Luciano Gallino: «Il nostro nemico è la democrazia autoritaria»

Luciano Gallino

Luciano Gallino

di Mattia Ciampicacigli, intervista a Luciano Gallino per Il Manifesto

Per il sociologo Luciano Gallino l’economia neoliberista considera i procedimenti democratici come un ostacolo al mercato.

L’Europa di oggi sta scon­tando «un’involuzione auto­ri­ta­ria», ma è allo stesso una grande «dimen­sione poli­tica che non pos­siamo in alcun modo per­met­terci di affos­sare». Non ha dubbi Luciano Gal­lino, socio­logo all’Università di Torino, tra i pro­mo­tori della lista di cit­ta­di­nanza “Un’altra Europa” a soste­gno della can­di­da­tura di Ale­xis Tsi­pras a Pre­si­dente della Com­mis­sione Euro­pea in vista delle pros­sime ele­zioni euro­pee del 25 e 26 mag­gio. A fine 2013 è uscito il suo ultimo sag­gio Il colpo di Stato di ban­che e governi – l’attacco alla demo­cra­zia euro­pea.

Mat­teo Renzi, nella pre­fa­zione al sag­gio di Nor­berto Bob­bio sulla dif­fe­renza tra destra e sini­stra, teo­rizza la scom­parsa delle iden­tità col­let­tive. È pen­sa­bile ancora una demo­cra­zia in una società così fram­men­tata? 

Cer­ta­mente sì, se ancora lo si vuole vera­mente. La demo­cra­zia teo­riz­zata e rea­liz­zata dai neo­li­be­rali è una cat­tiva imi­ta­zione della demo­cra­zia. I popoli euro­pei sono stati ingan­nati dai loro governi. È man­cata una spie­ga­zione intel­let­tual­mente one­sta della crisi, delle sue cause pro­fonde. Gli eco­no­mi­sti ci hanno lasciato solo con­cetti palu­dati di for­mule, incom­pren­si­bili ai più. Credo si pos­sano tut­ta­via pen­sare nuove forme di demo­cra­zia diretta, non fosse altro per il fatto che quella rap­pre­sen­ta­tiva non gode dav­vero di buona salute. Biso­gne­rebbe però ope­rare su più livelli. A livello di Unione euro­pea, il Par­la­mento è l’unico organo che attual­mente eleg­giamo. Quest’ultimo però, pur dispo­nendo del potere di veto, tende a non uti­liz­zarlo a suf­fi­cienza e conta ancora dav­vero poco. Serve dun­que una demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva più strutturata.

In Ita­lia le ban­che sono circa 700. Lei è tra i sei intel­let­tuali pro­mo­tori di una lista di cit­ta­di­nanza in soste­gno alla can­di­da­tura di Ale­xis Tsi­pras a Pre­si­dente della Com­mis­sione euro­pea. Può essere l’inizio di un pro­cesso per far nascere dav­vero un’altra Europa? 

Mi auguro dav­vero sia così. I primi segnali sono stati inco­rag­gianti, segno di una sor­pren­dente revi­vi­scenza del pro­cesso demo­cra­tico. Ora però ini­zia la fase più dif­fi­cile. Si tratta di rac­co­gliere nelle pros­sime set­ti­mane 150 mila firme e avremo biso­gno di un impe­gno dif­fuso sul ter­ri­to­rio. La can­di­da­tura di Tsi­pras ha il merito di ripor­tare la nostra atten­zione al nesso tra crisi eco­no­mica e crisi della demo­cra­zia. E di farlo ponendo dinanzi ai nostri occhi un esem­pio con­creto come la Gre­cia, che meglio rap­pre­senta il dramma del fal­li­mento delle poli­ti­che di auste­rità. Dove, secondo l’ultimo rap­porto della rivi­sta di medi­cina Lan­cet, molte fami­glie non hanno più nem­meno i soldi per curare i pro­pri bam­bini. Dob­biamo esserne con­sa­pe­voli, ciò che è suc­cesso ad Atene potrebbe avve­nire anche in altri paesi dell’area euro­me­di­ter­ra­nea. Que­sti sono i costi di una demo­cra­zia auto­ri­ta­ria affi­data alle tec­no­cra­zie. L’Europa è una grande dimen­sione poli­tica, che non pos­siamo per­met­terci in alcun modo di affos­sare. Dob­biamo recu­pe­rarne l’originario spi­rito fede­ra­li­sta e pre­ten­dere che si svi­luppi su ben altre diret­trici. Baste­rebbe far appli­care alcuni dei prin­cipi san­citi nei Trat­tati fon­da­tivi che riman­dano alla par­te­ci­pa­zione diretta e rav­vi­ci­nata dei cit­ta­dini alle scelte poli­ti­che dell’Unione. Buoni pro­po­siti, rima­sti finora inap­pli­cati.

Crede sia pos­si­bile un’interlocuzione con le forze poli­ti­che social­de­mo­cra­ti­che che paiono aver smar­rito la pro­pria mis­sione ori­gi­na­ria?

Quella che oggi si chiama social­de­mo­cra­zia farebbe rivol­tare nella tomba non pochi dei suoi illu­stri espo­nenti del pas­sato. Se penso a quella tede­sca, non dimen­tico che nella seconda metà del secolo scorso si è dimo­strata in grado di intro­durre grandi inno­va­zioni in senso pro­gres­si­sta. Poi però è arri­vata l’Agenda 2010 e l’influenza del pen­siero eco­no­mico neo­li­be­rale ha preso il soprav­vento. Nei primi anni due­mila sono state appro­vate leggi che ave­vano come unico obiet­tivo quello di ridi­men­sio­nare i capi­toli prin­ci­pali della spesa sociale, così come sono state adot­tate poli­ti­che attive del lavoro che par­ti­vano dal pre­sup­po­sto secondo il quale se qual­cuno era disoc­cu­pato lo era per pro­pria respon­sa­bi­lità. Gli effetti sono stati quelli di una dra­stica seg­men­ta­zione del mer­cato del lavoro tede­sco e una forte mode­ra­zione sala­riale. Oggi in Ger­ma­nia si con­tano 7,3 milioni di cosid­detti mini-jobbers che lavo­rano 15 ore alla set­ti­mana per gua­da­gnare450 euro al mese e solo i più for­tu­nati rie­scono a som­mare più lavori. Altri 7,5 milioni di lavo­ra­tori hanno sì un con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato ma lavo­rano per meno di 6 euro all’ora. Baste­reb­bero que­sti dati a farci capire che negli ultimi due decenni i social­de­mo­cra­tici in realtà hanno smesso di tute­lare i più deboli.

Cosa pensa della can­di­da­tura di Mar­tin Schulz?

Ho letto che si è detto con­tra­rio alle moda­lità con cui si sta costruendo l’Unione ban­ca­ria e qual­che giorno fa la Com­mis­sione affari eco­no­mici di Stra­sburgo ha appro­vato una mozione su que­sto. Non solo, la stessa com­mis­sione ha appro­vato anche una riso­lu­zione che chiede la costi­tu­zione di un Fondo mone­ta­rio euro­peo che rim­piazzi la Troika. Mi sem­bra si tratti di deci­sioni in con­tro­ten­denza rispetto agli orien­ta­menti dell’attuale mini­stro dell’Economia tede­sco, Wol­fang Schäu­ble, con il quale la Spd governa. Fatti non tra­scu­ra­bili, ma ancora insuf­fi­cienti.

Nel suo ultimo libro ha teo­riz­zato un «colpo di stato» da parte di ban­che e governi.

Ci sono molti studi che arri­vano a que­sta con­clu­sione. Si parla in un’involuzione auto­ri­ta­ria in cui deci­sioni di grande impor­tanza, in que­sti anni, sono state prese da un numero ristretto di tec­nici. Ciò che è avve­nuto ricalca quello che la teo­ria poli­tica defi­ni­sce a tutti gli effetti un «colpo di Stato», dove parti dello Stato che non ne avreb­bero il diritto si arro­gano poteri fon­da­men­tali atti­nenti alla sovra­nità costi­tu­zio­nale dello Stato mede­simo. Il sistema finan­zia­rio ha preso il potere, in nome di una pre­sunta ecce­zio­na­lità, impo­nen­dosi ai governi nazio­nali e alla poli­tica.

Pos­siamo imma­gi­nare nuove forme di demo­cra­zia a livello locale da cui ripar­tire?

Un ter­reno potrebbe essere quello della lotta alle pri­va­tiz­za­zioni dei ser­vizi di pub­blica uti­lità. Molte ana­lisi ormai lo affer­mano senza alcun timore di sorta: sono ope­ra­zioni inef­fi­cienti dal punto di vista eco­no­mico. Come soste­neva Han­nah Arendt, la demo­cra­zia senza par­te­ci­pa­zione non conta niente. Quello che conta mag­gior­mente è il luogo demo­cra­tico dove si forma l’agenda poli­tica di una comu­nità, sia essa un comune, una regione, una nazione o un con­ti­nente. Pen­sando agli enti locali di mag­gior pros­si­mità, ci vor­reb­bero dei con­si­gli comu­nali dove il primo obiet­tivo fosse quello di favore la discus­sione, il con­fronto aperto tra visioni diverse della società. Luo­ghi dove estra­po­lare e aggre­gare la cono­scenza locale. La que­stione di fondo però è che i cit­ta­dini orga­niz­zati danno fasti­dio e la velo­cità dei pro­cessi eco­no­mici con­si­dera i pro­ce­di­menti demo­cra­tici più un osta­colo che un’opportunità. Stiamo assi­stendo dun­que a un’involuzione auto­ri­ta­ria. Non ci si può stu­pire allora che la can­cel­liera tede­sca Angela Mer­kel, ma anche Van Rom­puy e Olli Rehn, auspi­chino una demo­cra­zia «mar­ket conform».

 

Fonte: http://www.listatsipras.eu/blog/item/391-gallino-il-nostro-nemico-e-la-democrazia-autoritaria.html

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Egemonia Culturale e Redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto

Se il patrimonio dei milionari italiani, di cui 1 milione di dollari è il limite inferiore ma l’entità media è considerevolmente più alta, fosse stato assoggettato a una risibile patrimoniale permanente di 3.000 euro in media, si sarebbero raccolti 4,5 Miliardi l’anno. Una cifra grosso modo equivalente ai tagli della pensione dei lavoratori dipendenti decisi dal governo Monti nel 2011″ . Perché ciò non è stato fatto?

August Sander, Mains d’un travailleur occasionnel - 1930

August Sander, Mains d’un travailleur  – 1930

Se proviamo ad ascoltare qualsiasi telegiornale o leggere un quotidiano qualsiasi, appare quasi scontato che i problemi fondamentali dell’Italia, e dell’Europa meridionale, siano il debito pubblico esorbitante, la spesa pubblica eccessiva, e la pubblica amministrazione sprecona. La voce critica di programmi televisivi, da sempre in contrasto con i centri d’informazione principali, sembra troppo debole e cincischia ultimamente nel mostrarsi effettivamente portatrice dei valori della controinformazione.

Programmi come Servizio Pubblico e Ballarò, anche se encomiabili per il loro lavoro di informazione e controinformazione, aderiscono in maniera impercettibile, almeno per quanto riguarda il modo in cui essi trattano tematiche di natura economica, a quella che è la forma mentis teorica dell’economia liberista ormai dominante in Europa.

La riduzione del debito pubblico, e i tagli alla spesa pubblica ci vengono propinati come l’unica medicina da somministrare; tuttavia pochi sono coloro che discutono della giustezza teorica di tali politiche economiche. Gli sprechi della pubblica amministrazione sembrano essere l’unica causa dell’aumento del debito pubblico, ma nessuno ha mai accennato alla vera grande causa di incremento di quest’ultimo: il combinato disposto di “divorzio” fra Banca d’Italia e Tesoro e adesione al sistema monetario europeo (SME) che ha fatto esplodere la spesa per interessi (Sergio Cesaratto “Il vecchio e il nuovo della crisi europea”). Un altro tema di discussione nei salotti televisivi e sui giornali è quello della Sanità Italiana, sempre vista come una macchina mangia soldi ma da pochi vista come il secondo miglior sistema sanitario al mondo: se ci confrontassimo più spesso con gli altri Paesi, scopriremmo che quello italiano è uno dei migliori sistemi sanitari al mondo. Lo dice l’Organizzazione mondiale della sanità (OmsWho) e lo dicono gli inglesi del British Medical Journal (Bmj). Nell’ultima classifica dei sistemi sanitari compilata dall’Oms, l’Italia si è piazzata seconda dietro la Francia (fonte: cimoasmd).  Per non parlare della secolare questione meridionale ed il nodo della Spesa Pubblica eccessiva al Mezzogiorno: falso e impreciso dire che le regioni meridionali ricevono una quota della spesa nazionale smisurata; i cittadini meridionali ricevono una Spesa Pubblica pro capite molto inferiore rispetto ai cittadini del resto d’Italia sia in termini di spesa corrente che di spesa in conto capitale (“Spesa Pubblica eccessiva nel Mezzogiorno?Una mezza verità”, Pensiero Meridiano); il Sud riceve un finanziamento statale più cospicuo rispetto alla quota di spesa finanziata con risorse regionali, ma ciò non fa altro che rispondere a quel principio costituzionale che si chiama Redistribuzione, secondo il quale tutti i cittadini di uno Stato hanno diritto ai servizi pubblici fondamentali e le fasce più agiate della popolazione dovrebbero sostenere quelle piu svantaggiate, soprattutto se quest’ultime devono la loro condizione a politiche economiche scellerate e negligenti  (politiche di investimento, industrializzazione, creazione infrastrutture costantemente sfavorevoli allo sviluppo economico-sociale del Mezzogiorno; per approfondimenti vedere: Paci, Pusceddu “Stima dello stock di capitale nelle regioni italiane”; Latella “Mercati e istituzioni nel Mezzogiorno”; Picci “Le opere pubbliche dall’Unità d’Italia: l’informazione statistica” Viesti “Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è” etc.).

Quelli appena citati sono solo alcuni esempi di informazione iniqua o scorretta nei confronti di tutto ciò che è pubblico, statale o gestito collettivamente, e che risponde al pensiero economico neo-liberale.

Il modo in cui temi fondamentali di economia vengono trattati oggi, al di là del problema ormai noto del conflitto di interessi tra politica e controllo editoriale dei media, è molto più ampio. Il piattume e la sottile conformità che caratterizzano i contenuti e le informazioni diffuse sui media tradizionali a partire dai quali il popolo dovrebbe crearsi una coscienza politico-economica, sono completamente manipolate, anche se in maniera non esplicita, dal pensiero economico dominate.

Il fatto che la riduzione del Debito Pubblico e l’attacco spietato alla Spesa Pubblica dominino negli ultimi anni il mondo dei media ci serve da spunto per poter affrontare un tema molto più ampio e complesso: quello del mondo dell’informazione come elemento di espressione dell’egemonia culturale della classe dirigente. Il mondo dei media è quasi sempre promotore di politiche economiche liberali alle quali è difficile contrapporre teorie alternative. La voce di chi vorrebbe e dovrebbe porporre strade alternative è spesso fatta tacere o con difficoltà riesce a raggiungere la gente. Il pensiero economico di sinistra oggigiorno non riesce ad occupare un degno spazio sui vari canali di diffusione dell’informazione. Perché? A cosa sono dovuti tali difficoltà? Proveremo a rispondere a tale domanda qui di seguito, seguendo l’analisi economica fatta dal Luciano Gallino, Sociologo e Professore all’Università di Torino.

Egemonia culturale delle classi sociali ad alto reddito e i think tank neo-liberali

Una delle cause fondamentali di tale predominanza ideologica è sicuramente la forza economica delle classi capitalistiche capaci di controllare gran parte dei mezzi d’informazione. Non bisogna però dimenticare la produzione culturale portata avanti dal movimento neoliberale: la straordinaria offensiva dei think tanks neoliberali, attivi già dagli anni 60’-70’ e potentemente affermatisi nei maggiori paesi occidentali dopo gli anni 80’ non è stata contrastata da alcun tipo di produzione culturale ed ideologica che potesse abbracciare le ambizioni e le necessità della sinistra internazionale. Benchè esistano in diversi paesi – bisogna dire in numero ben maggiore che nel nostro – centri studi, fondazioni, istituti, centri di ricerca che hanno mantenuto un marcato vigore critico nell’analisi della situazione dell’economia e della politica del mondo, occorre dire che questi si sono ritrovati ad essere (e tuttora lo sono) molto al di sotto della potenza di elaborazione mediatica, politica, intellettuale e accademica messa in campo dal pensiero neoliberale.

In primo luogo si deve pensare alla sproporzione dei mezzi. I pensatoi, i thinks tanks neoliberali, che hanno tutti nome e indirizzo e lavorano alla luce del sole, sono presenti in molti Stati europei oltre che negli Stati Uniti. Tra i più influenti vanno annoverati il Cato Institute e la Heritage Foundation in USA; L’Adam Smith Institute e l’Institute of economic Affairs nel Regno Unito; la Société mont-Pelerin fondata in Svizzera nel 1947; la Trilateral Commission nata più tardi sull’iniziativa delle suddette; la Tavola Rotonda degli Industriali Europei con sede a Parigi; l’Istituto Aspen fondato neglu USA nel 1950 con sedi in diversi paesi, compresa l’Italia. Queste istituzioni dispongono ciascuna di milioni di dollari l’anno per il loro studi, le conferenze e i convegni, le trasmissioni televisive, le pubblicazioni, i rapporti con i parlamenti e le organizzazioni internazionali.  Sotto questo profilo, i pensatoi del pensiero critico hanno un potere e un peso modesto, a causa appunto di un’enorme inferiorità di risorse economiche. In Inghilterra e negli Stati Uniti, ad esempio, vengono pubblicate riviste di sinistra di rimarchevole livello culturale, come la “Monthly Review”, la “New Left Review” e altre ancora, diffuse in migliaia di copie. Ciò nonostante sono poca cosa rispetto alle centinai di migliaia di copie di riviste diffuse dalle fondazioni, dagli istituti e dalle case editrici neoliberali. Le prime poi arrivano ad una frazione minima della popolazione, un frazione, peraltro, che è già convinta delle idee che quelle riviste intendono divulgare.

Mediante i serbatoi del pensiero, finanziati da gruppi finanziari e corporations industriali in diversi paesi, il neoliberalismo ha attuato, in pieno, a favore del capitalismo, il concetto di egemonia culturale elaborato da un marxista, Antonio Gramsci. I principali media internazionali ruotano attorno ai grandi gruppi capitalistici che ovviamente determineranno le loro linee editoriali rispettando a pieno il principio di mantenimento del loro status quo. Gramsci usò l’espressione precisamente per indicare il ruolo dirigente conseguito dalla classe capitalistica a mezzo di un vasto apparato di strutture ideologiche e di istituzioni. Grazie a questo apparato essa è riuscita a governare con il consenso della popolazione, sapientemente costruito, piuttosto che attraverso la forza. Il problema è che Gramsci sperava che la classe operaia e gli intellettuali ad essa vicini fossero in grado, col tempo, di costruire un consenso popolare capace di affermare, anche in questo caso senza violenza, gli interessi economici, morali e culturali della  prima a fronte della classe capitalistica.  La situazione attuale induce a pensare che la speranza di Gramsci sia assai lontana dall’avverarsi. Più che mai l’egemonia è esercitata dalla classe vincitrice, la classe borghese (industriale-finanziaria). Essendo egemone nel senso gramsciano la classe capitalistica internazionale non ha bisogno di alcun complotto per agire come vuole sul terreno economico e politico (per approfondire vedere: Luciano Gallino “La lotta di classe dopo la lotta di classe).

La redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto

La classe vincitrice conduce una pesante controffensiva nei confronti della classe operaia e della classe media e sembra quasi che la lotta di classe sia oggi, al contrario di quanto avveniva negli anni 70’, condotta dall’alto verso il basso. Uno dei risultati più vistosi del consolidamento costante della posizione sociale della classe capitalistica, non è solamente quello di aver monopolizzato i media e il pensiero trasmesso attraverso di essi. Il risultato lampante è Il forte aumento delle disuguaglianze globali dovuto ad una marcata redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto, e quindi non soltanto ad un accrescimento del reddito e della ricchezza degli strati più abbienti (Gallino pag. 104). Le disuguaglianze globali , che si riferiscono al rapporto tra individui del pianeta quanto a reddito e ricchezza, sono fortemente aumentate dagli anni Ottanta a oggi. Due sono gli indicatori importanti per poter analizzare tale trend negativo e che Luciano Gallino analizza dettagliatamente: la riduzione della quota salari sul PIL e il livello dei consumi pro capite, a cui si aggiunge il confronto dei decili della popolazione e la distribuzione della ricchezza.

1/Gli Indicatori:

Se si analizzano le disuguaglianze in termini di reddito Gallino propone 3 indicatori fondamentali.

La quota dei salari sul Pil. In tutti i paesi dell’OCSE, nel periodo 1976-2006 la quota salari, cioè l’incidenza sul PIL dei redditi da lavoro (compreso il reddito da lavoro autonomo, il quale viene calcolato come se gli autonomi ricevessero la stessa paga dei salariati) si è abbassata di molto. Facendo riferimento ai paesi più ricchi dell’OCSE detta quota è calata in media di 10 punti percentuali passando dal 68% al 58% del PIL. In Italia il calo ha toccato i 15 punti precipitando al 53%. Per il lavoratori equivale a una colossale perdita di reddito (oggi un punto di PIL vale per l’Italia circa 16 Miliardi di euro, 240 miliardi di euro in totale). Si è talora sostenuto che questo enorme calo della quota salari sia dovuto ad un incremento dell’imposizione  fiscale e più in generale dei cosiddetti prelievi  o contributi obbligatori. Un esame delle voci che compongono il Pil mostra invece che non è affatto così. La maggior parte di quei punti sottratti alle classi lavoratrici, e in buona parte anche alle classi medie, è andata alle rendite e ai profitti (come vedremo in seguito).

Andamento della quota dei redditi da lavoro in vari paesi, corretta per tenere conto del lavoro autonomo, e presa come percentuale del Pil al costo dei fattori, cioè al netto della “quota del governo"

Andamento della quota dei redditi da lavoro in vari paesi, corretta per tenere conto del lavoro autonomo, e presa come percentuale del Pil al costo dei fattori, cioè al netto della “quota del governo”. Fonte: Antonella Stirati – Economia e politica

 

Declino dei redditi da lavoro come percentuale del Pil

Declino dei redditi da lavoro come percentuale del Pil nei paesi Ocse dal 1990 al 2009. Fonte Ocse

Livello dei consumi pro capite. Le disuguaglianze tra i cittadini globali – che si misura confrontando tra di loro tutti i cittadini del mondo come se abitassero in un unico paese (parità dei poteri di acquisto) – ha superato negli anni scorsi i 70 punti dell’indice di Gini (i poveri assoluti del mondo – le due fasce di coloro che vivono con consumi pari a un dollaro o due al giorno – sono circa 2,6 miliardi. 1,4 smiliardi sono i poveri che vivono con meno di 1 dollaro al giorno).

Confronto tra i diversi decili della popolazione mondiale. Se si prendono in considerazione gli ultimi dati comunicati dalla Banca Mondiale (dati 2002), il decimo o il decile più povero della popolazione mondiale percepisce  lo 0,61% del reddito globale mentre il decimo più ricco percepisce il 57,5% del reddito globale.  I 5 decimi della popolazione (ossia la metà di essa) non arrivano a percepire nemmeno il 7% del reddito globale, mentre i 2 decimi più ricchi rappresentano il 77% del reddito globale. Se si analizzano dati per singoli paesi si nota come negli Stati Uniti tra la fine degli anni 70’ e gli inizi degli anni 80’ il reddito del 10% più ricco della popolazione toccava il 30% del reddito (dato restato costante nei quarant’anni precedenti); dopo il 1980 questa quota ha raggiunto il 50%. L’1% più ricco invece percepiva nel 2008 il 23% del reddito nazionale.

Se si passa a considerare la ricchezza (immobili, attivi finanziari, patrimonio etc) piuttosto che il reddito, la sua distribuzione nel mondo come nei singoli paesi risulta ancora più diseguale. Nel 2010 lo 0,5% della popolazione mondiale adulta (Credit Suisse), circa 24 milioni di persone, deteneva una ricchezza di oltre 69 trilioni di dollari, più del 35% della ricchezza totale del mondo.  Al fondo della piramide, il 68% della popolazione detiene solo il 4,2% del totale. I Italia i 5 decimi della parte inferiore della scala, posseggono in tutto il 10% della ricchezza nazionale, mentre il decimo più ricco detiene da solo il 50% di essa. Il nostro paesi si distingue inoltre per numero insolitamente elevato dei milionari in dollari, quelli al vertice della piramide. Essi rappresentano ben il 6% del totale del mondo, un punto in più a paragone di Francia e Germania. Tale quota corrisponde a 1,5 milioni d’individui sui 24,2 al vertice. Il che induce a far qualche rozzo calcolo.

2/Le cause della redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto

Una delle spiegazioni a tale fenomeno di redistribuzione di reddito dal basso verso l’alto che si ritrovano spesso nella letteratura economica è quella secondo cui l’ingresso nel mercato del lavoro, in un contesto globalizzato, di un miliardo e mezzo di lavoratori poco specializzati (paesi emergenti), ha fatto aumentare il reddito dei lavoratori specializzati per un semplice gioco di domanda-offerta della forza lavoro. Se però si analizza meglio le ragioni fondamentali di tale redistribuzione Gallino identifica tre cause fondamentali:

– Gli astronomici compensi attribuiti sia agli alti dirigenti delle corporations, sia ai traders, coloro che effettuano materialmente le transazioni sul mercato dei titoli. Questi hanno stipendi centinaia, se non migliaia, di volte superiori a coloro che hanno una stessa specializzazione professionale, ma che non sono nella posizione di poter speculare o lavorare per banche d’investimento.

– La seconda ragione alla base di tale fenomeno il ruolo giocato dalle rendite, che tecnicamente non sono identificabili con stipendi, premi di risultato o indennità di buonuscita, ma derivano per intero dal possesso e dalla gestione di patrimoni finanziari.  Se si guarda la curva dei redditi, si constata che la curva dei ricavi puramente finanziari – in sostanza i guadagni da capitale – segue quasi fedelmente la curva che mostra l’impennata dei redditi e della ricchezza del 10% più ricco della popolazione di diversi paesi.

– per ultimo devono essere considerati gli la mancanza di progressività dell’imposizione fiscale e gli sgravi fiscali, che negli ultimi decenni la maggior parte dei governi occidentali ha concesso, in varie forme, ai redditi ed ai patrimoni più elevati: riduzione delle aliquote marginali, forte riduzione o soppressione delle imposte di successione, riduzione o eliminazione dell’imposta patrimoniale.

Gli sgravi fiscali introdotti in diversi paesi a favore delle classi ad alto reddito e di maggiore ricchezza hanno preso forma di una sostanziale riduzione dell’aliquota marginale (vale a dire la percentuale di imposta applicata alla porzione di reddito ricadente nell’ultimo scaglione) e delle imposte sul patrimonio e i beni ereditari. Negli anni 50’ e 60’ l’aliquota marginale sui redditi più alti era molto più elevata – in USA superava l’80% – e contribuiva notevolmente a ridistribuire il reddito. Se si guarda al caso italiano, la normativa fiscale prevede che l’aliquota minima su un reddito imponibile fino a 15.000 euro è del 23%. L’aliquota sale al 27% per la fascia di reddito da 15.000 a 28.000 euro. Per contro l’aliquota unica applicabile sulle rendite da capitale è stata per decenni solamente del 12,5%. E’ l’aliquota più bassa che si sia mai visti nei paesi UE, dove il tasso di imposizione sulle rendite da capitale è sempre stato superiore al 20%. Con un decreto legge del 2011 questa aliquota è salita al 20% a decorrere dal 1° gennaio 2012. Tuttavia siamo ancora difornte al paradosso: un lavoratore con un’imponibile di 28.000 euro deve versare 6960 euro di imposte  a fronte di 1.500 ore annue di lavoro, mentre su un introito della stessa entità un redditiere da capitale ne paga soltanto 5.600, senza dover lavorare nemmeno un’ora. E per di più l’aliquota resta la stessa anche se la rendita è mille volte più elevata.

A dimostrazione della scarsa efficacia del sistema impositivo italiano c’è la distribuzione del prelievo fiscale in forma di imposta sul reddito delle persone fisiche: l’IRPEF.  Alla fine degli anni 80’ le entrate IRPEF da lavoro dipendente costituivano il 40% delle entrate totali derivanti da questa imposta. Oggi sono salite al 60%. Al contrario la quota di IRPEF derivante da lavoro non dipendente (quello di imprenditori, commercianti, professionisti, artigiani e simili) si è ridotta da poco meno del 38% a circa il 10%. Si aggiunga che il restante 30% dell’IRPEF è pagato dai pensionati (che per quattro quinti sono ex lavoratori dipendenti). Sarebbero questi i parassiti che hanno fatto aumentare il debito pubblico.

Analizzando le imposte sulle società ci si rende conto della controffensiva vera e propria condotta dalle classi capitalistiche contro le classi lavoratrici. Uno studio della KPMG, condotto in 80 paesi mostra come il tasso medio dell’imposizione fiscale si sia ridotto dal 1995 al 2010 dal 38% al 25%. Tra gli Stati più generosi nei confronti delle società vi sono la Germania, che ha tagliato tale tasso di 22 punti percentuali dal 51,6 % al 29,4 %; la Grecia che ne ha tagliati 16 (dal 40 % al 24 %); l’Irlanda che lo ha dimezzato passando dal 24 al 12, 5 % e l’Italia che lo ha ridotto di quasi 10 punti dal 41,3 al 31,4 %. Negli Stati Uniti, ad esempio, l’aliquota impositiva sulle società è rimasta immutata per decenni al 40%, ma alla nostra epoca, grazie alla combinazione di nuove norme contabili, il gettito di tale imposta che un tempo superava il 30% delle entrate federali, nel 2010 si  era ridotto a meno del 6%. In Francia le imprese più importanti del paese (quelle del Cac40, il MIB 30 francese), contribuiscono oggi alle entrate dello Stato soltanto per il 7%, rispetto al 30% di qualche anno fa (Gallino pag. 23-25).

Costringiamo i lavoratori a lavorare di più, tassiamo il lavoro con una pressione assurda rispetto a quanto non si tassi la rendita da capitale, il contributo dei lavoratori al bilancio dello Stato è molto più elevato in termini relativi e assoluti rispetto al contributo delle imprese. La classe politica, espressione della classe sociale dominate, con la complicità del sistema dei media internazionali, anch’essi nelle mani delle stesse classi dirigenti, ci fa credere che il problema della crisi mondiale è il debito pubblico e che per ridurlo si debba ridurre la presenza del Pubblico nell’economia, tagliare i servizi fondamentali per la società e far lavorare i ragazzi gratis. Magari un giorno ci chiederanno anche di manifestare per strada in loro favore (ops…..già successo a Taranto).

 Il vero problema è il recupero della coscienza di classe in se, questo permetterebbe alla classe media e alla classe operaia di comprendere la propria posizione sociale nel contesto politico-economico europeo, superare le innumerevoli divisioni e lottare con decisione per i propri diritti, oggi calpestati da una classe politica distante dalla vita reale e incapace di rappresentarle. Marx riteneva che la borghesia non sarebbe restata a lungo al comando delle società occidentali, confidando sulla forza del proletariato, fino ad ora così non è stato. Oggi gli operai, gli impiegati e i lavoratori delle classi medie sicuramente non sono liberi di poter scegliere, ne di poter partecipare alle decisioni politiche. Tucidide diceva che c’è libertà o tranquillità, bisogna scegliere,  si potrà essere liberi o essere tranquilli, non entrambi.