Scintille di delirio per il Sud

Articolo di Franco Arminio
Vito Teti. Maledetto Sud

Non amo i libri che parlano del Sud per grandi astrazioni. I libri sulla questione meridionale hanno molto spesso questo difetto, libri che parlano del Sud raccontato in altri libri, i quali prendono le mosse da altri libri sul Sud e così via.

 

Il libro di Vito TetiMaledetto Sud (Einaudi), pur essendo un libro che propone un’analisi generale del Sud, riesce ad avere un bell’equilibrio tra la riflessione generale e i casi particolari. Teti vive e lavora in Calabria e ha scritto un libro che unisce l’infiammazione della residenza e la distanza di un professore colto e attento.
Forse un libro come questo si sarebbe potuto chiamare anche Maledetta Calabria. In Italia, prima ancora che un problema meridionale, esiste un problema calabrese. Reggio Calabria è molto lontana da Lecce. E Vibo Valentia non è come Matera. Al Nord dell’Italia c’è un’idea standard del Sud ed è un’idea che ha influenzato enormemente la percezione di se stessi dei meridionali. Teti ovviamente si lamenta di questa situazione, ma si lamenta anche dello stereotipo di segno opposto, quello che parla di un Sud ricco e glorioso, vittima delle angherie dello Stato piemontese.

 

 

Il suo libro è utilissimo, anche perché il professore non procede per slogan giornalistici ma argomenta con rigore le sue affermazioni. Allora questo libro confligge con chi esalta troppo il Sud e con chi troppo lo detesta. E lo fa con un lingua affabile, lontana da semplificazioni e tecnicismi. Alla fine della lettura viene fuori la convinzione che i luoghi del Sud hanno bisogno di intimità e lontananza. Catanzaro non si salva da Roma o da Milano e non si salva neppure facendo appello alle sole energie locali. Ci vuole una visione che unisca scrupolo e utopia, gli ambulanti del futuro e i nostalgici del passato. Il punto di forza della posizione di Teti è proprio questo suo rifuggire le analisi a effetto, il suo paziente attenersi alle scene reali che il Sud e specialmente la Calabria offrono a chi non ha ansie preordinate di denuncia o di compiacimento.

 

La verità è che il Sud è bipolare, sta guarendo e sta morendo, esalta e avvilisce. Chi sta nelle regioni meridionali ogni giorno è sulle montagne russe, ogni giornata è una cronaca di inadempienze, di paesaggi non valorizzati, di energie che deperiscono. Non volendo, forse in qualche punto del suo libro Teti sembra più severo contro gli entusiasti cantori di una rinascita meridionale che non contro gli scoraggiatori militanti sempre attivi in ogni contrada. È un punto su cui sarebbe utile una discussione e non solo tra meridionali. Forse questo libro poteva avere anche un altro titolo: Maledetta Italia, e perfino Maledetto Mondo.

 

Non bisogna mai dimenticare che il Sud vero oggi è più sotto, è sull’altra sponda del Mediterraneo, e ancora più giù dove dilaga il suddissimo del terzo mondo. La cosa interessante dell’Italia meridionale in questo momento storico è che in fondo non appartiene né all’Europa né al suddissimo. È un luogo di frontiera, un luogo di frizione tra lo sfinimento della ricchezza e quello della povertà. Ecco, siamo ricchi e poveri, abbiamo modernità e arcaismo. E proprio questo ultimo aspetto meriterebbe studi approfonditi. Quando una volta si studiavano riti e superstizioni della mente contadina lo si faceva con l’idea che fosse un mondo in via di sparizione. Oggi ci siamo accorti che la mente digitale ha più vicinanze con la mente contadina di quante ne abbia la mente storicista, basata sulla logica causa effetto.

 

Forse il problema non è quello che accade tra Nord e Sud dell’Italia ma tra Nord e Sud del mondo. Non ha senso dirci che il Nord ci ha negato lo sviluppo, quanto capire che questo sviluppo si è rivelato venefico e che occorre assolutamente trovare un altro modo di stare al mondo, un modo in cui il sogno e la ragione lavorino assieme. Da questo punto di vista il Sud Italia sembra in realtà un luogo dove si può fondare qualcosa di realmente nuovo, per l’Italia e per il mondo. Non so, non l’ho capito se Teti possiede questa fiducia, questo slancio. È come se il suo approccio mancasse di quel pizzico di delirio che oggi serve alla teoria e alla prassi delle classi dirigenti politiche e intellettuali. Non è un rimprovero. Non si può chiedere tutto a una sola persona. Teti sta facendo benissimo il suo lavoro. Spero che in futuro trovino spazio tanti giovani intellettuali meridionali, tanti focolai di  poesia e impegno civile che si stanno accendendo grazie a qualche scintilla di delirio.

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Luttwak e il Mezzogiorno, tra secessione, rapporti Nord-Sud e mafia.

Proponiamo alcuni brani tratti da “Dove va l’Italia”, un lungo dialogo tra il giornalista Gianni Perrelli, giornalista per l’Espresso e Il Fatto Quotidiano, e il noto politologo Edward Luttwak, esperto di problemi italiani. Sebbene datata 1997, questa intervista affronta temi ancora attuali nel merito e anzi resi più gravi nella loro misura a seguito della crisi recente. Leggere quest’intervista significa anche gettare un occhio sulla situazione del Mezzogiorno Italiano più di 15 anni fa e rendersi conto che in questo periodo la politica italiana è rimasta impotente di fronte a problemi economici e sociali che ancora oggi appaiono ben lontani dall’essere risolti. L’analisi lucida di Lutwak è ancor più preziosa, in quanto l’autore stesso ha vissuto i primi anni dell’infanzia a Palermo (città scelta come dimora nel dopoguerra dalla sua agiata famiglia). Luttwak rivela i cambiamenti che la città di Palermo e il Sud Italia hanno vissuto negli ultimi decenni e le ipotesi di sviluppo di tali scenari, non escludendo ipotesi di secessione e affrontando in modo strategico il discorso sulla dicotomia Nord-Sud e il ruolo che ha giocato la Mafia nel Sud d’Italia a partire dal secondo dopoguerra.

dal capitolo “Secessione”

P: In caso di decentramento, o al peggio di separazione, che ne sarebbe del Sud? Verrebbe sempre più abbandonato o, potendo produrre a più bassi costi, rifiorirebbe?

Luttwak: È evidente che il sistema Italia, negli ultimi 50 anni, ha favorito il Nord molto piú del Sud. Regalando un mercato protetto, quello appunto meridionale, dove si possono vendere macchinette scassate a alto prezzo. È vero che lo Stato ha anche assicurato massicci trasferimenti di soldi dal Nord al Sud, ma quando l’oro estratto al Nord viene filtrato attraverso una rete politica di clientele ciò che arriva a destinazione è soltanto acido corrosivo, peggio fango: perché anziché favorire lo sviluppo provoca un ulteriore deperimento. Un meccanismo malefico che ha scoraggiato gli imprenditori meridionali dall’assumere rischi, e li ha trasformati in clientes, collettori di quei fondi settentrionali che in cambio di consenso politico Roma smistava al Sud. Quindi è logico pensare che se il Sud venisse lasciato a sé stesso, e per sopravvivere fosse quindi obbligato a sfruttare le proprie risorse, le cose per i meridionali andrebbero molto meglio. Sono convinto che un Sud indipendente, abbandonato dalla Padania, riuscirebbe a camminare bene con le sue gambe. Progredirebbe anzi molto piú del Nord.

P: E che succederebbe del debito pubblico nazionale? Sono due milioni di miliardi. Una montagna di soldi. Verrebbe equamente diviso tra Nord e Sud? Non sorgerebbero altre controversie?

Luttwak: Il debito pubblico è liquidabile con grande facilità. Si può eliminarlo direttamente con l’inflazione, come ha fatto la Russia federale con quello sovietico. SI possono stangare i Bot, diminuendone ulteriormente il valore effettivo. I sistemi possono essere vari. È solo questione di fantasia.

P: E i mercati internazionali assisterebbero imperturbabili allo scollamento?

Luttwak :Conoscendo la psicologia degli operatori internazionali, si sprecherebbero le interpretazioni ironiche. Si parlerebbe di spirito di da operetta. Ma, al fondo, l’enfasi dei discorsi cadrebbe sulle continuità. Sulla certezza che la proprietà sarebbe salvaguardata. Dopotutto l’Italia è forse l’unico paese in Europa che non ha mai conosciuto rivoluzioni, dove ancora molta gente nasce, vive e muore nella stessa città, se non addirittura nella stessa casa degli antenati. Certo, come avviene in tutti i cambiamenti, ci sarebbe uno scotto da pagare. Ma non sarebbe troppo alto. Se si pensa che negli ultimi anni, prima di Romano Prodi, l’Italia non ha avuto governi democratici ma tecnocratici, eppure la lira si è svalutata solo del 10-15 per cento per poi tornare rapidamente in quota, appare chiaro che nessun avvenimento politico che vi riguarda è giudicato con gravità dai mercati internazionali.

P: Non è bizzarro che tutto questo terremoto sia stato provocato da un movimento culturalmente rozzo come la Lega? Non è singolare che il Nord evoluto e superindustrializzato non abbia mai saputo dotarsi di una leadership politica affidabile, in grado di rappresentare autorevolmente gli interessi del decentramento?

Luttwak: Gli imprenditori italiani non sono mai diventati una élite politica perché non avevano sufficienti incentivi. Si accontentavano di sfruttare le debolezze dello Stato, evadendo il fisco ed eludendo tutti i controllo – tipo la normativa anti-trust, le leggi in difesa dei consumatori – a cui dovevano sottoporsi i loro concorrenti europei. Un orizzonte di piccolo cabotaggio, che garantiva però una vita prospera e tranquilla. Ma che ha impedito agli industriali di far proprio il messaggio di Einaudi e di assumere la guida del Nord Italia.

P: Negli Stati Uniti come è considerata la prospettiva della secessione?

Luttwak: La manifestazione di Venezia e l’occupazione del campanile di San Marco hanno creato abbastanza rumore da essere seguite da quasi tutti i media americani, notoriamente disattenti sulle vicende italiane. Basti pensare che alla visita di Prodi a Washington i giornali non hanno dedicato una riga. Ma la copertura ha messo in evidenza piú che altro gli aspetti folcloristici. Si è capito perfettamente che non sarà Bossi a mettere in crisi l’unità d’Italia. Perché preferisce anteporre sé stesso alle sue idee. La Lega, sotto la sua guida, continuerà a scivolare. E lui sarà costretto a ritirarsi come Garibaldi. Ma se il governo non decentra sorgeranno altre Leghe meno ridicole del Governo Serenissimo. Il federalismo è una bandiera che non può essere ammainata.

Dal Capitolo “Nord e Sud”

P: Il Nord è otto volte piú ricco del Sud. Al di là dei dibattiti sul federalismo e delle sue virtú terapeutiche a lungo raggio, cosa si può fare al momento per ridurre queste abissali distanze?

Luttwak: Sul concetto di Sud bisogna intendersi. Conosco molti italiani che sono stati in mezzo mondo e non si sono mai spinti in Sicilia e Calabria. Uno dei luoghi comuni piú classici, quando si parla della Sicilia, è di chiamare in causa la lupara. Se chiedi cos’è mai questa lupara, la risposta è: un fucile per cacciare i lupi. Invece la lupara è una munizione. Ma non lo sa nessuno. E a nessuno interessa neanche saperlo. E poi, cosa si intende per Sicilia della lupara? Quella orientale è ben differente da quella occidentale. Con queste generalizzazioni, il concetto di Sud è diventato un’astrazione che non tiene assolutamente conto della realtà. Ci sono zone in Puglia, per esempio, che come capacità produttiva e livello di reddito competono con le aree del Nord. E allora? Un fatto è assodato. La Sicilia, la Calabria, la Campania e la Lucania sono le regioni italiane che hanno ricevuto il massimo dei sussidi statali e che quindi hanno patito di piú le degenerazioni del sistema politico. L’aver creato artificiosamente leggi di impiego e norme per la tutela del lavoro ha condannato queste aree alla disoccupazione. Perché impiantare una fabbrica in Calabria, una zona cosí periferica rispetto al baricentro economico del paese, ha costi di trasporto esorbitanti. Per rendere la fabbrica competitiva, bisognerebbe abbassare i salari dei dipendenti. L’avere per legge fissato, invece, un minimo salariale uniforme in tutto il paese è stata la dannazione del Sud. E l’ironia è che chi si è battuto per questo salario uniforme passa per difensore dei lavoratori. Il primo provvedimento da prendere era quello di adeguare le paghe alle reali condizioni economiche di ciascuna zona. Sarebbe bastata quasta misura per far decollare la competività.

P: Il governo ha già fissato condizioni di flessibilità per i livelli dei compensi e per la durata dei contratti nelle aree piú disagiate. Imoltre ha deciso di creare per decreto 100mila posti di lavoro per i giovani attraverso contratti di apprendistato e di formazione.

Luttwak: Creare posti di lavoro per decreto è solo una forma di assistenzialismo mascherato. Si ricade nel vecchio vizio dello statalismo italiano. Per amor di boutade, si potrebbe dire che la Usl di Caltanissetta, provincia che detiene il record nazionale della disoccupazione giovanile, è l’istituzione piú costosa del mondo insieme con il Louvre e il Pentagono. L’introduzione della flessibilità è invece un provvedimento tardivo, ma sacrosanto. Sarà anche una banalità, ma è meglio lavorare anche solo un poco che rimanere disoccupati. Il salario unico, per un paese vario come l’Italia, è un meccanismo artificiale troppo rigido. Una dichiarazione di guerra contro i giovani, che sopravvivono con il piatto di minestra allungato dalla famiglia ma non trovano sistemazioni. UN giovane scapolo che risiede in un paesino del Sud ha bisogno per vivere di molti meno soldi di un suo collega piú anziano che a Milano deve mantenere moglie e figli. Il primo campa benissimo con due milioni al mese, il secondo con quella cifra muore di fame. Ignorare questa enorme differenza è solo un gioco malvagio. Rifiutare i bassi salari in nome di un’astratta equità significa solo condannare i giovani alla disoccupazione.

[…]

P: Ma il numero dei ricchi al Nord è enormemente superiore. E questo squilibrio determina il fiorire di contrapposti egoismi. Il Nord si lagna perché non gli va di mantenere il Sud pagando molte tasse. Il Sud si lamenta perché è costretto a vivere di puro assistenzialismo. Chi ha ragione?

Luttwak: Hanno ragione tutti. Il meccanismo perverso dell’assistenzialismo ha messo in difficoltà gli uni e gli altri. Quando un lombardo doveva versare 50 lire di tasse, Roma gliele dirottava subito al Sud, barattando il sostegno alle aree depresse col consenso politico. A volte di quelle 50 lire ne arrivavano a destinazione solo 20. E comunque in una maniera cosí distorta da impedire all’imprenditore di fare il suo mestiere. L’unico a trarne un tornaconto era il politico che gestiva il passaggio.

[…]

P: C’è una corrente della cultura italiana, il meridionalismo, che ha prodotto fior di dibattiti accademici. È mai possibile che tutti queti intellettuali non abbiano mai partorito un’idea valida?

Luttwak: La riforma piú importante e piú originale attuata in Italia è stata quella fiscale in Lombardia, alla fine del VIII secolo. Nel Settecento la Lombardia aveva conosciuto un rapido declino a causa dei pesanti balzelli imposti dal sistema spagnolo. Rimaneva in piedi un po’ di industria, ma l’agricoltura era stata messa in ginocchio, le terre venivano sempre piú abbandonate. Caduto il governo spagnolo, i francesi hanno ingaggiato un gruppo di intellettuali napoletani per rimettere le cose a posto. E sono stati questi napoletani di grande ingegno a fare una riforma patrimoniale che nella sua semplicità era a dir poco geniale. Ogni cittadino doveva pagare le tasse solo sul valore della sua proprietà. Se avevi un pezzo di terra pagavi un tot. Se poi ne miglioravi la coltivabilità, investendo in nuovi sistemi di irrigazione, pagavi sempre la stessa tassa. Lo Stato non veniva a chiederti quanti chili di grano in piú avevi prodotto. Quindi c’era un grande incentivo a investire e produrre. E questo portò all’accumulazione di capitali che rese possibile la nascita di una grande industria. Pose insomma le premesse per la prosperità della Milano di oggi. Quato dimostra che l’ingegno meridionale ha avuto felici applicazioni fuori dal Sud. Ma lo Stato non ha mai permesso che trovasse sbocchi in casa propria. Le idee rimanevano frasi sterili. Lo Stato non aveva alcun interesse a valorizzarle, perché il progresso avrebbe distrutto la rete del clientelismo e gli avrebbe quindi impedito di controllare il territorio. Un vero impernditore non ha mai bisogno della protezione politica. Vuole solo un’amministrazione pulita ed efficiente.

P: Ma perché allora i fallimenti vengono imputati anche alla presunta pigrizia delle popolazioni meridionali?

Luttwak: Stupidaggini. Personalmente mi sento legatissimo al Sud da tre ordini di ragioni. La prima è che a livello turistico trovo il Sud molto piú interessante del Nord. Poi c’è una causa sentimentale. Palermo è la città dove i miei genitori decisero di trasferirsi nel dopoguerra. Appartenevano all’alta borghesia europea, avevano grandi mezzi, e potevano scegliere. Optarono per Palermo perché in quegli anni — e mi rendo conto che oggi sarebbe inimmaginabile — Palermo era una città che poteva attrarre gente colta e facoltosa. Era una delle mete della grande borghesia: come Taormina, Venezia, la Costa Azzurra. Deauville nei mesi piú caldi. C’è infine un motivo politico. Tutte le problematiche italiane piú affascinanti sono concentrate al Sud. È lí che crollano gli alibi della Prima repubblica. È proprio lí, dove lo Stato ha cercato di essere piú attivo, che anziché il progresso si è prodotto il massimo dello scempio.

P: Sull’arretramento ha però influito anche la prepotente espansione della malavita.

Luttwak: Prima c’è il sistema di corruzione politica e poi c’è la malavita. I vermi arrivano dopo che il dottore ha ucciso il paziente. Se il corpo è sano, i parassiti possono invece esercitare addirittura una funzione positiva. Come avviene in Giappone a OSaka, che ha per le strade piú malavita organizzata di Napoli. La polizia le permette di prendere il pizzo sui bordelli, sui night club, sui casinò, a patto però che tenga fuori dalla fascia urbana la droga. In Italia la delinquenza organizzata è solo il frutto dell’abbandono dello Stato. Ripeto, quando nel ’48 i miei dovettero lasciare l’Europa orientale perché in seguito agli eventi bellici avevano perso il 75 per cento delle loro proprietà, la scelta fu tra Venezia e Palermo. E andarono in Sicilia, che a loro avviso garantiva una qualità di vita superiore. Sí, c’era anche molta povertà. Ma dal punto di vista culturale Palermo era una perla. Si andava all’opera, io stesso a 5 anni ho assistito a un concerto di violino di Yeudi Menuhin che aveva molti estimatori in Sicilia. C’erano scrittori che producevano buoni libri. E la quotidianità era serena. Si passeggiava, si andava al mare, la sera si prendeva il gelato. La mafia era ancora confinata nelle campagne. C’era il bandito Giuliano nelle colline. Ma la malavita non aveva ancora distrutto l’ambiente cittadino, non aveva demoralizzato la società palermitana.

[…]

Dal Capitolo “Mafia”

P: Lo Stato sgangherato, di cui abbiamo passato in rassegna i principali difetti, sta mettendo a segno successi significativi nella lotta contro la mafia.

Luttwak: La supermafia emersa negli anni Settanta era il risultato degli equilibri politici. Spadroneggiava perché sapeva di poter contare su complicità ad alto livello. Finite queste protezioni, sparisce. Il fenomeno si ridimensiona. E il suo grado di pericolosità dipende ora da un lato dall’efficacia degli interventi dello Stato, dall’altro dalla presenza o assenza di opportunità economiche sul territorio in cui si muove. Oggi, però, c’è la novità del pentitismo: in grimaldello che ha permesso appunto di mettere a segno buoni colpi.

[…]

P: Ma perché in tutta l’Europa occidentale si è formato solo in Italia un fenomeno di grande criminalità come la mafia?

Luttwak: Perché si produca questo tipo di criminalità è necessario che ci sia una popolazione economicamente arretrata, in una zona dallo sviluppo bloccato. Se però in altre aree della nazione c’è prosperità, il delinquente cercherà di fare il predatore nelle regioni piú ricche. La mafia nasce in Sicilia, ma da tempo il suo raggio di azione si è esteso a Roma e Milano. Ma non è un fenomeno esclusivo dell’Italia. Lo stesso avviene in Colombia, dove la grande criminalità nasce in periferia ma si alimenta del dinamismo e della crescita economica del paese. Lo stesso avviene in Giappone, dove la Yakuza ha origini rurali ma opera sulle piazze di Tokyo e Osaka. E, su scala piú ridotta, lo stesso avviene in Francia, dove i criminali provenienti dalla Corsica prendono di mira per le loro azioni il territorio metropolitano.

P: Per molti versi, in Sicilia e in Calabria lo Stato è stato sostituito dalla mafia e dalla ndrangheta che si sono trasformate in datori di lavoro. Si è cosí creata un’economia sotterranea che dà da vivere e allontana sempre piú i suoi adepti dalle istituzioni. COme si fa a restituire a questi cittadini la fiducia nello Stato?

Luttwak: La fiducia lo Stato finora non se l’è proprio meritata. La sua presenza in Sicilia e Calabria era puramente di facciata. La sua macchina era arrugginita. Pretendeva che venisse riconosciuta la sua autorità ma in cambio non dava servizi e infrastrutture. Non incoraggiava lo sviluppo dell’imprenditoria onesta e permetteva indirettamente alle organizzazioni criminali di crescere. Lo Stato, in sostanza, era assente. Con una sola eccezione. I carabinieri. Che erano però a loro volta bloccati dagli ordini provenienti dall’alto. Sapevano dove si nascondevano i boss. Conoscevano le loro ville. Vedevano gli scagnozzi fare la guardia davanti ai loro rifugi, muniti di telefonino. Ma non potevano arrestarli perché avevano protezioni politiche. E questo accentuava ancor piú la perdita di rispetto di uno Stato che veniva manipolato da governanti corrotti. Oggi quindi le cose da fare sono due: rendere decenti i servizi forniti dallo Stato e cercare di ristabilire in fretta la sua reputazione.

[…]

P: Se ben gestito, insomma, il Sud dell’Italia diventerebbe la Florida d’Europa.

Luttwak: La Florida è piatta, ha una brutta spiaggia e un pantano pieno di alligatori. Non rende onore alla bellezza dell’Italia meridionale un paragone con la Florida. Ma la FLorida ha successo perché le sue autorità locali riescono a massimizzare tutto grazie al piú completo liberismo. Per ottenere una licenza di ristorante o di motel, ci vogliono cinque minuti e una decina di dollari. Ed ecco che i ristoranti e i motel spuntano come funghi. In Italia avviene esattamente il contrario. Vengono sabotati perfino i santuari del turismo. Prendiamo l’Hôtel San Domenico Palace di Taormina. Per me è l’albergo piú bello dell’intero pianeta. Eppure la proprietà non lo cura come meriterebbe e resiste all’idea di venderlo a chi potrebbe gestirlo meglio. Prendiamo un altro caso: Piazza Armerina. Ci sono dei mosaici romani, come in tanti altri posti del Mediterraneo. Ma quando hai visto quelli ti puoi scordare di tutti gli altri. Bene, se Piazza Armerina fosse in Florida, avrebbe un aeroporto internazionale, con voli ogni tre minuti, almeno trecento hotel e registrerebbe un viavai continuo per dodici mesi all’anno. Con le comunicazioni che ci sono oggi, con il livello di integrazione che c’è in Europa, nelle regioni meridionali non dovrebbero esserci disoccupazione, semmai carenza di manodopera.

P: È piú facile forse per lo State diventare virtuoso che cancellare una criminalità con profonde radici e con un livello di brutalità e di primitività intaccato anche nell’era del computer.

Luttwak: Quando da bambino vivevo a Palermo vidi la prima trasformazione dei mafiosi. Non piú paesani che andavano in giro con il gilè, la coppola e lo schioppo. Ma gagà che con la pistola in tasca bazzicavano intorno al mercato della frutta fasciati da camicie di nylon, che erano molto di modo all’epoca. La polizia non riusciva a tenerli alla larga. Era nata la nuova mafia. Il vero salto di qualità in Sicilia è avvenuto però un po’ piú tardi, quando gli americani si allearono con i francesi per stroncare il business dell’eroina a Marsiglia. Il mercato della droga si è allora trasferito in Sicilia. È aumentato a dismisura il volume degli affari. E per agire indisturbati i mafiosi hanno avuto bisogno della protezione politica che scambiavano con i voti.

[…]

P: Quanto pesa, nel giudizio che gli americani hanno di noi, la brutalità e l’inestirpabilità della piovra?

Luttwak: Posso rispondere con la mia esperienza personale. Da bambino ho fatto le elementari a Palermo. Frequentavo un’ottima scuola, dove la metà dei bambini venivano in classe scalzi. Ma in America oggi se lo sognano di avere maestri cosí preparati come quelli che mi hanno insegnato a leggere e a scrivere. Mia madre nel ’48, prima di andare al concerto, prendeva il tè e conversava in inglese con le amiche siciliane. Ebbene, quando racconto che da bambino ho vissuto a Palermo scorgo subito uno sguardo di compatimento nell’interlocutore. La Sicilia, nella sua mente, evoca automaticamente l’idea di mafia.

Brani tratti da “Dove va l’Italia?” – Intervista a Edward Luttwak, di Gianni Perelli Newton & Compton, 1997

Il Meridione vive e soffre. Il meridionalismo è morto.

Intervento di Marco Vitale all’incontro di approfondimento “Per una «logica industriale» meridionalista” del 9 Aprile 2013 presso Fondazione Edison.

Il 21 marzo 2013 il Sole 24 Ore intitolava a quattro colonne: “Un divario da colmare. La crescente distanza Nord-Sud rallenta la ripresa di tutta l’area”. Si riferiva  però al divario tra il Nord e il Sud dell’Unione Europea. Questa è la nuova cornice nella quale va inquadrata anche la problematica del Mezzogiorno. Il problema non è più cosa farà la Calabria ma cosa farà l’Italia e cosa faranno Italia, Spagna, Grecia, Portogallo nei confronti del Nord Europa e dell’euro. Sopravvivremo come paese autonomo, democratico, partecipe dell’UE e dell’euro? La risposta che nessuno può dare, è diventata dubbia.

La Cassa per il Mezzogiorno

La Cassa per il Mezzogiorno

Nel dicembre del 1901, in uno spirito di solennità e di severo impegno morale, in linea con la veneranda figura del  presidente del consiglio Giuseppe Zanardelli, si svolse alla Camera la prima discussione generale sul problema del Mezzogiorno e questo avvenimento fu interpretato come il primo riconoscimento ufficiale del problema. Dopo 112 anni quella stagione, che ha visto tante diverse fasi, è definitivamente chiusa. L’Italia è diventata tutto Mezzogiorno. Con questo non voglio dire che non dobbiamo più interessarcene. Al contrario intendo dire che mai come ora il problema è generale e comune, ma non ci sono più spazi per piagnistei e rivendicazioni. Dobbiamo tirare su le maniche e lavorare insieme ai problemi veri che non sono finanziari ma politici e culturali. Il Mezzogiorno vive e soffre, come noi (ovviamente questo è il punto di vista di Marco Vitale,  noi diremmo ad alta voce “più di voi” basando tale giudizio su dati eloquenti)  ed è problema comune italiano ed europeo. Il meridionalismo è morto.

Anche l’ultima fase del meridionalismo,  quella iniziata nel secondo dopoguerra, con profeta principale Pasquale Saraceno, si è conclusa. E questa si è conclusa con un grande successo strategico, se per successo strategico intendiamo coerenza riuscita tra obiettivi e risultati.  Nel 1952 Pasquale Saraceno scriveva:

“In un paese sovrappopolato, nel quale la popolazione non occupata prende coscienza del suo stato di minorità[1] rispetto alla popolazione restante, l’iniziativa privata non può avere che una funzione complementare rispetto all’iniziativa pubblica… Ora il fatto che il problema economico italiano risulta dalla combinazione di un ristagno industriale nel Nord e di uno stato di sovrappopolazione agricola nel Sud addita, di per sé, una linea direttiva per la soluzione dei nostri problemi: una politica di larghi investimenti al Sud crea infatti quella più larga base di mercato interno che si richiede per una piena utilizzazione industriale del Nord e per una sua estensione al Sud… Una politica di spesa a favore del Mezzogiorno rappresenta una forma di intervento a favore dell’industria (del Nord) e in particolare di quella meccanica, tra le più efficaci… “Obiettivo centrato in pieno.

C’era una strategia alternativa ed è quella illustrata da Giorgio Amendola nel corso della discussione parlamentare del disegno di legge concernente l’”Istituzione di una cassa per le opere straordinarie di pubblico interesse nell’Italia meridionale. Nel suo, straordinario, lucidissimo ed appassionato discorso alla Camera (1950), Amendola disse:

Il Mezzogiorno non può essere considerato come una zona depressa. Per superficie e popolazione, esso è un terzo di tutto il paese. La sua popolazione si accresce con continuità dal 1861 ad oggi, anche se non riesce a trovare un impiego nella produzione. E le regioni meridionali hanno dietro di sé una storia millenaria. Esso respinge, pertanto, il concetto di colonizzazione, che è intimamente legato a quello di area depressa. Ed invece il termine area depressa è usato non a caso nella relazione governativa.

La via per la soluzione della questione meridionale non è quella di un intervento dall’esterno o dall’alto, a mezzo di un ente speciale che, sotto la copertura di un’azione tecnica, aprirebbe la strada all’espansione di gruppi monopolistici anche stranieri. La via è un’altra: quella di permettere alle stesse popolazioni meridionali di operare il rinnovamento e il progresso economico di quelle regioni e promuovere lo sviluppo delle forze produttive rimuovendo, con una svolta della politica dello Stato italiano verso il Mezzogiorno, ma non solo con l’esecuzione di determinate opere pubbliche, le cause di carattere politico e sociale che hanno, dal 1860 in poi, determinato il formarsi di una questione meridionale. Questa, del resto, è la via indicata dalla Costituzione, che afferma la necessità delle riforme di struttura e che invita le stesse popolazioni interessate, attraverso l’autogoverno regionale, ad essere le protagoniste del processo di valorizzazione e di sviluppo economico di cui esse dovranno anche essere le beneficiarie….”

Si è preferito seguire un’altra via ed è oggi inutile piangere sul latte versato anche perché la via scelta ha centrato i suoi obiettivi ed ha dato quello che poteva dare. Si è seguita la via che Amendola chiamava della colonizzazione, che è lo stesso termine usato da James Shikwati, giovane e brillante economista africano di statura internazionale (creatore dell’Istituto Interregion Economic Network a Nairobi, editorialista di importanti giornali occidentali) che alla domanda: “Professor Shikwati, il G8 sta per aumentare gli aiuti per lo sviluppo dell’Africa, che ne pensa?” ha risposto: “ Per l’amor di Dio, per favore fermateli. Io voglio  bene alla mia terra. Con questi aiuti vengono finanziate le enormi burocrazie, e promosse corruzione e compiacenza; gli africani imparano a essere mendicanti e non a essere indipendenti”. Ed ha sviluppato il suo pensiero affermando in successione: alla mia terra serve meno carità e più responsabilità; con questi aiuti di colonizzazione si agisce senza incentivare le produzioni tipiche locali; quel denaro va a finanziare burocrazie e corruzione; gli interventi promuovono gli interessi di Paesi donatori; si crea una mentalità pigra e non politiche lungimiranti.

Altri economisti africani hanno detto le stesse cose e questo è sostanzialmente anche il pensiero di Lino Cardarelli, che è da tre anni il Senior  Deputy Secretary General  dell’Union for the Mediterrean, che riunisce circa 43 paesi  africani e dell’area di influenza turca[2]. In questa importante responsabilità, che si accinge a lasciare tra pochi giorni, Cardarelli ha acquisito una grande esperienza relativa allo sviluppo dei paesi dell’area mediterranea, che sarebbe bene utilizzare a livello nazionale. Pochi giorni fa mi diceva che nei loro progetti lo strumento dei contributi e dei “grant” è bandito, anche perché la maggior parte dei paesi che partecipano all’Unione, sono più interessati a trasferimenti di know how, a partnership imprenditoriali, a collaborazioni paritetiche piuttosto che a contributi finanziari.

Anche se ci limitiamo ad inquadrare il nostro Mezzogiorno nell’ambito della sola area mediterranea, dobbiamo dunque cambiare registro. La maggior parte dei paesi del Nord Africa e dell’area turca (l’ex impero ottomano) corrono ad una velocità molto maggiore del nostro Mezzogiorno e questa può essere non una minaccia ma una nuova grande opportunità.

Ho invitato Cardarelli a partecipare al dibattito odierno, ma essendo impossibilitato a partecipare gli ho chiesto di farmi avere un appunto con le riflessioni che derivano dalla sua esperienza. In estrema sintesi le sue idee di fondo sono le seguenti:

–       dobbiamo vedere il nostro Mezzogiorno inserito non tanto in Italia, quanto, assieme all’intero paese, nel Nord  Africa ed in tutta l’area mediterranea;

–    dobbiamo dedicare le nostre energie e la nostra intelligenza diplomatica perché  l’Europa veda nel Mediterraneo qualcosa di molto più importante del fastidio (paura) che oggi provoca; l’Europa dovrebbe essere consapevole della ricchezza che apportano agli europei: 15 milioni di migranti dell’area mediterranea;

–        il termine “logica industriale meridionalista”, contenuta nel programma odierno, evoca approcci antichi che rischiano di ignorare che i sistemi produttivi sono oggi molto diversi dal passato. Il Mezzogiorno italiano ha bisogno di più Stato efficiente dotato di una visione strategica e di competenti strutture amministrative;

–       il Nord Africa con i suoi 180 milioni di abitanti rappresenta circa il 18% delle popolazioni e il 35% del GDP del Continente Africano; è la zona di maggior traffico del mondo del trasporto delle materie prime energetiche (vi transita 1/3 del traffico petrolifero mondiale); è la zona dove esportiamo 60 miliardi di euro ( più di quello che esportiamo in USA o Giappone o Cina); è uno dei maggiori mercati turistici del mondo; è uno dei luoghi più ambiti per lo sviluppo di energie alternative (sole e vento); dispone di  mano d’opera giovane, potente, desiderosa di emergere, più preparata di quanto si dice, giovani che non chiedono “soldi” ma dignità, mobilità, education;

–       Il Mezzogiorno deve essere sempre più cerniera tra Europa del Nord e Mediterraneo e diventare parte di un più ampio disegno di sviluppo.

Oggi non c’è più per fortuna nel Mezzogiorno la miseria avvilente e spesso subumana e la rabbia sociale che guidavano i contadini siciliani nel primo decennio del dopoguerra quando andavano a occupare le terre incolte dei feudi con le bandiere rosse ma sempre appaiate al tricolore, a segnare che la loro era una lotta condotta non solo per se stessi ma per la Nazione. Ha detto molto bene, con efficacia e passione, Rosario Amodeo, consigliere delegato e socio di Engineering, siciliano e patriota, in una recente lezione ai licei riuniti di Mazara del Vallo:

Qual è oggi la situazione? Quella condizione di miseria – miseria nera – per la scarsezza del cibo, per la difficoltà delle cure mediche, per le abitazioni, più tuguri che case, quella miseria oggi per fortuna non c’è più. Purtroppo, però, è subentrato un crogiolarsi nel minimo vitale raggiunto per una notevole parte della popolazione. Decenni di maldestro assistenzialismo hanno consentito di sanare le piaghe più purulenti. Tale assistenzialismo non era congiunto a un’illuminata prospettiva di sviluppo, ma piuttosto a “comprare” una pace sociale mediante la distribuzione di risorse disponibili in un momento di grande crescita dell’economia nazionale. In effetti riuscì nell’obiettivo di conseguire una qualche forma di pace sociale che, assieme al progressivo affermarsi di principi e metodi democratici, viene attestata tra l’altro dalla fine delle manifestazioni di piazza con esito sanguinoso. Chi oggi percorresse le strade che collegano i nostri paesi e le nostre cittadine resterebbe sorpreso dalla scarsezza del traffico. I commerci e gli scambi languono, le attività economiche quindi ristagnano, ma, dentro i paesi, le pensioni, i lavori inventati, i contributi a vario titolo, i rimboschimenti fasulli e tante altre attività precarie, l’espandersi vergognoso della burocrazia pubblica, tutto ciò consente a quasi tutti il minimo vitale che permette persino la pizza e la birra con la famiglia la sera del sabato. E così si aspetta che qualcosa o qualcuno venga dall’esterno a buttare una pietra nello stagno e a rimettere in movimento le acque. Un circolo vizioso dal quale non è facile uscire. Ma qui è la sfida. La sfida non solo e non tanto per la dirigenza politica, ma anche, e forse soprattutto, per un risveglio civile dei cittadini, i soli in grado di stimolare e condizionare chi ci governa.

Io non ho toccasana. Neanche una improvvisa cospicua immissione sul mercato di denaro fresco (peraltro oggi quasi impossibile) darebbe necessariamente agli investitori la spinta sufficiente per riprendere. C’è una efficace espressione del gergo economico: il cavallo non beve. Si dice quando, pur in presenza di risorse disponibili, le medesime non si usano, o si usano poco. E così si torna al presupposto: qualunque rilancio richiede milioni di comportamenti individuali attivamente finalizzati allo sviluppo e alla crescita”.

Non c’è più la miseria nera per fortuna. Ma non c’è neanche la rabbia sociale, che si  manifesta solo con l’astensionismo elettorale. Ma anche questo è meglio di niente, se qualcuno lo sa leggere ed interpretare. Dunque quello che possiamo, forse, fare è ricominciare da Giorgio Amendola, con 62 anni di ritardo, peraltro non tutti buttati via, perché qualcosa, sia pure nel modo più sbagliato, è stato fatto. Forse oggi Antonio Gramsci non scriverebbe più che: “L’Italia meridionale è una grande disgregazione sociale” come scrisse nel 1926. Oppure potremmo anche ricominciare dal vibrante discorso sulla questione meridionale che Luigi Sturzo tenne a Napoli il 18 gennaio 1923, un testo organico di grande attualità. Ma, in ogni caso, ficchiamoci bene in testa queste parole di Albert Einstein: “I problemi non si possono risolvere con il modello di pensiero che li ha originariamente provocati”.

Come Fondo d’Investimento Italiano, coerentemente alla missione che ci è stata assegnata, noi abbiamo cercato di seguire più la via indicata da Amendola e Sturzo che quella indicata da Saraceno. Come sapete la missione del fondo è di fornire capitale di rischio, in posizione minoritaria, e supporto professionale a imprese di medie dimensioni che abbiano progetti di sviluppo per far crescere il tessuto imprenditoriale locale.

Sul piano nazionale, in due anni di attività, abbiamo concluso interventi, diretti ed indiretti in 56 imprese per un totale di fatturato di oltre 3 miliardi di euro e più di 21.000 dipendenti. Gli investimenti approvati dal consiglio ammontano a 660 milioni di euro, pari al 61% del capitale disponibile. Purtroppo nel Sud (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna) siamo riusciti a realizzare solo 2 investimenti (uno in Sicilia ed uno in Campania) per un totale di 24 milioni di euro, su 196 dossier esaminati. Abbiamo poi assunto un commitment per un investimento di 15 milioni di euro in Vertis Capitale, un fondo con sede a Napoli ed uno dei pochi fondi specializzati in investimenti nel Centro-Sud. Ritornando agli investimenti diretti abbiamo in esame, ad uno stadio avanzato,  altri 15 dossier del Sud e ci auguriamo di poter concludere altre operazioni per alzare la media. Allo stato attuale gli investimenti realizzati nel Sud sono, infatti, deplorevolmente pochi e personalmente ne sono molto dispiaciuto. Tra le cause di ciò mettiamo pure una nostra inadeguatezza e scarsa esperienza nel Sud. Ma sarebbe sbagliato limitarci a questa lettura. La situazione, infatti, segnala anche lo scarso spessore imprenditoriale di queste regioni e la mentalità di molti imprenditori e dei loro professionisti schiacciati in una dimensione culturale di assistenzialismo finanziario, opportunismo e familismo. La materia che più scarseggia è, dunque, una mentalità imprenditoriale contemporanea, all’altezza dei tempi. Forse qui si può lavorare per creare una rete di tutor e delle partnership, capaci di guidare l’imprenditoria locale, fuori dalle sabbie mobili dell’assistenzialismo finanziario e del familismo. Ma anche questo è più facile a dirsi che a farsi.

Fonte: “Il Meridione vive e soffre. Il meridionalismo è morto. Intervento di Marco Vitale all’incontro di approfondimento presso Fondazione Edison”. RESET

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[1] Sottolineatura aggiunta

[2] L’Unione per il Mediterraneo è Istituzione Multilaterale di 43 paesi operativa da tre anni con sede a Barcellona per la realizzazione di progetti di sviluppo dei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Ne fanno parte i paesi dell’Unione Europea e della Lega Araba e riunisce 830 milioni di persone ed il 35% del Pil del  Continente africano.

Spesa Pubblica eccessiva nel Mezzogiorno. Una mezza verità?

Visto il ruolo fondamentale giocato dal Patto di Stabilità Europeo nelle politiche nazionali è di fondamentale importanza dare uno sguardo complessivo alla Spesa Pubblica Nazionale. Qui di seguito proveremo a descrivere le caratteristiche della spesa pubblica Italiana in un ottica territoriale. Questo articolo prova a risponder a domande che sorgono naturali, ma a cui i media spesso non danno risposte coerenti e precise.

La Spesa pubblica dedicata alle regioni del Mezzogiorno è eccessiva rispetto a quella riservata alle regioni del Centro-Nord? E di conseguenza possiamo ritenere fondate le polemiche sugli eccessivi flussi di denaro pubblico diretti verso le regioni meridionali? Inoltre qual è il tipo di Spesa Pubblica da destinare alle regioni meno sviluppate per sostenere processi di convergenza economica?

 Prima di affrontare il tema della distribuzione territoriale della Spesa Pubblica è importante capire come essa è strutturata. La Spesa pubblica sostanzialmente si divide in tre grandi categorie 1) Spesa Corrente, 2) Spesa in Conto Capitale, 3) Interessi Passivi.

Spesa Corrente:  necessaria all’ordinaria conduzione della struttura statale. Le spese correnti concernono:

  • i movimenti finanziari relativi alla produzione ed al funzionamento dei servizi dello Stato (spese per il personale sia in servizio sia a riposo, spese per l’acquisto di beni di consumo ecc.);
  • i movimenti inerenti alla redistribuzione dei redditi attuata dallo Stato a favore di particolari categorie di soggetti in base a determinate linee di politica economico-sociale (sovvenzioni, contributi, sussidi, pensioni di guerra ecc.);
  • gli ammortamenti di beni patrimoniali, che hanno un rilievo puramente economico e non finanziario.

Spesa in Conto Capitale: detta anche di investimento, è quella parte di spesa con la quale lo Stato mira a svolgere una politica attiva nell’ambito economico nazionale. Le spese in conto capitale comprendono:

  • le spese per investimenti, sia diretti che indiretti (attuati questi ultimi mediante assegnazioni di fondi ad altri soggetti);
  • le spese per l’acquisizione di partecipazioni, azioni, per conferimenti e per concessioni di crediti per finalità produttive, ecc.

Esse rappresentano, in definitiva, il contributo che lo Stato dà alla formazione del capitale produttivo del paese.

Interessi Passivi: La spesa per gli interessi passivi è la quota della spesa pubblica destinata al pagamento degli interessi ai sottoscrittori di titoli pubblici. Questa voce ha assunto una crescente importanza nel bilancio dello stato a causa dell’eccessivo indebitamento effettuato dai governi in passato.

Il grafico sottostante evidenzia quanto ognuna delle tre categorie sopra elencate influisce sulla Spesa Totale (Fonte: http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=975&Itemid=44).

Si nota pertanto come circa il 90% della spesa pubblica è di natura corrente, e meno del 10% è destinata a investimenti e politiche di sviluppo industriale ed economico. Il decremento della Spesa in Conto Capitale risponde certamente ad esigenze di finanza pubblica legate al piano di stabilizzazione post 1992 e alla necessità di aderire all’euro, ma quello che colpisce è la ripartizione dell’aggiustamento tra spesa in CC e spesa corrente. Il volume complessivo della spesa pubblica italiana in termini di PIL è allineato ai valori medi degli altri paesi dell’Unione Europea. La quota della spesa pubblica complessiva della Pubblica Amministrazione sul PIL nel periodo 2001-2010 è pari al 48,9 per cento (Eurostat) a fronte del 47,7 per cento degli altri paesi che hanno adottato la moneta unica. Il Dipartimento per le Politiche di Sviluppo conferma che, nonostante l’allineamento ai valori medi internazionali, l’allocazione della spesa risulta squilibrata soprattutto a causa di un eccessivo peso della spesa corrente rispetto a quella in conto capitale e di una distribuzione territoriale che non rispecchia i bisogni dell’area meridionale (fonte DPS: Dipartimento per le politiche di sviluppo).

Qual è la distribuzione territoriale della spesa della Pubblica Amministrazione? Il grafico sottostante risponde a tale domanda.

 

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare la Spesa della Pubblica Amministrazione è nettamente più elevata nelle regioni Settentrionali. La media degli ultimi 15 anni mostra uno squilibrio in termini di spesa pro capite tra Centro-Nord e Sud con una media pro capite rispettivamente di 9.208 € e di 7.549€.  Ma a cosa è imputabile tale differenza di spesa?

 La maggior parte dell’effetto di differenziazione territoriale tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno è imputabile alla Spesa Corrente che costituisce circa il 90,6 per cento del bilancio pubblico. La spesa corrente è molto influenzata dalle spese previdenziali (e pensionistiche), che rappresentano circa il 40% delle spese correnti totali. Ma a tale voce di spesa c’è da aggiungere la Sanità, l’Educazione e altri settori che non stiamo qui a specificare. Per dare un’idea della spesa pro-capite settoriale basti guardare il grafico sottostante. Si nota come nell’ambito della sanità la spesa procapite è più elevata nel Centro-Nord, in quello dell’educazione è più alta nel Mezzogiorno (anche a causa di differenze nella struttura demografica: la popolazione meridionale più giovane in media rispetto a quella centro-settentrionale).

Sarebbe interessante analizzare in maniera più approfondita la spesa settoriale, in questo articolo tuttavia ci limitiamo a descrivere e quantificare la spesa pubblica procapite in valori aggregati.

Altra componente della Spesa Pubblica è la Spesa Pubblica in Conto Capitale. Quali sono i valori procapite di tale voce di spesa nelle due macro-aree italiane? La Spesa in Conto Capitale (circa il 9% della Spesa Pubblica Totale) è più elevata nelle regioni meridionali, come il grafico sottostante evidenzia (seppure con un trend in continua diminuzione a Sud ed in aumento nel Centro-Nord). La Spesa in Conto Capitale (fondamentale per la crescita di lungo periodo di una determinata economia) sembra assumere pertanto una funzione di riequilibrio. Tuttavia non riesce a controbilanciare i livelli di spesa corrente più elevati a Nord.

Il quadro della distribuzione territoriale della spesa pubblica cambia notevolmente però se all’analisi della sola Spesa della Pubblica Amministrazione in senso stretto (PA) si aggiunge quella della Spesa delle Aziende a partecipazione Statale (come Ferrovie dello Stato, ANAS, ENEL etc, il cosiddetto Settore Pubblico Allargato). È sul Settore Pubblico Allargato (SPA) che risulta di estrema rilevanza approfondire le analisi riguardo la dinamica della spesa in conto capitale. La funzione di riequilibrio a favore del Mezzogiorno della spesa in conto capitale,  terminata per la PA a partire dal 2007 (cfr. Figura III.3) termina molto prima nel settore pubblico allargato.

Sin dal 2001, infatti, la spesa in conto capitale del SPA  risulta essere molto più alta nelle regioni settentrionali. La maggior parte di tali Enti del SPA (Ferrovie, ENI; ENEL; Poste, Aziende ex-IRI ) risulta infatti lontano dal perseguimento dell’obiettivo di assicurare al Mezzogiorno il 45 per cento della propria spesa in conto capitale (cfr. Tavola III.3). Sia pure con qualche miglioramento negli ultimi anni per alcuni di essi, la quota di spesa destinata alle regioni meridionali è nettamente inferiore a quella destinata al Centro-Nord. ANAS è l’unica azienda pubblica a destinare circa il 50% della sua spesa in conto capitale alle regioni meridionali. Ferrovie dello Stato riserva una spesa per investimenti nel Sud molto ridotta rispetto al resto della nazione (solo 22% nel 2009), mentre ENEL arriva ad una quota del 23%. Questa scarsa attenzione agli investimenti nelle regioni meridionali si traduce in una dotazione infrastrutturale carente, come è stato più volte sottolineato da Svimez e altri istituti di ricerca.

A questo scenario si deve aggiungere il dato sconcertante, confermato dal DPS 2010, secondo cui c’è una   riduzione costante della quota della spesa totale destinata all’area meridionale in rapporto a quella nazionale: 32,1 per cento nel 2006, 30,2 nel 2007, 29,7 nel 2008, 28,7 nel 2009.

Il fatto sconcertante è che l’obiettivo dichiarato delle politiche di sviluppo è quello di sostenere l’aumento della spesa in conto capitale nelle aree sottoutilizzate. A quanto pare questo obiettivo viene continuamente mancato.

Se continuiamo ad analizzare la Spesa in Conto Capitale in maniera più approfondita, è necessario precisare che quest’ultima presenta due voci differenti di spesa. La spesa in CC si divide in Spesa Diretta per Investimenti, e Spesa per Incentivi e Trasferimenti alle Imprese. La teoria economica e il DPS stesso sono concordi nell’affermare che il contributo della prima componente alla crescita di un’area sia maggiore e più immediato rispetto a quello garantito dalla spesa per incentivi e contributi agli investimenti.                                                                                                                                                      Esistono differenze nell’allocazione territoriale di questi due tipi di spesa? Ebbene si. La Spesa per investimenti diretti è maggiore al Centro-Nord. Per di più, a fronte di una totale stabilità dei due aggregati nel Mezzogiorno nel biennio 2008-2009, il Centro-Nord segnala una crescita consistente sia della spesa di investimenti diretti che della spesa per trasferimenti di capitale (pag. 136  Rapporto Annuale DPS 2010 sulle aree sottoutilizzate).  Il grafico sottostante evidenzia una maggiore spesa “virtuosa” nelle regioni centro-settentrionali rispetto a quelle meridionali (dati medi dal 2001 al 2009).

Tutto ciò appare sconcertante e mostra una mancanza di una vera e propria  politica con cui affrontare il problema storico della questione meridionale. Tuttavia non si avrebbe una visione completa sulla distribuzione territoriale della Spesa Pubblica in conto capitale se non si analizzasse la fonte e la natura dei fondi utilizzati per tali spese.

Contrariamente alla Spesa Corrente, interamente di natura ordinaria, la Spesa in CC è costituita sia da risorse ordinarie sia da risorse “straordinarie” aggiuntive (pag. 129 Rapporto Annuale DPS 2010 sulle aree sottoutilizzate). Le risorse aggiuntive provengono di norma dai cosiddetti fondi FAS (Fondi Aree Sottoutilizzate, destinate dallo Stato per sole politiche di sviluppo territoriale) e dai Fondi Strutturali Europei (messi a disposizione dall’UE).                                                                                                                           Se analizziamo la struttura della Spesa in Conto Capitale secondo queste due fonti di finanziamento, si nota come le risorse “straordinarie” hanno svolto una funzione essenziale di sostegno allo sviluppo nel Mezzogiorno, rappresentando circa il 50 % delle risorse in conto capitale complessive. Ciò vuol dire in termini pro capite che, in assenza delle risorse aggiuntive, gli 877 euro pro capite, di cui ha usufruito il cittadino del Mezzogiorno tra il 1998 e il 2007, si ridurrebbero a 427, pari a meno del 50 per cento, mentre i 796 del cittadino del Centro-Nord rimarrebbero sostanzialmente invariati (cfr. Figura III.5).

Appare evidente che manchi in Italia la voglia di affrontare la Questione Meridionale come una vera priorità dell’agenda economica nazionale. Senza le politiche di sostegno dell’Unione Europea lo scenario economico del Mezzogiorno sarebbe ancor più desolante.  Affermare che il Mezzogiorno riceva flussi di denaro pubblico eccessivi appare alla luce di questi dati una mezza verità.

Bonus assunzioni a Sud. Strumento utile allo sviluppo?

E’ di questi giorni la notizia dell’assegnazione di 142 milioni di euro per politiche di sostegno all’occupazione nelle regioni meridionali (http://24o.it/qLvhc). Più che di assegnazione tuttavia si dovrebbe parlare di riassegnazione, visto che i fondi a disposizione provengono dal Fondo sociale europeo attraverso la riprogrammazione dei fondi strutturali comunitari disposta con il Piano d’Azione Coesione dello scorso 15 dicembre 2011 del Ministro per la Coesione Territoriale.

Il beneficio consiste in un bonus fiscale spettante nella misura del 50% dei costi salariali a beneficio dei datori di lavoro che hanno assunto o assumono a tempo indeterminato, tra il 14 maggio 2011 e il 13 maggio 2013, personale “svantaggiato” o “molto svantaggiato” in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna. L’obiettivo è quello di promuovere le opportunità di impiego per queste particolari categorie di lavoratori, incrementando la base occupazionale delle imprese che li assumono.

Il bonus è un credito d’imposta che spetta nella misura del 50% dei costi salariali sostenuti nei dodici mesi successivi all’assunzione per ciascun lavoratore “svantaggiato” e nei ventiquattro mesi successivi all’assunzione per ogni lavoratore “molto svantaggiato”. Si tratta in sostanza di sistemi di sgravi contributivi simili alla “fiscalizzazione degli oneri sociali” interdetti dall’UE e secondo cui parte dei contributi sociali a carico del datore di lavoro sono presi a carico dallo Stato, che li copre attraverso le imposte. Nei casi in cui l’azienda può beneficiare di tale fiscalizzazione, ciò si traduce in una diminuzione del costo sostenuto per i contributi sociali a carico dell’impresa.

Ad una prima lettura si potrebbe pensare ad un’ottima iniziativa in grado di dare maggior respiro al tessuto economico-sociale delle regioni meridionali, che subiscono in maniera più marcata del resto d’Italia, gli effetti nefasti della crisi economica. I benefici che si otterrebbero con questo “bonus Sud” sarebbero teoricamente la riduzione dei costi delle imprese e il sostegno alle fasce di disoccupati più svantaggiate (ricordiamo che è un lavoratore “svantaggiato” chi non ha un impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi; chi non possiede un diploma di scuola media superiore o professionale; i lavoratori che hanno superato i 50 anni di età; chi vive solo con una o più persone a carico; chi è membro di una minoranza nazionale. Il lavoratore “molto svantaggiato” invece è colui che è privo di impiego regolarmente retribuito da almeno 24 mesi). La riduzione dei costi delle imprese favorirebbe in primis l’assunzione di nuovi lavoratori; fenomeno che contrasterebbe la crescente disoccupazione nel Mezzogiorno e terrebbe ancora viva la speranza che i consumi non crollino maggiormente. L’aspetto più importante però è l’attenzione  che tale sistema di incentivi riserva alle fasce più deboli, a rischio di esclusione sociale, marginalizzazione e conseguente povertà.

Nonostante l’aspetto “straordinario” di tale intervento (vista la crisi economica inaspritasi negli ultimi mesi, il calo della produzione e dell’occupazione nelle regioni meridionali) ci sembra opportuno porci alcune domande riguardo l’utilità di tali strumenti di sostegno alle attività economiche basati su incentivi e riduzione di imposte ed oneri contributivi. Siamo sicuri del effettivo funzionamento di tali sistemi di incentivi alle assunzioni? E’ possibile trovare nel passato casi in cui tali “bonus” sono stati utilizzati? E se sì, quali sono stati gli effetti e le conseguenze di tali sistemi di assistenza alle imprese?

La letteratura economica è da sempre concorde nel considerare gli effetti di tali politiche insignificanti per lo sviluppo delle regioni a cui sono destinate (Basti dare uno sguardo alle pubblicazioni in merito: Pirnia e Morisset, 1999; Bussy, 2011). Questo tipo di sostegno alle imprese è raramente uno strumento utile allo sviluppo economico in un ottica di crescita di lungo periodo; è al contrario soluzione temporanea, capace di arginare le crisi di liquidità e sostenere i bilanci delle imprese spesso non produttive. Quello della riduzione degli oneri contributivi alle imprese è solamente un semplice strumento di assistenza alle imprese, che non stimola la produttività delle stesse, ne tanto meno da vita a processi di innovazione e sviluppo.

Dando uno sguardo più profondo all’esperienza italiana, negli ultimi 30 anni la cosiddetta “fiscalizzazione degli oneri sociali”, così come tutti gli strumenti di riduzione degli oneri contributivi delle imprese meridionali (tra i quali rientrano tutti i sistemi di Bonus per assunzioni) non hanno avuto alcun effetto significativo sullo sviluppo economico del Sud Italia. Al contrario il gap economico esistente tra regioni settentrionali e meridionali ha continuato ad aumentare dalla crisi petrolifera del ’73 sino ai giorni d’oggi (seppur ci siano stati dei periodi di convergenza attorno agli anni ‘90).

Uno studio  effettuato da Del Monte e Giannola (1997) pubblicato dall’EURISPES, mostra come dal 1970 agli inizi degli anni ’90 politiche di riduzione degli oneri contributivi delle imprese meridionali (come il cosiddetto “bonus Sud” approvato con la scorsa manovra Finanziaria) sono aumentati drasticamente. In particolare si è passati da una quota di circa 4% (rispetto alle importazioni nette a prezzi correnti) ad una quota del 20%. Per di più non ci si è limitati solamente ad aumentare la spesa pubblica per incentivi, ma si è ridotta costantemente la spesa pubblica più utile allo sviluppo e alla crescita economico-sociale: gli investimenti e i contributi in conto capitale (il grafico qui di seguito mostra chiaramente il focus sempre maggiore sugli incentivi e il disinteresse verso la spesa più importante per lo sviluppo regionale).

 

Giannola e Lopes, in un interessante libro dedicato alle politiche di intervento nelle regioni meridionali (Politiche di intervento, sviluppo economico del Mezzogiorno e debito pubblico, Ente Einaudi, Il disavanzo pubblico in Italia, 1992), affermano che un importante chiave di lettura del fenomeno di divergenza economica tra regioni meridionali e settentrionali, che ha ripreso ad inasprirsi dopo gli anni ’70, è proprio l’abbandono di politiche di investimenti diretti (e di sostegno agli stessi), e l’aumento vertiginoso di politiche di assistenza alle imprese (incentivi alle assunzioni, riduzione oneri sociali e contributivi).

Dopo gli anni Novanta lo strumento degli incentivi alle imprese, ha subito un duro colpo dalle direttive europee, dopo aver riconosciuto la poca incisività delle stesse sullo sviluppo economico delle regioni più arretrate, e sottolineato l’aspetto perverso “assistenzialista” che generava nel tessuto imprenditoriale. Nonostante ciò un bonus assunzioni (simile nei principi teorici a quello della finanziaria Monti) fu uno dei principali strumenti introdotti negli anni 2000 per ovviare al divieto comunitario di misure di riduzione sistematica del costo del lavoro al Sud. Dall’ottobre del 2000 il bonus Sud garantiva un credito d’imposta di 600 euro al mese per ogni lavoratore assunto con un contratto a tempo indeterminato. Non sorprendentemente il bonus ha avuto un successo insperato presso le imprese. Se alla data della sua introduzione si erano fatti i conti su di una platea di circa 80.000 beneficiari, secondo i dati del Ministero delle Finanze (si veda il “Rapporto di Monitoraggio selle Politiche Occupazionali e del Lavoro”, n. 2, 2001), già a novembre 2001 erano 175.000 i lavoratori coinvolti. La diminuzione del gettito è stata consistente: quasi l’1 per cento in meno di contributi sociali versati nel primo anno di vita del bonus.

E’ servito a far aumentare il numero di posti di lavoro? La crescita dell’occupazione in rapporto a quella del PIL è in realtà diminuita dopo l’introduzione del bonus. Tito Boeri in un articolo del 2002 afferma l’efficacia quasi nulla di tali strumenti a favore dell’occupazione (http://www.lavoce.info/articoli/-mezzogiorno/pagina203.html). Allora quali potrebbero essere le politiche da adottare per favorire l’aumento dell’occupazione a Sud?

Per portare la disoccupazione al Sud ai livelli del Centro-Nord bisogna ridurre il CLUP (costo del lavoro) nelle regioni meridionali più che al Nord. Perché questo avvenga la produttività del lavoro deve aumentare più nel Mezzogiorno che al Nord. Se aumentasse la produttività del lavoro nelle regioni meridionali vi sarebbe una maggiore propensione delle imprese a insediarsi. Questo però dipende da molteplici fattori, tra cui quello più importante è la carenza infrastrutturale (le infrastrutture sono fondamentali nella determinazione dei costi e tempi di produzione: una maggiore efficienza delle infrastrutture, come quelle di trasporto, aumenta la produttività del lavoro).

Il problema dell’occupazione nel Mezzogiorno è un problema strutturale; non si risolve sicuramente con politiche di breve termine che stimolino le assunzioni. Queste politiche hanno già dimostrato i loro limiti. Le istituzioni pubbliche, e i media si limitano a descrivere le decisioni prese dai governi per stimolare l’occupazione, ma non danno mai un giudizio sull’utilità di tali decisioni. Viene così alimentata la concezione generale secondo cui lo Stato ha sempre aiutato e continua ad aiutare le regioni meridionali. Purtroppo sono pochi coloro che si soffermano a riflettere sulla vera utilità di tali politiche di “aiuto”.

I fatti ci dimostrano che stiamo continuando sulla stessa falsa riga intrapresa agli inizi degli anni settanta. Le politiche assistenziali e poco lungimiranti (bonus assunzioni e simili)  continuano a prevalere rispetto alle vere riforme strutturali di lungo periodo (investimenti e infrastrutture). A quando le vere politiche di sviluppo del Sud?