il via ad un vero cambiamento però non sembra molto probabile al giorno d’oggi.

Altrove, le trasformazioni politiche dovute alle rivendicazioni dei sindacati rappresentanti delle classi operaie sembrano ancora più improbabili. Le classi industriali in India sono più piccole in numero rispetto a quelle cinesi: poco più di un sesto della forza lavoro totale contro un quarto in Cina. Imprese famigliari e lavoro autonomo giocano ancora un ruolo molto importante. Sebbene tra questi una gran parte (38% del totale) aderisce alle unioni sindacali, essi restano molto divisi tra loro: esistono in India circa 12 sindacati, e quelli più grandi sono legati ai maggiori partiti politici. L’apice di potere raggiunto dalle unioni sindacali é stato raggiunto in India, così come in Europa, negli anni 80’, ma ha sofferto importanti sconfitte nel tempo sia nei distretti industriali, sia nei centri di produzione tessile (Bombay) e della juta (Calcutta). E’ chiaro come i sindacai indiani non siano riusciti a dar vita ad un punto di riferimento per le masse povere.

Sin dalla caduta di Suharto, in Indonesia c’é stato un ritorno alla ribalta dei sindacati. Questi pero si sono caratterizzati per le loro dimensioni piccole (soprattutto differenziati per impianto industriale), per la loro concentrazione nel settore formale (la forza lavoro legale e non sommersa, conta per circa un terzo della forza lavoro total) e per la loro tendenza a rappresentare soprattutto i cosiddetti “colletti bianchi” (white collar: impiegati di banca per esempio). I diritti dei lavoratori che fanno parte del settore formale si sono rafforzati ultimamente, soprattutto grazie al Manpower Act del 2003. Tuttavia il lavoro come fattore produttivo é ancora lungi dall’esser considerato un elemento preponderante del sistema, che bisognerebbe tutelare e persino nel settore formale la percentuale di lavoratori  sindacalizzati é molto bassa (circa un decimo). Ci sono stati anche dei tentativi di creazione di un partito dei lavoratori, senza alcun risultato. Il primo Maggio 2012 é stato celebrato da circa 9.000 lavoratori, fiancheggiati però da circa 16.000 poliziotti. Questo la dice tutta sulla forza attuale della classe lavoratrice in Indonesia.

In Corea del Sud la situazione non é migliore. Seppure il Paese sia uno dei pionieri dello sviluppo economico assieme a Cina, India ed Indonesia, é molto difficile che si riesca a riprodurre qui un movimento sociale comparabile ai movimenti operai europei del 20° secolo, sebbene i sindacati abbiano qui un ruolo importante. Lo sfruttamento dei lavoratori subito ad opera dei regimi totalitari durante il periodo della Guerra Fredda, é stato sfruttato pienamente dalle forze democratiche negli anni 80’, che sono riuscite ad imporsi a livello politico. Da allora però il Paese vive un costante processo di de-industrializzazione dovuto alla crescita dell’occupazione nel settore dei servizi. C’é da dire comunque che una delle associazioni dei lavoratori riesce oggigiorno ad essere rappresentata in parlamento.

La classe lavoratrice russa, protagonista della Rivoluzione del 1917 é stata in gran parte schiacciata a causa della guerra civile degli anni successivi; le masse lavoratici riacquisirono nuovamente peso durante il periodo Sovietico, ma furono nuovamente messe da parte dal ritorno del capitalismo negli anni 90’. I grandi scioperi del 1989 e 1991 furono in grado di indebolire la Russia Sovietica, e contribuirono alla caduta di Gorbachev; tuttavia la Russia post-Soviet non si é mostrata capace di offrire alle classi lavoratrici più di quanto i vecchi regimi non avessero fatto. Al contrario la speranza di vita é caduta drasticamente negli anni dell’avvento del capitalismo. Nonostante ciò il Partito Comunista non é riuscito a riproporre una strategia di svolta che segui ideali progressisti, resta invece piuttosto ancorato a vecchi ideali di nazionalismo e ottiene il supporto di una parte della popolazione nostalgica dei fasti del passato. Nessuna forza social-democratica é stata capace di affermarsi e i sindacati stessi, seppur ben radicati nel tessuto sociale, han fatto pochissimo negli interessi dei lavoratori.

Il movimento sindacale costituito dai lavoratori del settore industriale ha dato vita nella città di San Paolo un veicolo di successo politico, il partito dei lavoratori (PT) il cui candidato è riuscito nel 2002 dopo quattro tentativi a farsi eleggere come presidente del Brasile. Il PT è riuscito a trasformare il panorama sociale del paese, riducendo l’estrema povertà, aumentando la scolarizzazione dei meno abbienti, e portando molti più lavoratori nella legalità (permettendo quindi l’accesso a migliori condizioni di lavoro). Il PT è però da sempre una coalizione di movimenti sociali differenti tra loro, ed i suoi presidenti ed esponenti regionali hanno spesso dovuto tessere relazioni impregnate di clientelismo e corruzione. Il Brasile è comunque oggi l’unico grande paese con una coalizione di governo di sinistra così forte. Ciò alimenta le più forti speranze di cambiamento sociale dei giorni nostri.

Il Sud Africa è un’altro paese che vive un forte processo di sviluppo economico e che abbia allo stesso tempo un movimento dei lavoratori forte e ben organizzato (parte integrante della coalizione che ha lottato contro l’apartheid). Tuttavia l’ANC (African National Congress), partito che è stato alla guida del paese sin dagli anni 90’ durante la transizione verso la democrazia, ha alimentato le elites economiche nere: un esempio di tale processo è l’ex leader dei minatori sudafricani, Cyril Ramaphosa, che è oggi un benestante uomo d’affari. Nonostante una sostanziosa riduzione della povertà, nel 2009 le disuguaglianze erano probabilmente più forti rispetto al periodo di lotta contro l’apartheid. Il grande sciopero dei minatori, iniziato nell’Agosto 2012 è stato sostenuto da una nuova forza sindacale, fuori dalla sfera di influenza politica dell’ANC: i modi in cui tale sciopero è stato contrastato son ben noti (strage di lavoratori e utilizzo delle vecchie leggi risalenti al periodo dell’apartheid contro i manifestanti). Qualunque sia l’esito di tale onda di scioperi, l’egemonia della classe operaia in Sud Africa non sembra avere rosee prospettive. Restando sempre nel continente africano, è da sottolineare il tentativo della federazione dei lavoratori di dar vita ad un partito politico in Nigeria nel 2002 con il supporto dell’UE e della fondazione tedesca Friedrich Ebert. Il tentativo non ha portato i frutti sperati: il partito non è riuscito mai a radicarsi veramente tra i membri dei sindacati e i suoi leader hanno sin da subito mostrato di preferire le forme più tradizionali di politica clientelare.

Nello scenario politico sociale di oggi è difficile assistere a marce di lavoratori che rispettino la definizione classica a cui ci si è stati abituati, soprattutto nel 20° secolo europeo, sebbene ci siano diversi tentativi su fronti e territori più disparati. Possiamo aspettarci che la classe lavoratrice possa aumentare le proprie pretese dinnanzi alla forza rappresentata dai nuovi gruppi industriali transnazionali, e che possa diventare più ambiziosa nel tempo ed in grado di organizzarsi in maniera più efficace.

Sebbene sia difficile immaginarsi un cambiamento della società dovuto alla Piccola Dialettica Marxista della lotta di classe, l’espansione del capitalismo e l’aumento delle disuguaglianze non farà sicuramente passare la classe lavoratrice in secondo piano nel 21° secolo.

Le prospettive del Socialismo Latino-americano

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La bandiera rossa è oggi passata dall’Europa all’America Latina. Quest’ultima è l’unica regione del mondo in cui oggi il socialismo è all’ordine del giorno, e in cui le forze politiche al governo (Venezuela, Ecuador e Bolivia) cominciano a parlare di “Socialismo del 21° secolo”. L’America Latina è anche l’unica regione in cui i governi di centro sinistra hanno una stabile posizione di potere, grazie al peso non trascurabile di due grandi economie emergenti come Brasile ed Argentina, ed è anche l’unica regione in cui le disuguaglianze si riducono sempre più, seppur partendo da livelli esorbitanti. Il socialismo di Morales, Correa e Chavez è un nuovo fenomeno politico che, si distacca in maniera netta dai modelli della sinistra euroasiatica del 20° secolo, ed è allo stesso tempo un fenomeno piuttosto eterogeneo. Esso ottiene il supporto da disparate strati della società: i poveri residenti nelle zone urbane (abitanti degli slums, lavoratori occasionali e venditori ambulanti); cittadini di origine africana o indigena; elementi progressisti della classe media (professionisti e colletti bianchi). I lavoratori del settore industriale non giocano un ruolo di primo piano in tale fenomeno socialista latino-americano: mentre ciò che resta della classe proletaria delle mine boliviane si sono uniti ai coltivatori di coca per sostenere Morales, il principale sindacato venezuelano ha appoggiato il colpo di stato del 2002 contro il governo presieduto da Chavez. I governi di centro sinistra del Cono Sud hanno una base sociale diversa rispetto a quella dei paesi andini: dato il grado di industrializzazione superiore (soprattutto in Brasile e Argentina) in questi paesi la forza lavoratrice tradizionale ed i suoi sindacati giocano un ruolo più importante.

Le ideologie che sottendono le forze progressiste in America Latina sono però caratterizzate da correnti differenti. Hugo Chavez ad esempio si ispira al nazionalismo di sinistra del Perù e vede Fidel Castro come mentore inamovibile, sebbene abbia sviluppato uno stile di populismo democratico tutto suo, rifacendosi alla figura di Simon Bolivar. Morales dal canto suo è un leader indigeno che deve le sua spiccate capacità di negoziazione al periodo di militanza nei sindacati dei coltivatori di coca, e che lavora sempre al fianco dell’indigenista veterano Alvaro Garcia Linera, suo vice-presidente. Rafael Correa invece, presidente dell’Ecuador, è un economista influenzato dalla Teologia della Liberazione, sostenuto da una serie di giovani pensatori ispirati da ideali che vanno dal nazionalismo di centro sinistra al Marxismo. I movimenti politici che girano attorno alle figure di Dilma Rousseff, Cristina Fernández de Kirchner e José Mujica si collocano più o meno sulle stesse posizioni di coloro che abbiamo appena menzionato. In Messico, il movimento capeggiato da Andrés Manuel López Obrador (sconfitto due volte alle elezioni), combina aspetti tipici dell’austerità repubblicana a elementi di politica social-democratica.

Sebbene questo “socialismo latino-americano” potrebbe non essere un modello politico esportabile nel resto del mondo, é sicuro che se ci saranno radicali trasformazioni sociali negli anni a venire, essi avranno molti più elementi in comune con i fenomeni politici dell’America Latina che con i fenomeni di rivoluzione sociale dovuti alle rivendicazioni delle masse operaie, come avvenuto nel 20° secolo in Europa (la classe operaia é infatti oggigiorno una minoranza, soprattutto se si considera l’Africa e l’Asia). Nonostante l’aumento del tasso di alfabetizzazione e nonostante i nuovi mezzi di comunicazione i movimenti delle classe popolari si scontrano oggi a grandi ostacoli: divisioni tra etnie, correnti religiose e natura del settore lavorativo. Solo le organizzazioni ed i programmi che prendono in considerazione tali aspetti, andando oltre ogni tipo di “inutile” divisione, potranno mettere assieme i vari strati sociali proletari.

Su scala locale non è difficile trovare iniziative basate su tale unione di differenti categorie sociali. I cocaleros boliviani, abili nel dar vita a movimenti di lotta, si sono untiti all’esperienza dei minatori disoccupati formando un’unica forza politica. In Mozambico uno dei sindacati dei lavoratori ha unito le sue forze a quelle dei venditori ambulanti, così come è successo in Sud Africa – sede dell’Associazione internazionale dei venditori ambulanti (StreetNet) – in Messico – nella cui capitale essi sono riusciti a far valere le proprie istanze. Le lavoratrici indiane che fan parte della forza lavoro sommersa, hanno fondato le proprie organizzazioni di sostegno reciproco in città come Mumbai, Chennai e Ahmedabad, e sono riuscite a creare un proprio organo di rappresentanza, il SEWA (Self-Employed Women’s Association). I sindacati dei lavoratori hanno per di più partecipato alle rivolte tunisine contro il presidente Ben Ali. Un altro esempio di unione tra sindacati e altri movimenti della società civile è quello della campagna per il “salario minimo” nell’industria dell’abbigliamento in Asia (Asian Floor Wage), un’iniziativa trans-nazionale emersa dal World Social Forum di Mumbai e appoggiata non solo dai sindacati ma anche dalle organizzazioni per i diritti delle donne e da numerose ONG. La coscienza di classe diventa in questo contesto una bussola che serve ad orientare verso un’unione degli sfruttati, degli oppressi e dei meno abbienti, a prescindere dalle loro origini, dalle loro credenze religiose o categorie lavorative. Le alleanze sociali tra questi strati eterogenei facenti parte della stessa classe di ”sfruttati” non hanno ancora preso forma ed è impossibile oggi riuscire ad indicare chi prenderà il ruolo guida dei movimenti sociali, che basati su tali principi, possano portare ai cambiamenti futuri. Senza una coscienza di classe forte, senza quella bussola che dovrebbe orientare verso la solidarietà tra poveri e sfruttati, anche i più forti movimenti sociali non riusciranno a sconfiggere e ridurre le disuguaglianze strutturali del capitalismo moderno.

Secondo uno sguardo da sociologo è possibile quindi identificare quattro prospettive future: un consumismo globale guidato dalla classe media; una ribellione politica delle classi medie; movimenti di lotta delle classi industriali nell’Est asiatico, che diano forse il via a nuovi compromessi sociali; oppure eterogenee mobilitazioni delle classi popolari. Le classi sociali avranno un importanza fondamentale nei processi di cambiamento del 21° secolo seppure non si è in grado di capire quale possa essere il carattere sociale preponderante.

La nuova geopolitica della Sinistra

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La scomparsa del socialismo industriale eurocentrico ha delle implicazioni di vasta portata, non solo per la costituzione delle forze sociali ma anche per la loro organizzazione. Il partito inteso come forma politica ha perso gran parte della sua attrattiva, soprattutto se si considera sia l’esempio della Social-Democrazia Tedesca e quello del Partito Comunista Italiano (entrambi partiti che hanno raccolto i voti di milioni di elettori). I sindacati al di fuori dell’Europa hanno intuito i limiti di tale forma partitica e provano a costruire relazioni molto più solide con i movimenti della società civile e con le ONG. L’organizzazione formale però sembra essere ancora molto importante per poter ottenere una certa influenza politica. Basti pensare all’esempio dell’Argentina: nel 2001 le rivolte popolari trovarono una rappresentanza politica organizzata (la sinistra del movimento Peronista), al contrario degli indignados spagnoli, incapaci di ottenere una qualsiasi rappresentanza in parlamento. Stesso discorso può esser fatto se si considera la Primavera Araba del 2011 in Egitto: il partito dei Fratelli Musulmani è riuscito ad ottenere successo politico al contrario dei movimenti laici e radicali della popolazione, incapaci di darsi una struttura organizzativa adeguata. Non dobbiamo quindi farci distogliere troppo dalla capacità dei social network di mobilizzare i cittadini; è necessario che queste mobilitazioni possano sfociare in una forza politica stabile.

Dato ciò, una nuova forte dinamica si è tuttavia messa in luce negli ultimi anni. Abbiamo assistito alla nascita di network e movimenti decentralizzati e poco gerarchici, quasi piatti nella loro struttura organizzativa: dai militanti di al-Qaida al Tea party, da Occupy ai movimenti di protesta della Primavera Araba. Le organizzazioni senza leader, in America spesso chiamate “starfish organization” sono ormai sempre più oggetto di discussione nella letteratura del Management. Il carattere non gerarchico di tali network non è di per sé democratico, ne progressista, come gli esempi sopracitati mostrano; tuttavia la partecipazione collettiva al dibattito ed l’autonomia individuale sono un’eredità vitale del ’68 che deve assolutamente essere parte di un qualsiasi progetto futuro di sinistra.

Ideologicamente i nuovi movimenti sono stati alimentati e trainati da una miscela di indignazione e pragmatismo. L’indignazione ed il rigetto ha mobilitato migliaia di persone nonostante gli obiettivi di tali movimenti cambino in maniera abbastanza evidente: gli insulti alla fede islamica hanno ispirato molte proteste in numerosi paesi arabi; la riduzione degli interessi sui prestiti e l’assistenza sanitaria ai meno abbienti ha provocato la rabbia dei sostenitori del tea Party americano; il movimento Occupy sfrutta la rabbia popolare contro i salvataggi delle banche e contro il costante abbassamento degli standard di vita della popolazione sotto un cronico programma capitalista. Il sentimento di rifiuto e indignazione anima il coraggio e l’attivismo di tali movimenti, creando così una dinamica di conflitto con quelle istituzioni che si oppongono ai valori del movimento. Il loro pragmatismo invece li porta a mostrare una certa flessibilità tattica e ad evitare scontri dottrinali. Dopo la scomparsa del socialismo europeo dell’epoca industriale sarà interessante capire come i movimenti di sinistra possano convogliare tali forze sociali, ma sicuramente essi si opporranno alle disuguaglianze ed all’arroganza imperialista.

La classe operaia del 20° secolo è perlopiù una creazione europea. Essa è emersa all’interno del sistema sociale europeo basato sulla famiglia, caratterizzata da legami con la parentela di secondo/terzo grado piuttosto deboli e da una certa autonomia dei giovani, i quali formano le loro proprie famiglie senza alcun tipo di obbligazione nei confronti dei loro predecessori. Questi elementi caratteristici della società europea hanno facilitato un adattamento rapido e massiccio a nuove idee e pratiche sociali. Il percorso dell’Europa verso la modernità ha dato vita ad un spazio sociale : nel 20° secolo gran parte degli Stati europei ha vissuto conflitti interni tra classi sociali e allo stesso tempo il ruolo solido della religione è stato indebolito a causa della sua manifesta associazione agli ormai passati e decaduti “anciens regimes”. Lo sviluppo del capitalismo ha dato vita ad una classe operaia che poteva contare su un grado medio di istruzione piuttosto elevato (derivante dal periodo pre-industriale) e sulle corporazioni di arti (guild organization) basate sula divisione dei mestieri. A causa della posizione di egemonia dell’Europa, il suo modello di politiche di classe si è diffuso negli altri continenti: grazie a canali imperialisti di educazione (i paesi arabi ad esempio pullulano di scuole private francesi), grazie ai flussi migratori verso l’Oceania e le Americhe, e grazie anche al modello Sovietico anti-imperialista. Il modello di studio e ricerca sulle politiche sociali ed economiche legate alle classi si è così diffusa un po’ dappertutto, in ogni angolo del mondo, adattandosi ovviamente alle realtà locali. Il movimento delle classi operaie è stato un dono europeo al mondo interno. Esso ha ispirato numerose forze socio-politiche: dai partiti laburisti e egli agricoltori nel Nord America, al socialismo indo americano di Mariategui in Perù, dai tentativi di creare un socialismo di stampo arabo o africano, alle mobilitazioni degli agricoltori cinesi e vietnamiti spinti dai partiti comunisti locali. Quest’eredità storica non è stata erosa dal tempo, ma è pur vero che oggi l’Europa non sembra poter essere il precursore di una prospettiva globale di emancipazione, sviluppo e giustizia. Sembra che l’Europa non sia capace nemmeno di assicurare una tale prospettiva ai suoi stessi popoli.

La sinistra del 20° secolo aveva due importanti fonti di ispirazione. Una era legata all’Europa Occidentale: in particolare la Francia della Rivoluzione e la Germania dei movimenti Marxisti dei lavoratori. Questa sinistra ha rappresentato le fondamenta del futuro politico sociale di gran parte dei paesi più sviluppati. Essa ha fornito anche un determinante appoggio pratico alle forze di sinistra extra-europee: basti pensare al ruolo svolto dalla Francia, sempre disponibile ad accogliere esiliati radicali provenienti da qualsiasi paese; il movimento dei lavoratori tedesco, rafforzato dall’esperienza e ben strutturato in termini organizzativi ha sostenuto il finanziamento dei “compagni” più poveri ( la Friedrich Ebert Stiftung continua a farlo). L’altra fonte di ispirazione viene dalla periferia del potere e della ricchezza, viene dai paesi in cui le rivoluzioni popolari che hanno cambiato il loro destino sono state sostenute da correnti politiche ispirate al Marxismo Europeo. Parlo ovviamente dell’Unione Sovietica, seguita nelle sue trasformazioni da Cina e Cuba. Questi paesi hanno sostenuto l’ascesa al potere in di forze politiche di sinistra o anti-imperialiste in numerosi paesi, sia in termini politici che finanziari.

Oggigiorno l’America Latina, con tutta la sua eterogeneità sociale, con il suo  mosaico ideologico, è la regione mondiale che più si avvicina al concetto di fulcro mondiale della sinistra. E’ molto probabile però che la sinistra del 21° secolo sia caratterizzata da un fenomeno geograficamente decentrato, e l’America Latina è forse troppo piccola per poter illuminare la sinistra mondiale, sebbene le riforme in atto in questa regione siano molto estreme e radicali. Perché si possa assistere ad un fenomeno globale significativo di ascesa al potere della nuova sinistra, è necessario che radici più profonde siano messe in Asia.

Siamo oggi testimoni della nascita di una nuova era: nuove relazioni tra classi sociali e nazioni, tra ideologie, identità e politiche di sinistra stanno prendendo forma. La fine della Guerra Fredda non ha portato ad alcun “peace dividend” (così come Bush e Tatcher avevano promesso) ma semplicemente a nuovi cicli di guerre. Il trionfo del capitalismo occidentale non ha portato ad un benessere diffuso, ma ad un incremento delle disuguaglianze e a numerose crisi economiche susseguitesi a poca distanza tra loro: Est Asia, Russia, Argentina, ed oggi Europa. Le classiche fonti di preoccupazione per la sinistra, quali lo sfruttamento capitalista, l’imperialismo, le discriminazioni di sesso o etnia, continueranno a caratterizzare anche il 21° secolo. La battaglia andrà avanti, di questo siamo sicuri. Ma chi sarà il protagonista di tale lotta? La classe media o le classe popolari?

Parte Seconda 

La Lotta di classe nel XXI secolo – Parte seconda

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Nazioni, classi sociali e aumento delle disuguaglianze    

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Felicità e Consumismo

Felicità e Consumismo

E in qualche modo ironico il fatto che oggi si consideri il 20° secolo come il secolo della classe operaia. Bisogna sottolineare che sebbene esso sia stato il secolo delle diminuzioni delle disuguaglianze all’interno delle nazioni, come risultato delle lotte operaie, esso ha visto le disuguaglianze tra nazioni toccare livelli mai visti. Tra la fine del 19° secolo e gli inizi del 20° abbiamo assistito allo “sviluppo del sottosviluppo”; le disuguaglianza tra gli esseri umani erano in gran parte determinate dal luogo in cui si viveva. Sino al 2000 si è stimato che circa l’80% delle disuguaglianze di reddito poteva essere attribuito al Paese di residenza. Il 21° secolo sta già mostrando una tendenza diversa: le nazioni convergono tra di loro in termini di reddito ma le disuguaglianze tra classi all’interno di ogni paese incrementano in maniera costante.

L’ultimo ventennio ha mostrato la straordinaria crescita economica delle nazioni che durante il 20° secolo erano ai margini dell’economia mondiale. Nazioni come Cina, India e i membri dell’ Associazione delle nazioni del Sud-Est Asiatico, hanno un ritmo di crescita del PIL due volte superiore rispetto alla media mondiale. Dal 2001 anche i Paesi dell’Africa Sub-Sahariana stanno crescendo a ritmi superiori rispetto alle “economie avanzate”. I paesi dell’America Latina registrano performance importanti sin dal 2003. Con l’eccezione dei paesi del’Est europeo e dell’ex Unione Sovietica, i paesi emergenti hanno attutito il duro colpo della crisi del sistema bancario anglosassone meglio dei paesi ricchi. Si sta vivendo oggi un cambiamento storico non solo in termini di geopolitica ma anche in termini di disuguaglianze. Le disuguaglianze trans-nazionali si stanno riducendo, ma le disuguaglianze all’interno di ogni nazione stanno, nel complesso, aumentando sebbene in maniera irregolare. Non si può comunque parlare di cambiamento che segua la logica universale della globalizzazione o del cambio tecnologico; così facendo si distorcerebbe il senso dei fatti.

Ciò che si sta delineando è un ritorno prepotente della classe come determinante di ineguaglianza. Questo trend ha cominciato ad affermarsi durante gli anni 90’, quando in Cina e nei paesi dell’ex Unione Sovietica le disuguaglianze di reddito aumentarono vertiginosamente, mentre la debole tendenza verso l’eguaglianza nelle zone rurali dell’India si fermò e riprese il fenomeno opposto. In America Latina, Messico e Argentina soffrivano gli shock delle politiche economiche neo-liberali. Uno studio del FMI mostra come su scala mondiale l’unico gruppo che abbia aumentato il proprio reddito durante gli anni 90’ sia stato il più ricco quantile (5%) della popolazione, sia in paesi ad alto reddito che in paesi a baso reddito. La parte restante della popolazione ha solo perso terreno. I cambiamenti più importanti si sono registrati all’apice della piramide sociale. Dal 1981 al 2006 negli USA lo 0,1% più ricco della popolazione ha incrementato la propria quota di reddito di sei punti; la parte restante dell’1% più ricco l’ha incrementata di quattro punti. Il 9% che segue ha mantenuto pressoché invariata la propria quota mentre il restante 90% della popolazione è restata indietro aumentando il distacco dai più ricchi. Il 93% dell’incremento totale di reddito (income gains) registratosi negli USA nel 2008-2009, anno di leggera ripresa economica, era in realtà nelle mani dell’1% più ricco della popolazione.

Gli stessi trend di aumento delle diseguaglianze si sono registrati in Cina ed India, sebbene la quota di ricchezza accumulate dall’1% più ricco é molto più bassa che negli Stati Uniti:10% in India e 6% in Cina (before taxes). Il miracolo economico indiano non ha migliorato di molto la condizione dei bambini più poveri (I due terzi del 25% dei bambini più poveri era sottopeso nel 2009, cosi come nel 1995). La rapida crescita economica che ha caratterizzato I Paesi del “terzo mondo” agli inizi del 21° secolo ha cambiato poco la condizione di miseria e fame delle popolazioni: il numero di persone denutrite é aumentato da 618 milioni a 637 tra il 2000 e il 2007, e la corsa al rialzo dei prezzi alimentari non sembra arrestarsi. Forbes sottolinea invece i record raggiunti dall’altro estremo della piramide: i miliardari, più numerosi che mai – 1.226 (di cui 425 Americani, 95 Cinesi e 96 Russi) detengono una ricchezza pari a 4.6 Triliardi di dollari, cifra che supera il PIB  della Germania. Non dovremmo tuttavia pensare che tali dati siano espressione di una condizione economico-sociale inevitabile. L’America Latina ad esempio, dopo esser stata la zona del pianeta con i più forti divari di ricchezza tra classi, é oggi l’unica regione del pianeta in cui si registri una forte riduzione delle disuguaglianze. Questo grazie alle politiche socialiste che sono state messe in atto per contrastare il neoliberismo violento dei regimi militari.

Un altro modo di confrontare le classi sociali all’interno dei confini nazionali é quello di misurare l’indice de Sviluppo Umano (Human Development Index) che include reddito, aspettativa di vita ed educazione. Sebbene sia questo un indice complesso e aperto a frequenti errori, esso da un’utile visone delle diseguaglianze mondiali. Il quantile (5%) più povero della popolazione americana ha un livello di sviluppo umano più basso del quantile più ricco dei cittadini di Bolivia, Indonesia e Nicaragua; più basso del 40% della popolazione brasiliana e peruviana, e allo stesso livello del 4° quantile di Colombia, Guatemala e Paraguay. L’importanza delle classi sociali ritorna oggetto di discussione non solo a causa dei fenomeni sopracitati di incremento delle disuguaglianze economiche. Un elemento importante da cui ci si é allontanati di recente é la questione del razzismo e del sessismo. In Sud Africa ad esempio, nonostante i successi della lotta all’Apartheid, i fenomeni di polarizzazione delle classi risulta essere ancora estremamente elevato. Basti pensare che il coefficiente di Gini, che a livello mondiale (per le famiglie) é attorno allo 0.65/0.7, si attesta nella sola città di Joannesburg a 0.75. Una sola città presenta in maniera molto più marcate le stesse disuguaglianze che é possibile trovare a livello mondiale.

La classe ed i conflitti di classe si svilupperanno durante il 21° secolo seguendo due nuovi percorsi e configurazioni, che vedranno come protagonisti i Paesi meridionali della NATO e che saranno a carattere non-europeo. Il primo sarà probabilmente spinto dalle speranze, dallo scontento e dalle rivendicazioni della classe media. Il secondo affonderà le sue radici nelle classe operaie e in quelle popolari in tutte le sue diversità (centrato soprattutto sulla classe “plebea” (plebeians) piuttosto che su quella del proletariato).

La classe media protagonista del 21° secolo?

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L’idea che il 21° secolo veda la classe media giocare un ruolo da protagonista sta sempre più prendendo forma. I lavoratori che avevano alimentato i movimenti per i diritti sociali nel 20° secolo sono ormai svaniti dalla nostra memoria; il progetto di emancipazione universale trainato dalla classe operaia e dal proletariato sembra essere sostituito dall’aspirazione universale allo status della classe media. Dilma Rousseff, l’ex guerriera che ha preso il posto di Lula alla presidenza del Brasile ha dichiarato la sua ferma volontà di “trasformare il Brasile in una popolazione di appartenenti alla classe media”. Nella sua indagine sulle prospettive per il 2012, l’OCSE ha sottolineato la necessità “di sostenere la classe media emergente”, mentre Nancy Birdsall, del Centro per lo Sviluppo Mondiale ha parlato di classe media “indispensabile” e ha sottolineato l’importanza di un passaggio dalle politiche di sostegno dei poveri a quelle di sostegno alla classe media.

Le definizioni di tale strato sociale variano molto nonostante la sua sedicente centralità. Prendiamo in considerazione qui di seguito tre tentativi di identificazione della classe media, ognuno dei quali non è assolutamente definitivo ma in un certo senso illuminante. Martin Ravaillon della Banca Mondiale definisce la classe media dei Paesi in via di sviluppo come quella fascia di popolazione che guadagna tra i 2$ ai 13$ al giorno (il primo rappresenta la soglia di povertà stabilita dalla Banca Mondiale, il secondo invece la soglia di povertà negli Stati Uniti). Ravaillon ha analizzato un’esplosione della classe media così definita, che è passata dal rappresentare un terzo della popolazione mondiale in via di sviluppo nel 1990 a quasi la metà nel 2005 (vale a dire un aumento di circa 1.2 Miliardi in termini assoluti). Questo strato sociale include quasi due terzi dei cinesi ma solo un quarto della popolazione sud asiatica e dell’Africa sub-sahariana. Nancy Birdsall invece guarda alla classe media come ad un agente politico liberale e alza il limite minimo di reddito giornaliero a 10$, inoltre il reddito non deve collocarsi tra il 5% più ricco dei propri connazionali. Secondo questa misurazione la Cina rurale non possiede una vera e propria classe media; stessa cosa per quanto riguarda India, Pakista, Bangladesh e Nigeria. Nelle zone urbane della Cina solo il 3% della popolazione rientra in questa categoria, in Sud Africa l’8%; 19% per il Brasile, 28% per il Messico e 91% negli Stati Uniti.

Due importanti economisti da sempre concentrati sulla tematica della povertà, Abhijit Banerjee e Esther Duflo, offrono una prospettiva basata su un analisi delle famiglie in 13 Stati (includendo Tanzania, Pakistan ed Indonesia), concentrandosi su quelle con reddito compreso tra i 2$ e i 10$ al giorno, chiedendo cosa rappresenti per loro la classe media. Il risultato più sorprendente di questo studio è che coloro che fan parte della classe media non hanno un comportamento molto differente rispetto a coloro che hanno un reddito al di sotto dei 2$. Essi non hanno un approccio più imprenditoriale nella loro gestione dei risparmi. Il tratto distintivo della classe media sembra essere quello di avere un lavoro più stabile rispetto ai più poveri. In Brasile l’attenzione che si da alla classe media che rischia di cadere nella povertà, è molto importante. La stessa cosa non avviene però in Asia, soprattutto nell’Est asiatico.

In Cina quello della classe media è divenuto un tema di discussione sempre più acceso sia in ambito accademico che sui media tradizionali, sin dagli ultimi anni ’90. Prima tale tipo di dibattiti era proibito e molti sono coloro che denunciano ancora forti pressioni ideologiche che contrastano la legittimità di una presa di coscienza generalizzata della classe media.

Gli accademici cinesi tendono oggi ad idealizzare la classe media, disegnandola secondo lo stereotipo americano e senza affrontare una vera discussione critica su tale tema. La classe è vista oggi come il target potenziale dei media cinesi, il cui approccio è anch’esso ispirato dalle pubblicazioni americane come Vogue o Business Week (oggi molto diffuse in Cina). Essa è considerata oggi come il baluardo della stabilità politica e della moderazione negli anni a venire. Alcuni perspicaci commentatori, giornalisti e ricercatori hanno però fatto notare che la nascita di questa classe media è in realtà accompagnata da un aumento interno delle disuguaglianze: la Cina è oggi il Paese con maggiori disparità, il suo coefficiente di Gini è passato da un valore di 0.21 negli anni ’60 sino a 0.46 dei giorni nostri. Anche l’India, in seguito a ondate di liberalizzazioni, vive un fenomeno di aumento dei consumi della classe media, ben rappresentato dallo slogan elettorale “India Shining” dell’Hindu Rights del 2004. Al contrario di quello che avviene in Cina però, questo fenomeno di emancipazione indiano è molto più complesso. Il movimento dell’Hindu Rights è stato tacciato di eccessivo materialismo e di insensibilità sociale; questa manifesta emancipazione consumistica si è rivolta contro il movimento stesso ed il Congresso è ritornato al governo.

La classe media: Consumismo o democrazia?

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In un mondo in cui la modernità della classe operaia e del socialismo sono state dichiarate obsolete, la classe media è divenuta il simbolo dell’alternativa futura. I paesi sviluppati occidentali hanno fondato i loro credo politici sull’emancipazione della classe media, in Nord America in maniera più marcata rispetto all’Europa. Il cuore di tale utopia è quella di un consumismo senza limiti, il consumismo di una classe media che occupa la terra e ne prende possesso comprando auto, case, elettrodomestici etc. Mentre questo fenomeno ispira gli incubi degli ambientalisti, fa venire l’acquolina alla bocca agli uomini d’affari. Il consumo della classe media ha un grande vantaggio: essere utile e compiacente ai privilegi dei ricchi da una parte, e rappresentare l’aspirazione principale delle classi popolari dall’altra. Il lato negativo del consumerismo è invece il suo esclusivismo: coloro che non possono permettersi l’acquisto di beni materiali e semplicemente non fanno parte ne della classe media ne dei ricchi, restano semplicemente esclusi, identificati come “perdenti” e considerati come classe inferiore. Nei paesi in via di sviluppo la “pulizia” degli spazi pubblici è l’indicatore di tale sinistra tendenza, a tal punto che i poveri si trovano esclusi dalle spiagge, dai parchi dalle strade e dalle piazze. Un esempio piuttosto sconcertante di tale “esclusione” è la recinzione della Piazza dell’Indipendenza di Giacarta, che è diventata una sorta di parco a tema riservato alla classe media e che ha privato i poveri di uno dei pochi luoghi ricreativi e d’incontro.

I media liberali guardano all’emancipazione della classe media come l’avanguardia della democrazia. Tuttavia i dibattiti accademici riguardo la classe media asiatica hanno un’opinione meno visionaria del suo ruolo politico. Un’importante ricerca conclude che la classe media è piuttosto indecisa e senza posizioni ideologiche precise riguardo la democrazia e le riforme. Il disgusto per la classe politica, ha provocato in India un fenomeno piuttosto insolito: il tasso di partecipazione elettorale è molto più basso nelle classi sociali medio – alte rispetto a quello che si registra tra i Dalits (o intoccabili) e i poveri. Nel 2004 il tasso di partecipazione elettorale dei Dalits fu del 63,3%, mentre quello delle caste più alte di solo 57,7%. L’America Latina invece ha già fatto esperienza del basso livello democratico della propria classe media. Basti pensare a come quest’ultima sia stata connivente con i regimi dittatoriali o si sia palesemente opposta alla democrazia in Argentina (1955-82), in Cile (1973) ed in Venezuela (2002).

Esiste tuttavia un altro scenario possibile (leggendo gli scritti di Birdsall), secondo cui la classe media, nel caso in cui ci si trovi in situazioni di conflitto tra ricchi ed il resto della popolazione, sembri schierarsi dalla parte di quest’ultima. Come lo studente di Hong Kong Alvin SO, ci ha fatto notare, nell’Est Asiatico la classe media seppur leggermente “situazionale” in termini di presa di posizione rispetto a specifiche riforme, è sempre stata attiva nelle proteste e nelle manifestazioni antigovernative, senza menzionare le innumerevoli manifestazioni contro il FMI e le politiche militari statunitensi. La scesa in campo delle classi medie assieme alle masse popolari fu un segno distintivo dei moti del 1848, il cui eco può essere oggi udito nella Primavera araba del 2011. Dal Cairo a Tunisi, da Barcellona a Madrid, professionisti ed impiegati di mezza età sono scesi in campo al fianco di studenti e giovani disoccupati. Spesso i genitori hanno manifestato assieme ai propri figli, un fenomeno di solidarietà inter-generazionale che non ha precedenti, e che i radicali del 1968 non hanno vissuto.

Mentre da una parte la classe media influisce sulla mancanza di democrazia, ci sono occasioni in cui quest’ultima sia stata decisiva contro lo sradicamento di regimi autoritari. Il più importante esempio del ruolo svolto dalla classe media in mobilitazioni di massa è quello della rivoluzione egiziana del 2011. Quest’ultima, molto importante a causa delle dimensioni del paese, non è stata causata dalla crisi economica importata dai paesi occidentali, ma è piuttosto derivata dai moti rivoluzionari Tunisini. Così come nel resto del nord africa, i movimenti hanno visto come protagonisti donne e uomini istruiti, seppur composti da disoccupati e giovani disoccupati. Diciamo pure che la rivoluzione egiziana non è stata trainata dalla Bildungsbürgertum (come nella Germania del 18° secolo), ma il ruolo di universitari e intellettuali è stata fondamentale per la sua formazione.  

Per di più il regime egiziano non dava alcuna prospettiva di crescita ai nuovi laureati e neanche ai loro parenti sottopagati. Le politiche neoliberali di Gamal Mubarak, figlio di Hosni Mubarak, hanno portato ad un vero e proprio distacco della classe media dal regime, visto che ormai quello che rimaneva dell’eredità di Nasser (imprese, industrie e grandi gruppi nazionali) era ormai solo nelle mani dei grandi magnate egiziani. Al contempo, così come in Europa nel 1848, anche le masse popolari hanno preso parte al processo rivoluzionario sebbene non come forza preponderante (il ricordo del grande sciopero, di El Mahalla El Kobra del 2008, represso dalle forze dell’ordine, ha contribuito alla mobilitazione). La rivoluzione egiziana viene spesso confrontata con gli eventi del “18° Brumaio”: il passato insegna come la parte più radicale della popolazione, di norma concentrata nelle città, debba far fronte al forte conservatorismo tipico delle zone rurali di dimensioni molto più grandi. La Sinistra radicale egiziana infatti ha subito una forte sconfitta durante le elezioni, tuttavia ciò non cancellerà completamente i passi avanti fatti dalla rivoluzione, così come le vittorie di Napoleone III non cancellarono i risultati raggiunti dalle rivoluzioni del 1848. Quanto sopra descritto serve a sottolineare la debolezza delle ribellioni sostenute dalla classe media anche nelle loro forme più vigorose e radicali.

Il consumismo globale della classe media è arrivato, così come una visita ad un qualsiasi centro commerciale di Lima, Nairobi o Giacarta potrà testimoniare. Ciò nonostante, i sogni di consulenti marketing e accademici liberali sul consumismo come fondamento dell’emancipazione della classe media e della stabilità politica che esso ne comporta, sono ormai solo proiezioni future spesso rimesse in discussione vista la maggiore partecipazione delle classi medie alle rivolte. Il modo in cui però tale spirito di emancipazione si manifesta varia nella sua forma e nell’ideologia: le rivoluzioni del Nord Africa, la campagna di Anna Hazare contro la corruzione della politica Indiana, il Tea Party negli Stati Uniti, il supporto della classe media ai movimenti studenteschi in Cile. Addirittura è possibile trovarsi nella situazione in cui dalla classe media nascano due movimenti con ideologie diametralmente opposte, come è avvenuto in Tailandia dove le Camicie Gialle (conservatori) sfidano le Camicie Rosse (sinistra rurale). Non dovremmo quindi restare sorpresi se ci trovassimo di fronte ad altri sconvolgimenti, visto che le classi medie, arrabbiate e desiderose di affermare i propri diritti, possono dar vita a scenari imprevedibili.

Parte prima   Parte terza

La Lotta di classe nel XXI Secolo – Parte prima

Consumismo globale guidato dalla classe media; ribellione politica delle classi medie; movimenti di lotta delle classi operaie nell’Est asiatico; oppure eterogenee mobilitazioni delle classi popolari. Al di là dei quattro scenari individuati da Göran Therborn, le dinamiche tra le classi sociali avranno un’importanza fondamentale nei processi di cambiamento socio-economici del 21° secolo, nonostante sia prematuro identificare quale possa essere il carattere sociale preponderante. 

Traduzione e adattamento a cura di Pensiero Meridiano dell’articolo “Class in the 21st century” di Göran Therborn, New Left Review, Dicembre 2012

ndr: Articolo pubblicato in tre parti per agevolarne la lettura.

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Il 20° secolo: l’era della classe operaia

A

Il XX Secolo: l'era della classe operaia

Il XX Secolo: l’era della classe operaia

Tra le tante etichette plausibili coniate per definire il 20° secolo, in termini di storia sociale, quella che gli si addice di più è senza dubbio quella di esser stata “l’era della classe operaia”. Per la prima volta, i lavoratori, esclusi dalla proprietà divennero una forza politica di primo piano. Questa rottura venne annunciata dal Papa Leone XIII – capo della più antica e più grande organizzazione sociale al mondo – nella sua enciclica Rerum Novarum, nel 1891. Il Papa notò che il progresso dell’industria aveva portato ad una “accumulazione di ricchezza presso pochi e alla miseria presso tanti”; tuttavia, questo periodo  è stato anche caratterizzato da “una maggiore fiducia in sé stessi e una più stretta coesione” dei lavoratori. Su scala globale, i sindacati si assicurarono una presenza stabile presso le maggiori imprese industriali, e non solo. I partiti operai divennero forze elettorali di primo piano in Europa e nelle sue propaggini Australi. La Rivoluzione d’Ottobre in Russia fornì un modello di organizzazione politica e cambiamento sociale per la Cina e il Vietnam. L’India di Nehru si pose l’obiettivo dichiarato di perseguire un “percorso socialista di sviluppo”, come ha fatto la maggior parte degli stati post-coloniali. In molti paesi africani si è affrontata la discussione di costruire partiti operai, in un contesto in cui essi potevano vantare un numero di proletari appena sufficienti a riempire qualche stanza.

La celebrazione della festa dei lavoratori, il Primo di Maggio, ebbe luogo per la prima volta nelle strade di Chicago nel 1886, e fu celebrata a La Havana e in altre città Latino Americane già nel 1890.  Il lavoro organizzato ha dimostrato di essere una forza importante in America, anche se è stato solitamente tenuto in una condizione di subordinazione. Il New Deal negli USA ha segnato un punto d’incontro tra liberalismo illuminato e classe operaia industriale. Quest’ultima è riuscita infatti ad organizzarsi durante gli anni della grande depressione, attraverso lotte eroiche (uno dei suoi simboli è Samuel Gompers, sindacalista e formidabile negoziatore, persino onorato con un monumento a Washington, un onore mai concesso a nessun capo operaio a Parigi, Londra o Berlino).

La classe operaia Messicana sebbene non fosse un attore di primo piano nella Rivoluzione, non può  nemmeno esser considerata una comparsa. L’importanza assunta dagli operai è dimostrata dagli sforzi dell’élite post-rivoluzionaria per assorbire le organizzazioni operaie all’interno del proprio sistema di potere. Il primo presidente della Rivoluzione, Venustiano Carranza, aveva una base elettorale operaia  (grazie al patto con gli operai anarco-sindacalisti di Città del Messico – la Casa del Obrero Mundial), e successivamente negli anni 1930 Lazaro Cardenas diede alle strutture del proprio ordinamento un orientamento esplicitamente “operaista”. Quanto fatto da Getúlio Vargas e dal suo “Estado Novo” in Brasile, non può essere forse paragonato a quanto di buono fatto da Carranza e Cardenas, ma fondamentale è la serie di leggi sul lavoro progressiste da lui emanate. In Argentina, è stata la mobilitazione della classe operaia, sotto la regia di militanti trotskisti, che ha portato al potere Juan Perón, garantendo al movimento sindacale argentino (o almeno alla sua leadership) una voce importante nel movimento peronista. I minatori Boliviani svolsero un ruolo centrale nella rivoluzione del 1952, e quando la produzione di stagno crollò nel 1980, la capacità organizzativa di costoro, costretti a cercare lavoro altrove, permise ad Evo Morales e ai suoi coltivatori di coca, di aumentare l’esperienza e la stabilità dei loro movimenti.

Forse il più grande omaggio alla classe operaia nell’ultimo secolo è stato reso però proprio dai più fanatici nemici dei movimenti indipendenti dei lavoratori, i Fascisti. L’idea di ‘corporativismo’ era di vitale importanza per l’Italia di Mussolini: la pretesa di unire idealisticamente i due fattori produttivi, lavoro e capitale, in realtà non faceva altro che costringere il lavoro a subire la supremazia del capitale e dello Stato. Il movimento di Hitler si definì “Partito Nazional-Socialista dei Lavoratori Tedeschi”, e la sua Germania è diventato il secondo paese al mondo – subito dopo l’Unione Sovietica, ma prima della Svezia – a rendere il primo di maggio come giorno festivo, il ‘Giorno del Lavoro tedesco’. Nei primi 80 anni del 20° secolo, i lavoratori non possono essere licenziati. Se non sei con loro, devi averli sotto stretto controllo.

I lavoratori divennero eroi o modelli, non solo per gli artisti della sinistra d’avanguardia, da Brecht a Picasso, ma anche per i i personaggi più conservatori, come lo scultore belga Constantin Meunier -autore di diverse statue raffiguranti lavoratori di diverse professioni, e di un ambizioso ‘monumento al  lavoro, eretto postumo a Bruxelles in presenza del re. In Germania, l’ufficiale-scrittore prussiano Ernst Jünger scrisse un apprezzato saggio, Il Lavoratore, nel 1932, nel quale prevedeva la fine della Herrschaft (dominio) del terzo stato e la sua sostituzione con la Herrschaft del lavoratore, e della democrazia liberale con la democrazia del lavoro.

Il secolo della classe operaia ha lasciato in eredità conquiste durature. Il modello politico democratico, la violazione del quale prevede procedimenti giudiziari speciali, ne costituisce un esempio. Il movimento laburista, di stampo Social Democratico, è stato un fondamentale fautore delle riforme democratiche, seguendo l’esempio del precedente movimento Cartista. Prima del 1918, la maggioranza dei liberali e la totalità dei conservatori erano convinti che la democrazia fosse incompatibile con la conservazione della proprietà privata, e domandavano severe restrizioni del diritto di voto e alla libertà dei parlamenti. La sconfitta del Fascismo per mano di un’alleanza intercontinentale di Comunisti, Liberali, Social Democratici e Conservatori come Churchill e De Gaulle, la caduta graduale delle dittature militari contro-rivoluzionarie; la fine del razzismo istituzionale in Sud Africa e negli Stati Uniti hanno assicurato la validità dei diritti umani nel mondo. Il diritto dei lavoratori salariati di organizzazione e di contrattazione collettiva ha costituito un altro enorme risultato del dopoguerra. A seguito di questi progressi recenti, il potere delle forze conservatrici è stato intaccato negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ma nel frattempo il loro raggio d’azione si è diffuso in tutto il mondo, ai settori economici formali in Africa e in Asia; inoltre, rimane forte in America Latina e in gran parte dell’Europa.

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Il 20° secolo e le due grandi rivoluzioni Russa e Cinese

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Il 20° secolo non può essere ben compreso senza una completa comprensione delle sue grandi rivoluzioni: quella Russa e Cinese, con le loro profonde ripercussioni sulle società dell’Est Europa, dei Caraibi e di una buona parte dell’Asia Centro-orientale, senza dimenticare la loro influenza sui movimenti operai e sulle politiche sociali in Europa Occidentale. La loro valutazione resta tuttavia politicamente controversa, da un punto di vista accademico, e alquanto prematura. Senza ombra di dubbio queste rivoluzioni diedero vita a fenomeni di repressione brutale e episodi di moderna e arrogante crudeltà, sfociati poi in casi di sofferenza estrema, come i periodi di carestia durante i governi di Stalin e Mao. I risultati geopolitici di tali rivoluzioni sono incontrovertibili, sebbene questo possa essere difficilmente un criterio di performance di sinistra. La Russia, decadente e arretrata, sconfitta dai Giapponesi nel 1905 e dai tedeschi nel 1917, divenne poi URSS: uno Stato capace di sconfiggere Hitler e affermarsi come seconda potenza mondiale, e apparire come un serio oppositore della politica dominante statunitense. La Rivoluzione Cinese invece mise fine a 150 anni di declino ed umiliazioni vissute dall’”Impero di Mezzo”, dando alla Cina la possibilità di ritornare con forza sulla scena politica mondiale prima che il suo progresso di stampo capitalista ne facesse la seconda potenza economica mondiale.

Le rivoluzioni del 20° secolo hanno lasciato al mondo al meno quattro eredità di stampo progressista. Per primo, le sfide da esse rappresentate hanno avuto un impatto cruciale sulle riforme del dopoguerra all’interno del mondo capitalista: redistribuzione delle terre in Giappone, Taiwan e Corea del Sud; sviluppo dei diritti sociali e civili in Europa Occidentale; e le riforme dell’”Alleanza per il Progresso” in America Latina; tutte queste riforme furono ispirate dalla minaccia comunista. Secondo: la presenza di un blocco di Stati rivali con la loro propria ideologia contribuì non poco all’indebolimento del sentimento razzista e delle politiche coloniali Europee e americane (Eisenhower non avrebbe inviato truppe federali in Arkansas al fine di accelerare il processo di abolizione di segregazione razziale, se non fosse preoccupato dalla battaglia propagandistica con la Russia). Due decadi dopo l’esercito cubano aiutò l’Angola a contrastare l’invasione da parte delle truppe sudafricane, ed il regime dell’apartheid non avrebbe potuto esser isolato e sconfitto in maniera così efficace senza l’ombra fatta dall’Unione Sovietica sullo scacchiere politico mondiale.

Terzo: al di là di ogni critica che possa esser mossa nei confronti della forma di autoritarismo spietato dei propri leader, il movimento Comunista produsse in ogni angolo del mondo un numero sterminato di militanti scrupolosamente impegnati e pronti al sacrificio. La loro adulazione per Stalin o Mao era mal indirizzata, ma molto spesso erano i migliori, se non gli unici, amici dei poveri e degli oppressi. Tale impegno quotidiano merita il rispetto di tutti i progressisti. Per finire, esiste un eredità organizzativa, un fattore non trascurabile. I paesi delle due grandi rivoluzioni non avranno più la stessa forza piena di speranza che avevano il secolo scorso, ma esse sono essenziali alla conservazione del pluralismo geopolitico (inclusa la Russia post-comunista). Il fatto che dopo il 1989-91 esistano ancora Paesi governati da forze politiche comuniste indica che la possibilità che possa affermarsi una forza socialista sia ancora viva. Se comunque i dirigenti della Repubblica Popolare ritornassero a credere che la Cina dovesse aver bisogno di una base economica socialista per rafforzare la propria posizione, o che la via del capitalismo possa minare la coesione sociale, ha pur sempre ancora il potere di cambiare rotta.

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Esistono ancora i Partiti Comunisti?

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I partiti comunisti o le forze politiche che ne hanno ereditato lo spirito politico, hanno ancora un piede d’appoggio in molti paesi. Il comunismo ha una presenza significativa nella scena politica indiana sebbene sia diviso in due correnti concorrenti: da una parte la corrente Maoista che persegue una strategia di guerrilla nelle regioni rurali, dall’altra il partito Comunista Indiano (marxista), che prova a riprendersi dalla dura sconfitta subita dopo le esperienze di governo negli stati del Kerala e del Bengala Ovest. Ci sono partiti abbastanza forti in Grecia, Portogallo, Giappone, Cile e Repubblica Ceca. In particolare i partiti comunisti portoghese e greco hanno giocato un ruolo importante nelle mobilitazioni di massa durante la crisi economica che ha colpito l’Eurozona: Syriza (partito greco capeggiato da esponenti del fronte comunista europeo) ha sfiorato addirittura la vittoria durante le ultime elezioni di giugno 2012. Un altro frutto importante della tradizione comunista europea è il partito tedesco Die Linke, nato dall’incontro di comunisti riformisti e ala sinistra dei socialdemocratici. Ci sono inoltre disparate formazioni politiche post-comuniste degne di cronaca, come il Partito di Sinistra Svedese e AKEL, partito al governo di Cipro.

Il Partito Comunista sud africano è parte integrante della coalizione di governo capeggiata dall’ANC; il partito comunista brasiliano ha un ruolo minore nella coalizione di governo, in maniera simile a quello indiano. I comunisti sono ritornati ad occupare seggi del parlamento cileno dopo 40 anni di assenza totale in seguito al colpo di stato di Pinochet. La Primavera Araba del 2011 ha permesso a formazioni politiche tendenti a sinistra e legate alla tradizione comunista di riaffacciarsi sul nuovo palcoscenico della politica, seppur in maniera marginale. Il ritorno alla democrazia in Indonesia invece non ha permesso la rinascita vera e propria di quel partito che fu distrutto nel 1965 da uno dei più tragici massacri politici del secolo (probabilmente più grande, in termini relativi, delle purghe staliniste del 1937-38). Altrove invece è facile notare quanto rapidamente siano svaniti i partiti di tradizione comunista dopo il 1989: i partiti hanno scelto la via del nazionalismo conservatore, in paesi come la Russia e le repubbliche dell’Asia centrale, o della social-democrazia di destra, in paesi come la Polonia e l’Ungheria. In Italia invece si è considerato l’aggettivo “social” troppo a sinistra, si è preferito quindi eliminarlo da ogni denominazione di partito. E’ nato così il Partito Democratico, emulazione dei democratici Americani.

L’onda riformista operaia del 20° secolo ha lasciato una forte eredità politica: i movimenti sindacali, che tutt’oggi supportano i maggiori partiti politici di sinistra in Europa. Il movimento sindacale ha oggi una portata mondiale, cosa impensabile un secolo fa, sebbene la sua penetrazione al di fuori dei confini europei è piuttosto limitata ad eccezione di paesi come il Brasile, l’Argentina ed il Sud Africa nei quali i sindacati sono molto forti. I partiti laburisti e social-democratici possono contare oggi su una base elettorale molto più forte rispetto agli inizi del Novecento. Altri nuovi territori sono stati “conquistati” in America Latina ed in Africa. Tuttavia l’Internazionale Socialista ha spesso acquisito nuovi aderenti a discapito di una vera politica basata sulla coerenza di linee politiche, esempi di tale discrepanza sono due improbabili progressisti come Laurent Gbagbo in costa d’Avorio e Mubarak in Egitto, i cui movimenti politici sono stati accolti nel movimento socialista internazionale, senza che essi ne rappresentino veramente i suoi principi fondatori.

La moderna social-democrazia di centro sinistra può essere considerata oggi una forza progressista in alcuni ambiti, supportando i diritti delle donne, dei bambini e degli omosessuali. Ma i suoi partiti hanno spesso capitolato sotto l’influenza liberale nell’ambito delle politiche economiche. La sua base elettorale originaria, vale a dire quella operaia, è stata politicamente marginalizzata nel tempo ed erosa dal cambiamento sociale. Durante l’attuale crisi economica europea la performance dei partiti social-democratici è stata piuttosto mediocre e caratterizzata da una perdita d’orientamento non trascurabile. Il cosidetto Welfare State,che è stato il più importante risultato raggiunto dall’onda riformista nel 20° secolo, è oggi sotto attacco e debolmente difesa. Un tema costante della campagna elettorale di Romney negli Stati Uniti è stato l’attacco ai programmi assistenziali di stampo europeo. Il Partito Conservatore e il New Labour Party in Gran Bretagna minacciano continuamente lo stato sociale britannico, sebbene ci vorranno decenni per poter indebolire tale “fortezza”. Nei paesi Nato i vari Welfare States sono costretti oggi ad ingoiare bocconi amari, soprattutto in quei paesi dove esso non era così solido. C’è però da considerare il fatto importante che i principi dello Stato Sociale stanno pian piano espandendo la loro influenza in paesi come la Cina e altre nazioni asiatiche, e consolidando le proprie istituzioni nei paesi dell’America Latina. Sembra ad esempio che Cina ed Indonesia possano riuscire a mettere in piedi un sistema sanitario nazionale molto prima degli Stati Uniti.

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Le ragioni della sconfitta 

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I risultati raggiunti dal movimento progressista del 20° secolo perdurano ancora quindi, ma le sconfitte subite dalla sinistra negli ultimi anni devono essere interpretate e comprese. La scuola di pensiero dominante di stampo Euro-Americano non può spiegare le ragione del successo raggiunto dalla controrivoluzione capitalista. Marx aveva predetto lo scontro tra le forze ed i fattori di produzione (una di carattere sociale l’altra privata e capitalista) e il suo acutizzarsi nel tempo. Questa era la Grande Dialettica di Marx che, privata dei suoi fronzoli apocalittici, è stata confutata dal passare del tempo. Comunicazioni, trasporti, energia e risorse naturali strategiche sono uscite dalla sfera della gestione privata e poste sotto il controllo di Stati e regolamentazioni pubbliche. Le sfumature ideologiche possono aver dato vita a processi di statalizzazione differenti, ma ciò non cambia il concetto di base. Gli investimenti pubblici nei settori dell’educazione e della ricerca sono diventati cruciali per la competitività economica tra paesi (che negli Stati Uniti è stata raggiunta grazie ad una sostenuta spesa militare, che a portato tra l’altro alla nascita di GPS e Internet).

Gli anni 70 sono stati testimoni dell’apice raggiunto dal movimento operaio del ventesimo secolo: organizzazioni sindacali e militanza politica (periodo in cui i minatori britannici furono capaci di far cadere il governo di Edward Heath); penetrazione estesa di idee radicali (dai fondi dei lavoratori proposti dalla Social Democrazia Svedese sino al programma Comune della sinistra francese con i suoi programmi di nazionalizzazione e rottura con il capitalismo. Pochi comunque si resero conto che si era arrivati a toccare l’apice prima della caduta. Eric Hobsbawm fu uno dei pochi analisti ad essersi reso conto di ciò nella sua “The forward March of Labour Halted?” del 1978. I sigilli della nuova era politica non erano ancora stati apposti, ma non si aspettò molto: le vittorie elettorali della Thatcher e di Reagan nel 1979-80 furono seguite dalla capitolazione del governo Mitterand al neoliberismo nel 1983 e dall’abbandono del Meidner Plan dalla social-democrazia svedese.

La Grande Dialettica si era arrestata, se non addirittura rovesciata. Il trionfo del neoliberismo non era semplicemente una questione di ideologia; come i marxisti avrebbero anticipato, esso aveva una forte e stabile base materialista. La Finanziarizzazione (un insieme di riforme che includono la liberalizzazione dei flussi di capitale, l’espansione del credito, il trading digitale ed l’accumulazione di capitali in fondi pensione e assicurativi) ha generato un forte fenomeno di concentrazione di capitale privato (dall’estate del 2011 Apple detiene molto più capitale liquido del governo americano). La rivoluzione digitale ha permesso al management privato di poter funzionare anche a considerevoli distanze geografiche, dando vita a catene produttive di commodities che distruggevano definitivamente le vecchie economie di scala. In questo contesto ormai trasformato, fenomeni di privatizzazione e marketizzazione hanno rimpiazzato i processi di nazionalizzazione e regolamentazione, fagocitando anche le politiche economiche dei governi.

Accanto alla Grande Dialettica appare invece il fenomeno della Piccola Dialettica, che vedeva lo sviluppo capitalista come causa del consolidamento della classe operaia e dell’opposizione al capitale. Anche tale fenomeno venne rapidamente meno a causa della rapida de-industrializzazione dei paesi occidentali. Qui dobbiamo quindi riconoscere una trasformazione strutturale di epocale importanza: il peso dell’industria nei paesi sviluppati cominciò a ridursi poco prima dell’apice raggiunto dal movimento operaio. Il settore manifatturiero abbandonò gradualmente i paesi dell’Europa Occidentale e dell’America Settentrionale. Nei nuovi centri di produzione industriale (Asia dell’Est su tutti) la Piccola Dialettica non si è affermata in maniera efficace. Oggi tuttavia possiamo già tracciare le conseguenze di tale fenomeno, prima di tutto visibile nella Corea del Sud degli anni ’80 e in seguito in Cina; sebbene le manifestazioni e le proteste operaie siano spesso confinate localmente, i salari cinesi e le condizioni di lavoro degli operai sono migliorati in maniera costante. Dal 2002 la Cina annovera un numero di lavoratori nel settore dell’industria pari a quello di tutti gli Stati del G7 messi assieme.

Parte  Seconda

Il reddito minimo garantito. Tutto quello che non si è mai detto

1. Italiani/europei. Quello che sto per raccontare potrebbe suonare a molti incredibile. In Gran Bretagna a partire dai 18 anni chi non ha un lavoro e non ha risparmi per più di 12.775 euro ha diritto all’ Income-based Jobseeker’s Allowance, a circa 300-350 euro mensili per un periodo di tempo illimitato . A questa cifra si devono aggiungere l’affitto dell’alloggio (Housing Benefit) e tutta una serie di assegni per i figli. In Francia, invece, per avere diritto al Revenu minimum d’insertion (Rmi) bisogna aver compiuto 25 anni (non si applica la condizione dei 25 anni per i disoccupati con figli). Il Rmi prevede (nel 2005) l’integrazione del reddito a 425,40 euro mensili per un disoccupato solo, che diventano 638,10 euro se in coppia (proprio così, laicamente: couple); 765, 72 se la coppia ha un figlio, 893,34 per due figli e 170, 16 euro in più per ogni altro figlio. Una coppia con tre figli arriva quindi ad avere più di 1.150 euro di Revenu minimum d’insertion.

Nel nostro paese non si è mai saputo bene che cosa sia nella realtà dei paesi europei il reddito minimo. Non siamo consapevoli di rappresentare (in compagnia della Grecia) un’eccezione in Europa. Se ci fosse stata una volontà di occultamento di questa realtà, essa non avrebbe potuto raggiungere meglio il suo obiettivo. Ciò che in Europa è il minimo, la base, il punto di partenza, da noi costituisce l’oggetto di indagini sociologiche: ciò che dovrebbe costituire il punto di partenza di un programma di sinistra (che voglia proporsi almeno di recuperare il tempo perduto) rimane ancora da noi una realtà avvolta nelle ombre di un iperuranio di provincia.
Il reddito minimo è un sussidio riconosciuto a tutti come diritto soggettivo: ne beneficiano coloro che non hanno un lavoro o hanno un reddito basso. In Germania la riforma restrittiva introdotta nel 2005 indica che tra 16 e i 65 anni si può disporre dell’Arbeitslosengeld II di 345,00 euro al mese. In più i costi dell’affitto e del riscaldamento (Miete und Heizkosten). Riporto un esempio preso direttamente da un fonte ufficiale tedesca. Una famiglia composta da due figlie di 12 e 14 anni, nella quale il padre è disoccupato e la madre ha uno stipendio da un lavoretto part-time di 750 euro lordi e le due figlie 308 euro al mese di Kindergeld (che è un versamento che riguarda i figli), è considerata dalla riforma bisognosa di un incremento di reddito. Fatti i dovuti calcoli, questa famiglia ottiene un’integrazione del salario che la porta a disporre complessivamente di 1665 euro al mese netti .
Se questi dettagli sono poco noti, più noto è invece il racconto del rovinoso tramonto dello stato sociale europeo. Anche perché legioni di novelli Oswald Spengler, vedendosi troppo stretti nel ruolo di giornalisti, non perdono occasione per dimostrare il loro straordinario orecchio per ogni possibile accenno di Untergang : di declino, di decadenza. Di nuovo però ci si limita a rimanere nel generico, ai grandi scenari, e si trascurano i dettagli. Che però sono interessanti. Ad esempio, dopo la riforma restrittiva del 2005, i disoccupati tedeschi di lungo periodo non hanno più – in aggiunta al normale sussidio – i soldi per i mobili e per i vestiti. Non potranno neanche più usufruire del sussidio all’estero senza una ragione attinente alla ricerca di un lavoro (non possono andare, in altre parole, in vacanza con il sussidio).
Di qui la domanda spontanea: disoccupazione e precarietà significano la stessa cosa in Francia (o in Portogallo) e in Italia?
In Italia non solo non c’è niente di simile, ma – fatto questo da non sottovalutare – qui da noi riesce a molti già difficile credere a quanto appena letto. Gli increduli non si rattristino, ci siamo passati tutti: questo è il genere di informazioni più trascurate in assoluto dai nostri media. Così ci riesce difficile credere che in Spagna Zapatero progetti di portare il salario minimo interprofessionale a 600 euro per 14 mensilità, ma non facciamo alcuna difficoltà a credere che da noi si possa lavorare «regolarmente» in un call center per soli 300 euro mensili (o addirittura, come dimostra un’inchiesta del Manifesto, per 100 euro). Come si è potuti arrivare a questo?
A proposito di telefoni: in Francia, se siete disoccupati, «vous bénéficierez de la réduction sociale téléphonique» . Réduction sociale téléphonique? La «riduzione sociale sul telefono». Cielo! Ma questo, non sfugge a nessuno, che è linguaggio da centro sociale, da no global: possibile che i francesi siano giunti a tanto? Il loro welfare prevede non solo il fatto, ma persino l’espressione «riduzione sociale». Che rozzezza! E pensare che noi li immaginavamo dediti ai profumi e alla moda. La giustificazione addotta è che il disoccupato non deve isolarsi: il telefono gli serve anche per trovare un lavoro. Cari amici francesi, vi prendete troppo sul serio!

2. Un ritardo surreale. Agli increduli si prepara però un nuovo colpo. Non è da oggi o solo da ieri che il reddito minimo garantito è una realtà per la Gran Bretagna, la Germania e i Paesi scandinavi. Basti dire che Eric Hobsbawm sostiene nel Secolo breve che il reddito minimo avrebbe avuto un ruolo nel rendere i soldati inglesi più attaccati alla loro patria e dunque anche più combattivi.
In forza di questa lunga tradizione, inoltre, e a dispetto del luogo comune del tramonto del welfare europeo, già nel lontano 24 giugno 1992 l’«Europa» aveva invitato gli Stati membri ad adottare il reddito minimo nei loro sistemi di welfare. Ma la questione, in Italia, non è mai assurta veramente alla dignità del pubblico dibattito. Questo fatto suscita stupore nello stupore. Una cosa infatti è nominare di sfuggita il reddito minimo d’inserimento, un’altra è spiegare bene che cosa è in Europa il reddito minimo d’inserimento. La raccomandazione 92/441 Cee sulla Garanzia minima di risorse impegnava già nel 1992 tutti gli stati membri ad adottare delle misure di garanzia di reddito come un elemento qualificante del modello di Europa sociale. Si apprende così che non c’è dunque solo Maastricht (e i fondi europei gestiti a pioggia). Ma vai a saperlo! Un’accelerazione di questa politica di sicurezza c’è stata nel 2000 con il vertice di Lisbona e di Nizza. Tanto per capire: anche il Portogallo e la Spagna hanno seguito la direttiva, mentre inadempienti sono rimaste l’Italia e la Grecia. E questo nonostante il fatto che, secondo un’indagine del Censis, ben il 93% degli italiani si dichiara favorevole ad «attivare un meccanismo di integrazione del reddito per disoccupati e percettori di bassi redditi» .
Molti non sanno che in Italia si è sperimentato una specie di reddito minimo d’inserimento in pochi comuni del Nord e in alcune zone della Campania. La sperimentazione ha avuto inizio con il governo Prodi, ed è stata interrotta dal governo Berlusconi. Solo in alcune zone della Campania è stata proseguita da Bassolino con i mezzi della Regione . Ma insomma, piccoli passi.
La Francia è arrivata molto in ritardo al reddito minimo rispetto all’Inghilterra o alla Germania: lo ha adottato “solo” a partire dal 1 dicembre 1988. Mitterand in persona ha presentato solennemente alla nazione francese l’adozione del Revenu minimum d’insertion social con una manifestazione alla Sorbonne, ad indicare il coinvolgimento del mondo intellettuale nella conquista di questo istituto . Da noi, quasi vent’anni dopo, se ne parla ancora tra addetti ai lavori. Un’inchiesta approfondita di carattere sociologico dovrebbe far luce sulle ragioni della perplessità italiana verso il reddito minimo. È possibile stilare una specie di casistica delle reazioni e delle obiezioni ricorrenti in Italia una volta che si sia posti di fronte a questa realtà. Dopo la meraviglia (la meraviglia davanti a una realtà condivisa da milioni di persone oltre le Alpi), la tendenza di solito è quella di ridurre l’ignoto al noto. Questa attitudine spontanea suggerisce sistematicamente di attribuire all’Italia una serie di difetti e problemi strutturali che renderebbero da noi impossibile qualcosa come il Rmi. Non ce lo meritiamo! Chi andrebbe più a lavorare? Oppure: aumenterebbe il lavoro nero! Ci dovrà pure essere, si pensa, una qualche Ragione Fondamentale che spieghi perché non si è adottato anche da noi il reddito minimo. È in sé, infatti, talmente poco credibile che possa non essere stata tenuta nel debito conto l’esperienza che hanno fatto gli altri paesi europei di problemi come la disoccupazione e la precarietà – che da noi sono gravissimi – che è comprensibile che si cerchi una Giustificazione.
Eppure, l’esperienza più che decennale degli altri paesi rimane come imbrigliata tra le vette alpine, e non riesce ad arrivare fin qui. Quello che si dice è poco, non ha colore né concretezza. L’idea che filtra da noi è che si tratti di misure dirette a contrastare la povertà, l’esclusione sociale. E qui immaginiamo, credo, delle situazioni limite: barboni, senza tetto. Per qualche oscura ragione non si distingue con chiarezza che il carattere universalistico di questi sussidi si rivolge per principio a tutti. Ma in Italia sembra quasi che solo con la giustificazione del soccorso dei poveri si possa accettare l’idea del reddito minimo. Le ragioni sono invece più complesse. Il reddito minimo è una delle ragioni che emancipa molto presto i figli dalle loro famiglie in molti paesi europei. I figli della mia padrona di casa in Inghilterra se ne andarono di casa raggiunti i 18 anni con il loro bravo reddito minimo. E la madre non se la passava affatto male: aveva un bel lavoro e una bella casa in uno dei migliori quartieri di Bristol. Certo, è vero, i suoi figli erano “poveri”, come sono “poveri” però la maggioranza dei diciottenni. Basterebbe riflettere sul fatto che hanno diritto al reddito minimo, in Gran Bretagna – come già detto – coloro che, oltre a non avere un lavoro, non superano i 12.775 euro di risparmi per capire che la parola “povertà” è equivoca. In Germania, come in Svezia, il 50% di coloro che ricevono il reddito minimo sono giovani sotto i 21 anni .
Una delle ragioni della freddezza italiana verso il reddito minimo è l’idea (diciamolo, detestabile e ridicola) che l’assistenza debba provenire dalla famiglia. In Inghilterra, invece, oltre al Child Benefit, «which is paid to parents», esiste l’Education Maintenance Allowance, il cui aspetto affascinante è di non essere un sussidio versato ai genitori ma ai figli, «direct into the students own bank account», nel loro conto bancario . In ogni caso, però, pur con tutta la nostra dedizione alla famiglia, noi spendiamo la metà di quanto spendono gli altri per la famiglia. In Francia le coppie (che lavorino o meno) con almeno due figli hanno diritto alle Allocations familiales: 115 euro al mese; con tre figli gli euro diventano 262 e se i figli sono più di tre a questa cifra vanno aggiunti 147 euro (per ogni figlio in più). Per quanto tempo? Fino al compimento del ventesimo anno di età. Come si ottiene il sussidio? Non occorre fare domande. Viene versato automaticamente. La Prestation d’accueil du jeune enfant (Paje) è invece un aiuto pensato per ogni nato, ma anche per ogni bimbo adottato o «accolto in vista dell’adozione»: varia da 138 a 211 euro. Per la baby sitter sono previsti altri soldi. Poi c’è la Allocation de rentrée scolaire: è concessa a chi non supera un certo reddito (16.726 euro l’anno per un figlio; 20.586 euro per due figli; 24.446 per tre figli). Ammonta a 257, 61 euro ed è versata a fine agosto per tutti i ragazzi che vanno a scuola. Serve per comprare libri, colori e quaderni. Anche per quanto riguarda l’affitto in Francia la condizione per usufruire dei contributi è che l’appartamento sia «decente e abbia una superficie minima, proporzionata al numero degli occupanti». Mancando queste condizioni, il disoccupato o chi ha un reddito basso, perde il diritto alla sovvenzione. Se poi si decide di ristrutturare il proprio alloggio, sia che si sia proprietari sia che si sia inquilini, si ha diritto al Prêt à l’amélioration de l’habitat, un prestito statale.
Persino con Margaret Thatcher al governo, il reddito minimo funzionava senza problemi. Questo lascia capire quanto bisogno abbiamo noi di “cose di sinistra”, se persino al tempo della Thatcher – almeno rispetto a queste questioni – gli inglesi stavano meglio di noi oggi. Non so quanti tra noi si rendano conto del fatto che la nostra situazione è imparagonabile a quella inglese, o francese, tedesca … perché è tra le peggiori in Europa: lo dice Eurostat. Da noi si trovano insieme questi fattori: maggior divario tra i redditi, maggior numero di disoccupati e precari, assenza totale di reddito minimo, affitti delle case alle stelle. Alla mancanza di un confronto positivo con gli altri sistemi europei ha contribuito anche un limite ideologico della sinistra italiana che si è trasformato in un limite cognitivo. La sinistra non poteva registrare dei fatti positivi in sistemi di cui si pensava comunque come alternativa. Ulteriore conseguenza è che, all’interno di queste analisi e delle relative categorie, tutte le vacche sono diventate nere: e si è persa l’individualità, l’assoluta specificità, del caso italiano.

3. Differenza tra indennità e reddito minimo d’inserzione sociale. Per non incorrere in equivoci e nelle trappole del gioco delle tre carte occorre distinguere indennità di disoccupazione e reddito minimo. Per il nostro discorso non interessa l’indennità di disoccupazione a favore di chi aveva un lavoro e lo ha perso, che esiste anche in Italia, ed è finanziata dai contribuiti sociali. Interessa, invece, il reddito minimo d’inserzione, che è finanziato nei paesi europei dalla fiscalità generale, e che in Italia non esiste.
La differenza è enorme. L’indennità di disoccupazione è un’assicurazione. Sicché, è vero che è prevista anche in Italia, ma attenzione: solo i lavoratori più «tipici» se la possono permettere, perché solo questi versano i contributi necessari. I precari, i lavoratori cosiddetti «atipici», coloro che ne avrebbero dunque più bisogno, non hanno, invece, alcuna indennità. Inoltre, l’indennità di disoccupazione dura (solo da pochissimo) un anno, dopo di che buona fortuna. Al contrario in Europa, il reddito minimo copre sia chi non ha ancora un lavoro sia chi ha perso il lavoro e non ha diritto all’indennità o perché l’ha esaurita o perché non ha versato i contributi. Nel Regno Unito la distinzione è chiara già nei nomi delle due diverse prestazioni: Contribution-based Jobseeker’s Allowance per l’indennità di disoccupazione e Income-based Jobseeker’s Allowance per reddito minimo garantito. Per la stessa ragione esiste l’Income support che è previsto, però, per chi lavora meno di 16 ore a settimana . Queste forme di sostegno del reddito, naturalmente, sono illimitate nel tempo.
Per avere l’indennità di disoccupazione in Italia occorrono almeno due anni di contributi, oppure 52 contributi settimanali negli ultimi due anni. In Francia per aver diritto all’indennità è necessario aver lavorato almeno 6 degli ultimi 22 mesi. L’ammontare dell’indennità viene stabilito con una media della retribuzione degli ultimi 12 mesi, secondo un sistema che salvaguarda i redditi più bassi. La durata dell’indennità varia da un minimo di 7 mesi ad un massimo di 60. A ciò si aggiungono circa 10 euro fissi al giorno, in determinate circostanze.
In Germania l’indennità di disoccupazione si chiama Arbeitslosenhilfe. Viene calcolata in base al netto dell’ultimo stipendio (il 60% e con figli il 67%), e non è una voce soggetta a tassazione. Fino al 2002 si aveva diritto alla sovvenzione dell’Arbeitslosenhilfe anche con un’occupazione di sole 12 ore alla settimana. Sarà sopravvissuta alla riforma restrittiva questa opportunità? Diciamo che per noi cambia veramente poco. La durata dell’indennità di disoccupazione varia dai 6 ai 32 mesi (per chi ha 57anni). Ma a partire dal 31.01 06 si porterà a 12 mesi con un massimo di 18 mesi per chi ha più di 55 anni. Dopo questi 12 mesi gli Arbeitslosen tedeschi dovranno accontentarsi dell’ Arbeitslosengeld II che di fatto è illimitata. Naturalmente, queste leggi si applicano anche agli stranieri che risiedono in Germania con regolare permesso di soggiorno. I siti ufficiali hanno immancabilmente apprestato delle spiegazioni per loro, traducendo la normativa in chiari punti in italiano, arabo, turco .
Un altro capitolo importante riguarda le condizione per ricevere il reddito minimo. Il disoccupato è aiutato a condizione che voglia lavorare in futuro. Ora c’è un problema che noi non ci poniamo. In Europa succede che il disoccupato possa ricevere delle offerte di lavoro addirittura dall’ufficio di collocamento. Non deve sfuggire un fatto essenziale: in queste nazioni imprevedibili e bizzarre, gli uffici di collocamento sono molto efficienti.
Ora la cosa essenziale è notare che il lavoro in ogni caso deve essere conforme alle qualifiche del lavoratore e può essere rifiutato senza perdere i vari sussidi qualora non rispondesse a queste qualifiche e se non rientrasse in determinati requisiti che sono definiti per legge. Ad esempio, se è troppo lontano dal proprio luogo di residenza. In Danimarca, a proposito di modello nordico, i disoccupati di lungo periodo hanno l’obbligo accettare il lavoro che l’ufficio di collocamento trova per loro, pena la progressiva diminuzione del sussidio.

4. Assenza dal dibattito pubblico. Lo si è detto, stupisce che una questione di grande rilevanza, come è, senza dubbio, quella del reddito minimo, non sia già da tempo un tema di pubblico dibattito e di pubblico dominio, ma rimanga un argomento confinato alle analisi sociologiche. Stupisce che la frase “il mercato del lavoro richiede oggi flessibilità” non si completi automaticamente con “e un reddito minimo garantito, come in tutti gli altri paesi europei”. Insomma, è un fatto politicamente rilevante che in Italia non sia abbia una rappresentazione adeguata di che cosa sia il reddito minimo in Europa. C’è poco da girarci intorno. È solo colpa dei mezzi di comunicazione di massa? Da quando, vent’anni fa, feci esperienza diretta di queste cose vivendo in Inghilterra, ho avuto sempre l’impressione che in Italia si vivesse chiusi in una sorta di realtà parallela incomunicante con il mondo circostante. Curiosamente, sappiamo tutto delle bizzarrie della monarchia inglese, grazie ai “gustosi” servizi dei tg nazionali: caccia alla volpe, monellate dei principotti, matrimoni e tradimenti, diari e scandali. Non interessa invece il fatto che, mentre disoccupazione e precarietà in Italia sono prive di una reale copertura che non sia la famiglia, in Inghilterra chi non lavora, chi ha un reddito basso, o anche solo un diciottenne con la chitarra in mano, viene spesato anche dell’affitto della casa.
Eppure, ben lungi dall’essere una fantasia di utopisti, il reddito minimo funziona piuttosto bene in Europa: tant’è vero che il problema della disoccupazione non è più, in queste remote nations of the world, quello dell’indigenza, ma quello di ridurre il rischio (comunque molto limitato) costituito dalla cosiddetta “trappola assistenziale” che spinge alcune persone a rimanere nell’assistenza piuttosto che a lavorare. Molti studi hanno però dimostrato l’ovvio, e cioè che in linea di massima rimangono nell’assistenza coloro che avrebbero avuto comunque bisogno di assistenza .
Ma il vero vantaggio del reddito minimo è che permette di ridurre il condizionamento della disoccupazione nella scelta del proprio futuro lavorativo. Il reddito minimo permette di guardare al lavoro sotto una prospettiva che è più legata alla scelta, che non alla necessità. Il problema del lavoro tende – in linea di massima – a riguardare più il ruolo sociale, l’aspirazione individuale che non la ricerca del pane quotidiano. Non è detto che una persona debba voler far il cameriere o l’operaio, a vita fino alla pensione. Una maggior mobilità unita a garanzie sicure può essere, almeno per qualcuno, un’occasione di migliorare la propria posizione. In Italia invece il mezzo (il lavoro) diventa il fine. Ed ecco la paradossale locuzione dei cosiddetti lavori “socialmente utili” oppure le più banali assunzioni clientelari. Il lavoro tende a confondersi con il welfare. È un errore dunque minimizzare l’assenza tutta italiana del reddito minimo come una banale diversità di interpretazione dello stato sociale. Questa mancanza sembra rivelare qualcosa di più importante, qualcosa che affonda le radici nell’impianto sociale e politico del nostro paese, ne rispecchia il carattere autoritario e clientelare, lontano da un modello anche solo “liberale”.
L’introduzione del reddito minimo non si scontra con insormontabili limiti economici. Lo dimostra il fatto che molti paesi lo adottano. Per certi versi (e sorvolando sulle differenze sul modo di intenderlo) il reddito minimo mette d’accordo economisti molto diversi tra loro. L’economista neoliberista e premio Nobel Milton Friedman ha sostenuto con forza negli Usa, oltre alla celebre «riduzione delle tasse», anche l’opportunità dell’introduzione del reddito minimo, portando dalla sua parte molti economisti. Dall’altra parte, però, sostenitore del reddito minimo è stato anche l’economista neokeynesiano, anch’egli premio Nobel, James Tobin. In Italia Tito Boeri è spesso intervenuto a sostegno dell’introduzione del reddito minimo nel nostro paese. Da un punto di vista filosofico Antonio Negri nel suo Impero ha sostenuto la fondatezza del reddito garantito in senso universale basandosi però ancora su un’idea di retribuzione (per un lavoro svolto ma non riconosciuto). Per il filosofo ed economista Philippe van Parijs (belga ma attualmente professore ad Harvard) e per il nutrito gruppo di economisti e intellettuali di ogni nazione europea riuniti nel BIEN, si dovrebbe andare addirittura oltre gli attuali sussidi di disoccupazione . Il Basic income, da riconoscersi a tutti, ricchi e poveri, occupati e disoccupati, vale semplicemente come principio di garanzia di libertà – della libertà di passare il tempo a fare il surf sulla spiaggia di Malibù come della libertà di lavorare. Per quanto possa sembrare strano, secondo van Parijs, questa soluzione costerebbe addirittura meno dell’attuale sussidio di disoccupazione ed eviterebbe il rischio della cosiddetta «trappola assistenziale», perché lavorare non significherebbe rinunciare al sussidio . La proposta del Basic income non può apparire nella sua giusta luce se non si tiene presente la realtà dei sussidi di disoccupazione in Europa. Il Basic income è per certi versi figlio dei sussidi di disoccupazione, ne rappresenta l’evoluzione, la radicalizzazione del principio. Si pensi per esempio al fatto che in Austria il reddito minimo è considerato chiaramente un diritto soggettivo . Naturalmente il dibattito teorico sul reddito minimo è molto ampio e complesso (ma qui non è questo che interessa): un altro punto di vista sulla questione è, ad esempio, quello di André Gorz .

5. L’etica protestante e lo spirito del welfare. L’idea dominante da noi è che in tema di welfare nessuno possa fare miracoli, con l’eccezione di alcuni paesi alieni, come la Danimarca, la Svezia, la Norvegia. Così, paradossalmente, l’esperienza scandinava ha avuto da noi l’effetto di nascondere tutto quello che avveniva nel resto d’ Europa. Gli scandinavi fanno miracoli, il resto del mondo è invece come noi. Proprio l’eccezionalità ha finito per suggerire che non sono paesi il cui esempio possa essere seguito. Sì è vero, hanno tante belle cose : ma sono pochi, hanno più risorse, sono protestanti e via discorrendo. Si tratta, come ricorda ad esempio Michele Salvati (MicroMega, 1/05 p. 48), di «paesi piccoli, socialmente molto omogenei, di cultura protestante, e con sindacati e partiti molto robusti, esempio di un modello ‘neo-corporativo’, (e dunque di élite colluse e autoreferenziali) di cui i politologi fecero un gran parlare alcuni anni addietro». Capisco il senso. Tuttavia, per autoreferenzialità neocorporative e collusioni partitiche noi non siamo da meno a nessuno, anche senza il welfare dei danesi. Il problema è che, indipendentemente dalla risposta che si possa dare al ruolo del protestantesimo nell’efficienza dello stato sociale, ad essere più avanti di noi non sono solo gli alieni scandinavi. L’Argomento demografico («sono pochi, dunque ricchi»); l’Argomento antropologico («i nordici sono rigidi, onesti e democratici per natura»); l’Argomento svizzero o elvetico («sono paesi chiusi che consumano in beata e piccina autarchia, misteriose risorse di cui solo loro dispongono») crollano di fronte alla Francia, alla Germania, alla Gran Bretagna, alla Spagna, al Portogallo, all’Austria. Crollano di fronte alle raccomandazioni inascoltate dell’Unione Europea. Anche l’Argomento autodenigratorio, semplice variante dell’Argomento antropologico («figurarsi in Italia che cosa succederebbe con il reddito minimo, nessuno lavorerebbe più o tutti lavorerebbero al nero»), vacilla se si considera che il reddito minimo è molto più trasparente delle pensioni di invalidità. E caso mai il discorso va rovesciato: proprio in un paese dove, come si dice, «la mafia trova lavoro», sarebbe opportuno asciugare il disagio sociale. Proprio in un paese disinibito al voto clientelare, sarebbe opportuno, contro le soluzioni discrezionali, fissare come diritto soggettivo il reddito minimo. Del resto è un discorso vecchio come il cucco. Il reddito minimo renderebbe gli individui meno dipendenti e più liberi: più liberi anche dai condizionamenti prodotti dalle nostre élite autoreferenziali a caccia di clientele e collusioni. Tra l’Eccezione nordica e l’Italia c’è un terreno intermedio: ed è a questo terreno intermedio che fa riferimento Jeremy Rifkin a proposito del Sogno europeo.
Nonostante si sia disposti a credere il contrario, l’Italia spende meno degli altri paesi in welfare. Non sempre i sistemi dei diversi paesi sono comparabili, ma un’idea generale i numeri la danno comunque. Secondo Eurostat l’Italia è tra i paesi Ue che dedicano meno risorse alla protezione sociale. In media, nel 2001 i Quindici dedicavano il 26,5% del proprio prodotto interno lordo (Pil) alle spese per la protezione sociale; percentuale che in Italia scende al 24,5% (undicesimo posto nell’Ue a 15). Il livello massimo si registra in Svezia (30,3%) ed il minimo in Irlanda (14,6%). L’Italia è in assoluto il paese che dedica la maggior parte delle risorse destinate alla protezione sociale alle pensioni (62,2% contro il 46,5% della media europea), ed è invece nelle ultime posizioni per la percentuale di risorse assegnate alle famiglie (4,1% contro 8%), ai disoccupati (1,6% contro 6,3%) e alle due funzioni alloggio ed esclusione sociale (complessivamente, 0,3% contro 3,6%).
Quante volte si è chiacchierato del problema del costo degli alloggi? Qui veramente i numeri parlano da soli. L’Italia spende un ridicolo 0,1%, mentre la Francia spende il 3,1% e l’Inghilterra il 5,5. Potrebbe far riflettere che a Portici c’è una densità di 13.322 abitanti per chilometro quadrato mentre a Hong Kong è di 6.314 . Proviamo a indovinare dov’è il problema?
Una società più giusta funziona anche meglio. Non è meno competitiva, ma più competitiva. Più giustizia (meglio che la Giustizia) coincide con più libertà. Lo dimostra anche il reddito minimo. In Europa chi non lavora temporaneamente può permettersi di aspettare, di cercare, di studiare e alla fine di trovare un lavoro più gratificante di quello che ha perduto. Il reddito minimo prefigura in questi paesi un rapporto con il lavoro diverso da quello a cui siamo stati abituati. La precarietà diventa anche un modo per guardarsi intorno e per scegliere. È una realtà della quale potrei portare molti esempi di amici e amiche francesi o inglesi … C’è chi con il reddito minimo ha potuto investire del tempo per la preparazione del concorso per insegnare nella scuola; chi ha potuto affrontare le incertezze della precarietà che comporta la carriera accademica. «Le Rmi» non ha permesso un periodo di vita nel lusso, ha però concesso loro il lusso di scegliere la propria vita. Al contrario, potrei fare il caso di una giovane studiosa italiana di manoscritti medievali, molto promettente, che oggi lavora come vigile urbano. A 28 anni, Guido partì per l’Inghilterra con alle spalle un corso di laurea in lettere non terminato e davanti il modesto progetto di imparare l’inglese per poi, forse, tornare in Italia. A 28 anni le opportunità gli sembravano (a torto) ristrettissime. Dopo aver studiato l’inglese in un bel college, pagando una quota ridotta del 75% in quanto disoccupato, si iscrisse all’università di Bristol. Gli riuscì poi di fare quello che in Italia non era riuscito a fare: laurearsi. E non solo. Lo lasciai che studiava l’inglese, lo ritrovai 15 anni dopo che insegnava all’università.

Fonte: di Gianni Perazzoli, da MicroMega 3/2005

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Sorda Battaglia per il Tempo. Società malate di velocità.

La tecnologia avrebbe dovuto portare libertà e nuovi piaceri all’umanità, liberando l’uomo dal lavoro. Il ritmo della vita però ha seguito quello delle macchine, e ognuno, a proprio modo, si sente oppresso da ritmi di vita asfissianti. Ripartito e distribuito in maniera ineguale, il tempo è ormai una risorsa rara e contesa. per comprendere le ragione di una tale penuria, è necessario fare una piccola deviazione storica….

Gerald Murphy - Watch - 1925

Gerald Murphy – Watch – 1925

Economista e romanziere Spagnolo, Fernando Trias de Bes sa bene che la gente ha ormai pochissimo tempo per leggere, tanto meno per scrivere; ed ha per questo pubblicato un racconto molto breve e allo stesso tempo infarcito di abbreviazioni. Nel corso della narrazione ci si appassiona ai problemi ordinari vissuti da un personaggio ordinario soprannominato TC, che sta ad indicare “Tipo Comune” appunto. TC è impiegato in una multinazionale, per cui svolge un ruolo fondamentale: nascondere  in un armadio le fatture dei fornitori, allo scopo di obbligare gli stessi a re inviarle. L’attività lavorativa, assieme al problema del prestito bancario contratto per acquistare l’appartamento di famiglia, lo opprime e non lascia a TC abbastanza tempo (T) per dedicarsi alla sua passione segreta che risiede in lui sin dall’infanzia: studiare le formiche dalla testa rossa (Form Tst rss).

Un giorno, avendo calcolato che per ripagare il suo debito e ritornare alle sue Form Tst Rss sarebbero stati necessari altri trentacinque anni, TC decide di dimettersi e di fare fortuna. Un’idea geniale gli frullò per la testa: TC si metterà a vendere quello che i suoi contemporanei ricercano con più ardore, il Tempo. TC comincerà così con il proporre dei flaconi da cinque minuti, poi estenderà la gamma di prodotti offerti arrivando sino a scatole da 2 ore. Il suo genio commerciale causerà dei cambiamenti sociali e politici lontani da ogni previsione.

Il racconto di Trias de Bes ci ricorda molto il racconto fantastico di Micheal Ende pubblicato nel 1973, “Momo”. Entrambi hanno la capacità di risvegliare nel lettore quella sensazione di comprensione e vicinanza ad un tema fondamentale come quello del Tempo, la cui penuria o la cui sottrazione al controllo diretto dell’individuo rappresentano spesso l’elemento centrale del malessere delle moderne società occidentali. Tuttavia se in “Momo” notiamo lo sforzo dello scrittore nel farci riflettere sul significato di una vita spesa a “non sprecare” il tempo e a rendere il tempo sempre più produttivo, nel “Il venditore del tempo”, Trias de Bes mette in luce un aspetto oggi ancora molto più importante: il debito come furto del tempo (vedere anche Maurizio Lazzarato http://www.liberacittadinanza.it/articoli/il-debito-o-il-furto-del-tempo) e la cosiddetta fame di Tempo (Hartmut Rosa «Alienation et Acceleration. Vers une théorie critiques de la modernité tardive» : http://www.monde-diplomatique.fr/2012/05/POLLMANN/47720).

Oggigiorno  lo stile di vita frenetico e la critica ferrea al tempo impiegato in maniera improduttiva, hanno portato la società occidentale a sottostimare sempre più il valore del tempo a tal punto da degradarlo senza vergogna. Il sociologo tedesco Hartmut Rosa distingue tre tipi di accelerazione che si combinano nella società moderna e che contribuiscono ad aumentare il ritmo della vita quotidiana: l’accelerazione tecnologica (Internet, i treni ad alta velocità, i forni a micro-onde etc); l’accelerazione sociale (si cambia molto più spesso il posto di lavoro ed il proprio partner..); e l’accelerazione del ritmo di vita ( si dorme di meno, si parla più velocemente, si hanno meno scambi con le persone a noi vicine, si stira telefonando o guardando la televisione etc.).

L’accelerazione tecnologica avrebbe dovuto logicamente assicurare alla gente una vita più pacifica e languida, ma al contrario il fatto che tale accelerazione riduce la durata di un qualsiasi processo, essa ne moltiplica il numero. Il risultato quindi è una vita più frenetica in cui il numero di attività che è possibile fare in un determinato arco di tempo è considerevolmente aumentato. E’ molto più rapido scrivere un SMS o una mail piuttosto che una lettera, ma si scrivono molte più mail oggi di quante lettere si scrivevano in passato. L’esplosione del numero di stimoli e sollecitazioni a cui si è sottoposti – internet, tv, industria dei piaceri etc. – obbliga a fare delle scelte che ovviamente andranno ad influire sul consumo del nostro tempo.

L’Orologio, «Mulino del Diavolo»

Quello dell’accelerazione è , secondo Hartmut Rosa, un fenomeno tutto occidentale. Le società occidentali infatti la consideravano, e la considerano ancora, un elemento fondamentale per il progresso e l’autonomia. Tuttavia tale accelerazione avvelena le istituzioni e i quadri politici grazie ai quali ha potuto prendere piede nelle moderne società occidentali. Essa diventa una “forza totalitaria interna alla società moderna”, intesa come principio astratto e onnipresente al quale nulla e nessuno può sottrarsi. Nella vita quotidiana l’individuo ha l’impressione di dover sempre star a rincorrere qualcosa senza riuscire mai a prendere un certo distacco dalla propria esistenza. A livello collettivo invece le comunità politiche perdono sempre più il loro controllo sul proprio destino. Paradossalmente però tale rincorsa folle è accompagnata spesso da un sentimento di inerzia e di fatalismo.

Fatalismo crescente tra le classi sociali meno abbienti, che come spesso accade, sono costrette a soffrire in maniera più marcata i cambiamenti che la società impone. Il tempo diventa ormai una risorsa sempre più contesa, e come altre risorse, spesso è mal distribuita tra le differenti fasce sociali. Le classi medio – alte hanno più possibilità di accaparrarsi questa preziosa risorsa, rispetto a quelle meno agiate. Un caso esemplare è quello francese: la legge Aubry sulla riduzione dell’orario di lavoro, emanata nel 1998 e poi modificata nel 2000, concede una quantità oraria di ferie retribuite più consistente per i “quadri” aziendali e allo stesso tempo frammenta i ritmi di lavoro degli impiegati poco specializzati, che hanno visto imporsi una flessibilità più marcata.  Nascono continuamente agenzie che permettono di recuperare Tempo e liberarsi del fastidio causato da alcune attività “sconvenienti” come le pulizie di casa, il prendersi cura dei bambini, oppure fare la fila per pagare le bollette della luce etc. Ovviamente saranno le classi più agiate a permettersi tali servizi.

Se tuttavia il lavoro negli ultimi decenni si è intensificato e tende, per alcune categorie di lavoratori, a invadere sempre più la sfera personale, la sua durata ufficiale continua a diminuire sin dagli inizi dell’epoca moderna. Gli individui dovrebbero quindi disporre di maggior tempo libero rispetto al passato, ma il ritmo infernale della vita collettiva non sembra poter farci credere che tale tempo libero sia effettivamente libero.  Per di più la gente consacra questo tempo libero ad attività di poco valore ai suoi stessi occhi (come guardare la TV etc.): sembra quasi che la gente sia inibita e incapace di dedicarsi a ciò che veramente li appassiona.

Quanto detto fino a qui non dovrebbe stupirci più di tanto, visto che assieme al problema della quantità è sempre esistito quello della qualità. Non si è più capaci di abitare il nostro tempo libero, ne di “addomesticarlo” e controllarlo. L’idea del tempo a cui siamo abituati oggigiorno e l’uso che ne facciamo, sono stati forgiati dall’etica capitalistica di stampo protestante secondo cui il Tempo non è altro che una risorsa astratta che bisogna sfruttare al massimo in nome della produttività.

Le rivolte delle prime generazioni di operai  nacquero proprio quando videro imporsi orari di lavoro definiti dall’orologio e non più dal termine dell’attività da compiere (come riferisce lo storico britannico Edward Palmer Thompson). Con questa regolarità si perde l’abitudine di alternare periodi di lavoro intensi a periodi di ozio, ritmo naturale dell’essere umano. E’ la divisione rigida del tempo che permette di imporre la disciplina sul luogo di lavoro. Anche la scuola abitua i ragazzi ad una divisione del tempo molto rigida, l’obiettivo è quello di domare precocemente la futura classe lavoratrice:  nel 1775 a Manchester, il reverendo J. Clayton si preoccupa nel vedere “bambini inoccupati che non solamente perdono il loro tempo, ma che per di più prendono l’abitudine di giocare”. La dimensione repressiva dell’azienda invece appare chiaramente quando il teologo puritano Richard Baxter che, prima della diffusione degli orologi da tasca, suggeriva ai suoi seguaci di regolarsi sul proprio “orologio morale interiore”. In tempi più recenti, nel 2005 in Germania, il Ministro Cristiano-Democratico della giustizia nella regione di Hesse aveva suggerito di “mantenere un sguardo attento  sui disoccupati” e grazie a delle “manette elettroniche re-insegnarli a vivere ad orari normali”.

La logica della produttività, del profitto e della competitività si estende ormai a tutti gli ambiti della vita (“la concorrenza non dorme mai, il tempo è denaro”). Il tempo libero, ancora più prezioso in tempi in cui sembra più difficile procurarsene, deve essere gestito efficacemente; ma la riluttanza a correre il rischio di dilapidarlo ha delle conseguenze pesanti. Ne risulta così un handicap condiviso a larga scala, senza differenza di classe sociale: “lo sfruttato, così come lo sfruttatore, non ha la possibilità di dedicarsi incondizionatamente, alla pigrizia” scrive Raoul Vaneigem. “Sotto l’apparente languore del sogno si risveglia una coscienza che il martellamento quotidiano del lavoro esclude dalla sua realtà utilitarista”. Hartmut Rosa è in linea con tale riflessione: secondo lui se si vuole riprendere il controllo sul corso della storia individuale e collettiva, è necessario innanzitutto procurarsi del tempo importante per il gioco e l’ozio. E’ necessario re imparare a trascorrere “male” il tempo.

Ciò che bisogna riconsiderare, secondo Rosa, è la possibilità di “appropriarsi del mondo”; in mancanza  di ciò quest’ultimo diventa “silenzioso, freddo, indifferente e addirittura ostile”; lui parla di un “disastro dell’eco (resonance) della tarda modernità”. Anche la ricercatrice Alice Medigue identifica un fenomeno di disappropriazione che mantiene l’individuo contemporaneo in uno stato di estraneità al mondo e alla propria esistenza. Prima del regno dell’orologio – che i contadini della Cabilia (regione dell’Algeria) degli anni 1950, chiamavano “mulino del diavolo” (moulin du diable), secondo quanto riporta Pierre Bourdieu – i modi di misurare il tempo legavano naturalmente gli essere umani al loro corpo e all’ambiente reale e concreto in cui vivevano. I monaci Birmani, racconta Thompson, si svegliavano all’ora in cui “c’era abbastanza luce per vedere le vene della mano”; in Madagascar, il tempo si  contava in base “al tempo di frittura di una cavalletta”…

Visto che essa affonda le sue radici nel profondo della storia della modernità, la crisi del tempo non può risolversi con soluzioni superficiali. Per questa ragione bisogna guardare con una certa prudenza le iniziative del movimento Slow: Slow Food per la gastronomia, Slow Media per il giornalismo, Cittaslow per l’urbanismo….Negli Stati Uniti, Stewart Brand sopraintende nel deserto del Texas la costruzione di un “Orologio del Lungo Presente” che dovrebbe funzionare per dieci mila anni e dare all’umanità il senso de lungo periodo. Il progetto però perde tutto quel suo significato poetico quando si viene a sapere che tale progetto è finanziato da Jeff Bezos, fondatore di Amazon: sorge il dubbio che forse i suoi dipendenti, impegnati a pedalare per far funzionare gli ingranaggi di tale orologio, possano veramente trovare in tale opera un conforto esistenziale…

Fonte :

Libera traduzione e interpretazione dell’Articolo di Mona Chollet “Le Monde Diplomatique” – Dicembre 2012