Immaginare un reddito minimo garantito per tutti

Il reddito minimo garantito permette “di lasciare la gente libera per una volta. Di non pensare al loro posto, di non preparargli un’ideologia che essi sarebbero poi condannati a seguire“. Il cambiamento della società sarà tutto tranne che facile: e “spero veramente che le persone possano avere male alla testa, al cuore, allo stomaco e che tutto il loro metabolismo sia sconvolto per il solo fatto che esse debbano riflettere a cosa abbiano veramente voglia di fare nella vita! D’altronde come potrebbe essere altrimenti quando per anni e anni siamo andati come un turbine senza neanche porci delle domande?

Reddito minimo garantito

Reddito minimo garantito

Inventare un’altra vita, altri rapporti sociali, può sembrare fuori luogo in periodi di crisi ma è in realtà più che mai necessario.  In Europa, America latina e in Asia l’idea di un reddito di cittadinanza riscuote un certo successo.

Si lavora, e grazie al lavoro svolto, si percepisce denaro. Tale logica è così ben radicata nello spirito della gran parte degli individui, che la prospettiva d’instaurare un sistema basato sul reddito di cittadinanza, vale a dire quella di versare ad ognuno una somma di denaro sufficiente a vivere indipendentemente dalla sua attività lavorativa remunerata, appare come un’aberrazione.  Siamo ancora convinti che i mezzi della nostra sussistenza individuale debbano essere strappati ad una natura  arida e ingrata. La realtà è però piuttosto differente.

Borse di studio, congedi di maternità, pensioni, allocazioni e assistenza alle famiglie, indennità di disoccupazione, sistema di sostegno ai lavoratori dello spettacolo (sistema vigente in Francia che permette a chi lavora nell’ambito culturale di disporre di un reddito minimo nei periodi “morti” esistenti tra due progetti di produzione artistica), i “minima sociaux” (letteralmente “minimi sociali”, anch’essi sono un sistema di aiuti tipici dello stato sociale francese capaci di sostenere coloro che non riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro): sono questi strumenti che riescono a dissociare il reddito dal lavoro. Seppur minacciati costantemente dai governi attuali, e seppur insufficienti questi dimostrano che quella del reddito minimo garantito è un’utopia che esiste già. In Germania ad esempio solo il 41% del reddito della popolazione deriva direttamente dal lavoro, come ci segnalano Daniel Hani e Enno Schmidt nel loro film “le Revenu de base” (2008, “il reddito di base”). In Francia nel 2005 il reddito della popolazione dipendeva per circa il 30% da allocazioni sociali di diverso tipo. (…). E non sarebbe poi così difficile adoperarsi affinché a ognuno possa uscire dallo stato di bisogno.

La messa in atto di un reddito di base ha innanzitutto come obiettivo principale quello di far sparire l’idea negativa associata alla disoccupazione, spesso intesa come problema, sia dal punto di vista della società nel suo insieme sia dal punto di vista dell’angoscia individuale. Per di più si risparmierebbe, tanto per cominciare, il denaro necessario al raggiungimento dell’obiettivo della piena occupazione. Nulla più giustificherebbe i regali che per molto tempo sono fatti alle imprese sotto forma di incentivi e bonus per le assunzioni. Non dimentichiamo che in Francia le politiche di esonero o riduzione dei contributi sociali a favore delle imprese, sono passate da un totale di 1,9 miliardi nel 1992 a 30,7 miliardi nel 2008. (…) D’altro canto il reddito minimo garantito, se versato a tutti, sia ai poveri che ai ricchi (ovviamente a quest’ultimi si chiederebbe il rimborso tramite imposte) permetterebbe persino di risparmiare il costo della macchina amministrativa che dovrebbe occuparsi del controllo dei beneficiari.

Tuttavia cerchiamo di essere più precisi, spiegando cosa si voglia dire esattamente quando si parla di reddito minimo garantito. Questo strumento è stato raccomandato e proposto negli anni 1960 da economisti di diversa estrazione politica e ideologica: da James Tobin, fautore del progetto di tassazione delle transazioni finanziarie, così come dal liberale Milton Friedman, il che deve ispirarci una certa perplessità. Questa grande differenza ideologica persiste ancora oggi. Basta guardare alla Francia dove il reddito di base proposto da Christine Boutin (Partito democristiano), non è lo stesso  che viene difeso da Yves Cochet (ecologista) o dal Movimento utopia (trasversale ai Verdi e al partito di sinistra).

Il reddito di base proposto dai liberali è troppo basso per potersi permettere di restare senza un qualsiasi impiego. Esso funziona quasi come un sostegno alle imprese e si iscrive in una logica di smantellamento delle protezioni sociali: è la teoria dell’imposta negativa di Milton Friedman.

Al contrario il reddito minimo proposto dalla sinistra deve essere sufficiente per vivere, seppur la definizione di “sufficiente” sia una questione abbastanza spinosa.  Ovviamente non lo si concepisce senza una difesa congiunta dei servizi pubblici e delle prestazioni sociali (pensioni, indennità di disoccupazione, sanità pubblica). E va da sé che si considerino anche altre caratteristiche: il reddito di base deve essere versato ogni mese ad ogni individuo, dalla nascita alla morte (ai minori andrebbe una somma inferiore rispetto a quella versata agli adulti) e non ad ogni famiglia; nessuna condizione o contropartita potrà esser richiesta in cambio; ed esso sarà cumulabile con il reddito da lavoro.

Così ognuno potrà scegliere cosa fare della propria vita, continuare a lavorare o dedicarsi il tempo libero accontentandosi di un livello di consumo modesto, oppure alternare periodi di lavoro a periodi di inattività. Si finirà col guardar con sospetto i periodi di inattività, visto che il lavoro salariato cesserà di essere la sola forma di attività riconosciuta. Coloro che sceglieranno di vivere del loro reddito di base potranno avere la libertà di dedicarsi a qualsiasi attività possa veramente appassionarli e/o che sia socialmente utile.

Il progetto scommette infatti sulle possibilità di libera associazione che esso aprirebbe. Uno studio fatto nel 2004 da alcuni ricercatori dell’Università cattolica di Louvain, cercava di scoprire gli effetti che un reddito di base potrebbe avere sulle persone, analizzando i comportamenti dei vincitori del gioco belga Win for Life (che assicura un reddito mensile a vita). Il saggista Baptiste Mylondo però fa notare che esiste un’enorme differenza su cui dovremmo concentrarci: “mentre il beneficiario di un reddito minimo garantito è circondato da altri beneficiari, il vincitore del Lotto resta isolato. Il valore del tempo libero cresce con il numero di persone con le quali è possibile condividerlo”. Il reddito minimo garantito modificherebbe quindi il rapporto che le persone avranno con il lavoro, con il tempo, con il consumo e con gli altri, compresi coloro  che hanno scelto l’impiego remunerato. Esso riscriverebbe quasi certamente le regole di socializzazione.

Dalla campagna elettorale dei democratici Statunitensi del 1972 al Belgio degli anni 80′

E’ negli Stati Uniti che è apparso per la prima volta l’idea di un reddito minimo garantito di stampo progressista. Nel 1972 durante la campagna elettorale democratica, James Tobin, allora consigliere del candidato alla presidenza George McGovern, fa inserire nel programma di governo la proposta del reddito di base grazie anche ad un appella firmato assieme a Paul Samuelson, John Kenneth Galbraith e altri mille e duecento economisti. Il progetto sarà poi abbandonato a causa della vittoria di Richard Nixon.

Esso poi si affaccia in Europa, dapprima in Olanda negli anni 80′. In Belgio un gruppo di ricercatori e sindacalisti crea nel 1984, attorno alla figura centrale dell’economista e filosofo Philippe Van Parjis, il Collettivo Charles Fourier. Un colloquio organizzato nel 1986 all’Università cattolica di Louvain da la nascita al Network europeo per il salario di base (Basic Income European Network, BIEN), che diverrà in mondiale nel 2004 (Basic Income Earth Network). Uno dei suoi fondatori Guy Standing, economista dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (ILO), partecipa all’esperienza del reddito minimo garantito lanciata in India nel 2011.

Francia e Germania. L’idea germoglia nei movimenti studenteschi e dei disoccupati

In Germania l’idea del reddito di base ha riscosso un successo importante negli ultimi anni, grazie alla campagna portata avanti da Susanne Wiest, che ha vissuto per circa dodici anni in una roulotte per risparmiare il costo dell’affitto e per semplice voglia di libertà. Le difficoltà per arrivare alla fine del mese e la riforma fiscale che prevedeva l’aggiunta delle allocazioni famigliari alla base del reddito imponibile andranno ad alimentare la sua esasperazione. Il suo incontro con Hani e Schmidt, fondatori del network Initiative Grundeinkommen (iniziativa per il reddito di base) nella Svizzera tedesca, la converte alle loro posizioni ideologiche. Susanne lancia così una petizione pubblica che riscuote un successo inaspettato e che finisce per dar vita ad un dibattito parlamentare nel 2010, dando tralatro una grande visibilità al film di Hani e Schmidt Le revenue de base.

In Francia l’idea del reddito di base si è solidificata durante le manifestazioni di protesta contro il progetto del governo Balladur (1994) di istituire un contratto di inserimento professionale (CIP), poi sfociato nella creazione del Collettivo di agitazione per il reddito garantito ottimale (Cargo) presto integratosi al movimento Agir ensemble contre le chomage (agire assieme contro la disoccupazione, AC!). Tale movimento è poi risorto negli anni 1997-1998; in questo stesso periodo il filosofo ecolgista Andrè Gorz aderisce al movimento, che troverà un importante appoggio nel movimento no global in piena costituzione. Anche Alain Caillè, fondatore del movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali (Mauss) ne diventerà militante.

(…)

All’interno della sinistra radicale però, il progetto del reddito di base non trova un consenso unanime soprattutto per quanto riguarda i metodi di implementazione. Per di più esso ha diversi elementi di divergenza con i progetti della sinistra anti-capitalista. Si è comunque concordi su alcuni aspetti riguardanti il reddito di base: esso può in qualche maniera fornire a tutti un minivo vitale, stimolare l’attività economica nei paesi in via di sviluppo, e ridurla leggermente altrove; nelle società occidentali esso offrirebbe la possibilità di sottrarsi al problema della disoccupazione, alla precarietà, alle abitazioni fatiscenti, alla povertà dei lavoratori, e per alcuni impiegati/operai la possibilità di fuggire quella sofferenza psico-fisica subita nei luoghi di lavoro. Nonostante tutto ciò il reddito di base non permetterebbe però di sconfiggere il capitalismo, e anche se alcuni professano la volontà di istituire un progetto di reddito massimo, esso non permetterebbe alle disuguaglianze di scomparire definitivamente.   (…)

unconditional income

unconditional income

Un cambiamento che implica la fiducia nell’individuo

Piuttosto che rovesciare un ordine ingiusto e stabilire un sistema più equo, il reddito minimo garantito darebbe un forte impulso culturale alla società.  Esso darebbe un maggior riconoscimento ed un forte incoraggiamento alle attività “fuori mercato” in modo tale da generare una transizione verso una società di cui nulla si potrebbe predire. lasciando la scelta agli individui, tale sistema presuppone che gli si dia fiducia. Ovviamente la sinistra anti-capitalista non condivide affatto quanto affermato dal saggista liberale Nicolas Baverez secondo cui “per le classi sociali piu povere il tempo libero non è altro che alcolismo, il proliferare della violenza e della delinquenza”; tuttavia spesso essa il radicalismo dei progetti che essa difende sono spesso uguali ad una definizione monolitica della “buona vita”.

Il coautore della versione francese del film Le Revenu de base, Oliver Seeger afferma che:

il reddito minimo garantito permette “di lasciare la gente libera per una volta. Di non pensare al loro posto, di non preparargli un’ideologia che essi sarebbero poi condannati a seguire“. Il cambiamento della società sarà tutto tranne che facile: e “spero veramente che le persone possano avere male alla testa, al cuore, allo stomaco e che tutto il loro metabolismo sia sconvolto per il solo fatto che esse debbano riflettere a cosa abbiano veramente voglia di fare nella vita! D’altronde come potrebbe essere altrimenti quando per anni e anni siamo andati come un turbine senza neanche porci delle domande? Mi piacerebbe veramente tanto avere la fortuna di assistere di cosa potrebbe succedere.

Il reddito minimo garantito e i sindacati. Conflitto di valori o primo passo verso una maggiore emancipazione dei lavoratori?

Una critica che spesso viene fatta al progetto del reddito di base è che esso possa nel tempo minare la solidità della norma del lavoro. Storicamente i movimenti operai si sono organizzati attorno alla figura del “salariato”. Essi hanno forgiato i loro mezzi di resistenza allo sfruttamento ottenendo una serie di conquiste dalle ferie pagate alla protezione sociale, dimenticandosi però che la “scomparsa del salariato”, era tra gli obiettivi scritti dalla CGT (CIGL francese) nella carta d’intenti di Amiens del 1906…C’è però un altro elemento da considerare: per i gruppi sindacali e le forze politiche che ne sono vicine il lavoro è una fonte insostituibile di dignità e realizzazione personale.

Paradossalmente è la difesa del lavoro che motiva alcuni militanti del progetto del reddito minimo garantito. Essi vedono in tale progetto un mezzo per migliorare le condizioni di lavoro e risolvere l’ambiguità tra il “diritto al lavoro“, inscritto nella carta dei diritti dell’uomo, e “diritto a essere obbligati a fare qualcosa”. Con il reddito minimo garantito i salariati potranno scegliere di non esserlo più e i disoccupati potranno decidere se occupare di nuovo un posto di lavoro. Per di più il reddito di base aumentare il potere di negoziazione dei lavoratori, che non saranno più costretti ad accettare una qualsiasi remunerazione (tale aspetto potrebbe essere fondamentale per i lavoratori poco specializzati che svolgono mansioni faticose. Van Parjis e Yannick Vanderboroght invitano ugualmente a immaginare cosa rappresenterebbe un reddito minimo garantito nel caso in cui ci sia uno sciopero di lunga durata…

D’altro canto altri promotori dell’idea del reddito di base formulano una critica al lavoro salariato (ad esempio Mylondo e Utopia). La maggior parte degli impieghi, non procurano alcuna aumento dell’autostima e non danno neanche la sensazione di fare qualcosa di utile per la società o per l’interesse generale, al contrario essi provocano delle sensazioni completamente opposte. E per di più se si considera che il progresso tecnologico aumenterà la produttività del lavoro in maniera costante, nei prossimi anni sarà quasi impossibile trovare un impiego per ogni individuo.

Cicala spensierata, formica laboriosa o ape impollinatrice?

La corrente francese ispirata dall’Autonomia Operaia Italiana di Toni Negri, rappresentata da Yann Moulier-Boutang o dal cofondatore di Cargo, Laurent Guilloteau, appoggia la sua critica al concetto del general intellect di Karl Marx. Nelle Grundrisse, Marx prediceva che:

“Il sapere accumulato nel corso della storia dalla società intera sarà al cuore della creazione di valore”.

I suoi lettori direbbero che ormai ci siamo, visto l’avvento dell’economia dell’immateriale. E pertanto il capitalismo non può che diventare ancora più parassita e aggressivo: non fa nient’altro che appropriarsi delle competenze sviluppate al di fuori di esso e inseparabili dalle persone, le quali oltretutto non hanno nemmeno bisogno di questo per metterle in opera.

La parte essenziale della produzione di ricchezza e di valore si giocherebbe quindi proprio al di fuori dell’impiego. Tra le figure della cicala spensierata e della formica laboriosa, Moulier-Boutang ne interpone una terza, quella dell’ape: il suo lavoro d’impollinazione non crea alcun valore diretto, ma nessuna produzione potrebbe esistere senza di esso. Allo stesso modo ognuno con le sue attività quotidiane più insignificanti, partecipa indirettamente all’economia.

L’immagine dei beneficiari del reddito di base, dipinta dai demagoghi, è quella di assisti e nullafacenti che vivrebbero del lavoro degli altri. Andre Gorz aveva tempo fa capito che cercare di trovare la giustificazione al reddito minimo garantito è una trappola insidiosa:

“Si resta così sul piano di discussione del valore del lavoro e del Produttivismo”. “Il reddito di esistenza acquista un senso proprio se non esige nulla in cambio e non remunera nulla”: esso deve al contrario permettere la creazione “di ricchezze non monetizzabili”.

Ad ogni modo non c’è alcun bisogno di passare per la teoria Marxista del general intellect per poter giustificare un reddito minimo garantito. Il rivoluzionario anglo-americano Thomas Paine, uno dei primi promotore dell’idea del reddito di base, nel suo La Giustizia agraria del 1796 vedeva in esso un giusto indennizzo per l’appropriazione della terra da parte di pochi individui, terra che dovrebbe appartenere a tutti…

Fonte: Mona Chollet, Le Monde Diplomatique, Maggio 2013. Traduzione a cura di pensiero meridiano.

Seguici su Facebook e Twitter.

Potrebbe interessarti: “L’insegnamento di Karl Polany sul reddito minimo garantito“, pensiero meridiano

Annunci

Il reddito minimo garantito. Tutto quello che non si è mai detto

1. Italiani/europei. Quello che sto per raccontare potrebbe suonare a molti incredibile. In Gran Bretagna a partire dai 18 anni chi non ha un lavoro e non ha risparmi per più di 12.775 euro ha diritto all’ Income-based Jobseeker’s Allowance, a circa 300-350 euro mensili per un periodo di tempo illimitato . A questa cifra si devono aggiungere l’affitto dell’alloggio (Housing Benefit) e tutta una serie di assegni per i figli. In Francia, invece, per avere diritto al Revenu minimum d’insertion (Rmi) bisogna aver compiuto 25 anni (non si applica la condizione dei 25 anni per i disoccupati con figli). Il Rmi prevede (nel 2005) l’integrazione del reddito a 425,40 euro mensili per un disoccupato solo, che diventano 638,10 euro se in coppia (proprio così, laicamente: couple); 765, 72 se la coppia ha un figlio, 893,34 per due figli e 170, 16 euro in più per ogni altro figlio. Una coppia con tre figli arriva quindi ad avere più di 1.150 euro di Revenu minimum d’insertion.

Nel nostro paese non si è mai saputo bene che cosa sia nella realtà dei paesi europei il reddito minimo. Non siamo consapevoli di rappresentare (in compagnia della Grecia) un’eccezione in Europa. Se ci fosse stata una volontà di occultamento di questa realtà, essa non avrebbe potuto raggiungere meglio il suo obiettivo. Ciò che in Europa è il minimo, la base, il punto di partenza, da noi costituisce l’oggetto di indagini sociologiche: ciò che dovrebbe costituire il punto di partenza di un programma di sinistra (che voglia proporsi almeno di recuperare il tempo perduto) rimane ancora da noi una realtà avvolta nelle ombre di un iperuranio di provincia.
Il reddito minimo è un sussidio riconosciuto a tutti come diritto soggettivo: ne beneficiano coloro che non hanno un lavoro o hanno un reddito basso. In Germania la riforma restrittiva introdotta nel 2005 indica che tra 16 e i 65 anni si può disporre dell’Arbeitslosengeld II di 345,00 euro al mese. In più i costi dell’affitto e del riscaldamento (Miete und Heizkosten). Riporto un esempio preso direttamente da un fonte ufficiale tedesca. Una famiglia composta da due figlie di 12 e 14 anni, nella quale il padre è disoccupato e la madre ha uno stipendio da un lavoretto part-time di 750 euro lordi e le due figlie 308 euro al mese di Kindergeld (che è un versamento che riguarda i figli), è considerata dalla riforma bisognosa di un incremento di reddito. Fatti i dovuti calcoli, questa famiglia ottiene un’integrazione del salario che la porta a disporre complessivamente di 1665 euro al mese netti .
Se questi dettagli sono poco noti, più noto è invece il racconto del rovinoso tramonto dello stato sociale europeo. Anche perché legioni di novelli Oswald Spengler, vedendosi troppo stretti nel ruolo di giornalisti, non perdono occasione per dimostrare il loro straordinario orecchio per ogni possibile accenno di Untergang : di declino, di decadenza. Di nuovo però ci si limita a rimanere nel generico, ai grandi scenari, e si trascurano i dettagli. Che però sono interessanti. Ad esempio, dopo la riforma restrittiva del 2005, i disoccupati tedeschi di lungo periodo non hanno più – in aggiunta al normale sussidio – i soldi per i mobili e per i vestiti. Non potranno neanche più usufruire del sussidio all’estero senza una ragione attinente alla ricerca di un lavoro (non possono andare, in altre parole, in vacanza con il sussidio).
Di qui la domanda spontanea: disoccupazione e precarietà significano la stessa cosa in Francia (o in Portogallo) e in Italia?
In Italia non solo non c’è niente di simile, ma – fatto questo da non sottovalutare – qui da noi riesce a molti già difficile credere a quanto appena letto. Gli increduli non si rattristino, ci siamo passati tutti: questo è il genere di informazioni più trascurate in assoluto dai nostri media. Così ci riesce difficile credere che in Spagna Zapatero progetti di portare il salario minimo interprofessionale a 600 euro per 14 mensilità, ma non facciamo alcuna difficoltà a credere che da noi si possa lavorare «regolarmente» in un call center per soli 300 euro mensili (o addirittura, come dimostra un’inchiesta del Manifesto, per 100 euro). Come si è potuti arrivare a questo?
A proposito di telefoni: in Francia, se siete disoccupati, «vous bénéficierez de la réduction sociale téléphonique» . Réduction sociale téléphonique? La «riduzione sociale sul telefono». Cielo! Ma questo, non sfugge a nessuno, che è linguaggio da centro sociale, da no global: possibile che i francesi siano giunti a tanto? Il loro welfare prevede non solo il fatto, ma persino l’espressione «riduzione sociale». Che rozzezza! E pensare che noi li immaginavamo dediti ai profumi e alla moda. La giustificazione addotta è che il disoccupato non deve isolarsi: il telefono gli serve anche per trovare un lavoro. Cari amici francesi, vi prendete troppo sul serio!

2. Un ritardo surreale. Agli increduli si prepara però un nuovo colpo. Non è da oggi o solo da ieri che il reddito minimo garantito è una realtà per la Gran Bretagna, la Germania e i Paesi scandinavi. Basti dire che Eric Hobsbawm sostiene nel Secolo breve che il reddito minimo avrebbe avuto un ruolo nel rendere i soldati inglesi più attaccati alla loro patria e dunque anche più combattivi.
In forza di questa lunga tradizione, inoltre, e a dispetto del luogo comune del tramonto del welfare europeo, già nel lontano 24 giugno 1992 l’«Europa» aveva invitato gli Stati membri ad adottare il reddito minimo nei loro sistemi di welfare. Ma la questione, in Italia, non è mai assurta veramente alla dignità del pubblico dibattito. Questo fatto suscita stupore nello stupore. Una cosa infatti è nominare di sfuggita il reddito minimo d’inserimento, un’altra è spiegare bene che cosa è in Europa il reddito minimo d’inserimento. La raccomandazione 92/441 Cee sulla Garanzia minima di risorse impegnava già nel 1992 tutti gli stati membri ad adottare delle misure di garanzia di reddito come un elemento qualificante del modello di Europa sociale. Si apprende così che non c’è dunque solo Maastricht (e i fondi europei gestiti a pioggia). Ma vai a saperlo! Un’accelerazione di questa politica di sicurezza c’è stata nel 2000 con il vertice di Lisbona e di Nizza. Tanto per capire: anche il Portogallo e la Spagna hanno seguito la direttiva, mentre inadempienti sono rimaste l’Italia e la Grecia. E questo nonostante il fatto che, secondo un’indagine del Censis, ben il 93% degli italiani si dichiara favorevole ad «attivare un meccanismo di integrazione del reddito per disoccupati e percettori di bassi redditi» .
Molti non sanno che in Italia si è sperimentato una specie di reddito minimo d’inserimento in pochi comuni del Nord e in alcune zone della Campania. La sperimentazione ha avuto inizio con il governo Prodi, ed è stata interrotta dal governo Berlusconi. Solo in alcune zone della Campania è stata proseguita da Bassolino con i mezzi della Regione . Ma insomma, piccoli passi.
La Francia è arrivata molto in ritardo al reddito minimo rispetto all’Inghilterra o alla Germania: lo ha adottato “solo” a partire dal 1 dicembre 1988. Mitterand in persona ha presentato solennemente alla nazione francese l’adozione del Revenu minimum d’insertion social con una manifestazione alla Sorbonne, ad indicare il coinvolgimento del mondo intellettuale nella conquista di questo istituto . Da noi, quasi vent’anni dopo, se ne parla ancora tra addetti ai lavori. Un’inchiesta approfondita di carattere sociologico dovrebbe far luce sulle ragioni della perplessità italiana verso il reddito minimo. È possibile stilare una specie di casistica delle reazioni e delle obiezioni ricorrenti in Italia una volta che si sia posti di fronte a questa realtà. Dopo la meraviglia (la meraviglia davanti a una realtà condivisa da milioni di persone oltre le Alpi), la tendenza di solito è quella di ridurre l’ignoto al noto. Questa attitudine spontanea suggerisce sistematicamente di attribuire all’Italia una serie di difetti e problemi strutturali che renderebbero da noi impossibile qualcosa come il Rmi. Non ce lo meritiamo! Chi andrebbe più a lavorare? Oppure: aumenterebbe il lavoro nero! Ci dovrà pure essere, si pensa, una qualche Ragione Fondamentale che spieghi perché non si è adottato anche da noi il reddito minimo. È in sé, infatti, talmente poco credibile che possa non essere stata tenuta nel debito conto l’esperienza che hanno fatto gli altri paesi europei di problemi come la disoccupazione e la precarietà – che da noi sono gravissimi – che è comprensibile che si cerchi una Giustificazione.
Eppure, l’esperienza più che decennale degli altri paesi rimane come imbrigliata tra le vette alpine, e non riesce ad arrivare fin qui. Quello che si dice è poco, non ha colore né concretezza. L’idea che filtra da noi è che si tratti di misure dirette a contrastare la povertà, l’esclusione sociale. E qui immaginiamo, credo, delle situazioni limite: barboni, senza tetto. Per qualche oscura ragione non si distingue con chiarezza che il carattere universalistico di questi sussidi si rivolge per principio a tutti. Ma in Italia sembra quasi che solo con la giustificazione del soccorso dei poveri si possa accettare l’idea del reddito minimo. Le ragioni sono invece più complesse. Il reddito minimo è una delle ragioni che emancipa molto presto i figli dalle loro famiglie in molti paesi europei. I figli della mia padrona di casa in Inghilterra se ne andarono di casa raggiunti i 18 anni con il loro bravo reddito minimo. E la madre non se la passava affatto male: aveva un bel lavoro e una bella casa in uno dei migliori quartieri di Bristol. Certo, è vero, i suoi figli erano “poveri”, come sono “poveri” però la maggioranza dei diciottenni. Basterebbe riflettere sul fatto che hanno diritto al reddito minimo, in Gran Bretagna – come già detto – coloro che, oltre a non avere un lavoro, non superano i 12.775 euro di risparmi per capire che la parola “povertà” è equivoca. In Germania, come in Svezia, il 50% di coloro che ricevono il reddito minimo sono giovani sotto i 21 anni .
Una delle ragioni della freddezza italiana verso il reddito minimo è l’idea (diciamolo, detestabile e ridicola) che l’assistenza debba provenire dalla famiglia. In Inghilterra, invece, oltre al Child Benefit, «which is paid to parents», esiste l’Education Maintenance Allowance, il cui aspetto affascinante è di non essere un sussidio versato ai genitori ma ai figli, «direct into the students own bank account», nel loro conto bancario . In ogni caso, però, pur con tutta la nostra dedizione alla famiglia, noi spendiamo la metà di quanto spendono gli altri per la famiglia. In Francia le coppie (che lavorino o meno) con almeno due figli hanno diritto alle Allocations familiales: 115 euro al mese; con tre figli gli euro diventano 262 e se i figli sono più di tre a questa cifra vanno aggiunti 147 euro (per ogni figlio in più). Per quanto tempo? Fino al compimento del ventesimo anno di età. Come si ottiene il sussidio? Non occorre fare domande. Viene versato automaticamente. La Prestation d’accueil du jeune enfant (Paje) è invece un aiuto pensato per ogni nato, ma anche per ogni bimbo adottato o «accolto in vista dell’adozione»: varia da 138 a 211 euro. Per la baby sitter sono previsti altri soldi. Poi c’è la Allocation de rentrée scolaire: è concessa a chi non supera un certo reddito (16.726 euro l’anno per un figlio; 20.586 euro per due figli; 24.446 per tre figli). Ammonta a 257, 61 euro ed è versata a fine agosto per tutti i ragazzi che vanno a scuola. Serve per comprare libri, colori e quaderni. Anche per quanto riguarda l’affitto in Francia la condizione per usufruire dei contributi è che l’appartamento sia «decente e abbia una superficie minima, proporzionata al numero degli occupanti». Mancando queste condizioni, il disoccupato o chi ha un reddito basso, perde il diritto alla sovvenzione. Se poi si decide di ristrutturare il proprio alloggio, sia che si sia proprietari sia che si sia inquilini, si ha diritto al Prêt à l’amélioration de l’habitat, un prestito statale.
Persino con Margaret Thatcher al governo, il reddito minimo funzionava senza problemi. Questo lascia capire quanto bisogno abbiamo noi di “cose di sinistra”, se persino al tempo della Thatcher – almeno rispetto a queste questioni – gli inglesi stavano meglio di noi oggi. Non so quanti tra noi si rendano conto del fatto che la nostra situazione è imparagonabile a quella inglese, o francese, tedesca … perché è tra le peggiori in Europa: lo dice Eurostat. Da noi si trovano insieme questi fattori: maggior divario tra i redditi, maggior numero di disoccupati e precari, assenza totale di reddito minimo, affitti delle case alle stelle. Alla mancanza di un confronto positivo con gli altri sistemi europei ha contribuito anche un limite ideologico della sinistra italiana che si è trasformato in un limite cognitivo. La sinistra non poteva registrare dei fatti positivi in sistemi di cui si pensava comunque come alternativa. Ulteriore conseguenza è che, all’interno di queste analisi e delle relative categorie, tutte le vacche sono diventate nere: e si è persa l’individualità, l’assoluta specificità, del caso italiano.

3. Differenza tra indennità e reddito minimo d’inserzione sociale. Per non incorrere in equivoci e nelle trappole del gioco delle tre carte occorre distinguere indennità di disoccupazione e reddito minimo. Per il nostro discorso non interessa l’indennità di disoccupazione a favore di chi aveva un lavoro e lo ha perso, che esiste anche in Italia, ed è finanziata dai contribuiti sociali. Interessa, invece, il reddito minimo d’inserzione, che è finanziato nei paesi europei dalla fiscalità generale, e che in Italia non esiste.
La differenza è enorme. L’indennità di disoccupazione è un’assicurazione. Sicché, è vero che è prevista anche in Italia, ma attenzione: solo i lavoratori più «tipici» se la possono permettere, perché solo questi versano i contributi necessari. I precari, i lavoratori cosiddetti «atipici», coloro che ne avrebbero dunque più bisogno, non hanno, invece, alcuna indennità. Inoltre, l’indennità di disoccupazione dura (solo da pochissimo) un anno, dopo di che buona fortuna. Al contrario in Europa, il reddito minimo copre sia chi non ha ancora un lavoro sia chi ha perso il lavoro e non ha diritto all’indennità o perché l’ha esaurita o perché non ha versato i contributi. Nel Regno Unito la distinzione è chiara già nei nomi delle due diverse prestazioni: Contribution-based Jobseeker’s Allowance per l’indennità di disoccupazione e Income-based Jobseeker’s Allowance per reddito minimo garantito. Per la stessa ragione esiste l’Income support che è previsto, però, per chi lavora meno di 16 ore a settimana . Queste forme di sostegno del reddito, naturalmente, sono illimitate nel tempo.
Per avere l’indennità di disoccupazione in Italia occorrono almeno due anni di contributi, oppure 52 contributi settimanali negli ultimi due anni. In Francia per aver diritto all’indennità è necessario aver lavorato almeno 6 degli ultimi 22 mesi. L’ammontare dell’indennità viene stabilito con una media della retribuzione degli ultimi 12 mesi, secondo un sistema che salvaguarda i redditi più bassi. La durata dell’indennità varia da un minimo di 7 mesi ad un massimo di 60. A ciò si aggiungono circa 10 euro fissi al giorno, in determinate circostanze.
In Germania l’indennità di disoccupazione si chiama Arbeitslosenhilfe. Viene calcolata in base al netto dell’ultimo stipendio (il 60% e con figli il 67%), e non è una voce soggetta a tassazione. Fino al 2002 si aveva diritto alla sovvenzione dell’Arbeitslosenhilfe anche con un’occupazione di sole 12 ore alla settimana. Sarà sopravvissuta alla riforma restrittiva questa opportunità? Diciamo che per noi cambia veramente poco. La durata dell’indennità di disoccupazione varia dai 6 ai 32 mesi (per chi ha 57anni). Ma a partire dal 31.01 06 si porterà a 12 mesi con un massimo di 18 mesi per chi ha più di 55 anni. Dopo questi 12 mesi gli Arbeitslosen tedeschi dovranno accontentarsi dell’ Arbeitslosengeld II che di fatto è illimitata. Naturalmente, queste leggi si applicano anche agli stranieri che risiedono in Germania con regolare permesso di soggiorno. I siti ufficiali hanno immancabilmente apprestato delle spiegazioni per loro, traducendo la normativa in chiari punti in italiano, arabo, turco .
Un altro capitolo importante riguarda le condizione per ricevere il reddito minimo. Il disoccupato è aiutato a condizione che voglia lavorare in futuro. Ora c’è un problema che noi non ci poniamo. In Europa succede che il disoccupato possa ricevere delle offerte di lavoro addirittura dall’ufficio di collocamento. Non deve sfuggire un fatto essenziale: in queste nazioni imprevedibili e bizzarre, gli uffici di collocamento sono molto efficienti.
Ora la cosa essenziale è notare che il lavoro in ogni caso deve essere conforme alle qualifiche del lavoratore e può essere rifiutato senza perdere i vari sussidi qualora non rispondesse a queste qualifiche e se non rientrasse in determinati requisiti che sono definiti per legge. Ad esempio, se è troppo lontano dal proprio luogo di residenza. In Danimarca, a proposito di modello nordico, i disoccupati di lungo periodo hanno l’obbligo accettare il lavoro che l’ufficio di collocamento trova per loro, pena la progressiva diminuzione del sussidio.

4. Assenza dal dibattito pubblico. Lo si è detto, stupisce che una questione di grande rilevanza, come è, senza dubbio, quella del reddito minimo, non sia già da tempo un tema di pubblico dibattito e di pubblico dominio, ma rimanga un argomento confinato alle analisi sociologiche. Stupisce che la frase “il mercato del lavoro richiede oggi flessibilità” non si completi automaticamente con “e un reddito minimo garantito, come in tutti gli altri paesi europei”. Insomma, è un fatto politicamente rilevante che in Italia non sia abbia una rappresentazione adeguata di che cosa sia il reddito minimo in Europa. C’è poco da girarci intorno. È solo colpa dei mezzi di comunicazione di massa? Da quando, vent’anni fa, feci esperienza diretta di queste cose vivendo in Inghilterra, ho avuto sempre l’impressione che in Italia si vivesse chiusi in una sorta di realtà parallela incomunicante con il mondo circostante. Curiosamente, sappiamo tutto delle bizzarrie della monarchia inglese, grazie ai “gustosi” servizi dei tg nazionali: caccia alla volpe, monellate dei principotti, matrimoni e tradimenti, diari e scandali. Non interessa invece il fatto che, mentre disoccupazione e precarietà in Italia sono prive di una reale copertura che non sia la famiglia, in Inghilterra chi non lavora, chi ha un reddito basso, o anche solo un diciottenne con la chitarra in mano, viene spesato anche dell’affitto della casa.
Eppure, ben lungi dall’essere una fantasia di utopisti, il reddito minimo funziona piuttosto bene in Europa: tant’è vero che il problema della disoccupazione non è più, in queste remote nations of the world, quello dell’indigenza, ma quello di ridurre il rischio (comunque molto limitato) costituito dalla cosiddetta “trappola assistenziale” che spinge alcune persone a rimanere nell’assistenza piuttosto che a lavorare. Molti studi hanno però dimostrato l’ovvio, e cioè che in linea di massima rimangono nell’assistenza coloro che avrebbero avuto comunque bisogno di assistenza .
Ma il vero vantaggio del reddito minimo è che permette di ridurre il condizionamento della disoccupazione nella scelta del proprio futuro lavorativo. Il reddito minimo permette di guardare al lavoro sotto una prospettiva che è più legata alla scelta, che non alla necessità. Il problema del lavoro tende – in linea di massima – a riguardare più il ruolo sociale, l’aspirazione individuale che non la ricerca del pane quotidiano. Non è detto che una persona debba voler far il cameriere o l’operaio, a vita fino alla pensione. Una maggior mobilità unita a garanzie sicure può essere, almeno per qualcuno, un’occasione di migliorare la propria posizione. In Italia invece il mezzo (il lavoro) diventa il fine. Ed ecco la paradossale locuzione dei cosiddetti lavori “socialmente utili” oppure le più banali assunzioni clientelari. Il lavoro tende a confondersi con il welfare. È un errore dunque minimizzare l’assenza tutta italiana del reddito minimo come una banale diversità di interpretazione dello stato sociale. Questa mancanza sembra rivelare qualcosa di più importante, qualcosa che affonda le radici nell’impianto sociale e politico del nostro paese, ne rispecchia il carattere autoritario e clientelare, lontano da un modello anche solo “liberale”.
L’introduzione del reddito minimo non si scontra con insormontabili limiti economici. Lo dimostra il fatto che molti paesi lo adottano. Per certi versi (e sorvolando sulle differenze sul modo di intenderlo) il reddito minimo mette d’accordo economisti molto diversi tra loro. L’economista neoliberista e premio Nobel Milton Friedman ha sostenuto con forza negli Usa, oltre alla celebre «riduzione delle tasse», anche l’opportunità dell’introduzione del reddito minimo, portando dalla sua parte molti economisti. Dall’altra parte, però, sostenitore del reddito minimo è stato anche l’economista neokeynesiano, anch’egli premio Nobel, James Tobin. In Italia Tito Boeri è spesso intervenuto a sostegno dell’introduzione del reddito minimo nel nostro paese. Da un punto di vista filosofico Antonio Negri nel suo Impero ha sostenuto la fondatezza del reddito garantito in senso universale basandosi però ancora su un’idea di retribuzione (per un lavoro svolto ma non riconosciuto). Per il filosofo ed economista Philippe van Parijs (belga ma attualmente professore ad Harvard) e per il nutrito gruppo di economisti e intellettuali di ogni nazione europea riuniti nel BIEN, si dovrebbe andare addirittura oltre gli attuali sussidi di disoccupazione . Il Basic income, da riconoscersi a tutti, ricchi e poveri, occupati e disoccupati, vale semplicemente come principio di garanzia di libertà – della libertà di passare il tempo a fare il surf sulla spiaggia di Malibù come della libertà di lavorare. Per quanto possa sembrare strano, secondo van Parijs, questa soluzione costerebbe addirittura meno dell’attuale sussidio di disoccupazione ed eviterebbe il rischio della cosiddetta «trappola assistenziale», perché lavorare non significherebbe rinunciare al sussidio . La proposta del Basic income non può apparire nella sua giusta luce se non si tiene presente la realtà dei sussidi di disoccupazione in Europa. Il Basic income è per certi versi figlio dei sussidi di disoccupazione, ne rappresenta l’evoluzione, la radicalizzazione del principio. Si pensi per esempio al fatto che in Austria il reddito minimo è considerato chiaramente un diritto soggettivo . Naturalmente il dibattito teorico sul reddito minimo è molto ampio e complesso (ma qui non è questo che interessa): un altro punto di vista sulla questione è, ad esempio, quello di André Gorz .

5. L’etica protestante e lo spirito del welfare. L’idea dominante da noi è che in tema di welfare nessuno possa fare miracoli, con l’eccezione di alcuni paesi alieni, come la Danimarca, la Svezia, la Norvegia. Così, paradossalmente, l’esperienza scandinava ha avuto da noi l’effetto di nascondere tutto quello che avveniva nel resto d’ Europa. Gli scandinavi fanno miracoli, il resto del mondo è invece come noi. Proprio l’eccezionalità ha finito per suggerire che non sono paesi il cui esempio possa essere seguito. Sì è vero, hanno tante belle cose : ma sono pochi, hanno più risorse, sono protestanti e via discorrendo. Si tratta, come ricorda ad esempio Michele Salvati (MicroMega, 1/05 p. 48), di «paesi piccoli, socialmente molto omogenei, di cultura protestante, e con sindacati e partiti molto robusti, esempio di un modello ‘neo-corporativo’, (e dunque di élite colluse e autoreferenziali) di cui i politologi fecero un gran parlare alcuni anni addietro». Capisco il senso. Tuttavia, per autoreferenzialità neocorporative e collusioni partitiche noi non siamo da meno a nessuno, anche senza il welfare dei danesi. Il problema è che, indipendentemente dalla risposta che si possa dare al ruolo del protestantesimo nell’efficienza dello stato sociale, ad essere più avanti di noi non sono solo gli alieni scandinavi. L’Argomento demografico («sono pochi, dunque ricchi»); l’Argomento antropologico («i nordici sono rigidi, onesti e democratici per natura»); l’Argomento svizzero o elvetico («sono paesi chiusi che consumano in beata e piccina autarchia, misteriose risorse di cui solo loro dispongono») crollano di fronte alla Francia, alla Germania, alla Gran Bretagna, alla Spagna, al Portogallo, all’Austria. Crollano di fronte alle raccomandazioni inascoltate dell’Unione Europea. Anche l’Argomento autodenigratorio, semplice variante dell’Argomento antropologico («figurarsi in Italia che cosa succederebbe con il reddito minimo, nessuno lavorerebbe più o tutti lavorerebbero al nero»), vacilla se si considera che il reddito minimo è molto più trasparente delle pensioni di invalidità. E caso mai il discorso va rovesciato: proprio in un paese dove, come si dice, «la mafia trova lavoro», sarebbe opportuno asciugare il disagio sociale. Proprio in un paese disinibito al voto clientelare, sarebbe opportuno, contro le soluzioni discrezionali, fissare come diritto soggettivo il reddito minimo. Del resto è un discorso vecchio come il cucco. Il reddito minimo renderebbe gli individui meno dipendenti e più liberi: più liberi anche dai condizionamenti prodotti dalle nostre élite autoreferenziali a caccia di clientele e collusioni. Tra l’Eccezione nordica e l’Italia c’è un terreno intermedio: ed è a questo terreno intermedio che fa riferimento Jeremy Rifkin a proposito del Sogno europeo.
Nonostante si sia disposti a credere il contrario, l’Italia spende meno degli altri paesi in welfare. Non sempre i sistemi dei diversi paesi sono comparabili, ma un’idea generale i numeri la danno comunque. Secondo Eurostat l’Italia è tra i paesi Ue che dedicano meno risorse alla protezione sociale. In media, nel 2001 i Quindici dedicavano il 26,5% del proprio prodotto interno lordo (Pil) alle spese per la protezione sociale; percentuale che in Italia scende al 24,5% (undicesimo posto nell’Ue a 15). Il livello massimo si registra in Svezia (30,3%) ed il minimo in Irlanda (14,6%). L’Italia è in assoluto il paese che dedica la maggior parte delle risorse destinate alla protezione sociale alle pensioni (62,2% contro il 46,5% della media europea), ed è invece nelle ultime posizioni per la percentuale di risorse assegnate alle famiglie (4,1% contro 8%), ai disoccupati (1,6% contro 6,3%) e alle due funzioni alloggio ed esclusione sociale (complessivamente, 0,3% contro 3,6%).
Quante volte si è chiacchierato del problema del costo degli alloggi? Qui veramente i numeri parlano da soli. L’Italia spende un ridicolo 0,1%, mentre la Francia spende il 3,1% e l’Inghilterra il 5,5. Potrebbe far riflettere che a Portici c’è una densità di 13.322 abitanti per chilometro quadrato mentre a Hong Kong è di 6.314 . Proviamo a indovinare dov’è il problema?
Una società più giusta funziona anche meglio. Non è meno competitiva, ma più competitiva. Più giustizia (meglio che la Giustizia) coincide con più libertà. Lo dimostra anche il reddito minimo. In Europa chi non lavora temporaneamente può permettersi di aspettare, di cercare, di studiare e alla fine di trovare un lavoro più gratificante di quello che ha perduto. Il reddito minimo prefigura in questi paesi un rapporto con il lavoro diverso da quello a cui siamo stati abituati. La precarietà diventa anche un modo per guardarsi intorno e per scegliere. È una realtà della quale potrei portare molti esempi di amici e amiche francesi o inglesi … C’è chi con il reddito minimo ha potuto investire del tempo per la preparazione del concorso per insegnare nella scuola; chi ha potuto affrontare le incertezze della precarietà che comporta la carriera accademica. «Le Rmi» non ha permesso un periodo di vita nel lusso, ha però concesso loro il lusso di scegliere la propria vita. Al contrario, potrei fare il caso di una giovane studiosa italiana di manoscritti medievali, molto promettente, che oggi lavora come vigile urbano. A 28 anni, Guido partì per l’Inghilterra con alle spalle un corso di laurea in lettere non terminato e davanti il modesto progetto di imparare l’inglese per poi, forse, tornare in Italia. A 28 anni le opportunità gli sembravano (a torto) ristrettissime. Dopo aver studiato l’inglese in un bel college, pagando una quota ridotta del 75% in quanto disoccupato, si iscrisse all’università di Bristol. Gli riuscì poi di fare quello che in Italia non era riuscito a fare: laurearsi. E non solo. Lo lasciai che studiava l’inglese, lo ritrovai 15 anni dopo che insegnava all’università.

Fonte: di Gianni Perazzoli, da MicroMega 3/2005

Potrebbe interessarti anche “Immaginare un reddito minimo garantito” di Pensiero Meridiano.