Grecia. Quando la crisi sfida il territorio

Breve analisi sociale e territoriale dei cambiamenti in atto in Grecia a causa della crisi economica e dell’austerità imposta senza diritto replica. Dallantiparoki,  sistema di micro capitalismo associativo, al sistema agricolo cooperativo del microfondo. La storia di un sistema economico fragile minacciato dall’austerità. 

François Hollande in Grecia -  Febbraio 2013

François Hollande in Grecia – Febbraio 2013

Il territorio greco molto frammentato, con le innumerevoli penisole ed isole che si incastrano tra di loro, disegna una geografia frattale, complessa, diremmo quasi balcanica. Dai golfi dell’Egeo alle baie ioniche, dalle cime del Pindo fino alla catena montuosa dei Rodopi, pianure, rilievi ed isole fanno di quello greco un territorio difficile, ostile. L’Unione Europea ha avuto per molti anni tra i suoi obiettivi principali quello di rendere più accessibile geograficamente la Grecia ai suoi stessi abitanti, migliorando la comunicazione territoriale tra le diverse aree del paese, grazie al finanziamento di opere infrastrutturali .

In periodi di crisi e di austerità però le barriere, gli ostacoli e le discontinuità territoriali, che si erano superate grazie agli investimenti dei fondi comunitari, e all’intervento pubblico, ritornano ad essere causa di isolamento ed esclusione. In due anni la privatizzazione dei trasporti nazionali, la cancellazione di otto collegamenti ferroviari cardine, la drastica riduzione delle sovvenzioni pubbliche destinate ad assicurare i collegamenti tra il continente e le isole, l’aumento dei prezzi dei ticket e della benzina, assieme alla violenta riduzione dei salari minacciano di accentuare le disuguaglianze territoriali.

All’imboccatura del Golfo di Corinto, una grande opera simboleggia il paradosso della situazione greca attuale. A Patrasso è stato costruito uno dei ponti più lunghi d’Europa allo scopo di unire il Peloponneso alla parte Nord del paese. Un’opera maestosa che prova la voglia e allo stesso tempo la capacità umana di superare le avversità naturali e poter facilitare lo scambio, la vicinanza e il contatto con ciò che è distante, a causa di una natura impervia. Poche sono però le auto che lo percorrono. Pochi son quelli che possono permetterselo. 26 euro il costo del pedaggio (andata e ritorno), quasi quanto il guadagno di una giornata di lavoro di un greco medio. Il ponte è stato costruito grazie allo Stato e ai finanziamenti della BEI (Banca Europei d’Investimento); esso è oggi gestito da una filiale del gruppo francese Vinci, titolare di una concessione di 42 anni. A Patrasso invece il porto è sempre affollato, centinaia di persone ogni giorno aspettano in coda. Il traghetto è l’unica soluzione.

Inesorabilmente l’austerità conduce a cambiamenti nelle strategie di gestione del territorio. L’Hellenic Republic Development Fund ha ormai già da tempo cominciato a liquidare le attività pubbliche. Acqua, elettricità, autostrade, porti, tutte le reti di trasporto sono svendute all’asta. Così come l’aereoporto di Helliniko. Nel 2004 era stato trasformato in centro olimpico e, prima che la crisi aprisse la strada alla svendita dei terreni, era prevista la nascita un grande parco pubblico. Da allora molte cose son cambiate e, nonostante il costo enorme dell’operazione sostenuta ai tempi  dallo Stato,  le strutture sportive esistenti verranno completamente distrutte per poter mettere in vendita l’area agli investitori.

L’antiparoki ad Atene. Sistema di micro capitalismo associativo 

In alcuni quartieri della città di Atene circa un terzo dei commercianti ha dovuto chiudere bottega a causa della drastica caduta dei consumi. Dietro le vetrine chiuse un silenzio polveroso ricopre gli oggetti venduti da un negozio di mobili, o le sedie della sala d’attesa di un barbiere. Sulle facciate dei palazzi tantissimi sono i cartelli rosso e giallo che propongono l’affitto o la vendita di migliaia di appartamenti deserti. La riduzione brutale dei redditi – i salari medi si sono ridotti del 45% tra il 2010 e il 2012 – e l’aumento della disoccupazione – dall’8,8% della popolazione attiva nel gennaio 2009 al 26,8% dell’ottobre 2012 – hanno costretto innumerevoli famiglie a riunirsi e vivere in un solo appartamento.

Certo lo scenario della crisi non è quello dei lotti completamente disabitati della periferia madrilena. La distribuzione del tessuto urbano sul territorio è più lenta e meno spettacolare dal punto di vista visivo. Il paesaggio urbano  è però privo di una struttura integrata e ciò è dovuto all’assenza di pianificazione urbana. La Grecia non ha mai avuto istituzioni finanziarie o promotori impegnati nell’ambito della progettazione e implementazione di spazi urbani, ne c’è mai stata una politica sociale per la casa degna di uno Stato: dalla dittatura di Metaxas (1936 – 41), a quella dei Colonnelli (1967 – 74), passando per la guerra civile (1946-49), che vide la sconfitta dei comunisti e l’ascesa al potere del governo di estrema destra di Caramanlis (1955-63), il movimento operaio, sempre represso e “domato”, non è mai riuscito ad imporre tale riforma.

Pertanto Atene si è sviluppata in termini di struttura urbana, soprattutto grazie “all’insieme di iniziative personali venute dal basso”. Con tale espressione Thomas Maloutas, professore di geografia sociale all’Università di Harokopio, vuole descrivere quel processo di costruzione urbana che raggiunse il suo culmine tra il 1950 ed il 1970, basato su una sorta di micro capitalismo associativo. Il proprietario del terreno mette a disposizione il suolo; l’imprenditore il suo savoir faire. La vendita anticipata degli appartamenti permette di finanziare la costruzione di 5/6 immobili. Questo sistema, cosiddetto antiparoki (letteralmente: compensazione), divenne in quest’arco di tempo il metodo di costruzione dominante, plasmando così gran parte del centro (il tutto basato sul risparmio). L’antiparoki ha così permesso ha migliaia di persone di divenire proprietarie, compensando l’assenza strutturale dello Stato, l’usura delle banche e la fluttuazione dell’economia. Questo fenomeno di cooperazione e di auto-imprenditoria, rischia sempre più di sparire a causa dei colpi inferti dalle politiche di austerità.

La minaccia al sistema cooperativo delle campagne greche

Dalle rive dell’Egeo sino alle catene montuose del Pindo, si estende la pianura agricola della Tessaglia, quasi come un mosaico, che prende i colori delle piantagioni di mais, grano e cotone. La presenza di industrie e sistemi di irrigazione, fanno della Tessaglia una regione agro-industriale. Ma a differenza di altre zone d’Europa ad agricoltura intensiva, essa si distingue per la sua alta densità di popolazione.

Dimitris Goussios, professore di geografia rurale all’Università di Tessaglia-Volos racconta che “agli inizi del 20° secolo, la Grecia ha conosciuto la riforma agraria più radicale d’Europa. Lo Stato distribuiva le terre secondo i bisogni delle famiglie ed in maniera assolutamente egualitaria. Lo scopo era quello di impedire ai grandi proprietari terrieri di avere la meglio sui piccoli nullatenenti. Nella Tessaglia la dimensione massima di un appezzamento di terra fu limitato ai 15 ettari. Sino ad oggi il microfondo ha dominato la struttura agricola di questa regione e la gestione delle terre è rimasta famigliare (la dimensione media di un appezzamento di terra sottoposto a coltivazioni in Grecia è di 5 ettari, contro i 52 ettari medi un terreno in Francia).

La riforma agricola fu una delle prime riforme fatte dalla neonata Repubblica Greca nel 1922 al fine di ridare una terra ai greci rimpatriati dall’Asia Minore, terra che apparteneva un tempo all’Impero Ottomano. Lo Stato vedeva in questa riforma il modo di affermare la propria legittimità. Le tasse sugli agricoltori restarono bassissime: il governo non avrebbe mai voluto perdere l’elettorato delle campagne. Il funzionamento del sistema agricolo però, anche dopo la seconda guerra mondiale, continuava a basarsi su forme di organizzazione produttiva e salariale poco soggetto a tassazione e a regole contabili, il chè ha permesso, sì la nascita di un sistema di cooperazione informale (scambio di merci e beni tra agricoltori), ma anche il fiorire dello sfruttamento di manodopera migrante, soprattutto di origine albanese”.

Dal 2001 però la situazione è leggermente cambiata. Lo Stato ha ristabilito l’assoggettamento degli agricoltori all’imposta sui redditi, abbassando la soglia di esenzione da 12.000 € a 5.000€. Ha sottoposto le attività agricole ad un rigido controllo contabile ed ha introdotto un delle misure per assoggettare i lavoratori delle campagne alle stesse norme del lavoro salariato vigenti in altri settori. Secondo Goussios così facendo lo Stato, con il pretesto di recuperare introiti fiscali, ha completamente distrutto il sistema cooperativo sul quale era organizzata la società contadina. Considerando che gli armatori navali son stati esonerati da ogni tipo di imposizione sino al 2013 (per approfondimenti sulle concessioni di gestione dei porti “Modèle social chinois au Pirée”, Pierre Rimbert, clicca qui) tale provvedimento ha l’aria di non rispettare in maniera egualitaria gli interessi di classe.

Il calo dei consumi interni, l’introduzione dell’imposta sui redditi e l’aumento delle tasse indirette (IVA in Grecia è passata dal 18% del 2008 al 23%) ha portato numerosi agricoltori ad essere espropriati delle loro terre. La dimensione ridotta dei terreni coltivati, l’invecchiamento dei lavoratori agricoli e la riduzione dei sovvenzionamenti all’agricoltura dell’UE (PAC)a causa dell’allargamento ad Est dei confini comunitari porteranno ad un peggioramento della situazione nelle campagne greche, e quasi sicuramente ad un concentrazione maggiore delle proprietà terriere, senza dimenticare il rischio d’abbandono di terre coltivate sulle zone montuose.

La deindustrializzazione: destino comune al futuro economico-sociale europeo?

L’entrata nel mercato unico europeo ha indubbiamente permesso al settore agricolo di ottenere importanti sovvenzionamenti, ma, allo stesso tempo, ha trasformato lo spazio ed i territori greci in maniera marcata già a partire dagli anni 80. La Grecia ha subito le conseguenze negative del fenomeno di divisione del lavoro accelerato dal mercato comune europeo: ogni regione si è specializzata in un settore economico ben preciso. A scapito della differenziazione economica alcune regioni greche si sono specializzate nel turismo, altre nell’industria. Altre nell’agricoltura.

Sino agli anni 80’ Patrasso è stata il centro industriale dell’intero Paese. Lungo il litorale sorgeva un moltitudine di aziende (settore tessile, pneumatici, mattatoi, cartiere etc) capace di dare occupazione a migliaia di lavoratori. Di questa storia operai oggi non resta nient’altro che delle rovine. La Grecia ha vissuto un fenomeno di deindustrializzazione costante, simile a quello che oggigiorno vivono Francia, Italia e Spagna (con la chiusura di impianti come Fiat, Renaut, Alcoa in Sardegna, Ilva nel Nord Italia e a Taranto, e gli esempi non finirebbero qui), anche se a partire da una situazione iniziale differente: l’Industria greca rispetto a quella Italiana o Francese è sempre stata meno stabile e forte, perché priva di settori (come quello del manifatturiero, meccanica di precisione, automobilistico etc) ad alta produttività e ad alto valore aggiunto.  I modi in cui l’industria greca ha sofferto il suo declino sono per contro del tutto simili a quelli che gran parte dei paesi occidentali a vecchia industrializzazione stanno vivendo: delocalizzazioni verso l’Est europeo (Romania, Bulgaria e Polonia su tutti); fine della guerra fredda. Il grande shock arriva nel 1993 con la chiusura della Peiraiki-Patraiki (la più grande azienda tessile della Grecia); migliaia di lavoratori restano senza lavoro. Da allora tutte le grandi aziende hanno chiuso i battenti tranne il birrificio Amstel e il cementificio Titan. Ovviamente le PMI hanno seguito a ruota.

Gli effetti della deindustrializzazione sono stati nascosti negli ultimi 10 anni, da elevati livelli di consumi (e quindi anche di PIL) dovuti sicuramente al maggior potere d’acquisto acquisito grazie all’euro, ma anche all’aumento vertiginoso del credito al consumo e quindi dell’indebitamento privato (il credito al consumo è aumentato in Grecia ad un tasso annuale del 24% dal 2002 al 2008). Quest’ultimo è uno dei fattori scatenanti della crisi europea (basti vedere i numerosi riferimenti fatti da Alberto Bagnai nel suo libro “Il Tramonto dell’euro” per farsi un idea del ruolo importantissimo giocato dal debito privato).  L’uscita dall’euro risulterebbe però troppo dolorosa per uno Stato che già oggi è costretto ad importare gran parte dei beni che consuma: l’uscita farebbe aumentare le esportazioni, ma il potere d’acquisto della Dracma sul mercato mondiale causerebbe un aumento dei costi (vedere Bagnai per approfondimenti).

Dublino II: per i migranti è più facile oggi entrare in Grecia che uscirne  

Il quadro socio economico è ulteriormente complicato dal regolamento comunitario Dublino II, secondo il quale un immigrato clandestino entrato dalla Grecia, che sia scoperto in un qualsiasi Stato dell’Unione Europea, viene  rispedito ad Atene. A Patrasso ormai ci sono più immigrati clandestini che operai e tutto ciò non ha fatto altro che facilitare la vita di quei movimenti politici capaci di prendere lo straniero come capro espiatorio. Nonostante il sempre maggior peso delle frange nazionaliste estreme, nella zona di Patrasso, così come in gran parte della Grecia, il partito di sinistra radicale, Syriza, è diventato uno dei partiti principali. La vera speranza è però nell’informazione. In Italia ed in Francia raramente si sente parlare di Grecia e di quello che sta succedendo in un paese civile e moderno. I media dovrebbero dare molta più importanza a quello che ha l’aria di essere uno dei più forti sconvolgimenti sociali europei dell’ultimo secolo.

Per approfondimenti su dati e fatti di cronaca: http://histologion.blogspot.gr/

Traduzione e adattamento da: Gatien Elie, Allan Popelard e Paul Vannier per “Le Monde Diplomatique” Febbraio 2013, pag 8/9.

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Molto rigore per nulla

Vi propongo qui di seguito un articolo molto interessante di Giancarlo de Vivo, che permette di acquisire una conoscenza sintetica e allo stesso tempo completa delle politiche economiche intraprese dagli Stati Europei, mettendo allo stesso tempo in evidenza la loro inutilità difronte a quello che oggi è il problema più importante: il sistema Euro.  

Oltre l'Austerità

Oltre l’Austerità

Nella corrente crisi, i cittadini di alcuni dei paesi sottoposti alla terapia dell’“austerità” da parte dei propri governi e dell’Unione Europea sembrano vedere più chiaramente dei loro governanti le conseguenze di tale politica, nonostante i molti tentativi di confondere le acque da parte della stampa che quasi all’unisono appoggia questi governi e le loro manovre: i risultati delle elezioni greche e delle elezioni presidenziali francesi ne sono un’indicazione chiara. I governi balbettano indistintamente sulla crescita, ma sono assai riluttanti ad allentare la morsa che l’“austerità” stringe intorno al collo dei greci e di molti altri popoli europei (mentre scrivo, l’ISTAT annuncia che il numero dei disoccupati in Italia è arrivato al livello record di 2.615.000 unità; la disoccupazione giovanile è la più alta mai registrata, sembrerebbe). In effetti, pare che i governi siano consapevoli di andare contro il volere dei cittadini, come prova il veto posto qualche mese fa dalla UE al referendum greco. Ed in questa linea si è mosso il nostro presidente del consiglio, quando ha dichiarato che secondo lui ciò che ha fatto la differenza tra l’Italia e la Grecia è stato il nostro presidente della repubblica, che non ha permesso si indicessero elezioni, ma ha dato invece a lui l’incarico di formare un governo, modestamente ribadendo così l’immagine di se stesso come il salvatore (extra-parlamentare) dell’Italia. E – notizia dell’ultim’ora – si parla di proroga del presidente della repubblica per un anno (del rinvio delle elezioni a dopo il termine costituzionale del 2013 si parla già da un po’).

Che cosa pensi Monti dell’austerità e delle sue conseguenze economico-sociali resta un mezzo mistero: ad esempio nel suo libretto-intervista sull’Europa (Intervista sull’Italia in Europa, a cura di F. Rampini, Roma-Bari 1998), all’intervistatore che, rilevando la costante crescita della disoccupazione nei paesi che seguivano la politica imposta dal trattato di Maastricht, chiedeva: “l’austerità stile Maastricht è recessiva?” (p.73), Monti rispondeva negando un nesso austerità-recessione in modo ambiguo, attribuendo l’aumento della disoccupazione a scarsa flessibilità del mercato del lavoro – aggiungendo poi compiaciuto che le regole di Maastricht ci aiutavano a “fare dimagrire questo stato sociale, o almeno lo stato sociale in disavanzo”. “Disciplina macro e concorrenza micro” (cioè deflazione e flessibilità) è forse il modo più chiaro in cui Monti ha sintetizzato la sua posizione qualche anno fa, constatando una grande convergenza di consensi da parte degli economisti su questa posizione (Il Sole-24 Ore, 16 giugno 2005).

Si potrebbe dire che questi economisti ignorano (almeno nel senso che direttamente o indirettamente negano) che “la spesa di uno è il reddito di un altro”, come Keynes invece non si stancava di ripetere di fronte agli sfaceli dei primi anni trenta. Per Keynes “questa è la verità generale, da non dimenticare mai”. Che la spesa di uno sia il reddito di un altro nessuno forse negherebbe direttamente, ma nonostante ciò la conseguenza principale di questa verità – cioè che tagliando una spesa si taglia anche un reddito e quindi di per sé ci si impoverisce, e che questo porterà ad una spirale di ulteriori tagli di spesa e di reddito – viene negata da chiunque veda in provvedimenti di austerità (“disciplina macro”) il rimedio ad una crisi come quella in cui ci troviamo. L’idea che sta alla base di questa negazione è come sempre che il livello del reddito (e parallelamente quello della domanda complessiva) sia in qualche modo e per qualche ragione dato, e che al taglio del reddito (e quindi della domanda) di uno corrisponderà – per la miracolosa azione di qualche “mano invisibile” – l’aumento del reddito (e quindi della domanda) di qualcun altro.

Ai predicatori di economie in tempi di disoccupazione Keynes chiedeva se mai qualcuno, per il fatto di essere “in cattive acque” perché disoccupato, economizzerebbe su ciò che egli fa per se stesso, smettendo di farsi la barba o di pulire la propria casa perché “non se lo può permettere” per via del fatto che è disoccupato. Ovviamente quel “risparmio” sarebbe un’idiozia, eppure questa idiozia è proprio quello che una comunità considerata nel suo complesso fa, quando, in condizioni di disoccupazione, economizza su beni e servizi prodotti dai suoi membri per i suoi membri.

Ricette Liberiste e riduzione del Debito Pubblico

E’ innegabile che queste considerazioni di buon senso non sono chiare a tutti, specie agli economisti, e si susseguono dichiarazioni (in primis da parte del nostro governo) che la crescita è importante, ma che la politica di austerità non deve in nessun modo ammorbidirsi, e che comunque la crescita (invocata ormai da tutti, perché il paese rischia il collasso) non la si cercherà con “vecchie politiche keynesiane” – cioè con adeguati stimoli alla spesa (privata o pubblica che sia) – ma con “riforme strutturali”, cioè aumento della flessibilità, indebolimento delle difese dei lavoratori, ecc. (“concorrenza micro” per dirla con Monti) – cioè in ultima analisi essenzialmente con riduzioni dei salari, pertanto con ulteriori riduzioni di redditi e quindi di spesa.

Quale è dunque l’origine della “forza” di considerazioni che suonano come la ripetizione di tutte le assurdità dette da politici ed economisti di fronte alla crisi degli anni trenta? Naturalmente due elementi sono sempre presenti nell’influenzare le posizioni su problemi economici: uno è il fatto che non abbiamo tutti gli stessi interessi, nonostante gli sforzi degli economisti per negare questa semplice verità. La disoccupazione, pur deprecata a parole da tutti, attraverso i suoi effetti depressivi sul livello del salario favorisce le imprese, i cui margini di profitto si allargano, e questo può più che compensare l’effetto negativo sui profitti stessi derivante dalla riduzione di domanda – e quindi di produzione – che la riduzione dei salari può provocare (e nel decreto “Salva Italia” varato alla fine del 2011 non mancavano consistenti elargizioni alle imprese per sostenere i profitti). Un secondo elemento è la consueta confusione tra ciò che è vero a livello del singolo con ciò che è vero a livello aggregato. (Non possiamo ovviamente qui discutere quanto questi due elementi – gli interessi e la confusione – possano essere collegati.) La commistione tra livello singolo e livello aggregato è forse un elemento che nella situazione attuale “morde” più che in altre, perché – si dice – la causa delle politiche di austerità è l’“eccessivo” indebi-tamento pubblico, e chiunque si sia trovato ad essere troppo indebitato sa bene che per tirarsene fuori ha dovuto “tirare la cinghia” e ridurre la spesa, o alienare una parte del suo patrimonio. Naturalmente anche per il debito è fallace (come lo è quasi sempre) la trasposizione sic et simpliciter di ragionamenti validi per il singolo all’economia come un tutto, perché nella misura in cui un debito è interno (cioè dovuto a membri della stessa comunità) poiché ad ogni debito corrisponde un credito, nel complesso la comunità è in debito né più né meno di quanto non sia in credito: essa è in debito verso se stessa. In questo caso il debito è – per dirla con una frase celebre – un debito della mano destra verso la mano sinistra. Quando un debito sia interno, è bene forse ricordarlo, esso non può essere servito alla comunità per vivere “al di sopra dei suoi mezzi” (cioè godendo di beni e servizi in eccesso rispetto a quelli prodotti dai suoi membri): non ci si può sollevare tirandosi per i lacci delle proprie scarpe. Questo non vuol dire che il debito sia irrilevante, ma vuol dire che ciò che conta non è l’indebitamento in sé – la comunità nel complesso non è indebitata – ma il fatto che il debito (e in particolare l’onere di pagarne gli interessi) non è ripartito in misura eguale tra i suoi componenti, e che questi componenti non sono tutti eguali – in primis nella distribuzione del reddito e della ricchezza – anche indipen-dentemente dalla ineguale ripartizione del debito. In altri termini, la mano destra, che paga, non appartiene alla stessa persona cui appartiene la mano sinistra, che riceve il pagamento, anche se entrambi i soggetti fanno parte della stessa comunità.

Che funzione svolge un debito pubblico interno? Essenzialmente una funzione redistributiva: lo stato fornisce servizi alla collettività (ovviamente in misura diversa a gruppi diversi: normalmente più ai poveri e meno ai ricchi) più o meno gratuitamente, almeno nel senso che quello che i cittadini pagano (se pagano) per i servizi (diciamo il biglietto dell’autobus o le tasse scolastiche) non dovrebbe coprire (se non in piccola parte) il costo di produzione. I pagamenti che lo stato deve fare per fornire questi servizi (e anche per compiere i trasferimenti che sono un altro aspetto cruciale delle sue funzioni) vengono coperti dalle tasse che lo stato ha il potere di far pagare ai propri cittadini: una volta si diceva (e nella nostra Costituzione ancora si dice) che le tasse dovessero gravare maggiormente sulle fasce più ricche, e allo stesso tempo i servizi essere forniti maggiormente alle classi più povere. Questo era una garanzia di convivenza civile, che permetteva in qualche misura di rovesciare entrambi i termini del proverbio di Salomone: “Dives pauperibus imperat; et qui accipit mutuum, servus est foenerantis” (Il ricco è padrone del povero, e il mutuante è servo del mutuatario). In Italia (e praticamente dappertutto) di fatto ormai il proverbio di Salomone è invece tornato ad essere vero senza mitigazioni, anche grazie agli economisti liberisti che negli ultimi decenni si sono sbracciati a produrre “teoremi” che minano punti basilari della convivenza civile (su ciò si veda anche il contributo di Pivetti).

I Metodi per finanziare il costo dei Servizi Pubblici

In parte lo stato può scegliere di non coprire il costo dei servizi pubblici con tasse, ma con indebitamento, cioè in sostanza facendosi prestare dai suoi cittadini (essenzial-mente da una parte di essi, i ricchi: contrariamente a quello che generalmente si pensa, la distribuzione della proprietà del debito pubblico tra gli italiani è estremamente concentrata) ciò che a quello stesso gruppo avrebbe potuto esser chiesto di pagare come tasse. In Italia ciò è successo in misura eccezionale: contrariamente a quello che si crede il debito pubblico italiano non deriva da un eccesso di spesa, ma da una carenza di imposizione (cfr. A. Barba, ‘La redistribuzione del reddito nell’Italia di Maastricht’, in Un’altra Italia in un’altra Europa, a cura di L. Paggi, Roma 2011; vedi anche F. Cavazzuti, Il nodo della finanza pubblica, Bologna 1978). Lo “stato sociale in disavanzo”, che Monti vuol far dimagrire, è in disavanzo perché non si son fatte pagare e non si fanno pagare le tasse a chi le dovrebbe pagare, non perché la spesa sociale sia troppo alta. Naturalmente la carenza di imposizione ha poi generato un eccesso di spesa, ma di spesa per interessi (la spesa al netto degli interessi è invece stata e tuttora è più bassa in Italia rispetto ai paesi comparabili), che non è affatto un pagamento “necessario” alla produzione dei beni e servizi forniti dallo stato ai cittadini, ma semplicemente il risultato della rinuncia da parte dello stato a farsi pagare sotto forma di tasse l’esborso necessario a produrre i servizi pubblici. Con ciò potremmo dire che nonostante il debito sia interno esso ha permesso a qualcuno di vivere “al di sopra delle proprie possibilità”: a coloro che invece di essere tassati hanno prestato allo stato l’ammontare “sfuggito” alla tassazione (ovviamente tra questi soggetti rientrano anche gli evasori fiscali), così ricevendone un doppio beneficio – di patrimonio e di reddito (il prestito è fruttifero, e negli anni ottanta e novanta lo è stato in misura altissima). E oltre a ciò essi hanno anche usufruito in una certa misura dei servizi e beni prodotti dallo stato.

Un altro modo in cui uno stato potrebbe farsi fare credito (e un credito che non genera interessi) sarebbe quello di emettere moneta: ma prima con il “divorzio” della Banca d’Italia dal Tesoro, e poi con l’adesione all’euro, l’Italia si è resa impervia e poi si è sbarrata questa via.

Oggi però non si può far valere del tutto l’argomento che il debito pubblico sia un debito “interno”, poiché circa un terzo del debito pubblico italiano è un debito verso stranieri (o almeno, verso soggetti che si presentano come stranieri). Nella misura in cui il debito di una collettività sia dovuto a membri di un’altra collettività, esso è un debito “vero”, per ridurre il quale non si può sfuggire all’aspro dilemma cui non può sfuggire il singolo: ridurre la spesa o alienare (parte del) patrimonio.

Ma alcune importanti differenze tra il singolo ed una collettività permangono: se il singolo fa economie (riduce la sua spesa) per ripagare il debito, avrà motivo di pensare che le sue economie non avranno un effetto sul suo reddito, cioè avrà ragione a ritenere che il sacrificio che sta facendo, riducendo la sua spesa, non andrà perso, perché il suo proprio reddito non verrà toccato dal suo “fare economie”: il singolo è così piccolo che l’effetto di una riduzione della sua spesa sul reddito complessivo (e quindi anche sul suo) è trascurabile. Ma se si ragiona a livello macroeconomico, supponendo ad esempio che lo stato voglia ridurre il suo indebitamento aumentando le tasse, non si può trascurare che ciò farà ridurre la spesa complessiva, e conseguentemente la produzione ed il reddito. Questo tra l’altro significherà anche che il gettito fiscale, aumentato da un lato, si contrarrà dall’altro. Meglio che da qualsiasi ragionamento ciò è illustrato da quanto sta accadendo in Grecia, dove la fortissima stretta (tagli di spesa pubblica e aumenti di tassazione) ha provocato una riduzione tale del prodotto che il rapporto debito/prodotto è schizzato alle stelle. (Di fatto anche in Italia si inizia a registrare una riduzione delle entrate fiscali, conseguente alla contrazione del reddito provocata dalle politiche di austerità: la Grecia è vicina.) E’ del tutto calzante per queste cure di “austerità” il paragone con i salassi con cui i medici del settecento ritenevano di curare ogni malattia, e che acceleravano invece assai spesso la morte del paziente.

In altri termini, quando è un singolo a fare i “sacrifici” questi si traducono per lui in un pari “gruzzoletto” per ridurre il debito, ma quando si tratta di una collettività, e i sacrifici siano costituiti da economie di spesa per beni e servizi prodotti dalla collettività stessa, questi non generano alcun risparmio, anzi riducono il reddito e quindi il risparmio. Il lasciar disoccupati lavoro e attrezzatura produttiva riducendo la spesa non fa “risparmiare risorse”, ma semplicemente fa sì che queste “risorse” (e il reddito ad esse corrispondente) non vengano in esistenza. Prendendo a prestito il titolo di un spettacolo comico che va attualmente in onda (senza grande successo) si può dire: “Molto rigore per nulla”.

Un modo di ridurre l’indebitamento su cui il governo aveva messo la sordina, ma che sta per ritornare alla ribalta come fonte di “risorse” per ridurre l’indebitamento, è l’alienazione di patrimonio pubblico. Con il gettito proveniente dall’alienazione di patrimonio si può ridurre il “ricorso al mercato” da parte di uno stato indebitato – ricorso al mercato che deve essere tanto maggiore (a parità di debito) quanto più breve la vita del debito stesso (la vita media del debito italiano è circa 82 mesi, cioè meno di 7 anni). Ora, l’alienazione di patrimonio pubblico può essere fatta a cittadini dello stato o a stranieri. Nel primo caso essa funziona come un’imposta patrimoniale di pari gettito – con l’ovvia e importante differenza che i proprietari di patrimonio (la cui distribuzione in Italia è molto concentrata) invece di essere tassati, a fronte dei loro esborsi riceveranno un pari incremento di patrimonio. In fondo, sarebbe l’analogo, a livello patrimoniale, di quel mec-canismo che è in buona misura la causa della grande creazione di debito pubblico italiano negli anni ottanta e metà degli anni novanta. In questo periodo, come si è detto, i ricchi prestavano allo stato quello che (legalmente o illegalmente) evitavano di pagare in tasse; con l’acquisto di patrimonio pubblico invece essi pagherebbero quello che avrebbero pagato con la patrimoniale, ma ne avrebbero un pari corrispettivo – i beni da loro acquistati, che dal patrimonio pubblico passerebbero al loro patrimonio.

Naturalmente è sempre possibile l’alienazione del patrimonio pubblico a stranieri, e forse il governo ci penserà: in fondo, la vendita della Louisiana agli Stati Uniti da parte di Napoleone serviva (anche) a liberarsi di una parte del debito estero della Francia. Il governo Monti potrebbe vendere la Sicilia e la Sardegna alla Germania.

Problema del Debito Pubblico come problema della Bilancia dei Pagamenti

Questo ci porta ad un punto più serio: il fatto che il debito pubblico italiano sia emesso in una moneta (l’euro) su cui lo stato italiano non ha la sovranità, rende il problema del debito pubblico analogo ad un problema di bilancia dei pagamenti: lo stato italiano deve rinnovare debito e pagare interessi in una moneta che esso non ha la possibilità di emettere, ma che deve “guadagnare”, analogamente a come deve guadagnare la valuta per pagare le importazioni – tutto sommato, non è molto diverso dal caso in cui il debito fosse emesso in dollari o in altra valuta straniera. E anche la differenza che potrebbe sembrare esistere rispetto ad un debito emesso in valuta straniera, cioè che con un debito denominato in valuta propria non ci sarebbe rischio di cambio, non è vera: adesso che la possibilità di una uscita dall’euro si è fatta più concreta, si vede che uno dei “costi” maggiori per noi di tale uscita deriverebbe proprio da quella parte del debito (pubblico e privato) denominato in euro che non fosse ridenominato nella nuova valuta, il cui peso potrebbe aumentare consistentemente se una svalutazione della nostra nuova moneta nazionale non potesse essere impedita.

Tutto questo vuol dire certo che la situazione è grave e non ci sono vie d’uscita semplici. Ma anche che l’ostacolo principale al risolvere i problemi è nella stessa costruzione dell’euro, ed in particolare nell’assenza di una banca centrale che possa intervenire direttamente e senza limiti prefissati a sostenere il credito pubblico. Questo era visto fino all’altro ieri come uno dei punti di forza del sistema, perché avrebbe imposto la massima “disciplina fiscale” agli stati membri, ed era celebrato come la consacrazione finale del liberismo. In effetti, imporre la massima “disciplina fiscale” allo stato significava impedirgli il ruolo di redistribuzione che come abbiamo notato è una delle sue principali funzioni, oltre ad essere la pietra angolare della convivenza civile. Non stupisce che economisti come il nostro presidente del consiglio siano a favore di un pesante dimagrimento dello stato sociale, attuato con la sua assurda politica di “austerità”, ma stupisce che la sinistra – persino quella che molti chiamano “radicale” – sia di fatto muta quando non consenziente di fronte a questo scempio, e che il governo che lo sta compiendo abbia una delle più ampie maggioranze parlamentari dell’Italia repubblicana.

Articolo di Giancarlo de Vivo, “Oltre l’Austerità”