Paul Lafargue e l’ozio. Un dogma disastroso

Una strana follia possiede le classi operaie delle nazioni dove regna la civiltà capitalista. Questa follia trascina al suo seguito miserie individuali e sociali che da secoli torturano la triste umanità. Questa follia è l’amore per il lavoro, la passione nociva del lavoro, spinta fino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie . Invece di reagire contro questa aberrazione mentale i preti, gli economisti, i moralisti, hanno sacro-santificato il lavoro. Uomini ciechi e ottusi, hanno voluto essere più saggi del loro Dio, uomini deboli e spregevoli hanno voluto riabilitare ciò che il loro Dio aveva male detto. Io che non mi proclamo cristiano, economo e morale , rimetto il loro giudizio a quello del loro Dio, le prediche della loro morale religiosa, economica, di liberi pensatori, le rimetto alle conseguenze spaventose del lavoro nella società capitalista.

Nella società capitalista il lavoro è la causa di tutta la degenerazione intellettuale , di tutta la deformazione organica. Paragonate il cavallo purosangue delle scuderie di Rothschild servito da uno stuolo di bimani, con il pesante bruto delle fattorie normanne che ara la terra, trasporta il letame , ammucchia il raccolto. Osservate il nobile selvaggio che i missionari del commercio ed i commercianti della religione non hanno ancora corrotto con il cristianesimo, la sifilide ed il dogma del lavoro ed osservate successivamente i nostri miserabili servi delle macchine.Quando nella nostra Europa civilizzata vogliamo ritrovare una traccia della bellezza nativa dell’uomo, bisogna andarla a cercare nelle nazioni dove i pregiudizi economici non h anno ancora estirpato l’odio del lavoro. La Spagna, che ahimè sta degenerando, può ancora vantarsi di possedere meno fabbriche che noi di prigioni e di caserme . Ma l’artista si rallegra ammirando il fiero Andaluso bruno come le castagne , diritto e flessibile come un’asta d’acciaio. Il cuore dell’uomo sussulta sentendo il mendicante , superbamente avvolto nella sua capa bucata, dare dell’amigo ai duchi di Ossuna. Per lo Spagnolo presso il quale l’animale primitivo non è atrofizzato, il lavoro è la peggiore delle schiavitù. I Greci dell’epoca d’oro non avevano che disprezzo nei confronti del lavoro: agli schiavi solamente era permesso di lavorare, l’uomo libero conosceva soltanto gli esercizi fisici e d i giochi d’intelligenza. Era anche il tempo in cui si camminava e respirava in mezzo agli Aristotele , ai Fidia, agli Aristofane; era il tempo in cui un pugno di coraggiosi schiacciava a Maratona le orde dell’Asia che Alessandro avrebbe presto conquistato. I filosofi dell’antichità insegnavano il disprezzo del lavoro, forma di de gradazione dell’uomo libero; i poeti cantavano l’ozio, dono degli Dei: O Meliboe , Deus nobis hæc otia fecit.

Cristo nel suo discorso della montagna, predicò la pigrizia: “Contemplate la crescita dei gigli nei campi, non lavorano né filano e tuttavia, io vi dico, Salomone in tutta la sua gloria, non è stato più splendidamente vestito“.
Geova, il dio barbuto e arcigno, dette ai suoi seguaci il supremo esempio della pigrizia ideale : dopo sei giorni di lavoro si riposò per l’eternità.

Invece quali sono le razze per le quali il lavoro è una necessità organica? Gli alverniati; gli scozzesi questi alverniati delle isole britanniche; i galiziani questi alverniati della Spagna; i pomerani, questi alverniati della Germania, i cinesi questi alverniati dell’Asia.

Nella nostra società quali sono le classi che amano il lavoro per il lavoro? I contadini proprietari e i piccoli borghesi; i primi chini sulla terra, gli altri rintanati nelle loro botteghe , si muovono come la talpa nella sua galleria sotterranea e m ai alzano il capo per contemplare a proprio piacimento la natura.

E tuttavia il proletariato, la grande classe che abbraccia tutti i produttori della nazioni civilizzate , la classe che emancipandosi emanciperà l’umanità dal lavoro servile e farà dell’animale umano un essere libero, il proletariato tradendo i suoi istinti e misconoscendo la sua missione storica, si è lasciato pervertire dal dogma del lavoro.

Dura e terribile è stata la sua punizione . Tutte le miserie individuali e sociali sono sorte dalla sua passione per il lavoro.

Paul Lafargue, Le droit à la paresse, 1883

Paul Lafargue (Santiago di Cuba, 15 gennaio 1842 – Draveil, 26 novembre 1911) è stato un rivoluzionario, giornalista, scrittore, saggista e critico letterario francese, di ispirazione comunista.

I giacobini e I sansculottes Venezuelani

Solo i sansculottes Venezuelani potranno salvare la Rivoluzione Bolivariana

Scontri in Venezuela

Scontri in Venezuela

(Traduzione libera a cura di pensiero meridiano. Articolo originale: “Venezuelan Jacobins” di George Ciccariello-Maher per Jacobin)

 

Gli schiavi instancabilmente distrutti … A causa dei loro padroni hanno conosciuto lo stupro, le torture, la degradazione e, alla più piccola provocazione, la morte … facevano quanto gli veniva richiesto … E nonostante ciò erano sorprendentemente moderati … molto più umani di quanto lo siano stati i loro padroni … Le crudeltà della proprietà e del privilegio sono sempre molto più feroci della vendetta della povertà e dell’oppressione.”

– CLR James, The Black Jacobins

I giacobini Venezuelani sono saliti nuovamente alla ribalta. Dalle commemorazione per l’anniversario della morte di Hugo Chavez – un autentico Toussaint – alla recente intervista di Nicolas Maduro con Christiane Amanpour, il dibattito in Venezuela continua a concentrarsi sui piani altri delle stanze del potere. In un certo modo tutto ciò sembra avere un carattere piuttosto difensivo: infatti nelle scorse settimane, coloro che puntano a restaurare i privilegi feudali dell’ancien regime hanno tentato di  sfruttare le proteste studentesche della classe media per deporre il governo Maduro, e la comunità internazionale ha prestato molta attenzione al loro appello.

Le elites locali benestanti (il cui Inglese non mostra traccia di alcun accento) si sono appoggiate a Twitter ed ai media internazionali per mobilizzare la gente a scendere in strada. Sono stati appoggiati dalla stampa statunitense e da un sacco di ingenue celebrità, che ansiosamente hanno rigurgitato esagerazioni, rappresentazioni fuorvianti della realtà e vere e proprie bugie riguardo le famose “violazioni dei diritti umani” per mano del governo Maduro. Questi tentativi di dipingere ininterrottamente la rivoluzione bolivariana come un regime violento, sono diventati sempre più vacui con il passare del tempo e con l’aumento delle divisioni all’interno del movimento anti-Chavista.

Dopo qualche morto per mano delle forze governative – alcune seguite dall’arresto dei poliziotti e dei soldati coinvolti – l’impatto più forte delle violenze sta colpendo adesso i passanti e gli stessi Chavisti, così come dimostra l’uccisione di due persone per mano di tiratori dell’opposizione in un ricco quartiere di Caracas lo scorso 6 Marzo,  e quella di una donna Cilena lo scorso 9 Marzo nella città di Merida, mentre aiutava i vicini a smantellare alcune barricate.

Le Crudeltà della Proprietà  

Sebbene il mutamento delle proteste reazionarie in brutalità e violenza possa compromettere la loro causa nel breve periodo, alcune questioni riguardanti le violenze e la rivoluzione restano irrisolte. Ciò riflette qualcosa che appariva come una verità lapalissiana agli occhi di CLR James: i.e. “le crudeltà della proprietà e del privilegio sono sempre molto più feroci della vendetta della povertà e dell’oppressione.” La sproporzione smisurata della violenza reazionaria è stata una caratteristica tipica del processo rivoluzionario bolivariano sin dagli inizi. Il processo Bolivariano è figlio della ribellione e del massacro, entrambe decisive nel contribuire al suo successo. Nulla da dire su questo. Il 27 Febbraio del 1989, la popolazione Venezuelana si ribellò alle riforme neoliberali dando vita ad una settimana di scontri conosciuti come il Caracazo. La parte della popolazione sempre ai margini della società – a livello economico, sociale, politico e territoriale  – prese allora il controllo di spazi prima del tutto proibiti, traumatizzando così l’intera borghesia Venezuelana.

Se un promemoria dell’appunto di James era d’obbligo, un vero esempio ci è stato fornito dal colpo di stato contro Chavez dell’Aprile 2002, che vide molti più morti uccisi in poche ore che negli anni precedenti. Questo fenomeno è confermato nuovamente oggi con la scesa in piazza dell’opposizione reazionaria, alimentata dall’odio razziale e di classe nei confronti delle folle Chaviste che spesso sono state dipinte come violente. L’ipocrisia dell’attaccare con violenza coloro che sono visti come violenti non dovrebbe sorprenderci più di tanto, poiché è un elemento costante che conferma l’affermazione di Frantz Fanon, secondo cui coloro che sono relegati e costretti a “non essere”, persino apparire è un atto violento. Attaccare il privilegio sarà sempre dipinto come un atto violento da coloro che detengono il potere.

Oggi la questione della violenza, così come il compito – tanto impossibile quanto inevitabile – di misurarla o in qualche modo valutarla, è nuovamente all’ordine del giorno.  Ma nonostante le esagerazioni dei media internazionali che hanno seguito quello che Inigo Errejon ha chiamato “mediatic overrepresentation” delle proteste, l’osservazione di James resta ancora valida: che anche durante la Rivoluzione Haitiana, così “barbarica”, i veri barbari erano i potenti, i “vecchi proprietari di schiavi… che facevano esplodere della polvere da sparo nel culo di un Negro, che seppellivano vivo come cibo per insetti.” (old slave-owners … who burnt a little powder in the arse of a Negro, who buried him alive for insects to eat.) E così valido è anche il rimedio suggerito da James: “per questi non c’è bisogno di sprecare nemmeno una lacrima o una goccia d’inchiostro.

Sifrinaje

Come buon borghese, egli aveva un immenso rispetto per il sangue nobile e reale.”

– CLR James, The Black Jacobins

La classe non è mai stata solamente una questione di ricchezza o denaro, ma si è sempre basata su quel peculiare miscuglio di razza e classe che chiamiamo lignaggio: una nobiltà ereditata che è essa stessa fonte di capitali. La classe non è qualcosa che si compra o si acquisisce con facilità, molto spesso è qualcosa con cui si nasce. Mentre questa classe era una volta associata alle elites bianche conosciute come Mantuanos, o a Caracas molto più semplicemente “i padroni delle valli”, il mantuanaje è stato rimpiazzato da quello che in una recente etnografia, Ociel Lopez chiama sifrinaje, il “costume culturale” degli snob Venezuelani, o sifrinos.

Attraverso il sifrinaje, tutta la rabbia delle elites destituite dalla rivoluzione bolivarina è mobilizzata e trasmessa alle gelose classi medie attraverso la “denigrazione dei temi popolari e la criminalizzazione di ogni azione popolare” con epiteti per i poveri come “scimmie”, “tribù” o “feccia.” Nelle scorse settimane un altro termine utilizzato in maniera sdegnosa è stato “colectivos” – un vago riferimento ai settori popolari organizzati facenti parte del processo rivoluzionario – ripetutamente e infondatamente ritenuti responsabili di tutte le violenze (spesso commesse da altri).

Tali termini peggiorativi servono a legittimare la violenza dell’opposizione, così come quando un generale in pensione ha twettato una proposta per i manifestanti, ai quali suggeriva di attaccare fili ad un’altezza ben precisa delle barricate con l’obiettivo di “neutralizzare  i barbari Chavisiti in moto”.

Gochos

Le proteste tuttavia non sono cominciate con i mantuanos o i sifrinos ma con una identità politica molto differente il cui centro di gravità è situato molto più ad ovest, ai piedi della Ande, nel remoto Stato di Tachira: i gochos. I Gochos sono ben reputati per essere testardi e combattivi, ed in questa regione le barricate guarimba sono state le più violente. Un manifestante con un arma grossolana tra le mani, ha dichiarato al New York Times qui non siamo pacifici.”

Quando le proteste  sono diventate nazionali, l’orgoglio gocho è cresciuto, ma, come un recente tweet dimostra, questo non riguarda una semplice questione di identità regionale: “Los gochos son los putos amos de Venezuela,” “i gochos sono i fottuti padroni del Venezuela.”

Sebbene le elites urbane si sono sempre prese gioco dei gochos considerandoli come montanari arretrati, la regione ha dato i natali a ben sette presidenti (dittatori inclusi) durante il ventesimo secolo. L’identità Gocho, quella di gran lavoratori montanari, è emersa in diretto contrasto con la percepita pigrizia degli schiavi della costa, ed il loro orgoglio non si è mai separato dalla superiorità di casta: “hanno opposto il loro stile di vita austero a quello dei Venezuelani di colore delle pianure, da essi dipinti come discendenti degli schiavi amanti del divertimento.”

Politicamente conservatori, pieni di sdegno per le razze ritenute inferiori, e con una grande celebrazione della loro operosità che cede velocemente al disprezzo per i poveri, i gochos rappresentano qualcosa di simile ad un elettorato del Tea Party Venezuelano.

Di recente, le elite nazionali non hanno avuto problemi ad accettare di essere rappresentati dal presidente, il cui soprannome era El Gocho, Carlos Andres Perez, che nel 1989 ha imposto un pacchetto di riforme neoliberali che scatenò la rivolta del Caracazo e tutto quello che ne è conseguito dopo. I ribelli poveri dei barrios, nel frattempo, trovarono poche difficoltà nell’utilizzare appellativi di disprezzo nei confronti del presidente: durante le rivolte, “fuera el Gocho” era lo slogan comune.

Di recente ho parlato con un espatriato Venezuelano che ha descritto il gioco di identità appoggiandosi alla teoria del partigiano (Theory of the Partisan) di Carl Schmitt: i gochos che innalzano barricate nelle strade dell’ovest del Venezuela vedono loro stessi come “i veri Venezuelani che difendono i quartieri dai colectivos estremamente etnicizzati”.

Un simile complesso di superiorità alimenta le proteste a livello nazionale: come un operaio della zona de El Valle, nel sud di Caracas, mi ha descritto, questi individui che innalzano e bruciano barricate, risiedono nei grandi blocchi di appartamenti dell’avenue principale di Caracas e “credono di esser migliori di quelli che abitano nei barrios.

Sansculottes

I giacobini … erano autoritari nel loro atteggiamento … volevano agire con e per la gente … I sansculottes al contrario erano estremamente democratici: desideravano il governo diretto del popolo esercitato dal popolo; se chiedevano una dittatura contro gli aristocratici desideravano che fosse esercitata in maniera diretta.”

– CLR, The Black Jacobins

Non importa quanto possiamo esser contro la brutalità, esiste una forma di brutalità radicale e democratica che non possiamo rinnegare. Questa è la stessa brutalità che “ha portato via i Borboni dal trono”e che, dinnanzi all’implacabile congiura per ristabilire la schiavitù, ha infine portato al massacro dei bianchi di Santo Domingo, a cui James rispose schiettamente: “tanto peggio per i bianchi” (“so much the worse for the whites”).

Comunque questa non era brutalità per amore della brutalità, ed era nulla se paragonata alla più violenta e ripugnante brutalità per la causa della gerarchia e della casta. È invece uno strano paradosso: è una brutalità ugualitaria, una dittatura radicalmente democratica dei miserabili.

Quelli che oggi vengono chiamati “colectivos” e “tribù”, insultati con l’appellativo “Tupamaros” e nei decenni precedenti chiamati “nangaras”, sono infatti l’espressione più diretta dei miserabili, degli esclusi del Venezuela. Essi sono la fazione più politicizzata e rivoluzionaria degli emarginati di cui l’opposizione non si è mai preoccupata, nemmeno per un istante.  Se oggi essi sono autoritari, è solo per affermare che gli ultimi possano finalmente essere i primi.

Come l’attuale ministro delle municipalità  ha affermato in una recente intervista “i collettivi sono sinonimo di organizzazione e non di violenza”, e che questa organizzazione è un fenomeno locale radicale di democrazia diretta che cerca di trasformare lo stato stesso. Così come molti militanti rivoluzionari mi hanno fatto capire, essi sono con il Chavismo fino a quando il Chavismo è con la rivoluzione.

Anche all’interno del movimento Chavista esistono pericolosi fenomeni di disprezzo di classe nei cofronti dei poveri che vede i residenti dei barrios come soli beneficiari  invece che protagonisti del processo di rivoluzione bolivariano. La Rivoluzione Bolivariana stessa ha ironicamente creato una parte di questi “beneficiari” all’interno “delle classi medio basse che stanno crescendo negli ultimi anni grazie agli introiti del petrolio e all’”ingrassamento” dell’apparato statale … La burocrazia è emersa e si è affermata pertanto come una vera e propria classe sociale, con i propri interessi e le proprie paure.” Se i giacobini del processo Bolivariano vanno incontro a questo settore della società alle spese della base vera della rivoluzione, essi corrono il rischio mortale di “perdere influenza nei barrios, spazio privilegiato per la produzione del Chavismo come identità politica”.

Comuneros

Toussaint, come Robespierre, distrusse la sua fazione più radicale, e così facendo si scavò la fossa con le sue stesse mani.”

– CLR James, The Black Jacobins

La Rivoluzione Bolivariana non è mai stata per il personaggio Hugo Chavez. Essa l’ha preceduto e l’ha oltrepassato. Proprio come i sansculottes Francesi e Haitiani, che sostenevano i loro giacobini, e continuavano a lottare anche in loro assenza. Così come i sansculottes un secolo fa diedero vita alla Commune di Parigi, così i rivoluzionari Venezuelani oggi  stabiliscono la loro missione sotto lo slogan “Comuna o Nada!”, “il Comune o niente!

Le persone che oggi vengono chiamate “barbari” o riconosciuti come “colectivos” sono le stesse che si dedicano ogni giorno alla costruzione difficile e lenta di alternative socialiste partecipative e radicalmente democratiche.

C’è una forma di brutalità radicalmente democratica, quella che non presta alcuno sforzo o mezzo per distruggere le strutture del privilegio. Contro i creatori di miti dell’opposizione, il governo Chavista non ha liberato questo tipo di brutalità popolare, ma al contrario ha lavorato per contenerla. … Nonostante migliaia di pagine scritte nel corso dei secoli dagli intellettuali politici timorosi della “tirannia dei più”, la storia ci ha mostrato molto più spesso il contrario: la tirannia di elites economiche e piccole minoranze,  etniche e coloniali.

Il processo rivoluzionario Bolivariano deve confrontarsi oggi con ostacoli di natura economica – e di origine politica, resi ancora più insidiosi dalla morte di Chavez e dall’implacabile assalto dell’opposizione al governo Maduro. Ciò di cui si ha bisogno oggi, urgente più che mai, non è il dialogo o la riconciliazione, non è l’armonia e la comprensione, ma l’impegno radicale ad andare con decisione avanti.

I Venezuelani chiedono prezzi giusti, ma questi sono ancora definiti dai capitalisti. I Venezuelani chiedono strade sicure, ma la polizia è stata un mezzo debole per contrastare le mafie. I Venezuelani chiedono ancora più decisione nel rendere più partecipative le istituzioni, ma i poteri forti hanno l’intenzione di continuare a metter le mani sulla rendita petrolifera. Si è formato ormai un nodo gordiano, le corde si aggrovigliano sempre più e chiedono di esser tagliate.

Non sono i giacobini Venezuelani che ci salveranno, ma i sansculottes.

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Traduzione libera a cura di pensiero meridiano. Articolo originale: “Venezuelan Jacobins” di George Ciccariello-Maher per Jacobin

Per tutto l’oro del Perù: la capitolazione del governo difronte alle lobby minerarie.

Il 16 Novembre del 1532, Cajamarca fu teatro di un’importante sconfitta storica, quella di Atahualpa per mano di Francisco Pizarro. Sconfitta che avrebbe segnato il destino dell’intero popolo Inca e di tutta la regione andina. Oggi, dopo quasi mezzo millennio  Cajamarca si ritrova protagonista di una nuova battaglia, più lenta e atroce di quella vissuta da Athaualpa.  Quella contro le lobby minerarie ostinate nel voler perpetuare la condizione di sfruttamento di un popolo che da secoli continua ad essere spogliato di ogni ricchezza.

Cajamarca contro Yanacocha

Cajamarca contro Yanacocha

Articolo tradotto da pensiero meridiano, da “Pour tout l’or du Pérou” di Anna Bednik, Le Monde Diplomatique – Mars 2014.

Candidato di sinistra alle elezioni del 2011, il Presidente peruviano Ollanta Humala ha ormai una sola ossessione: soddisfare le lobby minerarie. A rischio di reprimere le mobilitazioni popolari, come a Cajamarca, nel Nord del Paese.

« Vi hanno chiesto la vostra opinione ? », 2 maggio 2011, piazza centrale di Bambamarca, sulla pianura andina peruviana. Microfono alla mano e poncho contadino sulle spalle, Ollanta Humala, ex-militare candidato al mandato supremo, urla allo scandalo : « Cos’é più importante: l’aqua o l’oro? Non bevete mica dell’oro, non mangiate mica dell’oro ! (…) E’ dall’acqua che viene la ricchezza. » No, Minas Conga non l’avrà vinta.

Minas Conga ? Un progetto di estrazione di rame e d’oro diretto da Yanacocha, consorzio formato dal gigante americano Newmont (51,35%) , il gruppo peruviano Buenaventura (43,65%) e la Società finanziaria internazionale, ramo appartenente alla Banca mondiale che si occupa del credito al settore privato (5%). Quattro laghi spariranno nel nulla. Durante i diciassette anni di sfruttamento previsti, circa novanta mila tonnellate di scorie cariche di metalli pesanti saranno riversate ogni giorno. Ci troviamo però in una zona di  ricarica delle falde acquifere, fonte di fiumi che alimentano i campi, le città ed i villaggi di tutta la regione.

Conosciuta per la sua produzione lattiera e per i suoi formaggi, la regione di Cajamarca a già visto molti laghi prosciugarsi per mano di Yanacocha. Dal 1993, la società sfrutta qui la più grande mina d’oro dell’America Latina. Per fare ciò essa è autorizzata a tirare fino a novecento litri d’acqua al secondo, una quantità circa tre/quattro volte superiore a quella della città-capitale di Cajamarca, che è obbligata a razionare l’acqua dei suoi duecentoottantaquattro mila abitanti. Le associazioni di difesa ambientale e le ronde contadine ritengono l’azienda responsabile del prosciugamento di alcuni corsi d’acqua e di numerose contaminazioni dovute a metalli pesanti, cianuro e altre sostanze tossiche. Pertanto, quando il candidato della coalizione nazionalista, Gana Perù promette di “rispettare la loro volontà riguardo l’industria mineraria”, sono in molti ad applaudire.

Humala vince le elezioni del 2011, dopo essersi alleato al secondo turno con l’ex-presidente centrista, Alejandro Toledo (2001-2006) che fornirà gran parte dei ministri presenti oggi nella coalizione governativa. Cinque mesi dopo l’elezione, Humala cambia la sua prospettiva:  «Noi rifiutiamo le posizioni estreme! (…) L’acqua o l’oro? Noi proponiamo una soluzione ragionevole: sia l’acqua che l’oro. »  Quando uno sciopero generale paralizza l’intera città di Cajamarca chiedendo l’abbandono del progetto, Humala adotta subito un comportamento degno dei suoi predecessori: dichiara lo stato d’emergenza e spiega tutte le sue forze armate. Nel Luglio del 2012, quando Huamala rinnova il suo sostegno a Yanacocha, le proteste che seguiranno saranno sempre represse con violenza: cinque morti ed una trentina di feriti.

Intitolato, “La grande trasformazione, il programma di Gana Perù, redatto nel 2010, si apriva con una requisitoria contro il modello neoliberale, denunciava il modello economico eccessivamente basato sulle esportazioni, e denunciava la mano onnipresente delle aziende straniere sulle risorse naturali. Nel Settembre 2013, alla chiusura del salone professionale Perumin, Huamala non cerca ormai più la rottura. «L’industria mineraria responsabile deve diventare una leva di sviluppo del Paese grazie all’investimento privato», dichiara il presidente del Perù. Il Paese sembra condannato allo sfruttamento minerario ormai dall’epoca coloniale.

Tra il 1993 ed il 2012, l’investimento privato nel settore delle estrazioni minerarie è aumentato di quaranta volte. Le riforme neoliberali degli anni 90, condotte da Alberto Fujimori (destra), e l’aumento vertiginoso dei prezzi dei principali metalli durante gli anni 2000 (aumento di più del 400% del prezzo dell’oro, del rame e dello stagno, 150% per lo zinco, 350% per il piombo e più del 550% per l’argento) hanno consolidato la forte dipendenza dell’economia nazionale  dal settore minerario. Quest’ultimo rappresenta la prima destinazione degli investimenti esteri nel Paese, rappresenta il 60% delle esportazioni, fornisce al Perù il 50% dei servizi e circa il 15% delle entrate fiscali. Conseguenze? Una debole diversificazione dell’economia ed una alta vulnerabilità alla fluttuazione delle quotazioni sui mercati internazionali.

Gli economisti ortodossi sottolineano il fatto che nel corso degli ultimi dieci anni, caratterizzati da un alto tasso di crescita economica, il tasso di povertà si è ridotto di ben 28 punti percentuali. Ciò nonostante, nelle regioni rurali delle Ande, principali regioni per l’installazione di impianti di estrazione, tale tasso si attesta ancora a livelli molto alti (58%) rispetto alle zone urbane (14% di Lima). Poco integrata all’economia locale, l’industria mineraria impiega direttamente solo l’1,3% della popolazione attiva e consuma in maniera smisurata le risorse naturali (acqua e terre) fondamentali per la sopravvivenza andamento dell’agricoltura familiare.

Con l’aiuto dell’esercito francese

Sotto la presidenza Humala, la revisione del regime fiscale a cui è sottoposta l’industria mineraria non ha fatto fuggire le imprese: il sovra-costo rappresentato dalle nuove tasse, deducibile dalle imposte sulle società, è stato piuttosto limitato, mentre il nuovo modello di calcolo dei prelievi fiscali – fondato sul risultato operativo, e non più sul valore globale del fatturato – corrisponde precisamente alla proposizione delle lobby minerarie.

Per di più, queste stesse lobby esigono dal governo ulteriori semplificazioni amministrative riguardo le procedure di prelievo. Questa sarebbe la condizione necessaria per migliorare il livello di competitività (e mantenere stabili i livelli di investimento), di fronte ad una congiuntura economica che vede i prezzi dei metalli perdere quota.  La scorsa primavera, un pacchetto di riforme approvato per decreto ha già modificato le condizioni di ottenimento dei permessi di scavo: la garanzia di protezione del patrimonio archeologico è stata quasi eliminata, il periodo di approvazione degli studi d’impatto ambientale è stato ridotto a cento giorni. Contemporaneamente, le comunità andine, a maggioranza quechua e aymara, sono state escluse dal perimetro di legge che obbliga le aziende a consultare le popolazioni indigene.

I permessi di esplorazione e sfruttamento dei giacimenti si moltiplicano, si estendono a nuovi territori (sino al 69% del territorio totale di alcune regioni), e l’industria minerarie diviene sempre più il primo motivo di conflitti sociali: 107 su 115 a settembre 2013. Superare i 30 miliardi di dollari di esportazioni nel 2016? Quest’obiettivo definito dall’esecutivo si scontra però ad un ultimo ostacolo: la resistenza delle popolazioni locali. Nel novembre 2013 , un anno dopo l’arrivo a Cajamarca di due ufficiali dell’esercito francese per formare i poliziotti antisommossa al controllo dei manifestanti, due accordi in materia di sicurezza e difesa sono stati stipulati con la Francia. Presto Parigi invierà a Lima altri formatori. Il “savoir-faire” francese, quello che Michele Alliot-Marie, allora ministro degli affari esteri ed europei offriva alla Tunisia prima della caduta di Ben Ali, avrà trovato forse un nuovo sbocco?

Articolo originale: “Pour tout l’or du Pérou” di Anna Bednik, Le Monde Diplomatique – Mars 2014.

Traduzione a cura di pensiero meridiano

Tutto quello che credi di sapere riguardo l’Ucraina è sbagliato

L’Ucraina non è il Venezuela. Il conflitto politico attuale non è profondamente politico o basato sulla lotta di classe come in Venezuela. Yanukovych rappresenta una fazione di oligarchi; l’opposizione volente o nolente, supporta altre fazioni di oligarchi. Entrambe le forze politiche sono felici di poter lavorare con le istituzioni neoliberali.

Ucraina - graffiti

Ucraina – graffiti

Articolo tradotto dall’inglese a cura di pensiero meridiano.

Articolo originale: “Everything you know about Ukraine is wrong” di Mark Ames, Pando.com.

In questo articolo vorrei commentare alcune banalità, semplificazioni e errori riguardo la congiuntura politico-economica attuale dell’Ucraina:

1. I manifestanti non sono “combattenti della libertà  e virtuosi anti-Putin”, e neanche “Nazisti e burattini filo-americani”

La gente che protesta o che appoggia i manifestanti in Ucraina è in primis gente che ne ha piene le scatole della vita condotta in un Paese che dovrebbe ai loro occhi cambiare a tutti gli effetti. Un paese che è  di fatto controllato da un pugno ristretto di oligarchi nichilisti, di signori del Cremlino e dei loro leader politici. Quello che spinge oggi la gente a scendere in piazza è innanzitutto il desiderio di prendere il controllo del proprio destino. La rabbia Ucraina contro il potere del Cremlino non è necessariamente una rabbia anti-Russa, sebbene più ci si spinga verso Ovest più questo sentimento si trasformi in nazionalismo, e più ci si spinga ad Est (includendo Crimea e Odessa) più le politiche diventino una paurosa reazione contro il nazionalismo dell’Ovest.

Questo è alquanto ovvio per chiunque abbia passato del tempo in questa parte del mondo. Citerò Jake Rudnitsky presentando alcuni estratti di un suo articolo riguardo la Rivoluzione Arancione, pubblicato nel “The eXile” circa dieci anni fa, che descrive in maniera adeguata quanto terribile sia il personaggio politico di Yanukovych, il ruolo giocato dagli Stati Uniti nella rivoluzione, e le ambizioni della gran parte degli Ucraini scesi in piazza. È stupefacente notare quanto poco di quello riscontrato dieci anni or sono sia cambiato rispetto alla dinamica attuale:

“Quasi tutti gli oligarchi Ucraini vengono dall’Est o da Kiev, e sono quasi tutti allineati politicamente a Yanukovych, nativo di Donetsk. Ci sono comunque alcune eccezioni, come Petro Poroshenko, proprietario di aziende automobilistiche, dolciumi e di un cantiere navale. Di sua proprietà è anche il quinto canale della televisione ucraina (5 Kanal), che è stato un supporto di inestimabile valore alla campagna elettorale di Yushchenko (il leader filo-occidentale della rivoluzione arancione)… Gran parte della programmazione televisiva di 5 Kanal consiste nel ridicolizzare Yanukovych ed i suoi (spesso i programmi della tv di Poroshenko ripetono un discorso, divenuto famoso, in cui Yanukovych  fa un classico gesto da bandito, il cosiddetto “paltsami”).  E non bisogna dimenticare che i più grandi e potenti clan mafiosi Ucraini sono ancora alle spalle di Yanukovych, loro esponente politico.”

“ Yanukovych è un personaggio davvero ripugnante. Gran parte degli Ucraini concorda nel pensare che se un candidato politico più “attraente” avesse avuto lo stesso accesso quasi illimitato alle “risorse pubbliche e amministrative” di cui ha beneficiato Yanukovych, questi avrebbe vinto facilmente la sfida elettorale. Yanukovych è stato in prigione in Unione Sovietica, non ha carisma, ed è ovviamente uno strumento dei forti interessi Russi e Ucraini. Yushchenko, invece, è considerato da molti Ucraini dell’Ovest qualcosa à metà strada tra Cristo e Gandhi, mentre molti ad Est hanno paura che ce l’abbia con chiunque parli Russo. Parte dell’elettorato di Yanukovych si è vista costretta a votarlo per diffidenza nei confronti di Yushchenko e non per simpatia del primo (ad eccezione forse degli elettori di Donetsk).”

Per quanto riguarda il ruolo degli Stati Uniti nella Rivoluzione Arancione, quello che Rudnitsky scrisse nel 2004 è ancora applicabile al ruolo di Stati Uniti ed Europa oggi:

“ Le proteste sono state dipinte, soprattutto dai media Russi, come un colpo orchestrato e finanziato dagli Americani. Ed in questo c’è una parte di verità. Gli USA hanno spinto Serbi e Georgiani, che avevano una certa esperienza in rivoluzioni non violente,  ad aiutare per circa un anno gli esponenti della rivoluzione arancione.  Per di più uno degli exit poll Ucraini, quello che dava molto più palesemente per vittorioso Yushchenko,  è stato finanziato dagli Stati Uniti. Il professionalismo e la moderatezza della protesta, dalla disponibilità dei giganti blocchi di polistirolo su cui si piantavano le tende, alla distribuzione di cibo e medicinali, sono probabilmente il risultato di una pianificazione logistica Americana. Sarebbe difficile inoltre immaginare che i vari strati sociali della società Ucraina potessero collaborare ed essere così uniti, senza alcun aiuto esterno. E per di più tutto il tema dell’arancione e tutte quelle bandiere belle e pronte non possono non avere il tocco magico delle operazioni di marketing americane (basti guardare all’influenza internazionale della Burson-Marstellar).

C’è da dire però che la folla di Kiev, che conta centinaia di migliaia e a volte milioni di manifestanti, non scende in strada perché un Dipartimento di Stato qualunque li ha voluti lì. Milioni di Ucraini sono scesi in piazza per la loro propria indignazione. Le folle che si riuniscono ogni giorno virtualmente in ogni città dell’Ucraina (e letteralmente in ogni villaggio dell’Ovest Ucraino), non sono il risultato della propaganda statunitense. Al contrario sono il risultato del  risveglio democratico di un popolo che rifiuta di farsi imbrogliare di nuovo da una classe politica corrotta.”

2.Riguardo i neo-fascisti ucraini:

I neo-fascisti sono una realtà di cui prendere atto e costituiscono una minoranza potente nella campagna anti-Yanukovych. Oserei dire che i neo-fascisti di Svoboda e Pravy Sektor sono probabilmente l’unità di punta del movimento, quelli che più di tutti hanno spinto con forza alle manifestazioni delle ultime settimane. Tutti coloro che ignorano il ruolo dei nei-fascisti o ultranazionalisti, mentono o sono estremamente ignoranti, così come dimostra di non sapere nulla chi afferma che Yanukovych ha sempre risposto solo a Putin durante la sua carriera politica. Il ruolo centrale di Svoboda e dei neo-fascisti in questa rivoluzione, in contrasto con la rivoluzione arancione,  è a mio parere dovuto al fatto che i visi sorridenti e rispettabili dei politici neoliberali non riuscirebbero oggi a raccogliere consensi  dei fanatici come avvenuto un decennio fa.  Addirittura il co-leader della rivoluzione arancione,  Viktor Yushchenko si è allontanato dalla “rispettabile” posizione neoliberale pro-UE per riavvicinarsi alle gesta del fascista Ucraino Stepan Bandera.

La grande incertezza è oggi rappresentata dal ruolo che giocheranno nel prossimo futuro i neo-fascisti ed i discepoli di Bandera. Il loro ruolo nelle proteste delle ultime settimane incute molta paura soprattutto in Est Ucraina e Crimea e potrebbe accelerare una violenta separazione territoriale. Tuttavia lo scenario molto più probabile vede i neo-fascisti di Svoboda entrare nella coalizione filoeuropea, essendo essi ancora una minoranza. Il neoliberalismo è ormai un grande calderone felice di assorbire ultranazionalisti, democratici o il presidente uscente Yanukovych.

La forza dei neo-fascisti non è da sottovalutare, questo è ovvio. Tuttavia questo non basta a giustificare le tonnellate di cavolate sparate riguardo la minaccia fascista. Un perfetto esempio di tale propaganda è stato di recente pubblicato su Ha’aretz e titolava così: “Capo rabbino d’Ucraina agli ebrei di Kiev: lasciate la città”:

“Paurosa violenza contro gli ebrei d’Ucraina, la comunità ebraica chiede a Israele assistenza per assicurare l’incolumità della comunità”.

“Rabbino Ucraino  Moshe Reuven Azman, allerta la comunità ebraica e suggerisce di abbandonare la città e addirittura il Paese se possibile, temendo che gli ebrei di Kiev possano essere perseguitati nel caos delle ultime settimane” (Daily Maariv, Venerdi scorso)… etc

Più tardi, Ha’aretz ha pubblicato questa correzione ammettendo di essere stati ingannati dal Cremlino:

“Correzzione (22 Feb, 4:20 pm): Una versione precedente di questo report incorrettamente indicava Rabbi Azman come il capo rabbino d’Ucraina. Azman non è il capo rabbino d’Ucraina, ma uno dei due rabbini sfidanti l’attuale capo, Yaakov Bleich. Questi così come molti rabbini Chabad, è allineato al Cremlino.”

(Ulteriori informazioni riguardo Chabad: Yasha Levine’s investigative report  sulle fazioni ebree di destra)

Il punto è questo: quello che sta prendendo piede in Ucraina non è una battaglia tra fascisti e anti-fascisti. Ci sono fascisti da entrambi gli schieramenti; ma l’opposizione sembra strizzare l’occhio ai fascisti in maniera più marcata.

3. Tutto quello che credi di sapere riguardo l’Ucraina è sbagliato

Tutti coloro che pensano di trovare chiaramente una fazione politica da supportare secondo un ideale ben definito rimarranno delusi. La politica in Ucraina segue le proprie regole. Ultranazionalisti neoliberali  potrebbero trasformarsi domani in alleati del Cremlino, e viceversa. Basti guardare a ciò che è accaduto alla rivoluzione arancione. Sarebbe a dire:

a) Uno dei leader della rivoluzione arancione,  Yulia Tymoshenko, finì per rivoltarsi contro il suo partner Viktor Yushchenko, alleandosi  con Yanukovych per portar via a Yushchenko i poteri della presidenza dello Stato; più tardi, Tymoshenko si alleerà con il Cremlino contro Yushchenko; oggi è libera e sembra dover condurre da leader le forze politiche anti- Yanukovych.

b) L’altro leader filo-europeo, anti-Cremlino Viktor Yushchenko, finì per allearsi con il filo-russo Yanukovych per poter far imprigionare la Tymoshenko.

c) John McCain è stato il grande fattore di spinta che ha portato alla caduta del regime di Yanukovych, ma è utile sapere che il capo della lobby che ha supportato la campagna elettorale di McCain nel 2008, Davis Manafort, ha gestito le campagne elettorali di Yanukovych e i suoi tentativi di lobbying negli Stati Uniti.

d) Anthony Podesta, fratello del consulente senior del Presidente Obama, John Podesta è un altro lobbista di Yanukovych; John Podesta era il capo della transizione presidenziale di Obama nel 2008.

4. Yanukovych non combatteva il neoliberalismo, la Banca Mondiale o l’oligarchia e non era neanche un semplice burattino del Cremlino.

Esiste un altro falso mito: visto che la Banca Mondiale e l’FMI si apprestano a “riformare” l’economia Ucraina, per l’ennesima volta, questo dovrebbe voler dire che tutto quello che è accaduto è l’epilogo di una lunga  battaglia tra forze neoliberali e anti-neoliberali. Sbagliato.

Yanukovych ha entusiasticamente cooperato con l’FMI e ha promesso di rispettare le richieste avanzate da questi istituti. Sei mesi dopo l’elezione di Yanukovych, il Kyivpost titolava così: “Il Fondo Monetario Internazionale approva il prestito di 15 miliardi di dollari all’Ucraina” (AFP).

“Il Presidente Yanukovych ha reso il consolidamento delle relazioni con il Fondo Monetario Internazionale, l’elemento prioritario del suo insediamento al governo.”

Più tardi lo stesso anno, il Wall Street Journal si congratulava con le riforme neoliberali messe in atto da Yanukovych, ritenendole “realmente riformatrici” e esaltava il ruolo di Yanukovych “che presto avrebbe potuto diventare la star liberalizzatrice dell’Europa”.

Il problema per Yanukovych è stato credere,  nel Novembre scorso, che il Cremlino potesse offrirgli un accordo migliore di quello che l’UE gli stava offrendo. Yanukovych ha scommesso male.

Il punto è questo: l’Ucraina non è il Venezuela. Il conflitto politico attuale non è profondamente politico o basato sulla lotta di classe come in Venezuela. Yanukovych rappresenta una fazione di oligarchi; l’opposizione volente o nolente, supporta altre fazioni di oligarchi. Molti di questi hanno un legame molto stretto con la Russia, ma hanno anche assets e conti correnti , o residenze e palazzi, in Europa. Entrambe le forze politiche sono felici di poter lavorare con le istituzioni neoliberali.

Sebbene le disuguaglianze e gli oligarchi siano i problemi principali dell’Ucraina, non esiste qui alcuna forza politica populista di sinistra. Per ragioni comprensibili, l’esperienza negativa dell’Unione Sovietica  ha giocato un ruolo fondamentale nel dissuadere la gente dall’avvicinarsi a qualsiasi forma politica che potesse rappresentare un riavvicinamento agli ideali populisti di sinistra.

Il popolo Ucraino ha un senso del potere cittadino che è raro trovare in altre parti del mondo, e gli esempi della rivoluzione arancione degli anni 2000 ne sono la prova. Le masse sono consapevoli del loro peso, sono consapevoli della forza che hanno nel poter scardinare i cattivi governi, ma non hanno ancora forgiato una forza politica populista che possa cambiare la loro situazione e possa ridistribuire il potere nella società grazie alla redistribuzione della ricchezza.

Così gli Ucraini finiscono per essere sempre governati  da fazioni di oligarchi che si succedono nelle loro legislature; governi costruiti su ampie coalizioni che possono facilmente essere cooptate dalle minoranze politiche meglio organizzate: neoliberali, neofasciste o filo-russe. Giochi politici che lasciano sostanzialmente invariate le condizioni di vita di un popolo da sempre sottomesso, che vive sempre la solita vita sino alla prossima rivoluzione.

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Fonte: “Everything you know about Ukraine is wrong” di Mark Ames, Pando.com

Vinicio Capossela racconta la crisi

Il rebetiko è la musica dei ribelli greci, raccontati da Andrea Segre e Vinicio Capossela nel documentario “Indebito”

Capossela racconta la crisi

Nasce sospeso sulle acque contese tra Grecia e Turchia, il genere musicale del rebetiko.

Nasce nei pescherecci su cui fugge da Smirne oltre un milione di greci dopo l’invasione delle truppe di Atatürk nel 1922.

“Una profuga, appena sbarcata ad Atene, cerca un bicchiere d’acqua per la sua bambina di sette mesi. Bussa, ma nessuno le apre. Questa è la tragedia dei greci di Smirne, respinti in patria. A cosa potevano aggrapparsi? Solo alla canzone”, spiega lo storico Giorgis Christofilakis nel documentario di Andrea Segre “Indebito”.

Rischiava il carcere chi suonava rebetiko negli anni Trenta. Lo stesso nome sembra derivare dalla parola turca ‘rebetes’, ribelle.

Sfidava la legge chi cantava di droga, di politica, o soltanto lamentava un amore finito. Era proibito condividere la propria sofferenza in luogo pubblico. I compositori di rebetiko, i mangas, lo facevano nascosti nelle taverne. “Costruivano un’identità basata sulla denuncia sociale e il bisogno di esprimere le proprie emozioni”, commenta Segre.

A fare il sopralluogo per il documentario è stato Vinicio Capossela, committente del film. Il musicista aveva realizzato nel 2007 il disco “Rebetiko Gymnastas”, prima che scoppiasse la crisi. “Vinicio voleva tornare in Grecia e voleva che io cogliessi, con le immagini, l’aspetto sociale di un fenomeno che aveva percepito a livello musicale. È la prima volta che lavoro sull’idea di un altro”, confida il regista padovano.

Capossela recita da comparsa, lasciando il ruolo da protagonista agli eredi della musica di Smirne. “La crisi attuale è soprattutto identitaria. Cosa rimane di noi quando smettiamo di essere consumatori?”, chiede Segre. Trova risposta nelle taverne greche, dove per i nuovi mangas il rebetiko è ancora urlo di appartenenza. “È una forma di memoria storica, la cui particolarità è l’apertura. I rebetes creano empatia: il dolore che cantano diventa il tuo dolore, senza scampo”, conclude il regista.

Già autore di “Dio era musicista” (2004), Segre definisce la musica una necessità cinematografica, presente anche quando è assente. Il rebetiko è il genere di una minoranza che cerca un riscatto. Si suona d’inverno, al chiuso. In strada, la Grecia scende sempre meno per protestare; stanca e disillusa, appare silenziosa. Parafrasando le parole di Segre, è anche questa una scelta musicale.

Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=gYhEcjbi1io

Gli appunti scritti da Capossela durante il viaggio tra Atene, Salonicco, Creta e Icaria sono diventati il libro “Tefteri”, edito da Il Saggiatore. Il musicista lo rileggerà il prossimo 29 settembre presso Villa Celimontana a Roma, in occasione del Festival della Letteratura di Viaggio.

Alcuni estratti del libro “Tefteri”  di Vinicio Capossela 2013, anch’esso sulla Grecia, sul rebetiko, sui rebet, sui ribelli:

/ Ci disse Sakis: “Perchè dovrei andare in posti dove la musica mi deve solo stordire? Farmi dimenticare chi sono, farmi confondere nel rumore?Scelgo di frequntare i posti dove si suona rebetiko perchè, spendendo quello che posso permettermi, bevo e ascolto una musica che mi fa sentire compreso”. 

/ Consumare il rebetiko vuol dire rischiare. Si spalancano voragini. Ora come ora mi iniziano ad arrivare pesi. La vecchiaia dei miei, i miei destini mancati, la solitudine. E’ pericoloso sedersi e ascoltare. Mettersi da soli a tiro di questa mareggiata. (…) 

/ Una parola che ricorre spesso nelle canzoni di rebetiko è meraklìs. Meraklìs è l’atteggiamento di un uomo che ha bisogno più degli altri di godersi le cose. Non per farsi vedere, ma per se stesso. Quelli che bevono caffè mettendoci tempo. Uno che non si veste solo con la giacca, ma che porta anche i gemelli. Che fa attenzione ai particolari. Agli accessori. Perchè li gode. Se beve il caffe lo fa succhiando, emettendo versi di soddisfazione. Non sta nel mezzo. E’ un modo di prendere il cibo, i vestiti, il caffè, la musica, la compagnia. Un modo di fare le cose con amore, non per usarle e basta. 

Il documentario “Indebito” è stato presentato fuori concorso all’ultima edizione del Festival del Cinema di Locarno e sarà distribuito nelle sale a partire dal 3 dicembre.

ripreso daValentina Vivona – Il Post Internazionale, con alcune modifiche.

 

Perchè la società salariale ha bisogno di nuovi servitori

Tratto dal cortometraggio "le syndrome du larbin"

Tratto dal cortometraggio “le syndrome du larbin”

Dall’inizio dell’era moderna, una domanda non ha mai cessato di porsi all’Occidente: in quale misura la razionalità economica è compatibile con quel minimo di coesione sociale di cui una società ha bisogno per sopravvivere? Questo interrogativo si pone oggi sotto aspetti nuovi, con accresciuta attualità ed acutezza. Si è fortemente colpiti dal contrasto tra la realtà e il discorso lenitivo dell’ideologia dominante.

La quantità di ricchezza prodotta nel complesso dei paesi capitalisti europei è triplicata o quadruplicata rispetto a trentacinque anni fa; una produzione che tuttavia richiede molto meno del triplo di ore di lavoro.

Nella Repubblica Federale Tedesca, dal 1955 il volume annuo del lavoro è diminuito del 30%; in Francia è sceso del 15% in 30 anni e del 10% in sei anni. Le conseguenze di questi aumenti di produttività sono state così riassunte da Jacques Delors: se nel 1946 un lavoratore ventenne doveva aspettarsi di passare al lavoro un terzo della sua vita da adulto, nel 1975 questa proporzione era ridotta a un quarto, e oggi è scesa al disotto di un quinto; un dato che oltre tutto prende in considerazione solo il settore dei rapporti di lavoro non stagionali e a tempo pieno, e non contempla gli aumenti di produttività a venire. Sempre secondo Jacques Delors, i francesi di età superiore ai quindici anni dedicheranno meno tempo al lavoro che a guardare la TV.

Uscire a ritroso

La nostra stampa, non diversamente dai nostri rappresentanti politici e dalla nostra civiltà in genere, preferisce evitare di guardare in faccia la realtà espressa da queste cifre, e rifiuta di rendersi conto che non viviamo più in una civiltà del lavoro, in una società di gente che produce. Il lavoro non ha più un ruolo primario come fattore di coesione sociale e principale veicolo di socializzazione, e non è neppure la principale occupazione dei singoli, né la prima fonte di ricchezza e di benessere, né il significato e il centro delle nostre vite. Stiamo uscendo dalla civiltà del lavoro, ma ne usciamo a ritroso, e sempre a ritroso entriamo in una società del tempo liberato; siamo incapaci di vederla e di volerla, e quindi di civilizzare il tempo liberato di cui ci troviamo a disporre, di fondare una cultura delle attività liberamente scelte per integrare e completare le culture tecniche e professionali che dominano la scena. Nei nostri discorsi domina tuttora la preoccupazione dell’efficienza, del rendimento, della massima prestazione, o in altri termini la preoccupazione di ottenere il maggior risultato possibile nel tempo più breve e con il minimo di lavoro. E sembriamo ben decisi a ignorare che i nostri sforzi di efficienza e razionalizzazione hanno come conseguenza principale proprio questo risultato, che la razionalità economica non sa valutare né riempire di significato: liberarci dal lavoro, liberare il nostro tempo, affrancarci dal dominio della stessa razionalità economica.

Quest’incapacità delle nostre società di fondare una civiltà del tempo liberato conduce a una distribuzione assurda e scandalosamente ingiusta del lavoro, del tempo disponibile e delle ricchezze. La nostra attenzione si fissa innanzitutto sulle nuove carriere aperte dalla rivoluzione microelettronica e sulle conseguenti, fondamentali trasformazioni nella natura del lavoro industriale, in particolare per quanto riguarda la condizione dei lavoratori. Si dice che i compiti ripetitivi e puramente esecutivi tendono a scomparire dall’industria; che questo lavoro tende a divenire avvincente, responsabile, diversificato, organizzato autonomamente, per cui esige dagli individui l’autonomia, la capacità di prendere iniziative, di comunicare, di apprendere, di acquisire competenze in varie discipline intellettuali e manuali. Si assicura che un nuovo artigianato è in procinto di subentrare alla vecchia classe operaia per realizzare un antico sogno: i produttori detengono il potere nei luoghi di produzione e vi organizzano sovranamente il loro lavoro. E a chi chiede quale sia la proporzione dei lavoratori ammessi a questa nuova condizione si risponde con irritazione, tanto la domanda è incongrua: per il momento, solo il 5-10% degli operai nell’industria; ma domani saranno più del 25%, e arriveranno anche al 40 o 50% nel settore metallurgico. Il lavoro potrà tornare ad essere, come per gli artisti, tanto appassionante da confondersi con la vita stessa.

Bisogna proprio essere animati dalle peggiori intenzioni per insistere con ulteriori domande: cosa ne sarà di quel 50-60% di operai metallurgici che non troveranno posto nella suddetta invidiabile condizione? E che fine farà quel 75% dei lavoratori dell’industria in generale che ne saranno esclusi? E soprattutto: questi cambiamenti non andranno di pari passo con rapidissimi aumenti di produttività del 10% l’anno nell’industria automobilistica ad esempio, o del 100% in cinque anni nell’industria delle macchine utensili?

Quando Thomson modernizzò il suo stabilimento di impianti di refrigerazione per renderlo competitivo e assicurare alla totalità delle maestranze l’accesso a qualifiche professionali sempre più elevate, questa trasformazione tanto decantata non è stata accompagnata dal taglio di 10.000 posti di lavoro? La proporzione della popolazione attiva occupata nell’industria non è scesa dal 40% circa di vent’anni fa al 30% attuale, e non si prevede che calerà ancora, fino a meno del 20% tra una decina d’anni? Che ne sarà dunque dei lavoratori…”liberati”, per così dire, dall’industria, per trattenere solo quei preziosi professionisti polivalenti che lusinga con un trattamento e uno status privilegiati? Conosciamo bene la risposta a queste domande: per quasi metà della popolazione attiva, l’ideologia del lavoro è diventato uno scherzo di cattivo gusto. L’identificazione con il lavoro è ormai impossibile, dato che il sistema economico non ha bisogno, se non forse sporadicamente, della loro capacità di produrre.

Ecco la realtà che si tenta di dissimulare attraverso l’esaltazione della “risorsa umana”: il posto di lavoro fisso, a tempo pieno, per tutta la durata dell’anno e della vita attiva, sta divenendo il privilegio di una minoranza. Per quasi metà della popolazione attiva il lavoro cessa di essere un mestiere in quanto fattore di integrazione in una società produttiva, di definizione del proprio ruolo in questa società. Ciò che il padronato chiama “flessibilità” si traduce in precarietà per i lavoratori.

A questo riguardo, la situazione in Francia non ha nulla di eccezionale. Nella Repubblica Federale Tedesca, metà delle assunzioni sono a tempo parziale e a titolo precario, e un terzo della popolazione attiva occupa posti di lavoro temporanei o a orario e salario ridotto. E se le statistiche indicano un calo del numero dei disoccupati, non è sempre il caso di concludere che l’economia richiede nuovamente un maggior volume di lavoro. Si può anche ridurre il tasso di disoccupazione aumentando la proporzione di posti di lavoro a tempo e salario parziali, a discapito di quelli a tempo pieno. È ciò che sta avvenendo in Francia, nella Repubblica Federale Tedesca e soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. In questi due ultimi paesi, i disoccupati e le persone assunte per lavori precari o a tempo parziale rappresentano, sommati insieme, più del 45% della popolazione attiva. In Gran Bretagna, per il 50% delle donne e il 25% degli uomini, vale a dire il 36% della popolazione occupata, i rapporti di lavoro sono anomali; e sempre in Gran Bretagna il 90% dei posti di lavoro creati in 5 anni sono precari e/o a tempo parziale. Negli Stati Uniti, il 60% dei posti di lavoro creati nel corso degli anni 80 sono remunerati con salari inferiori alla soglia di povertà; il reddito tipo della famiglia americana in cui il coniuge di sesso maschile ha meno di 25 anni è oggi inferiore del 43% al livello del 1973.

In conclusione, una percentuale compresa tra il 35% e il 50% della popolazione attiva britannica, francese, tedesca o americana, vive ai margini della nostra sedicente civiltà del lavoro, della sua scala di valori e della sua etica del rendimento e del merito. Il sistema sociale si scinde, dando vita a quella che viene correntemente definita “società duale”, con la conseguente, rapidissima disintegrazione del tessuto sociale. Ai gradi più elevati della piramide è in atto una competizione sfrenata per la conquista dei pochi posti di lavoro stabili con possibilità di carriera. È ciò che un ripugnante slogan pubblicitario esalta come “rabbia di vincere”, con il sottinteso che a ogni vincente corrisponde una folla di perdenti, e che i vincitori non hanno alcun obbligo verso coloro che hanno schiacciato. La società viene così presentata secondo un modello da sport agonistico, con un vocabolario militare e con immagini guerresche. Chi non è vittorioso o vincente si trova respinto ai margini di una società dalla quale non deve aspettarsi nulla; e la sua violenza suscita risposte violente, disaffezione, nostalgie aggressivamente regressive o reazionarie.

Questa disintegrazione pone un problema di fondo: come concepire una società nella quale il lavoro a tempo pieno di tutti i cittadini non è più necessario, e neppure economicamente utile? Quali dovrebbero essere le priorità, al di là di quelle economiche, affinché tutti possano beneficiare degli aumenti di produttività e del risparmio di ore di lavoro? Come ridistribuire al meglio tutto il lavoro socialmente utile perché ciascuno possa essere attivo lavorando di meno e meglio, e ricevendo la sua parte delle ricchezze socialmente prodotte? Si tende per lo più a eludere questo genere di domande e a porre il problema in senso opposto: come riuscire, nonostante gli aumenti di produttività, a far consumare all’economia la stessa quantità di lavoro che richiedeva in passato? Come fare perché le nuove attività remunerate vadano ad occupare quel tempo che su scala della società gli aumenti di produttività hanno liberato? A quali nuovi ambiti di attività si possono estendere gli scambi mercantili per sostituire in qualche modo i posti di lavoro soppressi nell’industria e nei servizi industrializzati?

Una logica diversa dal passato

Conosciamo la risposta: la via è stata già indicata dagli Stati Uniti e dal Giappone. Il solo campo nel quale esiste, in un’economia liberale, la possibilità di creare un gran numero di posti di lavoro è quello dei servizi alle persone. Qui lo sviluppo dell’occupazione potrebbe essere illimitato, se si arrivasse a trasformare in servizi retribuiti le attività cui finora ciascuno ha provveduto per proprio conto. Gli economisti parlano al riguardo di “nuova crescita ad alta intensità di manodopera”, di “terziarizzazione” dell’economia, di una “società dei servizi” che dovrebbe subentrare alla “società industriale”.

Ma questa concezione del salvataggio della società salariale pone problemi e presenta contraddizioni che meriterebbero di essere posti al centro del pubblico dibattito e della riflessione politica. In effetti, qual è il contenuto, quale il senso di gran parte delle attività di cui si invoca attualmente la trasformazione in servizi professionalizzati e monetarizzati? Si può facilmente dimostrare che la loro professionalizzazione non risponde più alla stessa logica del precedente sviluppo economico. In passato, il motore fondamentale della crescita era ciò che si definisce “sostituzione produttiva”: incombenze che da secoli ciascuno svolgeva per proprio conto, nella sfera domestica, venivano progressivamente trasferite alle industrie produttive e a quelle dei servizi, che potevano dotarsi di macchine ben più efficienti di quelle di cui avrebbe potuto disporre una famiglia. L’autoproduzione domestica è stata così sostituita dalla produzione industriale e dai servizi industrializzati. Nessuno più fila la lana in casa o tesse da sé le lenzuola, o confeziona gli abiti o fa il pane, dato che tutte queste cose sono prodotte in meno tempo e forse meglio dalle industrie, grazie all’opera di lavoratori salariati. E dato che l’industrializzazione consente di produrre con minor dispendio di tempo e magari con risultati migliori, ciascuno può finalmente, con l’equivalente del salario di un’ora di lavoro, acquistare beni e servizi in quantità molto maggiore rispetto a ciò che sarebbe in grado e capace di produrre in un’ora per conto proprio. L’industrializzazione ha permesso a tutti di lavorare meno, e questo tempo di lavoro è stato in gran parte riutilizzato nell’economia per produrre quella ricchezza in più che solo l’industrializzazione consente di concepire e di creare.

Ma i nuovi posti di lavoro creati nei servizi alle persone rispondono ancora al modello della sostituzione produttiva? E servono veramente ad assicurare in maniera più efficace, vale a dire più rapidamente e meglio, i servizi ai quali finora si provvedeva per conto proprio? Basta esaminare la grande maggioranza di posti di lavoro creati in quest’ultimo decennio negli Stati Uniti per rendersi conto che le cose non stanno affatto così. Nella maggioranza dei casi, la loro funzione si presenta piuttosto in questi termini: per le due, tre o quattro ore che fino a quel momento si dedicavano a tagliare l’erba del prato, a portare a spasso il cane, a fare la spesa e i lavori domestici, a comprare il giornale o a badare ai bambini si ingaggia, a pagamento, un prestatore di servizi. Poco importa che ciascuno possa benissimo fare tutto questo da sé. Semplicemente, libera due o quattro ore del proprio tempo permettendosi di acquistare due o quattro ore del tempo altrui. Gli economisti chiamano questo genere di trasferimento “sostituzione equivalente”. Già Adam Smith insisteva sulla sua natura economicamente “improduttiva”. Comprare il tempo di qualcuno per avere a disposizione più tempo libero, o più comodità, non è altro in effetti che comprare lavoro servile. La maggioranza dei posti di lavoro creati negli Stati Uniti, ma anche una forte proporzione di quelli che spiegano il basso tasso di disoccupazione in Giappone, sono posti di colf. Ma chi ha interesse, e chi ha i mezzi, per offrirsi le prestazioni dei nuovi servitori? Ecco una serie di domande imbarazzanti, evitate da tutti coloro – compresi i sindacalisti – per i quali la creazione di posti di lavoro è fine a se stessa.

Supponiamo per un attimo che i nuovi servitori siano a un livello di parità con i loro padroni, e che la loro opera debba essere retribuita in misura equivalente, a parità di tempo, al guadagno del datore di lavoro. Da un punto di vista economico sarebbe allora razionale lavorare un’ora di meno e farsi carico delle proprie incombenze domestiche, sia individualmente, sia nell’ambito di una cooperativa di scambi di servizi tra vicini. Forse, si risponderà, non è determinante solo l’aspetto economico: anche se un’ora di lavoro di un servitore costa l’equivalente di ciò che guadagna nello stesso lasso di tempo il datore di lavoro, quest’ultimo può essere disposto a pagare quel prezzo per liberarsi da ogni sorta di incombenze gravose. Ma se così fosse, egli rivendicherebbe il privilegio di scaricare su un altro queste incombenze, e affermerebbe implicitamente che vi devono essere persone buone giusto per fare ciò che lo annoia o gli ripugna, gente il cui mestiere è servire. Di grado inferiore, insomma. Ma perché? In quali condizioni sociali vi sono persone pronte ad assumersi, oltre a quelli che sbrigano per sé, i compiti più sgradevoli per conto altrui, a titolo professionale per così dire? E da dove viene il potere d’acquisto aggiuntivo che consente di adibire un numero crescente di lavoratori a quantità crescenti di servizi personali?

Automazione e costo salariale

La risposta della maggior parte degli economisti, e anche di alcuni sindacalisti, è la seguente: l’automazione fa scendere i prezzi relativi di una quantità di prodotti. Questo calo dei prezzi fa aumentare il potere d’acquisto, e consente alle persone di pagarsi i “servizi di prossimità”. Un ragionamento impeccabile, ma che trascura un aspetto essenziale: da dove viene il calo dei prezzi dovuto all’automazione? Risposta: viene dal fatto che le imprese automatizzate hanno ridotto il “costo salariale”, cioè il volume dei salari che distribuiscono. E lo hanno diminuito riducendo il numero dei dipendenti. Dispongono dunque di un potere d’acquisto aggiuntivo solo coloro che conservano un posto di lavoro permanente, spesso meglio qualificato, relativamente ben pagato. Sono i soli a potersi permettere i nuovi servizi mercantili, grazie ai quali milioni di persone dovrebbero trovare lavoro.

Viene così alla luce il vero significato dello sviluppo dei servizi personali, che sono suscettibili di creare un così gran numero di posti di lavoro solo perché nella maggioranza dei casi chi si fa carico dei lavori domestici – uomini o donne – guadagna molto meno, a parità di tempo, dei propri datori di lavoro. I servizi personali possono svilupparsi grazie alla pauperizzazione di una fascia crescente della popolazione: un fenomeno constatato sia nell’America del Nord che in Europa occidentale, come hanno dimostrato gli studi dell’Ires e del Cerc. Il divario sociale ed economico tra chi presta i servizi personali e chi li richiede è divenuto il motore di sviluppo dell’occupazione. Uno sviluppo fondato su un’accentuata dualizzazione della società, su una sorta di “sudafricanizzazione”, come se il modello coloniale avesse preso piede nel cuore stesso delle aree metropolitane.

Vediamo così ricostituirsi nell’epoca post-industriale, condizioni che erano diffuse agli inizi dell’era industriale, in un periodo in cui il livello di consumi era dieci volte più basso, quando non esistevano ancora né il suffragio universale né la scolarizzazione obbligatoria. Anche allora, mentre l’economia di mercato si liberava di ogni vincolo, un sesto della popolazione era ridotto a servire nelle case dei ricchi, mentre un quarto sussisteva alla meno peggio prestandosi a lavoretti saltuari. Ma si trattava allora di rurali non scolarizzati e di artigiani rovinati. Nei fatti non esisteva ancora né la repubblica né la democrazia, come non esisteva il diritto all’istruzione e alle pari opportunità.

Oggi stiamo vivendo un paradosso esplosivo: da un lato, i nostri governi vogliono che l’80% dei giovani prosegua gli studi fino alla maturità; e dall’altro, in virtù dell’ideologia del posto di lavoro per il posto di lavoro, si sviluppa un’enorme sottoclasse di servitori, per rendere più piacevole la vita e il tempo libero delle fasce solvibili. Cos’altro si fa, in effetti, quando si riducono le tasse sui redditi più elevati con il pretesto che gli esoneri concessi ai ricchi creeranno posti di lavoro, diversamente dagli sgravi fiscali in favore dei più poveri? Questi ultimi, in effetti, quando dispongono di maggiori risorse, non fanno altro che consumare più prodotti e servizi correnti, di tipo industrializzato, con scarso apporto di manodopera, mentre incrementando il reddito disponibile dei ricchi si favorisce il consumo di prodotti di lusso e soprattutto di servizi personali, con elevato contenuto di manodopera, ma con un livello bassissimo o nullo di razionalità economica su scala sociale.

In altri termini, la creazione di posti di lavoro dipende ormai principalmente non dall’attività economica, bensì da quella anti-economica; non dalla sostituzione produttiva del lavoro di autoproduzione privata con lavoro salariato, ma dalla sua sostituzione improduttiva. Non si creano più posti di lavoro in funzione dell’economia di ore di lavoro su scala sociale, ma del loro spreco al servizio degli agi di una minoranza facoltosa. Non ci si pone più l’obiettivo di ridurre la quantità di lavoro per unità di prodotto o di servizio massimizzando la produttività, bensì di ridurre la produttività e di massimizzare la quantità di lavoro attraverso lo sviluppo di un terziario privo di utilità sociale.

Certo, immensi bisogni restano insoddisfatti, mentre una diversa distribuzione delle risorse consentirebbe di creare milioni di posti di lavoro nei servizi non mercantili, ad esempio nel campo dell’aiuto alla maternità, della puericultura, dell’assistenza agli anziani, delle cure a domicilio, oltre che del tempo libero, del turismo, della cultura, dell’istruzione… Tutto questo è possibile in effetti, a condizione che si tratti di servizi non mercantili, volti a soddisfare bisogni non necessariamente solvibili, con prestazioni non condizionate alla redditività. In altri termini, servizi non rispondenti a una logica e a una razionalità economiche, che dovrebbero essere finanziati attraverso il prelievo fiscale, e di conseguenza restringerebbero la sfera dell’economia mercantile anziché allargarla.

Ripartizione equa del lavoro domestico

Ma ci si scontra allora con il problema che abbiamo già posto: in quale misura, entro quali limiti è un bene sostituire con servizi professionali remunerati incombenze alle quali ciascuno di noi può benissimo provvedere da sé? In altri termini, in quale misura i bisogni ai quali questi servizi rispondono non risultano dall’attuale mancanza di tempo? In quale misura una politica di redistribuzione del lavoro, di tutto il lavoro, compreso quello domestico, non ridurrebbe, con la durata del lavoro, il bisogno di ricorrere a servizi mercantili o meno? Una settimana lavorativa di 5 giorni e di 30 ore per tutti – e in prospettiva di ventotto o di ventiquattro ore – con un’equa ripartizione dei lavori domestici tra uomini e donne – non permetterebbe l’auto-organizzazione in reti di servizi nei quartieri, nei caseggiati e nei comuni, o l’auto-organizzazione in gruppi di aiuto reciproco, fondati non sul pagamento in denaro ma sullo scambio di tempo?

A forza di monetarizzare, di professionalizzare, di trasformare in posti di lavoro le poche attività di autoproduzione e servizi cui ancora provvediamo da soli, non si riduce, fino ad annientarlo, lo spazio in cui ciascuno prende cura di sé, e la capacità stessa di farlo, minando così non solo le fondamenta dell’autonomia esistenziale, ma anche quelle della stessa socialità vissuta e del tessuto relazionale?

Infine, e soprattutto: se la classe dirigente si pone, secondo la tendenza attuale, la creazione di posti di lavoro come principale obiettivo, dove si fermerà questa trasformazione di ogni attività in lavori retribuiti, motivati dalla remunerazione e miranti al massimo rendimento? Per quanto tempo potranno ancora resistere i fragili sbarramenti che ancora impediscono di professionalizzare la maternità e la paternità, la procreazione commerciale di embrioni, la vendita dei bambini e il commercio di organi? Non abbiamo già incominciato a monetarizzare, professionalizzare e vendere non più soltanto gli oggetti e i servizi che produciamo, ma persino ciò che siamo, senza poterlo produrre a volontà, né distaccarlo da noi? Non stiamo trasformando in merci noi stessi, e trattando la vita come un mezzo tra tanti, e non come il fine supremo cui tutti i mezzi devono servire?

Il problema di fondo che ci troviamo davanti è l’esigenza di andare oltre l’economia, o in altri termini, al di là del lavoro remunerato. La razionalizzazione economica libera tempi di vita, e continuerà a liberarne; e di conseguenza non è più possibile far dipendere il reddito dei cittadini dalla quantità di lavoro di cui l’economia ha bisogno. E neppure è possibile continuare a vedere nel lavoro remunerato il principale riferimento dell’identità e del senso della vita di ognuno di noi.

È compito della sinistra – se una sinistra deve esserci – trasformare questa liberazione del tempo in una libertà nuova, in nuovi diritti. Il diritto di ciascuno e di ciascuna è di guadagnarsi la vita con il lavoro: ma lavorando sempre meno e sempre meglio, e ricevendo per intero la propria parte della ricchezza socialmente prodotta. Ma è anche il diritto di lavorare in maniera discontinua, intermittente, senza dover rinunciare a parte del proprio reddito durante gli intervalli del lavoro, per poter aprire ampi spazi alle attività senza fini economici. A queste attività non finalizzate alla remunerazione vanno riconosciuti un valore e una dignità eminenti, sia per gli individui che per la stessa società.

Fonte: “Pourquoi la société salariale a besoin de nouveaux valets”, Andrè Gorz, Le Monde Diplomatique, Giugno 1990

Traduzione de “Il manifesto, Nuove servitù” 1994.

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Assommons les Pauvres! Sfiniamo i Poveri!

Eat the rich - Bansky - London 2009

Eat the rich – Bansky – London 2009

Assommons les Pauvres!  Sfiniamo i Poveri!

Un’espressione in particolare ossessiona la nuovalingua di oggi: “le riforme strutturali”. Bisogna pur credere che esitano altre riforme, più insignificanti, ma che non saremmo in grado di scherzare con le riforme strutturali, cosi’ profonde, vitali e senza dubbio dolorose. La litote serve a designare le misure destinate ad accrescere la flessibilità del lavoro, ritardare l’età pensionabile, diminuire le prestazioni sociali, ridurre la spesa pubblica, tagliare tasse e salari.

“Sfiniamo i poveri!”, intimava crudelmente Charles Baudelaire nel Le Spleen de Paris (1869). In questa fiaba grottesca  scritta tra il 1864 ed il 1865, Baudelaire non proponeva di sfinirli per sbarazzarsene, quanto piuttosto per salavarli. Il suo personaggio, “venuto dalle promesse di un periodo ottimista“, si mette a riempire di botte un vecchio mendicante, invece di fargli l’elemosina. Sorpresa! “La vecchia carcassa” si ribella, e contrattacca in maniera così convincente che l’aggressore decide di condividere volentieri i suoi beni. Baudelaire ci ha indicato forse la via migliore per uscire dalla miseria?

Sfinire i poveri, la soluzione non è sembrata tanto assurda ai politici che portano avanti le loro riforme strutturali, questi nuovi “imprenditori della felicità pubblica”. Ogni giorno essi assicurano, attraverso sondaggi e sermoni, che l’accumulazione privata della ricchezza è il metodo migliore per garantire lavoro ai poveri, e di partecipare all’arricchimento collettivo. Si burlano delle resistenze e delle paure, vani tentativi di andar contro alla necessità. Dopo una tale orgia di argomenti, come fanno i poveri a non accettare di essere sfiniti e trattati male per il loro bene? Cosi come un tempo l’inquisizione prometteva ai peccatori un compenso futuro (il paradiso o la prosperità) al prezzo del sacrificio presente, cosi’ oggi si comanda ai poveri di fare un sacrificio per ottenere domani qualche beneficio.

Messi davanti alla scelta di agire o morire, finalmente dominati, questi assistiti, questi truffatori, ecco che se la cavano con l’iniziativa ed il coraggio! Così parlano gli avversari della redistribuzione: disoccupati? Create la vostra azienda. Disoccupati? Lavorate.

La guerra dei poveri?

Il narratore del piccolo poema in prosa,  ingannato per anni dai mercanti di illusioni appartenenti a due categorie – “quelli che consigliano a tutti i poveri di farsi schiavi, e quelli che li persuadono di essere tutti dei re detronizzati” – sembra essere poco meno povero di quel mendicante con cui se la prende. Gli sarebbe ancora più facile condividere quel poco che possiede. Entrambi sono stati ingannati, entrambi condividono una stessa violenza nella miseria, ennesima illustrazione del proverbio popolare secondo cui i miserabili si battono tra di loro anziché prendersela con i ricchi. La favola di Baudelaire è tutto sommato realista e pessimista, quando invece ci si stupisce oggi di una mancanza di reazione alla crisi. La messa in discussione degli aiuti sociali, dell’immigrazione, del parassitismo sociale, non sono essi dei comodi specchi per le allodole che conducono i poveri a prendersela con in poveri? Più grande è la paura del declassamento, più grande è l’odio nei confronti di coloro che danno l’impressione di poter vivere un’imminente caduta o che vivono un lento declino. Quanto alla realtà dei ricchi, essa è ben lontana… ed ha almeno il vantaggio di offrire sogni per occupare le notti ed i giochi.

A meno che questa fiaba non sia forse paradossalmente ottimista? Dopo tutto i suoi poveri protagonisti si accordano tra loro per reagire alla loro miseria. Sono certamente venuti alle mani, ma la violenza agisce su di loro come una rivelazione. Cosa ci vorrebbe perché la verità della spoliazione esca fuori dall’apatia? Senza dubbio i disastri della storia hanno guarito molte illusioni rivoluzionarie, ma non è forse peggio sopportare la violenza conoscendone la causa? Questo potrebbe essere il messaggio della favola e la sua lezione per la nostra epoca, proprio quando tutto ciò che riguarda la violenza, l’arricchimento dei più ricchi e l’impoverimento dei più poveri non è mai stato così chiaro. La crisi giustifica gli sforzi ed i sacrifici, si ode proferire dagli apostoli ed dai fautori delle riforme strutturali. Quello che non si dice è che questo appello è implicitamente lanciato ai poveri. Si legge poi, dalle classifiche Forbes e Fortune, che il numero dei miliardari aumenta ogni anno, così come le loro fortune individuali; si viene a sapere che le azioni delle aziende quotate in borsa sperimentano aumenti ben superiori al loro fatturato, che le remunerazioni e le indennità dei dirigenti aumentano anche quando i risultati aziendali sono negativi, e gli appelli alla moderazione restano ormai senza eco. Forse i ricchi non sono così numerosi o così ricchi da poter condividere il loro fardello, la loro ricchezza non avrebbe dunque nulla a che vedere con l’impoverimento degli altri? Chiedere sacrifici ai meno abbienti lasciando liberi i benestanti ha in sé qualcosa di sconcertante.

Baudelaire, che aveva vissuto le esperienze del 1848, attorniato da questi “libri dove si discute dell’arte di rendere i popoli felici, saggi e ricchi in ventiquattro ore”, fu egli stesso sfinito dalle giornate del giugno 1848 che videro l’armata della Repubblica Francese massacrare gli operai. Poi ci fu il colpo di stato del dicembre 1851. Innanzi all’interminabile sottomissione il suo umore era a metà tra la rivolta e lo spleen (umore nero). Scriveva allora nel suo diario che si era ormai completamente allontanato dalla politica. In realtà non lo era, a meno che non si possa mai essere definitivamente depoliticizzati.

Fonte: “Assommons les Pauvres!” di Alain Garrigou, Le Monde Diplomatique, 11 Juin 2013

Alain Garrigou è professore di Scienze Politiche presso l’Università di Paris Ouest Nanterre e direttore dell’Observatoire des sondages.

Traduzione a cura di pensiero meridiano

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